Lo schiribizzo e il ghiribizzo (ep. 918)

Lo schiribizzo e il ghiribizzo (scarica audio)

Giovanni: Oggi parliamo dello schiribizzo, un termine molto curioso e usato in tutto lo stivale (Cioè in tutt’Italia). Quando lo utilizziamo siamo sempre in un contesto informale, colloquiale.

In realtà il termine schiribizzo è una variante popolare di “ghiribizzo“. Si tratta comunque della stessa cosa.

Ma cos’è lo schiribizzo? Cos’è il ghiribizzo?

Lo schiribizzo è una voglia strana, un desiderio improvviso, ma non il desiderio di qualcosa di materiale (o almeno non soltanto), ma la voglia di fare qualcosa di strano, di insolito, di bizzarro, qualcosa che in condizioni normali non farei, ma in quel momento, quando mi prende lo schiribizzo, potrebbe essere l’occasione buona, perché non è che prende tutti i giorni lo schiribizzo.

Quel giorno potrei essere però particolarmente curioso o sentirmi particolarmente ardito, temerario, intraprendente, o magari mi sento particolarmente irritato e allora mi scatta qualcosa dentro, qualcosa di improvviso che mi fa fare qualcosa.

Questo è un segno inconfutabile che mi è preso lo schiribizzo!

Avrete capito che si usa il verbo prendere:

Prendere lo schiribizzo.

Es:

Oggi vado al mare. impiego normalmente un’ora per arrivare, ma se mi prende lo schiribizzo stasera mi fermo a dormire in un hotel, così potrò tornarci anche domani mattina.

Come verbo ausiliare quello corretto è il verbo essere, ma a volte si usa anche il verbo avere. Non si dovrebbe, ma la lingua colloquiale fa questi scherzi a volte.

Mi è preso lo schiribizzo

Mi ha preso lo schiribizzo

Es:

Mia figlia esce ma non mi dice mai dove va. Ma ieri sera mi è preso lo schiribizzo e sono andato a vedere dove andava mia figlia. Non vi dico cosa ho scoperto!

In definitiva, quando prende lo schiribizzo, viene una voglia particolare che spinge a fare qualcosa.

Si usa anche con la preposizione “di”:

Non lo faccio mai, ma oggi mi è preso lo schiribizzo di andare a vedere la partita della Roma allo stadio.

Tutti noi avremmo voglia di fare tante cose in certe situazioni, poi però quasi sempre ci comportiamo diversamente e facciamo la scelta più saggia o più “normale” o meno rischiosa o meno stravagante.

Lo facciamo per motivi diversi, legati alla cultura, alle abitudini, al modo di vivere quotidiano, per non offendere, per non invadere la privacy degli altri, per non perdere tempo, per non aver paura che ci siano conseguenze negative eccetera.

Ma a volte capita che ti prende lo schiribizzo e allora non c’è niente da fare!

A volte quando prende lo schiribizzo è per curiosità, altre volte per evadere un po’, per lasciarsi andare e fare cose insolite o perché siamo stanchi di vedere cose che non ci piacciono.

Allora in questi ultimi casi può prendere per togliersi un sassolino dalla scarpa
Non esagerate però con gli schiribizzi perché potreste essere considerate persone sui generis, che non sanno contenersi, che non rispettano le norme sociali, che non hanno pazienza o che sono totalmente imprevedibili e quindi poco affidabili.

Potete usare i termini ghiribizzo e lo schiribizzo per dare frizzantezza ad una affermazione, grazie al suono divertente di questa parola.

Se non vogliamo usare lo schiribizzo possiamo parlare di “capriccio” che però non si prende ma si ha. Ma un capriccio è un’improvvisa voglia o desiderio di fare qualcosa, spesso senza un motivo razionale o importante. Tra l’altro il termine si usa spesso con i bambini.

Cosa sono tutti questi capricci? Perché non vuoi mangiare oggi? Basta capricci!

Lo schiribizzo in realtà ha spesso una motivazione alla base, ma si tratta comunque di qualcosa di impulsivo e di improvviso.

