Il retaggio (Ep. 915)

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Trascrizione

retaggio

Giovanni: avete mai ascoltato o letto da qualche parte il termine “retaggio“.

Può risultare complicato per un non madrelingua, e allora vediamo come posso spiegarvi questa parolina e a quali termini più familiari potrebbe somigliare.

Il termine “retaggio” si riferisce ad una tradizione, a qualcosa che viene dal passato.

Non posso però sostituire sempre “tradizione” con “retaggio“. Infatti una tradizione è l’insieme delle memorie, delle notizie e delle testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. La tradizione è l’insieme degli usi e dei costumi che sono trasmessi da una generazione all’altra e diventano una sorta di regole.

E’ traduzione, in Italia, fare i regali ai bambini la notte di Natale.

E’ tradizione, nel nostro hotel, offrire un cioccolatino ad ogni ospite.

Da oltre 25 anni è tradizione nella nostra famiglia andare al ristorante la sera prima di partire per le vacanze.

Una tradizione è qualcosa che si fa da molto tempo, una specie di abitudine che si tramanda negli anni. “Tramandare” è un verbo interessante perché significa trasmettere nel tempo, attraverso le generazioni. Sono proprio le tradizioni che si tramandano. Si tramanda la memoria di un fatto, le usanze che si tramandano da secoli.

Anche un’opera può essere considerata degna di essere tramandata ai posteri.

Un retaggio però è più un’eredità culturale o storica che viene trasmessa da una generazione all’altra. Attenzione perché non posso usare il termine retaggio parlando del passato in generale, perché (quasi sempre) parliamo di generazioni, di cose che durano nei secoli.

Ecco alcuni esempi di utilizzo del termine “retaggio“:

Il retaggio culturale di una nazione comprende le sue tradizioni, i suoi costumi e le sue credenze religiose.

Il retaggio storico di una città può includere monumenti, edifici antichi e documenti storici.

Il molti paesi è ancora molto forte il retaggio culturale che vede la donna come un individuo sottoposto all’uomo.

Il retaggio, come in quest’ultimo caso, è spesso qualcosa di cui faremmo volentieri a meno, ma l’influenza del passato si fa sempre sentire e non è un’operazione facile e veloce cambiare la cultura e le idee che nel passato erano molto forti.

Si usa infatti di frequente per indicare qualcosa che si fa o si pensa da sempre o da molto tempo ma che non ha più molto senso o addirittura è molto negativo.

Il termine può anche indicare ciò che resta di una cultura, di un’epoca o di un’opera dopo la sua scomparsa o la sua fine.

Simili al “retaggio” sono anche “eredità“, “patrimonio“, e anche “memoria“.

Eredità” si usa però ad esempio prevalentemente parlando di ciò che viene trasmesso agli eredi in caso di morte, quindi si parla di beni che vengono lasciati ai parenti. esistono però anche le eredità culturali.

Il “retaggio” si usa quasi sempre in contesti storici, culturali o artistici, ma può essere utilizzato anche in riferimento a un individuo o un’impresa.

Accade anche che il termine si riferisca a qualcosa di prezioso che viene trasmesso da una generazione all’altra e che ha un valore duraturo.

Si parla quindi in generale di influenza del passato sul presente.

Es:

Qual è il retaggio di Dante Alighieri che ha influenzato le opere di Michelangelo e di altri artisti?

Cioè quale influenza ha avuto Dante?

Non sentirete mai un adolescente usare il termine retaggio e molto probabilmente neanche una persona non madrelingua a meno che non sia di livello molto alto.

I giornalisti e in generale le persone più colte lo usano molto spesso, sia in termini positivi che negativi.

Dicevo che generalmente si parla di qualcosa che passa da generazione in generazione.

Non sempre è così. Solo per farvi un esempio, si può dire che la paura del buio non è solo tipica dei bambini. A soffrirne infatti sono spesso anche gli adulti: è un retaggio della loro infanzia.

Come a dire che è una cosa che viene da lontano, dalla loro infanzia e che ancora non sono riusciti a superare.

