Falla finita! Fallo per me!

Trascrizione

Buongiorno ragazzi e benvenuti su italiano semplicemente, il sito per imparare a parlare la lingua italiana come si deve, ed in particolare il sito per imparare l’italiano in modo divertente, in modo informale e anche professionale. Chi vi parla è Giovanni, una persona appassionata di apprendimento delle lingue, che ha iniziato nel 2015 ad organizzare le idee su italianosemplicemente.com nella speranza di essere utile a tutti gli stranieri al fine di innamorarsi della lingua di Dante Alighieri, che poi è anche la mia lingua!

fallo_falla_immagine

Oggi sono qui insieme a Luca, mio nipote. Benvenuto.

Luca: ciao a tutti.

Bene, oggi io e Luca vogliamo farvi conoscere l’utilizzo, anzi gli utilizzi di due parole in particolare, che sono FALLO e FALLA.

Questa idea mi è venuta in mente dopo avere letto un messaggio sul gruppo WhatsApp di italiano semplicemente, in cui un ragazzo voleva sapere come usare la parola FALLO.

La domanda del ragazzo,  egiziano, è stata la seguente:

Qual è  la differenza tra “puoi farlo”  e “puoi fallo”  e quando usare le due frasi.

Ci sono stati altri membri del gruppo che hanno replicato al messaggio dicendo che FALLO è solamente un modo per chiamare l’organo sessuale maschile.

A questo punto mi è venuto in mente che fosse necessario un chiarimento ed una spiegazione più dettagliata sulla parola FALLO, e già che c’ero anche sulla parola FALLA, al femminile.

Occorre specificare che in questo episodio  non spieghiamo la parola “fallo” inteso come organo sessuale, né la parola “falla” intesa come lacuna, mancanza. Si sente spesso infatti parlare di falla nel sistema informatico, oppure di avere una falla nel senso di avere una mancanza. Si parla solamente, in questo episodio, di fallo e falla come imperativo del verbo fare.

Una delle due frasi del ragazzo egiziano “puoi fallo” in effetti non è corretta, perché è una espressione dialettale. La frase corretta è solamente “puoi farlo”.

Ad esempio se chiedo a mia madre:

Mamma posso andare a giocare a pallone oggi pomeriggio? La mamma può rispondere:

Certo, puoi farlo, ma solo dopo aver fatto i compiti.

Quindi puoi farlo è una frase che serve a concedere un permesso: puoi fare ciò che mi hai chiesto, puoi farlo, e farlo finisce con “lo” perché si riferisce al permesso che è stato chiesto. Non è un ordine, perché c’è “puoi” ma è una possibilità. Se vuoi puoi farlo, altrimenti no.

“Puoi farlo” quindi si usa per rispondere ad una domanda qualsiasi in cui si chiede un permesso:

Posso fare la pipì? Posso fare colazione? Posso andare a casa? Posso ascoltare un episodio di Italiano Semplicemente?

Notate bene quindi che non c’entra nulla se la cosa di cui si parla sia maschile (posso fare questo esercizio?) o femminile: Posso fare la pipì? Chiede Il figlio alla madre. La madre può rispondere: si puoi farlo.

Qualcuno potrebbe dire: ma la pipí è femminile quindi la madre dovrebbe rispondere: sì, puoi farla!

E infatti “puoi farlo” suona un po’ male considerata la domanda: “posso fare la pipì?” In genere la mamma dirà “puoi farla” riferendosi alla pipì

Dicendo “farla” ci si riferisce direttamente alla pipí, e non al permesso di fare la pipí. Puoi farlo significa puoi fare ciò che mi hai chiesto, invece puoi farla significa puoi fare la pipí, cioè puoi espellere la pipí dal tuo corpo. Vanno bene entrambe le cose, ma generalmente si tende a usare lo stesso genere.

Sicuramente non si può dire “puoi fallo” o “puoi falla” perché fallo e falla sono forme dialettali, e fallo e falla sono l’imperativo del verbo fare.

Quindi l’imperativo vuol dire che si sta dando un ordine, e non si sta concedendo un permesso. Fallo! Falla! Seguiti da un punto esclamativo equivalgono ad un ordine.