Allora concludo dicendo che oggi ho già utilizzato 4 episodi di ripasso per descrivervi lo schiribizzo, quindi possiamo anche finirla qui.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Pare brutto (Ep. 917)

Pare brutto

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Video e trascrizione

Giovanni: l’espressione di oggi è “pare brutto“. Non parliamo dell’aspetto fisico di una persona però. Non parliamo cioè di una persona che ci sembra brutta. “Sembra” e “pare” come sapete sono abbastanza simili. Questo sarebbe infatti il senso proprio di “pare brutto”.

Pare brutto” è invece una locuzione informale molto usata in tutta Italia ma maggiormente nelle regioni del centro sud, che può avere significati diversi ma tutti abbastanza simili, tipo:

non è bello
non è carino
non è giusto
non è corretto

Parliamo quindi di comportamenti o atteggiamenti ritenuti scorretti ma più frequentemente sconvenienti. Notare che si usa solamente al maschile.

La società in cui viviamo è caratterizzata da dinamiche sociali complesse, che richiedono il rispetto di diverse regole.

Queste regole possono riguardare l’etica, la moralità, il comportamento sociale, le convenzioni. La loro esistenza e il loro rispetto sono fondamentali per garantire il funzionamento armonioso della società stessa e per preservare i diritti e le libertà individuali di ogni membro.

Tuttavia, va detto che il rispetto di queste regole non sempre è una questione scontata: si scontrano valori contrastanti, e la loro interpretazione può variare a seconda dei contesti culturali, storici e geografici.

In ogni caso, è importante prendere consapevolezza dell’importanza di queste regole e cercare di rispettarle, in modo da contribuire al benessere e alla stabilità della comunità in cui viviamo.

Pare brutto” si usa proprio per evidenziare un comportamento che potrebbe essere offensivo o che potrebbe sembrare scortese, maleducato. Questo nella maggioranza dei casi. È una riflessione e un giudizio su ciò che potrebbe essere giusto o sbagliato fare dal punto di vista soprattutto sociale.

Bisogna fare questo e non quello, altrimenti “pare brutto“.

Vediamo qualche esempio:

È il compleanno di nonna. Dai facciamole una telefonata; pare brutto farle gli auguri su WhatsApp!

Che dici, pare brutto se oggi alla riunione mi presento senza cravatta?

Che dici, lo invitiamo zio Gianni al compleanno?

Certo! Lui è sempre gentile con noi, pare brutto se non lo invitiamo!

Pare brutto non festeggiare il mio 50-esimo compleanno. Dai organizziamo qualcosa!

Pare brutto” indica quindi una critica rivolta ad atteggiamenti o comportamenti (ipotetici, non ancora avvenuti) che non sono visti in modo positivo, non sono considerati normali, quindi vanno contro ciò che è ritenuto normale e giusto da fare.

Fare una cosa di questo tipo sembrerebbe strano, potrebbe portare dei problemi, oppure potrebbe far pensare che sono una persona maleducata, o che ho qualcosa da nascondere o anche semplicemente non mi sentirei che ho fatto la cosa giusta.

Si usa anche al passato:

Mi pareva brutto non invitare Matteo alla mia festa.

In questi casi si tratta di eventi passati, quindi già avvenuti.

Possiamo usare anche “sembrare brutto“:

Ho incontrato la mia ex mentre ero con la mia fidanzata. Mi è sembrato brutto non dirle almeno ciao.

A volte quindi si usa anche il verbo sembrare, come ho appena fatto, ma è più raro.

Ricapitolando, “pare brutto” e più raramente “sembra brutto” sono locuzioni informali usate in tutta Italia ma più al centro sud, e si potrebbero tradurre con: “non è corretto”, “non è giusto “, “non è carino” ma direi che, trattandosi di considerazioni su comportamenti da adottare, allora il senso è più vicino a:

Non sarebbe carino

Non sarebbe conveniente

Potrebbe essere male interpretato

Potrebbe essere visto come qualcosa di offensivo

Potrebbe sembrare un comportamento maleducato

Non mi sentirei che sto facendo la cosa giusta.