Adesso ripassiamo un po’ gli episodi passati. Vediamo un dialogo divertente tra i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che si sfidano per capire qual è la migliore nazione al mondo.

Ascoltiamo un rappresentante francese, una belga, una taiwanese, una tedesca, una Ceca, un argentino e, dulcis in fundo, un brasiliano.

Sofie (Belgio): hei ragazzi, buongiorno! Come state? Io sono contenta, anzi contentissima di essere qui con voi, ma devo dire che il Belgio è la vera perla dell’Europa, direi un paese sui generis. Noi abbiamo la migliore birra, il miglior cioccolato e le migliori patatine fritte. Che ne dite, siete d’accordo?

Ulrike (Tedesca): (ridacchiando) Oh, davvero? Evidentemente non sei di casa in Germania. Altrimenti sapresti che la nostra birra viene annoverata fra le migliori birre di tutto il mondo. E non solo! Da noi vi è una tecnologia per eccellenza e l’economia più forte dell’Unione Europea.

Estelle (Francese): senza dubbio in Francia c’è il gotha della gastronomia. Checché ne dicano gli altri in merito, le migliori specialità gastronomiche sono appannaggio del nostro paese. Possiamo avvalerci dei migliori chef e per giunta la Francia brilla anche in materia di haute-couture.
Poi è ben risaputo che Parigi sia la città più romantica del mondo. Questo è quanto. Vi basta?

Marcelo (Argentino): Dal canto mio dico che non puoi battere l’Argentina per il calcio (la Francia lo sa bene), ma abbiamo anche il tango e l’asado (la grigliata). Abbiamo anche il paesaggio più spettacolare al mondo con le Ande e le cascate di Iguazù. Siamo noti per gente come Maradona, Messi, Papa Francesco e tanti premi nobel. Difficile che altri paesi possano detenere un simile primato.

Peggy (Taiwanese): Tutti voi siete ancora sotto la preoccupazione di cibo e bevande, il che si, per essere importante è importante, ma siete al corrente della tecnologia di Taiwan? Noi disponiamo del fior fiore della tecnologia e dei computer più veloci, senza contare le nostre biciclette all’avanguardia. Ah! È l’ora di pedalare un po’! Ciao!

Edita (Ceca): Accetto anch’io questa sfida. Sappiate però che le aziende ceche sono i leader mondiali assoluti nella produzione di microscopi, letti medici e macchine per la produzione di nano fibre. Mica pizza e fichi! E per quanto riguarda la birra, la nostra Pilsner Urquel è semplicemente la migliore, ed è per questo che siamo al primo posto nella classifica del consumo di birra. Un ceco beve in media un terzo di più di un tedesco! Per carità, non è che voglio demonizzare gli astemi!

André (Brasiliano): ragazzi, per quanto riguardo tutto quello che avete detto circa i vostri paesi, nulla quaestio, ma penso che la cosa più importante sia la relazione tra le persone, quindi sono costretto a dirvelo: un popolo più accogliente e caloroso di quello brasiliano non esiste! Qui non ci piove! Chiedetelo a qualcuno che è venuto qua, ad esempio il nostro presidente, che non mi smentirà, ne sono sicuro!

Giovanni: beh, pare che ci sia una bella diatriba sulla migliore birra. Allora facciamo una cosa: quest’estate durante la riunione dei membri lo potremo verificare attraverso una votazione ufficiale. Voterò anch’io, anche se personalmente preferisco il vino. Non so perché, sarà forse per via del retaggio gastronomico italiano!

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914 Essere di casa

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Giovanni: Cos’è una casa?

Ne parliamo oggi in questo nuovo episodio. Ascolterete non solo la mia voce ma anche quella di alcuni membri dell’Associazione Italiano Semplicemente che useranno anche ciò che hanno imparato in episodi passati.

