Maternità e paternità (ep. 988)

Maternità e paternità (scarica audio)

foto dal museo delle civiltà a Roma
Un’immagine rappresentante la maternità – museo delle civiltà di Roma

Trascrizione

Chi di voi, oltre ad essere figlio o figlia, è anche madre o padre?

L’argomento di oggi è proprio il concetto di maternità e paternità. Sapete la differenza? Certo… è evidente, ma ne esiste anche un’altra meno evidente.

Infatti mentre la maternità ha sempre a che fare con il fatto di essere madre e quindi con i figli, non è lo stesso per la paternità.

Il termine paternità, se da una parte indica il rapporto di parentela che unisce il padre al figlio (o figlia), sul piano sia affettivo che giuridico, dall’altra può indicare anche l’appartenenza di qualcosa.

Ad esempio, se io sono l’autore di un libro, posso dire che ho la paternità di quel libro. Sono io l’autore del libro. Badate bene, non significa che il libro è mio nel senso che appartiene a me (perché l’ho acquistato) ma che l’ho scritto io.

Lo stesso vale per qualunque opera, nel senso più ampio del termine.

Es:

la paternità di quest’opera è incerta, il che significa che l’autore non è sicuro, non si sa chi ha realizzato quest’opera.

Non posso usare “maternità” allo stesso modo.

Anche una semplice idea può avere una paternità:

Allora anziché dire: di chi è stata l’idea? Si può dire: “a chi appartiene la paternità dell’idea?”

Dei verbi che si usano spesso con questa particolare tipologia di paternità sono: appartenere, assumere, detenere e rivendicare. Non sono gli unici però come vedremo tra poco.

Questi verbi possono essere utilizzati ad esempio in riferimento ai diritti di autore e alla proprietà intellettuale. La proprietà intellettuale è un concetto legale che si riferisce alla protezione giuridica dei diritti legati a opere creative, invenzioni e idee.

La paternità comunque può non solo rispondere alla domanda: “chi è l’autore?”, ma anche più genericamente “chi è stato?”. Possiamo parlare di diritti ma anche di responsabilità.

Vediamo alcuni esempi:

L’autore ha rivendicato la paternità del romanzo bestseller.
Il regista discuteva della paternità dell’idea alla base del film durante un’intervista.
L’inventore vantava la paternità di una nuova tecnologia rivoluzionaria.
L’artista ha affermato la paternità dell’opera d’arte esposta nella galleria.

Il compositore ha confermato la paternità della colonna sonora dell’ultimo film.
L’ingegnere ha documentato la paternità del progetto di costruzione.
Il designer si è fregiato della paternità del nuovo logo aziendale.
Il creatore del videogioco ha difeso la paternità del gameplay innovativo.
L’autore dell’articolo ha discusso la paternità delle idee presentate.
Il produttore musicale ha condiviso la paternità del successo della canzone popolare.

In questi esempi, la parola “paternità” è utilizzata per indicare il possesso o il riconoscimento di una creazione o di un’opera.

Dicevo prima che “chi è stato?” può essere una seconda domanda legata al concetto di paternità. Parliamo di responsabilità e non di diritti.

Es:

La polizia sta indagando sulla paternità del delitto.

L’espressione “paternità del delitto” è utilizzata per riferirsi alla responsabilità o all’attribuzione di un crimine a una persona. Nella lingua comune e nel sistema giuridico, la “paternità del delitto” significa che una persona è considerata responsabile di aver commesso un reato specifico.

Quando, più in generale, qualcuno ha fatto qualcosa e questo comporta onori o oneri, possiamo parlare di paternità.

Es. Ascoltiamo questo dialogo tra Giovanni, uno studente un po’ birichino, e la preside di una scuola, interpretata da Danielle, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Preside: Chi ha fatto il gesto delle corna alla professoressa di italiano per aver assegnato il compito di grammatica? Qualcuno rivendica la paternità del gesto? Giovanni, sei stato tu? È tua la paternità?

Giovanni: No signora preside, non sono stato io! Lo giuro sul libro di grammatica!

Preside: sicuro? Non sei forse tu l’autore delle Sette regole d’oro di Italiano Semplicemente in cui non apprezzi lo studio della grammatica?

Giovanni: Si signora preside, rivendico la paternità delle sette regole d’oro ma…

Preside: allora ti attribuisco la paternità del gesto. Per punizione farai 1000 esercizi grammaticali.

Adesso ripassiamo parlando di responsabilità. Non è mica facile trovare gente capace di assumersi la responsabilità, vero?

