Distinguersi per

Distinguersi per (ep. 1162)

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Trascrizione

Continuiamo a parlare di cose che separano o, se vogliamo, distinguono una cosa dall’altra, sulla scia dell’ultimo episodio in cui abbiamo visto il discrimine e la discriminante.

Il verbo distinguere lo conoscete tutti vero?

Distinguere è, prima di tutto, un atto di osservazione e di giudizio. Quando distinguiamo, separiamo mentalmente o fisicamente due o più cose, basandoci sulle loro peculiarità. È un esercizio dell’intelletto, una capacità di distinguere, di discernere (questo verbo lo dobbiamo ancora spiegare ma si capisce vero?), di vedere oltre l’apparenza, di riconoscere ciò che rende unico ogni elemento rispetto agli altri.

Ad esempio, distinguere un suono da un altro richiede attenzione, un ascolto che sa cogliere le note sottili e le variazioni impercettibili. Distinguere tra il bene e il male, invece, richiama un giudizio morale, una capacità di valutare non solo ciò che appare, ma ciò che è intrinsecamente giusto o sbagliato.

Il termine si estende anche a situazioni più concrete: distinguere un oggetto in lontananza significa percepirlo con chiarezza nonostante la distanza o le condizioni difficili. In questo senso, distinguere non è solo un atto mentale, ma anche fisico, legato ai nostri sensi.

Esiste anche la forma riflessiva: distinguersi. Quando diciamo che una persona “si distingue”, intendiamo che possiede una qualità o una caratteristica che la rende diversa, migliore, o semplicemente unica rispetto agli altri. Chiaramente non solo le persone possono distinguersi. Basta avere una caratteristica che fa la differenza rispetto al resto per distinguersi.

E’ interessante che per richiamare questa caratteristica si utilizzi la preposizione “per“: distinguersi per una caratteristica.

Distinguersi per” è una modalità che porta un individuo o qualcosa a emergere dal contesto circostante, a differenziarsi, appunto, per una qualità o un comportamento specifico. Tale locuzione porta con sé un’eco di “contraddistinguere“, un verbo che segna una linea di demarcazione, un marchio, una peculiarità che rende qualcosa o qualcuno unico rispetto al resto. Abbiamo già incontrato in episodi passati sia il verbo contraddistinguere, sia le peculiarità e le prerogative, quindi sapete di cosa parlo.

La peculiarità è esattamente la caratteristica di cui si parla, la cosa per cui una persona o una cosa si distingue rispetto al resto. Quindi una persona, ad esempio, di può distinguere per la sua educazione. In pratica si nota la differenza rispetto agli altri perché questa persona è più educata. E’ la sua educazione la caratteristica che emerge prima delle altre. Parliamo di un cosiddetto “tratto distintivo“, una caratteristica che emerge e si evidenzia.

Nell’audiolibro dei segni zodiacali, se ricordate, abbiamo visto i vari tratti distintivi delle persone a seconda del loro segno zodiacale (ovviamente lo abbiamo fatto per scopi esclusivamente legati alla lingua italiana). Abbiamo visto che ogni segno si distingue per una caratteristica particolare.

I pesci ad esempio si distinguono per la loro capacità di sognare e connettersi con le emozioni più profonde, invece il capricorno si distingue per la sua ambizione e dedizione.

Parliamo di ciò che definisce un individuo come speciale, ciò che gli conferisce una prerogativa, un diritto o una qualità esclusiva, che diventa il motivo per cui viene ricordato o riconosciuto.

Questa nozione si collega anche all’idea di “fare un distinguo“, un’espressione che abbiamo non a caso già incontrato e che richiama l’arte sottile della differenziazione, del tracciare confini. “Fare un distinguo” implica il mettere in luce le sfumature, le discrepanze, i punti di discrimine, una parola che indica ciò che separa nettamente una cosa dall’altra, ciò che definisce i limiti tra categorie apparentemente simili ma profondamente diverse.

Il discrimine, infatti, come abbiamo visto, è il confine, il segno che separa ciò che appartiene da ciò che è escluso. È la radice anche di “discriminante“, che si riferisce a un criterio di valutazione, un elemento decisivo che permette di stabilire una differenza significativa.