Se da una parte parliamo di un edificio, una costruzione per abitarvi, suddivisa in vani ed eventualmente in piani, generalmente per “casa” si intende l’abitazione di una persona o di una famiglia.
Il termine “casa” trasmette quasi sempre sicurezza, intimità, confortevolezza.
Ci sono parecchie locuzioni e espressioni che usano il termine “casa”.
Oggi vorrei spiegarvi in particolare “essere di casa“.

L’espressione “essere di casa” significa essere a proprio agio in un ambiente o in una situazione, conoscere bene le abitudini e le regole del luogo.

Ad esempio, se si dice “sono di casa in questa città“, significa che si conosce bene la città e si sa come muoversi al suo interno.

L’espressione può essere utilizzata in diversi contesti, come ad esempio in una famiglia, in un lavoro o in un’organizzazione. In questi casi, “essere di casa” indica che si fa parte di quella realtà, che se ne conoscono le dinamiche e si è integrati nel gruppo.

Non essere di casa invece trasmette una estraneità al contesto o al luogo, perché poco frequentato e pertanto spesso “non essere di casa” significa che non ci si sente a proprio agio o che la propria presenza è sporadica o occasionale, senza necessariamente riferirsi a sensazioni personali.

L’espressione si usa spesso anche senza parlare di persone. In un messaggio pubblicitario si potrebbe dire ad esempio che nel mio supermercato la freschezza e la convenienza sono di casa.

Questo per indicare che ci sono sempre cose fresche e convenienti nel  supermercato.

Si potrebbe altresì dire che a Roma ormai i cinghiali sono di casa.

Questo perché è del tutto normale incontrare oggi dei cinghiali anche in qualche via del centro urbano e non solo in campagna. Può anche voler dire che gli stessi cinghiali non si trovano a disagio passeggiando per le vie del centro.

Hartmut: Si dà il caso che proprio ieri, andando al lavoro, ne abbia incontrato uno anch’io!

Parlando di una biblioteca potrei dire:

Gli scrittori famosi sono di casa qui.

Questo per dire che la biblioteca è abitualmente frequentata da scrittori famosi.

Marcelo: Ti consiglio di ritagliarti del tempo per constatare questo di persona e sicuramente ti sorprenderai!

In Italia generosità e solidarietà sono di casa.

Questo per dire che gli italiani sono un popolo di persone molto generose e solidali con chi ha problemi e ha bisogno di aiuto.

Rafaela: Gli italiani si fanno sempre vivi quando c’è da aiutare chi è in difficoltà!

Posso anche dire che c’è una zona particolare della Sardegna in cui la longevità è di casa.

Questo per dire che in questa zona la vita media è più alta del resto d’Italia.

Avete capito quindi che un po’ tutto può essere “di casa“, non solo le persone, per dare una connotazione a quel luogo, a quella situazione, a quella nazione eccetera.

Molto simile è “sentirsi a casa” ma questa si può usare solo per le persone, che quando si sentono a casa si sentono a loro agio.

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913 Il piacere

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Giovanni: Oggi parliamo di piacere. Mi aiuterà qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente che ogni tanto interverrà nella spiegazione rispolverando anche qualche episodio passato.

Avete piacere di parlare di piacere?

Vi fa piacere parlare di piacere?

Vi piace parlarne?

Il termine piacere è particolare.

Infatti è, ad esempio, sia verbo che sostantivo.

Piacere di conoscerla, mi chiamo Giovanni.

Piacere mio!

Che piacere che mi fa averla a cena stasera!

Il piacere è poi diverso a seconda del verbo che usiamo. Si “ha” piacere oppure si “prova” piacere.

Si usa il verbo provare in particolare nel caso di piacere fisico.

Provo piacere quando mi fanno un massaggio alla schiena.

Nel caso di sensazioni emotive dipende, ma “provare” trasmette maggiore intimità:

Ho il piacere di presentarti mia moglie.

Provo un certo piacere quando vengo a sapere che la mia ex squadra perde una partita.

Ma piacere, come dicevo, è anche un verbo.

Piacere piace a tutti.

Piacere a sé stessi poi è ancora più importante.

Estelle: Stasera voglio essere bellissima. Voglio piacere da morire. Mi metterò in ghingheri!