A volte non si usa né pare né sembra, ma il verbo essere:

Stesso significato.

Che dici, è brutto se oggi che abbiamo ospiti. anziché cucinare ordiniamo le pizze?

Adesso ripassiamo dai, sennò pare brutto:

Marcelo: a me ad esempio pare brutto che mentre io mangio, il mio cane sta a guardare. Mi guarderebbe e penserebbe “beato te! Che ne sarà invece di me?”.

Khaled: Il mio non farebbe che abbaiare invece. Non esiste proprio che mangio prima di lui!

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Fare una scappata (ep. 916)

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Fare una scappata

Trascrizione

Giovanni: il verbo scappare lo abbiamo visto insieme qualche episodio fa, ricordate?

La frase “fare una scappata” però merita un episodio a parte.

Si tratta di una frase colloquiale. “Fare una scappata” si usa comunemente per indicare un breve viaggio, una breve visita o anche una gita improvvisata, spesso senza una meta precisa e senza una pianificazione dettagliata.

C’è spesso il senso di fretta, di velocità.

Es:

Prima di andare insieme a trovare Maria devo fare una scappata a casa perché ho dimenticato il regalo da darle.

Quindi si tratta di una breve visita, molto veloce, necessaria in questo caso. Sarà una visita veloce perché si tratta solamente di prendere il regalo. È necessario che io lo faccia.

Non sempre però c’è fretta e non sempre c’è necessità.

Queste caratteristiche però fanno spesso la differenza quando c’è da scegliere la giusta espressione da usare. Infatti si preferisce ad esempio nel caso di un impegno che richiede poco tempo. Necessario (in senso ampio) ma ci vorrà poco.

Tipo: faccio una scappata a prendere le sigarette.

Es.

Hey, perché non facciamo una scappata a vedere la mostra d’arte a Milano questo weekend? Sarebbe divertente!

Qui prevale il senso dell’improvvisazione. Non c’è necessità e non è detto che ci sia velocità o fretta.

Abbastanza simili sono le forme:

Fare una breve gita

Fare una fugace visita

Fare una breve vacanza

Fare un breve viaggio all’ultimo minuto

E poi anche:

Fare una puntatina

Fare una capatina (abbiamo un episodio in merito).

Si usa anche “scappatina”.

“Fare una puntatina” e “fare una capatina” hanno un significato simile a fare una scappata o scappatina.

La puntatina si riferisce a una breve visita ad un luogo o ad una persona, spesso durante un viaggio o durante una passeggiata. Una puntatina è una sorta di tappa aggiuntiva.

Ad esempio, “Vado a fare una puntatina a trovare mia zia prima di tornare a casa”.

Fare una capatina” invece si usa più spesso nel senso di fare una breve deviazione, spesso durante un viaggio, per visitare un luogo o incontrare qualcuno. Ad esempio, “Abbiamo fatto una capatina a Venezia durante il nostro viaggio in Italia”.

Più o meno siamo li comunque con puntatina.

In entrambi i casi, queste espressioni indicano una breve pausa o deviazione dall’itinerario previsto per visitare qualcosa o incontrare qualcuno.

Le differenze tra le espressioni possono essere sottili e dipendono dal contesto specifico in cui vengono utilizzate. Non è il caso di scervellarsi alla ricerca di una chiara distinzione.

In generale la scelta della frase da usare dipende dal contesto e dal registro linguistico.

Ad esempio, fare una scappata, una puntata e una capatina, molto simili, sono espressioni informali e colloquiali, spesso usatea tra amici o familiari, mentre “fare una fugace visita” è più formale e adatta a situazioni in cui si vuole essere più precisi e attenti al linguaggio utilizzato.

Vi faccio notare, per concludere, che abbiamo visto in passato anche l’espressione “ci scappa“, e se ricordate abbiamo usato il termine “scappata” in quell’episodio, ma in modo diverso:

Nella frase:

Siamo andati a Roma, abbiamo visto 5 musei in un giorno e ci è scappata anche una visita al Colosseo.