Ulrike: Vi è gente che spesso e volentieri fa lo gnorri quando si presenta un problema da risolvere. Ho ben presente anche quelli avvezzati e abili nell’inventare pretesti di tutti i colori per restare lontano dal gioco. Lodiamo quei pochi sempre disposti ad assumersi la responsabilità di dare una mano ovunque ce ne sia bisogno.

Marcelo: Ogni volta che prendo un lavoro nuovo, lo faccio con responsabilità, assumendomi la paternità degli errori (nel caso), valutando i pro ed i contro con tutti gli annessi e connessi, e durante l’esecuzione mi adopero per dare il meglio di me. Non mi piace il pressapochismo e ho una massima che guida il mio lavoro, cioè: fare bene fin dall’inizio!

Andrè: io invece mi sono assunto la responsabilità di quasi tutte le procedure della mia azienda, sia quelle burocratiche che quelle organizzative e ho insistito in questo modello di amministrazione fino all’anno scorso, quando sono accadute un sacco di cose che mi hanno fatto rivedere il significato della vita! Oggi mi vedo costretto a confessare che spesso il modello fa acqua da tutte le parti! Attualmente sto valutando delle proposte, che se verranno suffragate dai miei soci attraverso prove convincenti potranno sortire diversi effetti positivi e rendere la mia vita molto più dolce! Non vedo l’ora di metterle in pratica!

Desiderare, bramare o agognare?

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Trascrizione

In un episodio di qualche tempo fa ci siamo occupati dei desideri. 

In quell’occasione si è parlato anche dei verbi bramare e agognare, due modi per esprimere dei forti desideri.

In questo episodio voglio solo ricordarvi queste due modalità di esprimere i propri desideri, aggiungendo una piccola cosa che vi aiuta a usarli nel modo giusto.

Vi faccio prima alcuni esempi per ciascuno dei verbi. Vi invito a ripeterli dopo averli ascoltati.

Dopo tanti anni di studio, ha finalmente ottenuto quel premio agognato.

Il viaggio in Giappone era il suo sogno agognato sin da quando era bambino.

Con agognare descriviamo sempre qualcosa che è stato fortemente desiderato. Ascoltate e ripetete.

Lui bramava vendetta contro coloro che gli avevano fatto del male.

Dopo giorni di digiuno, iniziò a bramare un pasto abbondante.

Bramo il successo professionale più di ogni altra cosa nella mia vita.

Dopo anni di prigionia, bramava la libertà come mai prima.

Dopo l’ingiustizia subita, bramava con rabbia una giustizia che sembrava irraggiungibile.

Gli esempi mostrano come “bramare” possa essere usato in diversi contesti per esprimere desideri intensi, ardenti e profondi, tuttavia è da preferire a agognare quando vogliamo esprimere desideri negativi o insoddisfazione. Spesso la Bramosia (così si chiama questo desiderio esagerato) è associata alla rabbia, alla vendetta o al desiderio smodato di successo e denaro o potere.

Agognare” invece è più spesso associato a desideri positivi e aspirazioni.

La bramosia esprime in generale un desiderio intenso e impellente per qualcosa.

Questa forte e incontrollabile voglia di qualcosa, come cibo, piacere fisico o soddisfazione di un desiderio, è però spesso associata a desideri negativi e insoddisfazione.

Al prossimo episodio di italiano semplicemente.

PS: Dai un’occhiata, se vuoi, anche all’aggettivo “sospirato” e al verbo “anelare

Vaffancina (ep. 987)

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Trascrizione

Le parolacce italiane hanno sempre un certo fascino.

Oggi voglio parlarvi di alcune parolacce, ma voglio farlo sia usando un modo più o meno informale, sia un linguaggio più formale. Così, tanto per divertirci.

Cominciamo con il mio consueto linguaggio.

Una delle parolacce più note, neanche a dirlo, è “Vaffanculo“, che letteralmente è un invito, una esortazione ad avere un rapporto anale (immagino in modo passivo). In teoria si invita ad andare in un luogo (anche detto “quel paese”).

Infatti si usa, che ve lo dico a fare, come un’esortazione ad andarsene genericamente e a non disturbare.

Molto maleducata e sgarbata, chiaramente, come esortazione. È, possiamo dire, una formula finale, perché dopo un “vaffa” può esserci solo un altro “vaffa” o termini equivalenti.

Non tutti però hanno voglia di dire parolacce, e tantomeno di impararle.

Vi propongo un’escamotage, perché ci sono alcune varianti interessanti che possono usarsi se non si desidera scadere nella volgarità.