Così, quando qualcuno “si distingue per”, una caratteristica, emerge come elemento discriminante nel suo contesto, portando con sé una qualità che funge da simbolo, da marchio della sua identità. È il momento in cui la differenza si fa valore, in cui il tratto distintivo non è solo una linea di confine, ma diventa il motore di un’identità e di una visione. Questo è il contesto in cui si preferisce usare “distinguersi per”.

Ad esempio, si può dire che un artista si distingue per la sua capacità di catturare l’essenza del reale, un leader per la sua visione carismatica, una cultura per la sua ricchezza simbolica. Tutto ciò implica una forma di riconoscimento, un atto di attribuzione che dà significato alla diversità, trasformandola in una prerogativa.

Infine, “distinguersi per” implica sempre un dinamismo: non è una qualità statica, ma un processo continuo, un “farsi notare” che richiede sforzo, dedizione, o talvolta anche una tensione drammatica verso un ideale. Riflette una aspirazione, un desiderio. È un’azione che rivela la profondità di ciò che siamo, nel confronto con ciò che non siamo.

Per cosa si distingue Italiano Semplicemente? Chiediamolo a Chatgpt. Ecco al sua risposta:

Italiano Semplicemente si distingue per la sua capacità di rendere l’apprendimento della lingua italiana accessibile, naturale e piacevole, specialmente per gli stranieri. La sua peculiarità risiede nell’approccio pratico e informale, che combina la spiegazione delle regole grammaticali con l’uso concreto della lingua nella vita quotidiana.

Infine voglio farvi notare che a seconda dei casi, si può sostituire la preposizione “per” con qualcos’altro. Es:

Marco si è distinto in matematica durante gli studi universitari.

In questo caso si vuole evidenziare un ambito o un campo specifico.

Giovanna si distingue grazie alla sua determinazione e costanza.

Qui si vuole attribuire il merito della distinzione a una causa precisa.

Si è distinto per mezzo della sua capacità di leadership.

Questa è una variante più formale che sottolinea il mezzo o la modalità.

Volendo possiamo anche dire:

Si distingue tramite/attraverso il suo approccio innovativo al lavoro.

Questa modalità è più neutra ed è riferita al processo o al metodo

Adesso mi piacerebbe che qualche membro dell’associazione mi parlasse delle proprie caratteristiche. La domanda a cui vi chiedo di rispondere è la seguente: per cosa ti distingui o per cosa ti sei distinto in passato? Nel rispondere cercate di utilizzare il maggior numero di parole o verbi o espressioni affrontate in passato.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Il discrimine e la discriminante

Il discrimine e la discriminante

(ep. 1162) (scarica audio)

Trascrizione

Un paio di episodi fa avevo promesso di parlare del discrimine, quindi eccomi qui.

Parliamo anche del verbo discriminare e del sostantivo discriminante.

Discrimine” è un termine interessante e non sempre di immediata comprensione.

Questo sostantivo indica una specie di linea di separazione o un criterio distintivo tra due o più cose.

È usato spesso in contesti formali, filosofici, giuridici o accademici, per indicare ciò che distingue un concetto da un altro, o ciò che divide due categorie.

Ad esempio:

Il discrimine tra il bene e il male non è sempre chiaro.

In questo caso, il discrimine è il confine, il criterio che permette di separare il bene dal male. Non si parla di qualcosa di materiale, ma di una linea concettuale, spesso soggettiva o contestuale.

In senso più generale, “discrimine” si utilizza quando si vuole evidenziare un elemento che fa la differenza. Ad esempio:

L’età è il discrimine per accedere a questo concorso.

In questa frase, il discrimine è il criterio che stabilisce chi può partecipare e chi no.

Col verbo “discriminare” non siamo molto lontani.

“Discriminare” significa letteralmente “distinguere” o “fare una distinzione”, tuttavia, nel linguaggio comune, è usato prevalentemente con una connotazione negativa, riferendosi a un trattamento ingiusto o sfavorevole basato su differenze come razza, sesso, religione, ecc.

Ad esempio:

Non si può discriminare una persona per il colore della sua pelle.

Qui “discriminare” significa trattare in modo ingiusto sulla base di un criterio arbitrario o sbagliato.

In contesti più tecnici, come nella logica o nella statistica, “discriminare” può anche essere usato in modo neutro per indicare l’atto di distinguere tra due o più opzioni. Ad esempio:

Il test serve a discriminare tra due ipotesi.

In questo caso, il termine mantiene un significato strettamente descrittivo.