Anche questo modo di esprimersi è colloquiale, ma qui si esprime un qualcosa in più che siamo riusciti a fare, similmente a “siamo anche riusciti a fare una visita al Colosseo”.

La presenza della particella “ci” è importante per capire il significato.

Poi un’altra cosa che vale la pena di dire sulla scappata. È un termine che può essere anche usato per indicare un intervento fuori luogo nel corso di un dialogo o di una conversazione.

In questo caso si usa “avere una scappata” e più raramente anche “fare una scappata”. Il senso è simile all’uso del verbo “uscirsene“.

Giovanni è un tipo particolare, ha certe scappate!

Come a dire che Giovanni fa delle uscite bizzarre, dice cose spesso imbarazzanti o indiscrete. Se ne esce con frasi particolari. Come dire he è un tipo un po’ sui generis.

Oppure:

Maria oggi ha fatto/avuto una scappata delle sue e ci ha fatto pentire di averla invitata a cena.

Sembra dunque che Maria abbia detto qualcosa che ha colpito l’attenzione in senso negativo, qualcosa di imbarazzante.

Bene allora la finisco qui, ma adesso dobbiamo farci scappare anche il ripasso.

In questo ripasso parliamo di Dante Alighieri, argomento sempre gradito da tutti, e lo facciamo utilizzando naturalmente qualcosa che abbiamo già imparato: “essere da meno” , prestarsi, “avere la stoffa” , “più in là” , indiscreto, il verbo avvalersi, i mezzucci e “il da farsi”.

Marguerite: Nonostante fosse nato in una famiglia nobile, Dante non era da meno nel mostrare la sua passione per la poesia e la letteratura fin dall’infanzia. Si prestava spesso a scrivere poesie e a partecipare a concorsi letterari, dimostrando una grande stoffa nel maneggiare le parole.

Fatima: Più in là con gli anni poi si affermò anche in politica.

Irina: Tuttavia, la sua vita non è stata priva di scandali e di critiche. Alcune delle sue opere sono state giudicate indiscrete e controverse, causando spesso polemiche e ostilità da parte di alcuni membri della società dell’epoca.

Anne Marie: Per affrontare le sfide che la vita gli presentava, Dante si è spesso avvalso di mezzucci e stratagemmi, cercando di trovare il modo migliore per raggiungere i suoi obiettivi. Tuttavia, ha sempre saputo distinguere tra ciò che era giusto e ciò che non lo era, cercando sempre il da farsi per agire nel modo più corretto possibile.

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Uccidere e ammazzare

Uccidere e ammazzare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Sapete tutti cosa significa morire vero?

Anche “uccidere” credo non crei problemi particolari, almeno nel suo senso proprio.

Al limite può essere più complicato l’uso del verbo ammazzare.

Ma esiste una differenza tra uccidere e ammazzare?

In italiano, “uccidere” e “ammazzare” significano la stessa cosa: causare la morte di una persona o di un animale.

Tuttavia, a seconda del contesto e del registro linguistico, il termine “ammazzare” può essere considerato più colloquiale e informale rispetto a “uccidere”, che suona più formale e serio.

Ad esempio, in un contesto giuridico o in una conversazione formale, si userebbe più facilmente il termine “uccidere” per riferirsi a un omicidio, mentre in un contesto informale o nella lingua parlata, si potrebbe usare più facilmente “ammazzare”.

A seconda della circostanza si possono usare anche verbi come eliminare, liberarsi di qualcuno, liquidare, assassinare (uccidere in modo premeditato), accoppare (molto colloquiale), far fuori, togliere la vita.

Il verbo “ammazzare” può talvolta avere una connotazione più forte e violenta rispetto a “uccidere”, ma questo dipende ancora una volta dal contesto e dal modo in cui viene usato.