Quindi analogamente a “mangialo, scrivilo, vendilo, bevilo” eccetera, fallo è l’imperativo del verbo fare.

La stessa cosa vale per “falla” e “falli” ed anche “falle“.

Che dici mamma li faccio i compiti?

Falli subito! Risponde la mamma.

Mamma non  mi scappa la pipí!

Falla ho detto! Risponde la mamma.

Dove la faccio? Replica la figlia.

Falla dietro il cespuglio!

Quindi falla è un ordine. Fallo ugualmente è un ordine, e si usa di più di falla, perché come detto prima ci si può riferire in generale ad una cosa che va fatta, senza badare al genere maschile e femminile, perché potrebbe anche non esserci nessun genere.

Che dici vi raggiungo al mare?

Fallo!

Fallo! Cioè raggiungici al mare, è un ordine. Non c’è un genere da rispettare.

Bene allora adesso vediamo alcuni esempi in cui possiamo usare FALLO e FALLA.

Ci sono alcune espressioni che si usano molto spesso, a volte di facile comprensione, a volte meno.

Ad esempio  se dico “falla corta” sto dicendo, sto chiedendo ad una persona di “farla corta“, cioè di sbrigarsi, e questo si usa informalmente per chiedere una spiegazione veloce. È un po’ sgarbata come richiesta, un po’ maleducata diciamo, quindi vi consiglio di non usarla, e si usa quando si vuole dire ad una persona di non parlare molto, perché non è interessante, o perché non ho tempo per ascoltare, o perché è inutile. “Falla corta per favore” , cioè  “sii breve e conciso, non perdiamo tempo prezioso“.

falla finita! È un’altra espressione molto usata, anche questa molto sgarbata, molto autoritaria, quindi attenzione!  Se si dice: basta, smettila, non ti sopporto più, non parlare più è la stessa cosa.

Ma non si usa solamente per chiedere di smettere di parlare, piuttosto si usa molto spesso nelle discussioni, nei litigi, dove si sta dicendo all’interlocutore di smetterla di fare qualcosa.

Posso quindi dire: ma falla finita! Che significa smettila, cioè smetti di comportarti così, basta! Non ci si riferisce solamente a smettere di parlare, ma anche a smettere di fare qualcosa che non c’è bisogno di specificare, perché è scontato.

Posso parlare anche al plurale: Ad esempio se voglio lasciare la mia fidanzata posso dirle: forse è meglio che la facciamo finita. 

Il che è come dire: lasciamoci, non è più il caso che andiamo avanti. Facciamola finita. “Noi”  facciamola finita, ed anche qui non dobbiamo pensare che l’uso del femminile (facciamola) abbia un significato particolare. Semplicemente si usa dire così, è come quando diciamo: finiamola qui, smettiamola, che hanno lo stesso significato di “facciamola finita”. 

Al maschile si usa spesso dire:

“fallo per amor mio” 

Il che è una richiesta più che un ordine. Se ad esempio una donna chiede al fidanzato: mi ami veramente?

Il fidanzato allora dice: certo,  cosa devo fare per dimostrartelo? Cosa vuoi che faccia?

La donna allora dice: inginocchiati e chiedimi di sposarmi!

Cosa? Devo mettermi in ginocchio?

Fallo per amor mio, fallo se mi ami!

A questo punto il ragazzo non ha più scuse.

Si usa spesso dire anche:

“fallo bene”

Se ad esempio vado a chiedere alla mia fidanzata di sposarmi.

La mia amica potrebbe consigliarmi:

Benissimo, ma fallo bene però! Cioè fallo bene, fallo nel modo giusto, in modo originale.

Se mi riferisco direttamente ad un qualcosa o a qualcuno che ha un genere quindi, è come detto prima dobbiamo in questo caso specificare se è maschile o femminile.

Se ad esempio sto dicendo a Giuseppe che deve piegare, poi deve stirare delle lenzuola e deve farlo bene, e di farle entrare nell’armadio,  allora posso dire a Giuseppe:

– piegale, stirale (le lenzuola) e falle entrare nell’armadio.