Piacere a tutti è sempre difficile.

Edita: Qualcuno potrebbe essere di diverso avviso e dire:

Marcelo: Ma questo non risponde al vero! Si può piacere a tutto il mondo!

Una possibile risposta:

Ma fammi il piacere!

Ecco, questa esclamazione vale la pena di spiegarla. Abbiamo il verbo fare.

Fammi il piacere” può essere però diverso da “fammi un piacere”.

Vediamo cosa cambia.

Es:

Fammi un piacere, appena a arrivi a casa chiamami, così non sto preoccupato.

Peggy: La mamma dice sempre frasi di questo tipo per non paventarsi qualcosa di cattivo che ci è successo.

Oppure:

Mi fai un piacere? Potresti chiudere la porta?

Grazie, mi hai fatto un grande piacere aiutandomi.

In questi casi si tratta di piaceri nel senso di cortesie, gentilezze.

Se invece mettiamo l’articolo “il” molto spesso siamo arrabbiati, specie se la frase inizia con “ma”, come nella frase di prima.

Es: due persone vogliono parcheggiare l’auto ma c’è solamente un posto a disposizione. Uno dei due dice:

Non puoi parcheggiare la macchina qui. C’ero prima io!

Una possibile risposta può essere:

Irina: Ma mi faccia il piacere! Non faccia il finto tonto. È mezz’ora che aspetto che si liberi il posto! Ma dimmi tu!

Queste due persone sono evidentemente in disaccordo, e soprattutto la seconda persona afferma che non è assolutamente vero che è arrivato prima lui.

La frase “fammi il piacere” o “mi faccia il piacere” (se sto dando del lei) sta per: ma cosa stai dicendo? Non sono assolutamente d’accordo! Un modo colloquiale ma molto forte.

Si dice spesso anche “ma per favore!

Somiglia molto a: non dire sciocchezze, non dire stupidaggini.

È la presenza del verbo fare (nella forma imperativa) insieme all’articolo “il” a dare questo senso alla frase.

Non basta il verbo fare.

Es:

Fa piacere a tutti ricevere complimenti.

Mi fa piacere se vieni a trovarmi.

Non basta neanche il solo articolo “il” :

Es:

Piacere di conoscerla.

Risposta:

Il piacere è tutto mio!

A volte c’è anche la preposizione “di” quando siamo arrabbiati:

Fammi il piacere di stare zitto qualche volta!

Facci il piacere di non occuparti delle questioni che non ti riguardano.

In questi casi, proprio come quest’ultimo esempio si può anche usare la forma in “noi” (facci il piacere) se si parla in rappresentanza di più persone.

È importante notare che se invece non si è in disaccordo ma stiamo veramente chiedendo un piacere, una cortesia, una gentilezza a una persona, normalmente non si dice “fammi il piacere” o “mi faccia il piacere” ma la forma “posso chiederti un piacere?” oppure “ti chiedo la cortesia di lasciarci soli”, o anche “per cortesia, chiuda la porta”.

Non è carino dire frasi come:

Fammi il piacere, chiudi la porta!

Fammi il piacere di chiudere la porta!

Fammi la cortesia di chiudere la porta quando esci!

Queste modalità, in cui si usa l’imperativo e l’articolo il (piacere) o “la” (cortesia) sono normalmente usate con tono scocciato, piccato, infastidito.

Si tratta di un rimprovero e evidenziano una situazione di tensione, come a dire:

Non chiudi mai la porta quando esci, cerca di ricordarti la prossima volta!

Jasna: Se non si è sicuri di usare la forma giusta, in questi casi occorre stare attenti al tono che si usa, tanto per non dire qualcosa di fuori luogo.

Inoltre posso aggiungere che usare la parola “gentilezza” è più comune se volete essere gentili e non volete rimproverare.

Danielle: Evitate la forma imperativa (fammi, facci, mi faccia) perché in questi casi potreste incorrere in spavalderia. Infine potete usare il tono della domanda e non quello dell’ordine.