Ad esempio, si potrebbe dire “ho ammazzato un pollo per cena”, in modo informale e neutrale, ma se si dice “hanno ammazzato una persona”, il termine può assumere un tono più violento e crudele.

Spesso, o parlando di omicidi, si parla di “morti ammazzati” per indicare omicidi compiuti con particolare violenza o efferatezza, specie se a compiere questi omicidi è la criminalità organizzata.

Uccidere e ammazzare si usano comunque anche in modo figurato.

Per ammazzare il tempo potremmo fare una partita a carte.

In questo caso ammazzare il tempo sta per “non annoiarsi” e non si usa il verbo uccidere ma solamente ammazzare.

Oppure, parlando di una situazione molto imbarazzante per mia colpa posso dire:

Ero molto imbarazzato. In quel momento volevo uccidermi/ammazzarmi.

Spesso anche si dice “avrei voluto scomparire con significato simile.

Oppure frasi come:

se dici questo segreto a qualcuno ti uccido/ammazzo.

Gli adolescenti usano spesso:

Ti ammazzo di botte!

Il che non significa che verrà uccisa una persona, ma è una minaccia analoga a “ti picchio”.

Ci sono poi frasi come “morire dal ridere” e “ammazzarsi dalle risate”.

Ammazzarsi dal ridere

Il verbo “morire” è spesso usato in modo figurato per indicare una forte reazione emotiva, come ad esempio proprio “morire dal ridere”, che significa ridere molto, fino al punto di non poter più controllarsi.

Altri esempi di questo uso figurato di “morire” includono “morire di vergogna”, “morire di noia” o “morire di paura”, dove il verbo viene usato per indicare una forte sensazione o stato d’animo.

Il verbo “ammazzare” può essere usato in modo simile, ad esempio “ammazzarsi dalle risate”(o per le risate) che indica una forte reazione emotiva di tipo comico, simile all’uso figurato di “morire”.

A cena Giovanni ci ha raccontato un sacco di barzellette che ci hanno fatto morire dal ridere (o ci hanno fatto ammazzare dalle risate).

Potrei ugualmente dire che “siamo morti dal ridere”, “sono morto dalla vergogna”, “sono morto di caldo/freddo”, eccetera.

Non si usa dire “sono ammazzato di freddo/caldo”. Ammazzarsi si usa quando c’è un’azione. Essere Morto si usa per certificare uno stato.

Altri esempi di questo uso di “ammazzare” includono “ammazzarsi di lavoro”, che significa lavorare molto duramente, o “ammazzarsi di fatica”, che indica una sensazione di fatica molto intensa.

Si può anche dire:

mi ammazzo per tirare avanti la famiglia

Mi sono ammazzato per aiutarti

Bisogna ammazzarsi di studio per laurearsi in tempo.

Giovanni parla tantissimo: ti ammazza di chiacchiere per spiegarti un concetto!

C’è un’esclamazione romanesca simpatica:

Ammazza!

Ammazzate! (o ammazzete)

Queste sono modalità colloquiali molto diffuse nel Lazio per esprimere stupore, meraviglia. Simile a: Davvero? Accidenti! Veramente? Si usano anche per sottolineare una inutile insistenza o un reiterato comportamento negativo:

Ammazzete quanto rompi!

Ammazzete quanto vino bevi!

Ammazza quant’è bello il tuo amico!

Ammazza che fisico!

Ammazzate, è da stamattina che mi critichi, ma che ti ho fatto?

Vedete che ammazzare, rispetto a uccidere si usa per dare forza al concetto da esprimere, sia che si usi proprio che figurato. Non è un caso che ammazzare derivi dal termine “mazza”, cioè uno strumento per colpire e fare male.

Ammazzare pertanto sarebbe “colpire con una mazza” e quindi si esprime il concetto più ampio di morte violenta.

In generale, l’uso figurato di questi due verbi è abbastanza comune nella lingua italiana e può essere utilizzato in molti modi diversi, a seconda del contesto e della situazione in cui si trovano le persone.