Notare che il discrimine può sembrare simile alla discriminazione, perché entrambi distinguono, ma il discrimine è neutro e non implica un giudizio e un’azione concreta.

Invece la discriminazione è un’azione: si tratta di trattare in modo diverso, spesso ingiusto, una persona o un gruppo, sulla base di criteri come razza, genere, religione, ecc.

Ha quasi sempre una connotazione negativa nel linguaggio comune, anche se tecnicamente significa semplicemente “distinguere”.

Infine, abbiamo “discriminante“, aggettivo legato al verbo discriminare. Infatti è proprio ciò che discrimina, che opera una discriminazione.

una legge discriminante nei confronti delle donne

Questa legge evidentemente discrimina le donne nei confronti degli uomini.

Ok, così lo usiamo come aggettivo, ma esiste anche la discriminante.

La discriminante è qualcosa che discrimina, cioè è un fattore o un aspetto che risulta determinante per esprimere un giudizio o fare una scelta tra cose analoghe..

Es:

tra i due modelli di automobile la discriminante è il prezzo.

Quindi la discriminante è ciò che guida la scelta, ciò che fa la differenza nella scelta, ciò che rende un modello diverso dall’altro. Torniamo al concetto di linea di separazione, di criterio distintivo tra due o più cose.

Allora quale è la differenza tra il discrimine e la discriminante?

Se parliamo di scelte, la discriminante è ciò che si usa per decidere, mentre il discrimine è ciò che distingue.

Se non parliamo di scelte, la discriminante è un elemento che distingue o che caratterizza qualcosa rispetto ad altro, quindi è un elemento distintivo che può servire a fare una scelta o a spiegare una differenza.

In altre parole, il termine discrimine è simile proprio a “differenza”, “linea di separazione” tra due cose, mentre la discriminante è simile al concetto di “fattore decisivo” alla base della scelta o il criterio che determina o che distingue.

Vediamo altri esempi con discrimine e discriminante.

Il discrimine tra il lavoro serio e il dilettantismo è l’impegno.

Cosa distingue il lavoro serio dal dilettantismo? Qual è il discrimine? È l’impegno.

È la linea di separazione tra due approcci diversi al lavoro. È ciò che fa la differenza.

Il discrimine tra verità e bugia può essere difficile da individuare.

Parliamo di un confine concettuale tra due opposti.

Il discrimine tra una critica costruttiva e un insulto sta nel rispetto.

Se c’è rispetto è una critica costruttiva, altrimenti è solo un insulto.

La capacità di assumersi responsabilità è il discrimine tra maturità e immaturità.

Il discrimine tra giustizia e vendetta è spesso l’intenzione che guida l’azione.

Parliamo di un confine morale. È l’intenzione a fare la differenza.

Passiamo alla discriminante.

Il coraggio è stata la discriminante che ha permesso di vincere la sfida.

Stavolta parliamo di un elemento decisivo, un fattore determinante.

Nel decidere chi invitare alla festa, la discriminante è stata la vicinanza.

Perché Paolo è stato invitato e io no? Quale è stata la discriminante?

Qual è stato il fattore determinante per la scelta? La vicinanza, la distanza tra le abitazioni. Coloro che abitano vicino sono stati invitati, gli altri no.

La preparazione è stata la discriminante nel successo di quel progetto.

È evidentemente la preparazione l’elemento decisivo che ha fatto la differenza.

L’onestà è stata la discriminante tra i candidati al premio.

Parliamo del criterio principale di valutazione. I candidati sono stati scelti in base alla loro onestà.

La rapidità nella risposta è stata la discriminante per scegliere l’azienda migliore.

Anche stavolta parliamo del fattore concreto che ha determinato una decisione.

Adesso facciamo un ripasso degli episodi precedenti. Qual è la discriminante che guida la scelta degli episodi da ripassare?

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Christophe: Secondo me, il discrimine dovrebbe essere quanto ci servono nella vita quotidiana. Ad esempio, quando uso il “non pleonastico”, non sempre mi accorgo se è necessario o no, ma non appena mi sentirò più sicuro, stai sicuro che lo userò tantissimo.

Anne Marie: Già! Anche io mi confondo con questo “non”, pleonastico o meno, soprattutto quando dico cose tipo: Non è che non lo so, è che, vuoi o non vuoi, mi sbaglio spesso.

Irina: io prediligo frasi più colloquiali, tipo: Come ti dona! L’altro giorno l’ho detto a un’amica che aveva un vestito nuovo, e sembrava felice.