Un altro consiglio: se usate l’imperativo, non iniziate con “ma“, altrimenti non c’è alcun dubbio che si tratta di una disapprovazione.

Se volete criticare e rimproverare invece potete fare l’opposto.

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912 Condannare e demonizzare

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Giovanni: Oggi parliamo del diavolo, anzi del demonio.

Non abbiate paura, perché l’obiettivo di questo episodio è solamente quello di farvi capire il verbo demonizzare.

Lo farò con l’aiuto di quattro membri dell’associazione Italiano Semplicemente: Peggy, Ulrike, Irina e Hartmut, che interverranno nel corso della spiegazione. Quando lo faranno utilizzeranno qualcosa che abbiamo spiegato in un episodio precedente. Io poi farò un commento su questo utilizzo e continuerò la spiegazione.

Allora, l’origine di demonizzare l’avete già capita: il demonio, cioè il diavolo.

Il demonio è una figura presente nella cultura e nella religione cristiana.

Rappresenta un essere malvagio, oscuro e, appunto, demoniaco.

Peggy: Secondo la tradizione cristiana, il demonio o Satana (è il suo nome), è un Angelo che si è ribellato contro Dio e al contempo ha cercato di diventare eguale a lui.

Ulrike: Dio lo ha quindi espulso dal cielo nonché lo ha condannato all’eterna dannazione.

Va comunque sottolineato che il concetto di demonio e la sua rappresentazione variano a seconda delle culture e delle religioni, e non tutte le religioni credono in un’entità malvagia simile al demonio cristiano.

Il verbo “demonizzare” significa dipingere qualcosa o qualcuno come malvagio, pericoloso o negativo, e può essere usato sia in contesti formali che colloquiali.

Irina: Il verbo “demonizzare” viene spesso e volentieri utilizzato in riferimento a un fenomeno, un’idea, un gruppo o una persona, che viene presentata come dannosa o immorale.

Molto simile a “condannare” ma condannare si usa quando si giudica negativamente una persona o un fatto per qualcosa che ha fatto senza possibilità di scuse. Si tratta spesso di una colpevolezza morale, di una “sentenza” di colpevolezza ma non parliamo solamente delle sentenze di un giudice. Il giudice condanna nel senso che infligge una vera pena da scontare, tipo 10 anni di prigione o 1000 euro da pagare per scontare la condanna.

Il senso di condannare in questo caso è più generale: considerare colpevole una persona o sbagliato un comportamento.

Condannare è quindi simile a disapprovare o criticare, più leggeri da questo punto di vista rispetto a demonizzare, perché il demonio è il male in persona!

Poi per condannare c’è spesso bisogno di un fatto, un qualcosa che si disapprova, si condanna, si critica.

Ciò che si demonifica invece può essere una figura, un’idea, un fenomeno, un gruppo sociale, un mestiere, per ciò che rappresenta, per le conseguenze che comporta.

Vediamo esempi di condannare:

Non puoi condannarmi per averti tradito una sola volta!

Non condannarmi solo perché la penso diversamente da te.

Condanniamo chiunque usi la violenza.

Condannare l’operato di un arbitro per aver assegnato un rigore dubbio mi sembra esagerato.

Non basta condannare il comportamento di Giovanni; occorre anche impedirgli di fare del male alle persone.

Demonizzare” ha quindi un’accezione più forte e spesso viene usato in situazioni in cui si vuole enfatizzare la malvagità o la pericolosità di ciò che si sta descrivendo.

Ecco alcuni esempi:

La Guerra va demonizzata sempre e comunque. Senza se e senza ma.

La stampa ha demonizzato la figura del politico, presentandolo come un mostro. Non sempre è così però.

La società ha demonizzato la figura del tossicodipendente, senza considerare i suoi problemi di salute mentale.

In questo periodo storico, molti gruppi sociali sono stati demonizzati e perseguitati.

Nella campagna elettorale, la figura del candidato è stata demonizzata dai media.