Tuttavia, è importante notare che l’uso figurato di questi verbi può essere considerato come un po’ eccessivo in alcune situazioni, quindi fate attenzione perché può risultare poco appropriato e rispettoso a volte.

Facciamo un esercizio di ripetizione:

Ammazzare

Ammazzarsi dal ridere

Ammazzarsi dalle risate

Se lo fai ancora ti ammazzo!

Mi ammazzo per aiutarti e neanche un grazie!

Mi sono ammazzato di fatica

Con tutte queste parole ci hai ammazzato!

Ci sentiamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Il retaggio (Ep. 915)

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Trascrizione

retaggio

Giovanni: avete mai ascoltato o letto da qualche parte il termine “retaggio“.

Può risultare complicato per un non madrelingua, e allora vediamo come posso spiegarvi questa parolina e a quali termini più familiari potrebbe somigliare.

Il termine “retaggio” si riferisce ad una tradizione, a qualcosa che viene dal passato.

Non posso però sostituire sempre “tradizione” con “retaggio“. Infatti una tradizione è l’insieme delle memorie, delle notizie e delle testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. La tradizione è l’insieme degli usi e dei costumi che sono trasmessi da una generazione all’altra e diventano una sorta di regole.

E’ traduzione, in Italia, fare i regali ai bambini la notte di Natale.

E’ tradizione, nel nostro hotel, offrire un cioccolatino ad ogni ospite.

Da oltre 25 anni è tradizione nella nostra famiglia andare al ristorante la sera prima di partire per le vacanze.

Una tradizione è qualcosa che si fa da molto tempo, una specie di abitudine che si tramanda negli anni. “Tramandare” è un verbo interessante perché significa trasmettere nel tempo, attraverso le generazioni. Sono proprio le tradizioni che si tramandano. Si tramanda la memoria di un fatto, le usanze che si tramandano da secoli.

Anche un’opera può essere considerata degna di essere tramandata ai posteri.

Un retaggio però è più un’eredità culturale o storica che viene trasmessa da una generazione all’altra. Attenzione perché non posso usare il termine retaggio parlando del passato in generale, perché (quasi sempre) parliamo di generazioni, di cose che durano nei secoli.

Ecco alcuni esempi di utilizzo del termine “retaggio“:

Il retaggio culturale di una nazione comprende le sue tradizioni, i suoi costumi e le sue credenze religiose.

Il retaggio storico di una città può includere monumenti, edifici antichi e documenti storici.

Il molti paesi è ancora molto forte il retaggio culturale che vede la donna come un individuo sottoposto all’uomo.

Il retaggio, come in quest’ultimo caso, è spesso qualcosa di cui faremmo volentieri a meno, ma l’influenza del passato si fa sempre sentire e non è un’operazione facile e veloce cambiare la cultura e le idee che nel passato erano molto forti.

Si usa infatti di frequente per indicare qualcosa che si fa o si pensa da sempre o da molto tempo ma che non ha più molto senso o addirittura è molto negativo.

Il termine può anche indicare ciò che resta di una cultura, di un’epoca o di un’opera dopo la sua scomparsa o la sua fine.

Simili al “retaggio” sono anche “eredità“, “patrimonio“, e anche “memoria“.

Eredità” si usa però ad esempio prevalentemente parlando di ciò che viene trasmesso agli eredi in caso di morte, quindi si parla di beni che vengono lasciati ai parenti. esistono però anche le eredità culturali.

Il “retaggio” si usa quasi sempre in contesti storici, culturali o artistici, ma può essere utilizzato anche in riferimento a un individuo o un’impresa.

Accade anche che il termine si riferisca a qualcosa di prezioso che viene trasmesso da una generazione all’altra e che ha un valore duraturo.

Si parla quindi in generale di influenza del passato sul presente.

Es:

Qual è il retaggio di Dante Alighieri che ha influenzato le opere di Michelangelo e di altri artisti?

Cioè quale influenza ha avuto Dante?

Non sentirete mai un adolescente usare il termine retaggio e molto probabilmente neanche una persona non madrelingua a meno che non sia di livello molto alto.