Devo usare il femminile plurale, falle entrare, le lenzuola, nell’armadio. È come dire fai entrare le lenzuola nell’armadio, quindi falle entrare nell’armadio. Mi sto riferendo alle lenzuola, sono loro che devono entrare nell’armadio. Non è come falla finita, o facciamola finita o falla breve, in cui è consuetudine parlare al femminile, ma non c’è un soggetto femminile di riferimento. Questo è molto importante da comprendere.

Allo stesso modo c’è una espressione al maschile:

– fallo nero quello là! 

Fallo nero è una frase che si usa informalmente quando c’è una sfida o un incontro tra persone  in cui bisogna dimostrare di essere migliori di qualcun altro. C’è un confronto da affrontare.

Se c’è un incontro di box ad esempio, tra Marco e Luca ed io vorrei vincesse Marco  spero che sia lui e non Luca a vincere,  quindi dico a Marco: fallo nero! Cioè sconfiggilo, battilo, sii tu il vincitore, fallo nero, fallo diventare nero, alludendo ai lividi, al colore della carnagione, della pelle, quando una persona viene picchiata e subisce dei colpi che possono causare dei lividi di colore nero.

Ma qui ci si riferisce più alla vittoria, e vuol dire semplicemente sconfiggilo nettamente. Fallo nero uguale fai nero a lui, quindi in senso figurato sconfiggilo.

Allo stesso modo, si specifica quando si dice “fallo passare”. Anche questo molto usato nel quotidiano, linguaggio parlato da noi tutti i giorni.

Se sono in macchina ad esempio con la mia famiglia e ad un certo punto una macchina dietro di noi inizia a suonare col clacson perché vuole sorpassaci, vuole cioè vuole superarci, allora mia moglie potrebbe dirmi:

– dai fallo passare che sta suonando.

Con fallo passare ci si riferisce al guidatore dell’automobile che è dietro la nostra auto, ma potrei ugualmente dire “falla passare” se voglio riferirmi alla macchina, all’automobile, oppure alla donna che è al volante, se chi guida è una donna. Potrei ugualmente dire “falli passare“, quindi al plurale riferendomi in questo caso alle persone che si trovano dentro alla macchina. Tutti questi modi sono corretti.

Tornando alla differenza tra fallo e farlo, con fallo si parla quindi sempre di richieste o di ordini. Ed è per questo che non bisogna confondere fallo con farlo, oppure falli con farli. Fallo e falli indicano un ordine, una richiesta esplicita. Invece farlo indica una possibilità: “puoi farlo passare se vuoi” , “puoi farli passare se credi“.

Invece “fallo passare!” È un ordine, una richiesta.

Che dici lo faccio?

“Puoi farlo” indica una possibilità, “fallo” indica un ordine.

Un altro esempio?

Se sono in cucina e devo cucinare delle patate, posso chiedere: come vuoi che cucini le patate? Potrei farle fritte, oppure potrei farle arrosto, oppure al vapore. Come le faccio?

Mia madre direbbe:

Beh puoi farle come preferisci.

Ma mia moglie risponderebbe “falle al vapore!” probabilmente,   perché sono più salutari.

Bene ragazzi non  la voglio tirare troppo per le lunghe, credo sia abbastanza per oggi. Spero di essermi spiegato bene, al limite potete commentare l’articolo e risponderò volentieri.

Grazie a tutti coloro che apprezzano questo lavoro che facciamo sul sito, molti lasciano dei commenti agli articoli, altri preferiscono condividere con i loro amici gli episodi su Facebook, oppure solamente l’audio su WhatsApp, a me fa piacere ogni tipo di apprezzamento. Se poi volete aiutare economicamente italiano semplicemente, come fanno alcuni visitatori, vi ringrazio di cuore per la vostra generosità, potete donare usando PayPal, 1 euro, 5 euro, quanto volete, potete anche fare una donazione ricorrente, ogni mese è potete ovvia. ovviamente iniziare e smettere quando volete.

Grazie a tutti comunque,qualunque sia il vostro modo di apprezzare italiano semplicemente. Il prossimo episodio sarà una lezione di italiano professionale, un saluto a tutti.