L’utilità sta nel fatto che, anche se non li usiamo noi, almeno saremo in grado di capire se li usa qualcun altro.

Tra l’altro queste varianti, allegerendo il tono dell’invito, si possono usare anche in situazioni diverse da quella dal termine da cui derivano.

A volte non è neanche un invito ma solo un’espressione che manifesta malumore.

Intendo situazioni meno gravi, dove non si arriva necessariamente ai ferri corti con qualcuno, ma si può esprimere un semplice dissenso “colorato” o al limite una incredulità.

Sempre di linguaggio informale parliamo però. Beninteso.

Una delle varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (che sarebbe vai a fare il bagno).

Queste sono le più usate, poi vale la pena ci citare anche “Vaffanl’ovo” e “Vaffanbrodo” che sarebbe come dire “vai a fare l’uovo” e “vai a fare il brodo”.

Che fantasia eh?

Vi potete sbizzarrire comunque a inventarne altre.

C’entra qualcosa la CINA quando si dice vaffancina?

Voglio tranquillizzare i cinesi. Non c’entra nulla la Cina. A noi italiani ci piace solo fare varianti divertenti e curiose.

Vediamo qualche esempio.

Mi sto lamentando con un collega perché la posta elettronica non mi funziona da due giorni.

Questa posta elettronica non vuole proprio funzionare Vaffancina, chissà che problemi ci sono!

Vedete che la mia è solo un’esclamazione per manifestare in modo colorito il mio malumore. Abbastanza simile, sarebbe qualcosa come “porca miseria” o “porca miseriaccia”, “accidenti“, “accidentaccio”. Eccetera.

Oppure:

Sto a dieta da una settimana, quella che mi hai consigliato tu, e… indovina un po’? Ho perso solo 25 grammi! Vaffancina a te e alla dieta miracolosa!

Stavolta ci sono andato un po’ più pesante, perché l’invito è rivolto direttamente a te, seppure in compagnia dalla dieta 🙂

Ultimo esempio:

Domanda: Allora? Che ha fatto la Roma ieri? Ha vinto?

Risposta: ma vaffancina va! Lo sai bene che ha perso!

Bene, spero solo che adesso non userete queste nuove parole con me.

Vedremo…

Adesso ripassiamo qualche episodio passato ma prima ecco il testo riscritto in un linguaggio formale. Laddove possibile userò parole più consone ad un linguaggio forbito.

Le espressioni linguistiche italiane dal contenuto inappropriato esibiscono invariabilmente una sorta di affascino.

Tra le più riconoscibili, senza necessità di ulteriori precisazioni, si annovera l’invito a andare a farsi benedire nel modo più volgare possibile, che, in senso letterale, rappresenta un invito o una sollecitazione a intraprendere un atto sessuale di natura anale, implicitamente di natura passiva.

In linea teorica, questo invito allude ad una direzione geografica, spesso identificata come “quel paese.

In pratica, tuttavia, si fa un uso comune di questa espressione per invitare una persona a allontanarsi genericamente o a cessare di disturbare.

Si tratta, inequivocabilmente, di una modalità di espressione profondamente maleducata e sgarbata. È inoltre incontestabilmente una formula di chiusura, in quanto solo un “Vaffa” segue ad un altro “vaffa” o, al limite, altri termini di pari volgarità.

Purtuttavia, non tutti condividono il desiderio di fare uso di termini scurrili, né di impararli. Tantomeno da parte mia c’è quello di insegnarlo a voi.

Propongo tuttavia un artificio, poiché esistono alcune varianti interessanti, che consentono di evitare l’uso di volgarità.

La loro utilità risiede nel fatto che, sebbene non si adoperino personalmente, si è in grado di comprenderle qualora siano impiegate da altri.

Inoltre, queste varianti possono essere utilizzate in situazioni differenti rispetto all’originale.

In alcuni casi, tali termini sostitutivi non costituiscono nemmeno un invito, ma rappresentano semplicemente un’espressione di malcontento.

Possono usarsi anche in situazioni meno gravi, in cui non è necessario intraprendere un conflitto diretto con chicchessia, ma in cui è possibile esprimere un dissenso “colorato” o un senso di incredulità.

Va comunque precisato che si tratta sempre di un linguaggio informale.

Una delle suddette varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (un invito a fare il bagno). Queste due sono le varianti più comuni, ma è possibile inventarne di ulteriori a proprio piacimento.