Khaled: E’ una frase che fa molto italiano! La stessa cosa vale per “sui generis: Il tuo stile, ad esempio, è davvero sui generis, mi piace!.

Sofie: E come la vedete se chiudiamo il nostro ripasso con qualcosa di elegante, tipo: Dulcis in fundo, possiamo rivedere le espressioni più utili per scrivere messaggi formali. Non vorrei mettere in difficoltà il prossimo però!

Membro 6: Raccolgo la sfida! È nelle cose che, ripassando insieme, riusciamo a conseguire una maggiore sicurezza con l’italiano. Mica male eh?iscriviti

Chiamarsi fuori e dare forfait: significato e differenze

Chiamarsi fuori e dare forfait

(ep. 1160)

Trascrizione

Chiamarsi fuori e dare forfait

Sapete cosa significa “chiamarsi fuori”?

Chiamarsi fuori” è un’espressione italiana che si usa per indicare che una persona decide di non partecipare a qualcosa, tirandosi indietro o escludendosi da una situazione.

Ad esempio, se un gruppo di amici decide di organizzare una partita di calcio, ma una persona non vuole partecipare, potrebbe dire:

“Io mi chiamo fuori, non fa per me.”

Significa quindi che questa persona non vuole essere coinvolta, che si tira indietro e non prende parte all’attività.

Ma attenzione: “chiamarsi fuori” può essere usato anche in situazioni più serie, come un dibattito, una decisione importante o un conflitto. Immaginate una discussione accesa tra colleghi sul lavoro. Uno di loro, stanco della situazione, potrebbe dire:

Mi chiamo fuori, non voglio avere niente a che fare con questa discussione.

Non puoi chiamarti fuori, dobbiamo raggiungere la maggioranza

Chi si chiama fuori non potrà chiedere aiuto quando ne avrà bisogno

L’espressione trasmette il desiderio di non essere coinvolti, spesso per evitare conflitti o responsabilità.

Se ad esempio in un team qualcuno chiede: “Chi vuole occuparsi di questo progetto?”, una persona può rispondere:

Mi chiamo fuori, non posso occuparmene ora.

Qui la persona si sottrae alla responsabilità di un compito.

“Chiamarsi fuori” può anche indicare la volontà di evitare una situazione rischiosa o potenzialmente problematica. Ad esempio:

In una discussione, se il tono di una conversazione si fa acceso, qualcuno può dire:

Mi chiamo fuori, non voglio litigare.

Qui la persona sceglie di non esporsi al rischio di un conflitto.

A volte non ci sono né rischi né responsabilità, ma semplicemente una scelta personale di non partecipare. Ad esempio:

Se un gruppo di amici organizza un’uscita, ma una persona non è interessata, può dire:

Mi chiamo fuori, stasera preferisco restare a casa.

Il contesto e il tono in cui viene usato aiutano a capire il motivo dell’auto-esclusione.

L’espressione è simile a “dare forfait“. Il termine forfait, di chiara origine francese, lo abbiamo già incontrato in un passato episodio di italiano commerciale dedicato ai pagamenti forfettari. Dare forfait però non ha niente a che fare coi pagamenti.

Le due espressioni *dare forfait” e “chiamarsi fuori” hanno significati simili perché in entrambi i casi si tratta di non partecipare a qualcosa, ma ci sono differenze nel contesto e nell’uso.

Chiamarsi fuori” implica una scelta volontaria, spesso fatta prima di iniziare un’attività o una discussione. È una decisione che si prende per evitare un coinvolgimento attivo, sia per responsabilità, sia per disinteresse o altro.

La motivazione può essere disinteresse, mancanza di tempo o evitare problemi.

Dare forfait” si usa invece quando qualcuno rinuncia a partecipare dopo aver inizialmente accettato. Spesso è dovuto a motivi personali, come malessere, imprevisti o difficoltà. Infatti un forfait in questo caso è un abbandono, un ritiro. Non parliamo quindi di un accordo o di una somma fissa, predeterminata, come nel caso di “pagare un forfait“.

Vediamo un esempio col senso di abbandono:

Avrei dovuto venire alla partita, ma devo dare forfait perché non sto bene.

Qui c’è un senso di ritiro per una causa specifica, spesso imprevista.

Inoltre, “chiamarsi fuori”: di solito si manifesta come una presa di posizione chiara e anticipata.