Hartmut: In alcuni Paesi, malgrado il progresso raggiunto, l’omosessualità viene ancora demonizzata da alcune fazioni conservatrici.

Il conflitto tra le due nazioni ha portato alla demonizzazione reciproca delle rispettive culture.

Per iscriversi alla facoltà di medicina bisogna superare un test. C’è chi demonizza questo test ma c’è anche chi è d’accordo.

Rispetto a condannare, demonizzare ha dunque un tono più forte e negativo, è meno legato a singoli fatti e comportamenti singoli e si usa per considerare qualcosa in modo estremamente negativo e pericoloso, senza possibilità di redenzione. Dall’inferno non si torna!

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911 Incorniciare

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Incorniciare

Giovanni: episodio n. 911 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Adesso che abbiamo fatto la nostra foto, dopo aver ben inquadrato il soggetto da fotografare (ricordate l’ultimo episodio?) potete finalmente stampare la foto e, se siete soddisfatti del risultato, potete anche incorniciarla e appenderla al muro per mostrarla a tutti.

Se invece non è una foto da incorniciare, allora fatene un’altra!

Willemijn: Tutto questo per farvi capire come si usa il verbo incorniciare, che come abbiamo anticipato nell’episodio scorso, significa inserire in una cornice, come si fa con un bel quadro o appunto con una fotografia.

Giovanni: avete appena ascoltato la voce di Willemijn, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che mi aiuta oggi in questa spiegazione. Allora, l’uso che ne ha fatto Willemijn nell’esempio sopra è nel suo significato proprio: una foto da incorniciare, cioè che merita di essere incorniciata, che vale la pena incorniciare.

Willemijn: Ma è l’utilizzo figurato che come al solito ci piace di più.

L’uso figurato di questo verbo è intuibile facilmente, poiché non solamente i quadri e le foto si possono incorniciare.

Nello sport si usa spessissimo per indicare una prestazione splendida, una performance eccezionale, una gara perfetta, una partita, una vittoria coi fiocchi. In tutti questi casi possiamo dire:

La Roma ha fatto una prestazione da incorniciare.

La performance della ballerina è stata da incorniciare.

Veramente una gara da incorniciare da parte dello sciatore italiano. Non ha sbagliato niente.

La finale del campionato del mondo è stata una partita da incorniciare da parte dell’Argentina e della Francia.

Una vittoria da incorniciare per l’Italia.

Giovanni: anche in questi casi si parla di qualcosa degno di essere mostrato e ricordato, di una prestazione in cui non è stato sbagliato nulla. Qualcosa di perfetto. Si può trattare, ma più raramente, anche di una bellissima partita, di una gara da ricordare per la sua bellezza o emozioni che ha suscitato.

È molto simile all’espressione “coi fiocchi” che abbiamo spiegato, ma molto più adatta nel caso di prestazioni, performance, vittorie e comunque meno informale.

Willemijn: Posso ugualmente dire che sto parlando di qualcosa di memorabile.

Questo aggettivo però può essere usato anche in senso inverso. Ad esempio:

La sconfitta dell’Italia contro la Macedonia del Nord del marzo 2022 è sicuramente un evento memorabile.

Giovanni: Se infatti si può dire che una sconfitta è memorabile, di contro, non esiste una sconfitta da incorniciare.

Memorabile è un evento contrassegnato da eccezionalità o importanza, qualcosa di grandioso, il cui ricordo è destinato a durare nel tempo. Molto simile a indimenticabile, che a sua volta direi che è più romantico come aggettivo ( molto più utilizzato). Un viaggio può essere descritto come indimenticabile, soprattutto se fatto col proprio partner. Memorabile forse è troppo in questo caso.

Willemijn: Si tratta di eventi ritenuti degni di essere ricordati, ma ci deve essere una prestazione di qualche tipo, dove emerge la qualità di una persona o di una squadra.

Non posso dire ad esempio che il Natale è una festa da incorniciare o che il mondiale di calcio è un evento da incorniciare.