Per quanto riguarda la domanda se “vaffancina” abbia qualche legame con la Cina, è opportuno rassicurare che non esiste alcuna correlazione tra la parola e il paese asiatico. Gli italiani spesso creano queste varianti in modo creativo e giocoso.

Ecco alcuni esempi:

Mi sto lamentando con un collega riguardo al fatto che la mia posta elettronica sembra fare le bizze da due giorni:

Questo servizio di posta elettronica sembra completamente inattivo, chissà dove risiede la causa. Vaffancina!

In questo contesto, la mia espressione rappresenta semplicemente un modo colorito per esprimere il mio disagio, in modo simile a espressioni come “per l’amor del cielo” o “non ci posso credere”.

Un altro esempio:

Ho seguito una dieta raccomandatami da te per una settimana, e prova a supporre un po’ cosa può essere accaduto? Ho perso solo 25 grammi!

La tua dieta che definivi miracolosa si è rivelata un vero flop. Vaffancina!

In questo caso, l’invito colorito è rivolto a te, anche se coinvolge parimenti la dieta.

Un altro esempio:

Domanda: “Allora, com’è andata ieri la Roma? Hanno vinto?”

Risposta: “Ma figurati! Sai benissimo che hanno perso!” Vaffancina va!

Spero sinceramente che in futuro non si faccia uso di queste nuove parole rivolgendole contro il sottoscritto. Sarebbe quantomeno irriconocscente nei miei confronti!

Per favore, adesso procediamo con il consueto ripasso.

Marcelo: Guarda, io non faccio uso di parolacce. Al massimo potrebbe scapparmene una senza volerlo. Che so, avete presente quando sbattete il mignolo del piede in uno spigolo?

L’anticamera del cervello (ep. 986)

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anticamera del cervello

Trascrizione
Dopo avervi spiegato l’espressione “carezzare un’idea” e “sfiorare un’idea“, a questo punto devo necessariamente parlarvi dell’anticamera del cervello.

Il termine “anticamera” va spiegato.

Ve lo spiego.

Un’anticamera è una stanza o uno spazio che precede un ambiente principale, come una camera, appunto, o una sala.

È generalmente più piccola dell’ambiente che viene dopo.

L’anticamera si trova quindi in un punto precedente rispetto alla camera. Per entrare nella camera bisogna per forza passare per l’anticamera.

È un termine che si usa moltissimo in senso figurato. Continuiamo a parlare di idee.

Pensate adesso alla Camera come alla mente umana.

Chiaramente il nostro cervello non ha nessuna anticamera, ma pensiamo, per capire questa espressione, ad un pensiero, che anziché entrare nella mente ed essere elaborato, passa per l’anticamera e poi si ferma, oppure non passa neanche per l’anticamera del cervello.

Quindi, quando un pensiero non passa neanche nell’anticamera del cervello, è chiaro che è lontano dalla mente.

Allora se io dico ad esempio:

Non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisarmi quando hai un problema?

Vuol dire che sono arrabbiato perché tu hai avuto un problema e non mi hai avvisato.

Si usa il verbo passare.

È come dire: non hai neanche lontanamente pensato di avvisarmi; non ti è proprio venuto in mente questo.

Il pensiero di chiamarmi per avvisarmi non ti ha neanche sfiorato, potrei dirti.

Se però sono arrabbiato, usare l’espressione di oggi è più appropriato.

Si usa sempre e solo in espressioni negative, proprio come “sfiorare un’idea”; dunque generalmente anche questa espressione esprime irritazione e lontananza da un’idea. Qualcosa è lontanissima dalle intenzioni di qualcuno.

Al governo non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di ridurre le tasse sulla Benzina.

Cioè:

Al governo non ha nemmeno sfiorato l’idea di ridurre le tasse sulla Benzina.

Evidentemente anche qui sono abbastanza irritato. Sono irritato perché le intenzioni del governo non sono assolutamente quelle di ridurre queste tasse.

Quante volte avete sentito qualcuno dire:

È vero, l’ho letto su internet!

La prossima volta avete la risposta pronta:

Scusami, ma non ti passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea che non tutto quel che viene pubblicato sui social sia vero?

In uno dei prossimi episodi vediamo meglio il senso figurato di “anticamera“, che si usa in tante situazioni diverse. Per ora facciamo un ripassino dedicato al’amicizia.