“Dare forfait” invece, come ho detto, è un ritiro, spesso all’ultimo momento.
Inoltre “dare forfait” si usa in contesti più specifici, come eventi, incontri, partite sportive o appuntamenti, e spesso ha un tono di rammarico.

Il tennista ha dato forfait a causa di un infortunio.

Mi spiace, devo dare forfait per la cena di stasera.

Oggi faremo un ripasso che è un augurio per il nuovo anno. Lo faremo usando 4 versioni diverse, ognuna delle quali usa parole che appartengono a categorie diverse. Usiamo le 4 categorie usate da Dante Alighieri nell’opera “de vulgari éloquentia“.

Le categorie individuate sono le seguenti: lisce, aspre, piane e scivolose.

Le parole lisce (levia) hanno un suono dolce, fluido e armonioso. Sono usate per dare eleganza e grazia al discorso.

Le parole aspre (aspera) hanno un suono ruvido o duro, che trasmettono forza o asprezza.

Le parole piane (plania) hanno un ritmo regolare e stabile, senza particolari asperità o dolcezze.

Infine, le parole scivolose (volubilia) sembrano fluide e veloci, capaci di scivolare nella pronuncia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

_Parole asperae (aspre):_

Marcelo: Che il nuovo anno spezzi ogni catena, squarci le ombre e sortisca il trionfo di una volontà capace di resistere e corroborare le imprese più ardue.

_Parole planæ (piane):_

Ulrike: Che l’anno nuovo porti pace, serenità e dolcezza, ristabilendo l’armonia e concorrendo a costruire un mondo più giusto.

_Parole scivolose (lèvitas):_

Hartmut: Fluisca il tempo come un ruscello limpido, glissando sulle difficoltà, sortendo leggerezza e recando solo gioia nei cuori.

_Parole lenes (liscie):_

Edita: Che ogni alba del nuovo anno sorga dolcemente, accreditando speranze nuove, perfezionando i nostri desideri e diramando pace nell’animo.

 

L’impossibile e la qualunque

L’impossibile e la qualunque

(ep. 1160)

Trascrizione

Un uso particolare e informale del termine “impossibile” è quando si vuole indicare un eccesso.

Se dico ad esempio:

Mi sono mangiato l’impossibile.

Voglio dire che ho mangiato tantissime cose, tante da far impressione. Si parla anche di una vasta varietà di cose, molte cose diverse. C’è un eccesso nella quantità e nella varietà in questo caso.

“L’impossibile” si usa chiaramente anche in modo più letterale, per riferirsi a qualcosa che è effettivamente impossibile o estremamente improbabile.

Es:

Ho fatto di tutto per te, ma non puoi chiedermi l’impossibile

Cioè: non puoi chiedermi ciò che non è possibile fare.

Oggi però vorrei sottolineare l’uso informale legato alla quantità e alla varietà.

Una modalità alternativa, che fa parte sempre del linguaggio colloquiale è “la qualunque“. Ci sono delle differenze però, seppur entrambe possano essere usate per indicare un eccesso. Vale la pena di vederle con alcuni esempi.

L’impossibile Indica qualcosa di straordinario, incredibile o fuori dall’ordinario. Quando si dice ad esempio “mi sono mangiato l’impossibile”, si vuole esprimere l’idea di aver mangiato tantissimo, forse anche più del ragionevole, raggiungendo un livello quasi “oltre i limiti”.

Il tono esprime enfasi puntando sul concetto di eccezionalità.

Non si usa solamente col mangiare. Possiamo usare diversi verbi

Per preparare la festa, ho fatto l’impossibile!

Ho fatto dunque uno sforzo straordinario.

In genere si parla di una quantità di qualcosa, una quantità evidentemente eccezionale, esagerata; dunque nel caso del cibo (mangiare l’impossibile) o nel caso si parli di bere (ho bevuto l’impossibile) si adatta perfettamente.

Nel caso di “fare l’impossibile” ci si riferisce più a un grande sforzo, uno sforzo straordinario o un grande impegno, ma volendo potremmo riferirci ad una notevole quantità di cose diverse.

Parliamo di una quantità eccezionale di cose anche quando usiamo il verbo comprare.

es.

ho comprato l’impossibile

Oppure ci riferiamo a un mix tra un livello di intensità che supera i limiti e una quantità di qualcosa.

es.

un tizio voleva rubarmi il parcheggio ed io gli ho urlato contro l’impossibile

Col verbo vedere, posso dire ad esempio:

In una settimana a Roma abbiamo visto l’impossibile.