Posso anche riferirmi a delle pagine di un libro che mi sono particolarmente piaciute e che mi piacerebbe, idealmente, metterle in mostra come un quadro per guardarle e trarre ispirazione.

Giovanni: Esiste anche la locuzione “da manuale“, abbastanza simile. “Da manuale” dà più l’idea di un esempio tipico di qualcosa eseguito in modo perfetto: un’operazione da manuale, un goal da manuale (il manuale del calcio).

Come se ci fosse ogni volta un manuale delle istruzioni (non sempre esiste in realtà) su come si deve fare qualcosa e adesso sto parlando di qualcosa eseguito perfettamente, proprio come c’è scritto sul manuale. Anche in questo caso si apprezza l’operato di una persona che nonostante le difficoltà, ha eseguito alla perfezione una qualche attività. Abbastanza simile a “da incorniciare” ma forse più adatto a questioni tecniche.

Poi, a dirla tutta, anche una rapina in banca può essere condotta “da manuale” (sarebbe il manuale del perfetto rapinatore!). Usare da “incorniciare” in questo caso non è adatto perché generalmente non si usa nel caso di azioni moralmente o eticamente scorrette come una rapina, ancorché perfette nella sua esecuzione.

Nell’uso figurato di “da incorniciare” si usa sempre la preposizione “da”. (ma proprio a me deve toccare parlare di grammatica?). Comunque, in questo caso indica un’azione che merita qualcosa.

Accade la stessa cosa con altri verbi e a volte la frase fornisce un’indicazione simile.

Altre volte cambia un po’: può indicare qualcosa che vale la pena fare, o qualcosa di obbligatorio, o qualcosa che non si può evitare (siamo lì), una conseguenza o anche una specifica particolare o una possibilità.

Es:

Una macchina da esibire (vale la pena, merito, una possibilità)

Un compito da fare (obbligatorio, inevitabile)

Vorrei qualcosa da mangiare e da bere (una specifica)

Io non ho null’altro da aggiungere (una specifica)

Tu hai qualcosa da dire? (una specifica)

Mi piaci da morire, sei bella da impazzire (una conseguenza, un merito)

Un tramonto da ammirare (una possibilità, un merito)

Willemijn: E adesso un bel ripasso da ascoltare e da incorniciare realizzato da Peggy.

Hartmut: Ragazzi, avete anche voi sentito dire che la nostra fabbrica è sull’orlo del precipizio? Penso abbia un fondamento di verità, tant’è vero che ci hanno chiesto di consumare le ferie in questo periodo, qualora ne avessimo ancora, il che non è mai avvenuto in passato. Anzi, abbiamo sempre dovuto fare gli straordinari, persino di domenica, non solo nei giorni infrasettimanali.

Marcelo: risulta anche a me! Quest’anno i nostri ordini sono quasi ridotti ai minimi termini. Senza contare che è imminente la scadenza del finanziamento da parte dell’unione europea per il nostro nuovo progetto. Numerosi clienti insolventi non saldano i conti in sospeso, e, dulcis in fundo, il caro bolletta ora ci sta anche uccidendo.

Anne Marie: sei sempre al corrente di tutte le notizie. Che tu sappia, il nostro capo ha deciso sul da farsi? Ha trovato qualche accorgimento per ovviare a questa difficoltà finanziaria?

Edita: A questo punto, non posso esimermi dall’informarvi che il direttore ieri ha adottato la decisione di ricorrere ai licenziamenti per contenere le spese, segno che vuole liquidare qualche dipendente che rende poco, tra cui ci sarà Peggy di sicuro. A breve il capo detterà ufficialmente le sue disposizioni. Dunque, siate discreti, mi raccomando, e in questo periodo cercate di comportarvi come si deve.

Peggy: Ah! Veramente? Non avevo realizzato la gravità di questa terribile situazione. Ma, mi stai predisponendo al peggio? Per favore, non dirmi “donna avvisata mezza salvata”. Cosa devo fare ora? Chiamare in causa la speranza, scomodare Dio, o mi attacco al tram? Aiuto!

Segue una veloce spiegazione orale del ripasso

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