Danielle: Chi sono i veri amici? Di sicuro non sono quelli che cercano di ingraziarsi con te. Anzi, sono quelli che ti fanno notare i tuoi errori, ogni tanto persino spiattellandoti la verità in faccia, se ne hai bisogno…

Estelle: Secondo me i veri amici sono quelli che puoi chiamare per chiedere aiuto qualunque sia la situazione. È una relazione sincera e senza filtro. Sono persone sulle quali puoi contare anche dopo una lunga assenza.
Spesso non ci si vede da illo tempore, vuoi per percorso di vita, vuoi per imprevisti che accadono. Poi ci ritroviamo, magari per caso, e tutto si svolge come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Marcelo: Ogni volta che penso all’amicizia, mi chiedo se esiste un problema la cui entità possa rompere anche l’amicizia più solida. Preferisco però restare col dubbio.

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Sfiorare l’idea (ep. 985)

Non ti sfiora l'idea?

Sfiorare l’idea (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione “carezzare un’idea“, che vi ho spiegato nell’ultimo episodio, potrebbe sembrare equivalente a “sfiorare un’idea”.

L’equivoco potrebbe nascere dal fatto che accarezzare e sfiorare sono verbi abbastanza vicini.

In realtà si tratta di due verbi che si usano raramente uno al posto dell’altro quando si parla di idee.

Carezzare un’idea” significa come detto riflettere o considerare attentamente un’idea, generalmente con interesse o curiosità, ma senza impegnarsi completamente in essa.

Sfiorare un’idea si utilizza esclusivamente in frasi negative. Es:

Ragazzo: Ciao, usciamo insieme stasera?

Ragazza: No grazie! Ho da fare stasera.

Ragazzo: Sicura? Guarda che io potrei non chiedertelo più!

Ragazza: Ah, ma non ti sfiora l’idea che tu a me non piaccia?

Dire: “non ti sfiora l’idea…” è un modo di esprimere sorpresa o incredulità nei confronti di qualcuno che non ha nemmeno considerato o pensato a qualcosa. In questo caso, l’accento è sul fatto che l’idea sembra così lontana o irrilevante per la persona con cui si parla non ha neanche sfiorato questa idea.

Solitamente, come nell’esempio sopra, c’è ironia e irritazione. La frase appare anche un po’ offensiva. Volutamente offensiva direi.

L’idea non solo non le è venuta, ma non le è neanche passata vicino. Questa è l’immagine.

Se non volessi appositamente esprimere irritazione userei il verbo “considerare” o “pensare” o “credere”.

In breve, mentre “carezzare un’idea” implica una riflessione delicata sull’idea, “non ti sfiora l’idea” sottolinea l’assenza di considerazione o pensiero sull’idea.

È un modo, come detto, per esprimere una leggera critica se rivolto direttamente ad un’altra persona. Ovviamente posso anche parlare di me stesso.

Es:

Sto raccontando la mia esperienza quando sono rimasto tre ore bloccato nel traffico per colpa di un incidente:

Non sembrava niente di grave, non mi ha nemmeno sfiorato l’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Chiaramente in questo caso non esprimo irritazione ma semplicemente sto dicendo che non ho minimamente pensato a qualcosa. “Pensare minimamente/lontanamente” è molto simile, ma meno adatta per esprimere irritazione, quindi in quest’ultimo esempio andrebbe benissimo:

Non sembrava niente di grave, non ho pensato minimamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Non sembrava niente di grave, non ho pensato neanche lontanamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.

Mi raccomando, evitate di usare “sfiorare l’idea” per esprimere vicinanza con un’idea, o che state iniziando a pensare qualcosa, come accade con “accarezzare un’idea” , perché come si è visto, usandosi solamente con la negazione, è adatta solamente a esprimere lontananza.

Non dite mai quindi a una ragazza:

Ti sfiora l’idea di baciarmi?

Perché sarebbe un assist perfetto per lei, che potrebbe replicare dicendo:

Non mi sfiora proprio guarda! Anzi, sto accarezzando l’idea di mandarti a quel paese!

A proposito di baci. Ripassiamo:
Irina: Ci sono baci e baci. È risaputo che vi sono quelli d’amore e quelli d’affetto fra amici, fra figli, genitori e parenti.

Edita: Conosciamo i baci capaci di scatenare forti emozioni, ma a differenza di essi quelli che vengono percepiti semplicemente come un gesto abituale per salutarsi non fanno battere il cuore.

Zhao: Da non dimenticare poi i baci non consentiti, in tal caso, mi raccomando, mettiamo subito dei paletti.

André: negli ultimi tempi gli unici baci che mi vengono in mente sono quei cioccolatini prodotti a Perugia e non direi che si tratta di una magra consolazione.

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