Cioè abbiamo visitato una quantità enorme di posti, più del previsto.

Leggermente diverso è il senso di “la qualunque“, una locuzione curiosa che si riferisce a qualcosa di generico o non specifico, senza particolari criteri o qualità distintive.
Dire ad esempio “mi sono mangiato la qualunque” significa che si è mangiato tutto ciò che si trovava a disposizione, senza selezionare.

Il tono è più ironico e informale, spesso usato per sottolineare un atteggiamento poco selettivo o casuale.

Es:

Da quando ho fatto l’abbonamento a Netflix mi sono guardato la qualunque.

Cioè ho guardato di tutto, senza badare alla qualità. Sì, parliamo anche di una grande quantità di cose: serie o film, ma a seconda dell’occasione, si sottolinea maggiormente la scelta casuale, l’indifferenza verso la scelta piuttosto che la quantità. Nel caso volessi sottolineare la quantità meglio usare “mi sono guardato l’impossibile”

Es:

Per giustificare la mia assenza all’appuntamento ho detto la qualunque.

Cioè potrei aver detto tante cose diverse, ma soprattutto ho parlato senza senso o coerenza, dicendo di tutto.

Altro esempio:

Al buffet in ufficio mi sono mangiato la qualunque.

E’ vero che ho mangiato tante cose, ma più che altro significa che ho mangiato qualsiasi cosa trovassi, senza fare differenze.

D’altronde il termine “qualunque” porta già in sé il significato di qualcosa di generico, non specifico, che non si distingue per particolari caratteristiche o qualità. “Qualunque” ha una valenza di generalità e di indifferenza verso criteri di selezione. Qualunque significa in questo caso cose “di qualsiasi tipo”. Quindi, dire “qualunque” implica che l’attenzione scelta non c’è stata, accettando o considerando qualsiasi cosa, senza distinzione.

Dire “la qualunque” è simile quindi a “qualunque cosa” o “una qualunque cosa“, che però sono forme più adatte per selezionare una solo cosa tra tante.

Es:

dammi un PC qualunque, non è importante

Inoltre è adattabile a contesti formali o informali. Invece “la qualunque” ci comunica anche un senso legato alla quantità, oltre al tono ironico, umoristico o sarcastico, quindi spesso si utilizza in modo spregiativo.

Es:

Non ti sai mai regolare. alla festa hai mangiato e bevuto la qualunque.

Si tratta di una modalità che usano perlopiù persone mediamente più colte di altre, nonostante “la qualunque” non sia una forma grammaticalmente corretta. E’ una cosiddetta “forzatura grammaticale”, che però ha lo scopo di dare espressività a ciò che si sta affermando.

Ricapitolando:

“L’impossibile”: Sottolinea un eccesso straordinario e fuori dal comune. Quindi se vuoi enfatizzare l’eccesso in termini di quantità o sforzo puoi usare “l’impossibile”.

“La qualunque”: Mette l’accento sull’indifferenza verso la scelta, indicando un approccio casuale o disordinato. Quindi se vuoi sottolineare la mancanza di criteri o il carattere indiscriminato usa “la qualunque”. Sottolineare il carattere indiscriminato significa evidenziare che qualcosa è stato fatto, scelto o realizzato senza alcun criterio logico o selettivo, in modo casuale o disordinato. In altre parole, si tratta di un’azione o di una decisione che non segue regole, preferenze o priorità chiare, ma avviene in modo indiscriminato, cioè senza fare distinzioni, senza fare alcun discrimine. Questo termine lo vediamo meglio in un prossimo episodio.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.

Marguerite: Allora, chi porta il panettone quest’anno? Ci pensa Marcelo? Ma non vorrei fare i conti senza l’oste! Sarà d’accordo? Chi lo sa!

Marcelo: non saprei, ma mi sa che tocca a te quest’anno. Comunque: Ambarabà ciccì coccò, la conta l’hai persa tu!

Anne Marie: Mannaggia a te, mannaggia! Non prendere in giro perché L’anno scorso hai portato un pandoro che lasciava molto a desiderare

Edita: Ma smettetela di cazzeggiare, dai! Io comunque preparo l’arrosto, così sarà la morte sua con un bel contorno di patate al forno.