Tirare a campare

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Trascrizione

Buongiorno amici, spero stiate tutti bene. Da parte mia devo dire che  non c’è male, sto molto bene, sia fisicamente che moralmente.

tirare_a_campare_immagine

A volte mi capita anche di non essere in forma, ma ad ogni modo non faccio sicuramente parte di quella categoria di persone che alla domanda “come stai” risponde con ad esempio: “così così” , oppure “si sopravvive“, o anche “si tira a campare” o “tiro a campare“.   Molte persone rispondono proprio così:  “si tira a campare”. Non so se avete mai sentito questa espressione,  molto usata soprattutto  dalle persone anziane, o almeno a me è capitato spesso di ascoltarla da persone con una età abbastanza avanzata.

Di espressioni simili ce  ne sono molte, tra cui vivacchiare, che poi è un semplice verbo, una distorsione del verbo vivere, oppure anche la frase “vivere alla meglio“.

Tirare a campare è la frase quindi su cui voglio soffermarmi oggi.  Il verbo tirare in questo caso è utilizzato in un modo veramente strano,  insolito direi.  Tirare qualcosa significa prendere una cosa con le mani e portare questa cosa verso di sé: tirarla a sé o tirarla verso di sé.  Questo è il modo più utilizzato di usare questo verbo. Tirare quindi è il contrario di spingere. Si può tirare una corda, si può tirare una maniglia di una porta, ma si può tirare anche un sasso però, ed in questo caso tirare significa lanciare, prendere una cosa e lanciarla, tirarla lontano. Quindi è esattamente il contrario di prima. Analogamente si può tirare un calcio di rigore nel gioco del calcio, e qui tirare il rigore equivale a battere un calcio di rigore o di punizione. Non è esattamente un verbo facilissimo da usare pertanto.

Qui in questa frase “tirare a campare” si sta invece parlando della propria vita. Campare infatti significa più o meno, essere vivi, sopravvivere. Come stai? “Si campa” , “si sopravvive” , anche questa è una risposta del tutto equivalente a tirare a campare. “Si campa”  significa quindi “si sopravvive“, ma “si tira a campare“, oppure se parlo in prima persona:”tiro a campare” ha un senso ancora più forte che indica uno sforzo, una fatica che si fa cercando di sopravvivere.

Infatti quando si fa fatica a fare qualcosa si può anche usare il verbo tirare in un altro modo. Posso dire “tirare avanti a fare qualcosa“. Ad esempio:

Come stai? Una risposta può essere:

Si tira avanti“: anche questa è una risposta analoga ed equivalente a “si tira a campare“.

In altri contesti posso ugualmente usare tirare avanti. Al lavoro posso chiedere ad un collega: Come va con il tuo progetto lavorativo? Risposta:”Lo sto tirando avanti a fatica“.  Cioè faccio fatica a proseguire con il progetto, riesco a portarlo avanti ma con fatica, faccio un notevole sforzo: lo tiro avanti con fatica. È come se spingessi in avanti qualcosa di pesante.  Questo podcast è anche quindi una risposta a Alexandre su Twitter che mi ha chiesto il significato di “fare fatica a fare qualcosa” . Ecco, la fatica, caro Alexandre,  può essere sia fisica che psicologica,  cioè mentale.

Quando si fa fatica a sollevare qualcosa si tratta di fatica fisica, ma se faccio fatica a fare un lavoro mi riferisco invece allo sforzo mentale, all’impegno che devo mettere in quel lavoro, oppure alla volontà che devo mettere perché magari non mi interessa quel lavoro, non mi interessa ma qualcuno mi ha chiesto di farlo,  oppure non ho la capacità di farlo, è troppo difficile. La fatica quindi può dipendere da molte cose diverse.

Nel caso di tirare a campare si fa fatica a campare, cioè a sopravvivere. Se una persona ha delle difficoltà economiche, cioè ha problemi di denaro, dei seri problemi economici, magari non ha i soldi per acquistare il cibo o per la casa o cose di prima necessità, in questo caso ha senso dire: faccio fatica a tirare avanti, oppure tiro a campare come posso, riesco a tirare a campare. In tal caso si vuole dire che nonostante le difficoltà, vado avanti, sopravvivo ma con fatica. Invece questa frase tirare a campare è spesso usata, direi in modo improprio, per dire: va bene ma potrebbe andare meglio, va bene ma ho dei problemi.  Non sono soddisfatto.