I giornalisti e in generale le persone più colte lo usano molto spesso, sia in termini positivi che negativi.

Dicevo che generalmente si parla di qualcosa che passa da generazione in generazione.

Non sempre è così. Solo per farvi un esempio, si può dire che la paura del buio non è solo tipica dei bambini. A soffrirne infatti sono spesso anche gli adulti: è un retaggio della loro infanzia.

Come a dire che è una cosa che viene da lontano, dalla loro infanzia e che ancora non sono riusciti a superare.

Adesso ripassiamo un po’ gli episodi passati. Vediamo un dialogo divertente tra i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che si sfidano per capire qual è la migliore nazione al mondo.

Ascoltiamo un rappresentante francese, una belga, una taiwanese, una tedesca, una Ceca, un argentino e, dulcis in fundo, un brasiliano.

Sofie (Belgio): hei ragazzi, buongiorno! Come state? Io sono contenta, anzi contentissima di essere qui con voi, ma devo dire che il Belgio è la vera perla dell’Europa, direi un paese sui generis. Noi abbiamo la migliore birra, il miglior cioccolato e le migliori patatine fritte. Che ne dite, siete d’accordo?

Ulrike (Tedesca): (ridacchiando) Oh, davvero? Evidentemente non sei di casa in Germania. Altrimenti sapresti che la nostra birra viene annoverata fra le migliori birre di tutto il mondo. E non solo! Da noi vi è una tecnologia per eccellenza e l’economia più forte dell’Unione Europea.

Estelle (Francese): senza dubbio in Francia c’è il gotha della gastronomia. Checché ne dicano gli altri in merito, le migliori specialità gastronomiche sono appannaggio del nostro paese. Possiamo avvalerci dei migliori chef e per giunta la Francia brilla anche in materia di haute-couture.
Poi è ben risaputo che Parigi sia la città più romantica del mondo. Questo è quanto. Vi basta?

Marcelo (Argentino): Dal canto mio dico che non puoi battere l’Argentina per il calcio (la Francia lo sa bene), ma abbiamo anche il tango e l’asado (la grigliata). Abbiamo anche il paesaggio più spettacolare al mondo con le Ande e le cascate di Iguazù. Siamo noti per gente come Maradona, Messi, Papa Francesco e tanti premi nobel. Difficile che altri paesi possano detenere un simile primato.

Peggy (Taiwanese): Tutti voi siete ancora sotto la preoccupazione di cibo e bevande, il che si, per essere importante è importante, ma siete al corrente della tecnologia di Taiwan? Noi disponiamo del fior fiore della tecnologia e dei computer più veloci, senza contare le nostre biciclette all’avanguardia. Ah! È l’ora di pedalare un po’! Ciao!

Edita (Ceca): Accetto anch’io questa sfida. Sappiate però che le aziende ceche sono i leader mondiali assoluti nella produzione di microscopi, letti medici e macchine per la produzione di nano fibre. Mica pizza e fichi! E per quanto riguarda la birra, la nostra Pilsner Urquel è semplicemente la migliore, ed è per questo che siamo al primo posto nella classifica del consumo di birra. Un ceco beve in media un terzo di più di un tedesco! Per carità, non è che voglio demonizzare gli astemi!

André (Brasiliano): ragazzi, per quanto riguardo tutto quello che avete detto circa i vostri paesi, nulla quaestio, ma penso che la cosa più importante sia la relazione tra le persone, quindi sono costretto a dirvelo: un popolo più accogliente e caloroso di quello brasiliano non esiste! Qui non ci piove! Chiedetelo a qualcuno che è venuto qua, ad esempio il nostro presidente, che non mi smentirà, ne sono sicuro!

Giovanni: beh, pare che ci sia una bella diatriba sulla migliore birra. Allora facciamo una cosa: quest’estate durante la riunione dei membri lo potremo verificare attraverso una votazione ufficiale. Voterò anch’io, anche se personalmente preferisco il vino. Non so perché, sarà forse per via del retaggio gastronomico italiano!

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