Hartmut: Va bene, va bene, però occhio: se sbagliamo qualcosa, la zia Maria ci farà vedere i sorci verdi.

Karin: Per carità, attenti! Checché ne dica zia Maria comunque, l’importante è stare insieme.

Julien: ragazzi, male che vada, mal comune mezzo gaudio! È Natale anche per condividere i cazziatoni di zia Maria.iscriviti

Non ho capito io!

Non ho capito io!

(ep. 1159) (scarica audio)

Trascrizione

non ho capito io!

Ricordate quando abbiamo parlato dell’espressione ‘hai capito!’? Ebbene, ricorderete che il significato dell’espressione ha poco a che fare con il suo significato letterale. Piuttosto esprime un mix tra incredulità e stima.

Bene, un discorso analogo avviene con l’espressione ‘Non ho capito’ oppure ‘non ho capito io!’.

Si tratta ancora una volta di un’esclamazione, e non esprime il senso letterale. Non si tratta infatti di una mancata comprensione di qualcosa.

“Non ho capito io!” è invece un’espressione breve, diretta e molto potente. A prima vista potrebbe sembrare solo un modo per dire che qualcosa non è chiaro (in effetti può usarsi anche in questo modo, con un altro tono però) ma il suo significato può cambiare completamente in base al contesto e proprio al tono che si usa.

Spesso, infatti, questa frase non esprime un’incomprensione vera e propria, ma diventa una dichiarazione enfatica per sottolineare un diritto, una posizione chiara e non negoziabile.

Vediamo insieme cosa significa esattamente e come si usa.

Questa espressione, quando usata in modo deciso, equivale a dire:

Questa cosa deve essere chiara!

Non ci sono dubbi, è un mio diritto!

Non scherziamo, le cose stanno così!

Espressioni simili, più brevi, possono essere:

Ma guarda un po’!

Ma pensa tu!

Non scherziamo!

Ma ti pare! (anche questa espressione l’abbiamo già spiegata)

L’attenzione è tutta sull’”io”, che tuttavia possiamo anche omettere. Chi parla vuole far capire che è sicuro della propria posizione e che ciò che sta affermando è evidente, giusto e non discutibile. È una rivendicazione, una sorta di “punto esclamativo” che chiude il discorso.

Come si usa?

“Non ho capito io!” si usa spesso in situazioni di confronto o quando si vuole mettere in chiaro qualcosa. Non serve aggiungere molto altro: il tono deciso e l’enfasi bastano per comunicare il proprio messaggio.

Facciamo qualche esempio. Tengo a sottolineare che l’espressione è usata solo nella forma orale. Potreste trovare qualcosa di scritto sulla rete, ma non ve lo garantisco. Anche Chatgpt non vi aiuterà. Ve lo dico da subito!

Vediamo quando si tratta di rivendicare un diritto. Ricorderete che il verbo rivendicare lo abbiamo già incontrato.

Quei soldi sono miei, me li devi restituire. Non ho capito io!

Qui il significato è: “Non c’è spazio per dubbi o discussioni, è un mio diritto.” Non è certamente una richiesta di spiegazioni. Siamo spesso in una posizione di difesa più che di attacco, nel senso che qualcuno sta cercando di privarci di un diritto, di fare una ingiustizia e noi vogliamo invece dire che non è giusto!

In qualche modo, se vogliamo proprio ricondurci al significato letterale, potremmo dire “non capisco per quale motivo non debba essere così”, “non c’è motivo di pensarla diversamente e se ne esistesse uno di motivo, io non lo capisco”.

Possiamo usare l’espressione anche per far rispettare una nostra decisione. Si tratta di una personale decisione, ma non è detto. Di sicuro però chi parla esprime una sua personale opinione.

Es:

Certo che hai lo stesso diritto degli altri, non ho capito io!

Come dire che è ovvio.

Spessissimo si parla di una questione di giustizia, quindi si usa quando manca un atteggiamento giusto, una decisione equa, una parità di diritti, quindi quando c’è ad esempio un chiaro favoreggiamento, una chiara preferenza, quando non ci dovrebbe essere, per una questione di giustizia, di pari opportunità!

Tutti dobbiamo essere trattati allo stesso modo, non ho capito io!

Stiamo contestando un’ingiustizia:

Perché lui sì e io no? Non ho capito io!

Ecco, in questo caso si fatica meno a capire il senso della frase.

Si esprime un senso di ingiustizia, ma è solo una apparente richiesta di spiegazioni.

Altre volte si impone una scelta, una decisione che riteniamo comunque giusta:

Sono stato io a fare tutto il lavoro, quindi decido io. Non ho capito io!

Vuol dire: Deve essere chiaro che tocca a me decidere, non a nessun altro. E’ giusto così! Nessuno provi a dire il contrario!

In modo scherzoso o ironico si può anche usarla per enfatizzare una piccola protesta in modo leggero.

Guarda che tocca a te lavare i piatti oggi, perché è giusto che si faccia un giorno ciascuno, non ho capito io!

“Non ho capito io!” è una frase tipica del linguaggio colloquiale italiano, come ho detto, molto usata in conversazioni informali, familiari, specialmente nel sud Italia ma un po’ dappertutto.

Il tono e il contesto giocano un ruolo fondamentale: è un’espressione che si adatta bene a situazioni in cui c’è un contrasto, una rivendicazione o anche solo il desiderio di enfatizzare un concetto.

La sua forza sta nella semplicità: tre o quattro parole bastano per esprimere con chiarezza una posizione ferma. Non c’è bisogno di spiegazioni aggiuntive o di dettagli, perché il messaggio è già completo e diretto.

E’ importante usarla con il tono giusto. Deve trasmettere sicurezza, decisione e, se necessario, un pizzico di ironia. È perfetta per chiudere una discussione, ribadire un diritto, far valere la propria opinione, far valere le proprie ragioni o farsi sentire. Non sarà il massimo dell’eleganza, ma che volete!

Una esclamazione dal senso simile è “ma io non lo so!” che tuttavia è più spesso usata per esprimere irritazione o fastidio o anche un certo giudizio implicito, come se chi parla si mettesse in una posizione di superiorità morale o di perplessità rispetto all’atteggiamento o alle azioni di qualcun altro. Espressione, questa, di solito accompagnata da gesti o toni che rafforzano il messaggio, come lo scuotere la testa o un’espressione esasperata. come a dire “no”. Ricordate che abbiamo un episodio su questa espressione?

Per gli amanti della lingua romanesca comunque, un’espressione con un senso ancora più vicino è “ma che davero davero!“, che enfatizza l’incredulità verso qualcosa di inaccettabile. E’ come dire “ma sul serio?” e la ripetizione della parola ‘davvero’ (‘davero’ in romanesco) sottolinea ed enfatizza lo stupore, molto spesso per una ingiustizia, per qualcosa di ingiusto, proprio come “non ho capito io!

Ah, dimenticavo di dirvi che l’espressione di oggi si può usare solamente alla prima persona singolare. La forma è invariabile! Non esiste ad esempio “non hai capito tu!”. State infatti esprimendo un’opinione personale, a prescindere dalla persona per la quale si rivendica un diritto.

Adesso ripassiamo e siccome siamo sotto Natale, parliamo di regali di Natale:

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Ripasso a cura dei membri dellassociazione Italiano Semplicemente

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Anne Marie: io a mio fratello regalo un’agenda per aiutarlo con i suoi impegni. Lui è sempre alle prese con mille cose e non sa mai dove annotarle!

Edita: Io, invece, ho optato per qualcosa di più semplice. Regalo libri usati. Ne ho parecchi intonsi, pare brutto che nessuno li legga.

Estelle: Quant’è vero Iddio, io non voglio più sentire recriminazioni da mia sorella! Ogni Natale si lamenta per i regali che riceve. Quest’anno schiafferò sotto l’albero un buono regalo, così si compra ciò che vuole.

Marcelo: Per la cronaca, non mi sconfinfera per niente il Natale. È un continuo correre dietro a regali, decorazioni e pranzi interminabili. Poi, il Natale mi ricorda il mio gatto che non c’è più. Mi viene il magone solo a pensarci!

Julien: Dai! Non fare così. È pur sempre una festa per stare insieme. Piuttosto, durante le cene di Natale in famiglia, bisogna sempre stare sul chi vive per evitare di toccare argomenti che possono scatenare discussioni infinite.

Irina: Hai ragione, però non mi dirai che stare sul chi vive durante il Natale sia così edificante… comunque tornando a Bomba sui regali, io ormai faccio regali neutri e utili a tutti, così mi paro il culo ed evito che qualcuno abbia da ridire!

Mariana: sei sempre stato un paravento tu!

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