Non ci sono quindi in realtà seri problemi  economici legati alla sopravvivenza, problemi a mangiare o cose del genere. Oppure è solo un modo ironico di rispondere.

Alcune persone hanno infatti  quasi il timore, la paura di dire che tutto va bene, che sono felici di come vadano le cose. Chissà perché. Ed allora rispondono con “si tira a campare“. Forse queste persone hanno paura di attirare troppo l’attenzione e che la loro felicità possa essere motivo di invidia da parte di chi ascolta, oppure rispondono così per non sembrare troppo esagerati e per non vantarsi.  Quindi usiamo il verbo tirare: è  come se noi stessi fossimo spinti a fatica in avanti, come se avessimo mille difficoltà a superare dei problemi.  Ecco perché si usa il verbo tirare. È la vita stessa a cui ci si riferisce. Qui è importante l’uso della preposizione semplice “a“. Tirare a campare. È quindi simile alla frase “riuscire a vivere”  o “riuscire a sopravvivere“. Ecco perché si usa la preposizione “a”. Campare non è però esattamente come vivere o sopravvivere. Campare significa avere cibo a sufficienza per sopravvivere, nonostante mille difficoltà. Tra l’altro il verbo campare è molto usato nelle espressioni idiomatiche italiane: Un altro modo di dire abbastanza diffuso è infatti “campa cavallo che l’erba cresce“. Ma questa frase la spieghiamo la prossima volta in un altro episodio di italiano semplicemente.

Insomma avete capito che tirare a campare è la frase idiomatica di oggi, non molto intuitiva da comprendere. Spero sia riuscito a spiegare bene il senso. Spero anche che non impariate ad usare questa espressione parlando di voi stessi e della vostra situazione personale, anche perché,  secondo me, con questo tipo di risposte si mette anche un po’ in imbarazzo chi fa la domanda: come stai? Ci si aspetta sempre che si risponda: benissimo grazie e tu?

Ciao ragazzi ci vediamo al prossimo podcast di italiano semplicemente.

O la va o la spacca 

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Video con sottotitoli

https://www.youtube.com/timedtext_video?v=BjTg7XNYO1Y

Trascrizione

Eccoci qua amici, di nuovo su italiano semplicemente. Anche oggi un episodio dedicato ad un paio di espressioni italiane molto usate da tutti. Grazie Manel, che mi sta aiutando per questo podcast.  Manel è una ragazza algerina.  La prima espressione di oggi è “O LA VA O LA SPACCA”. 

o_la_va_o_la_spacca_immagine.jpg

È stato Leonardo dal Cile che mi ha proposto di spiegare il significato e l’utilizzo di questa espressione, ed approfitto per salutare Leonardo e tutti i suoi compatrioti cileni. Grazie della domanda,  sono felice di aiutarti, caro Leonardo.

Allora: o la va o la spacca è una frase molto utilizzata dagli italiani di ogni estrazione sociale, di ogni età, di ogni religione e chi più ne ha più ne metta.

Come al solito spieghiamo prima le singole parole dell’espressione così sarà più facile capire l’espressione completa.

La frase comincia con la parola o. Sapete tutti che la parola o è una congiunzione: “o” indica che dobbiamo fare una scelta, che ci sono più alternative e quindi quando trovate questa parola, di una sola lettera, il significato è solamente questo. Dobbiamo scegliere tra una cosa o un’altra cosa. È diverso dalla parola “ho”, perché mentre “o” è una congiunzione, “ho” è un verbo,  ok? È totalmente un altro significato,   e poi “ho” si scrive con la lettera h davanti, lettera che non si pronuncia ma che modifica il suono della lettera “o” che così diventa “ho”.

“Ho” quindi è la prima persona dell’indicativo presente del verbo avere: “io ho”, ad esempio “io ho fame”,  “io ho 18 anni”,  “io ho rispetto di te” eccetera.

Quindi “o” non è uguale ad “ho”. Dobbiamo scegliere tra due alternative. Quali sono queste due alternative? “O la va o la spacca”  quindi le due alternative sono:”la va”- prima Alternativa- e “la spacca” – seconda alternativa.

Ma cosa significa “la va” e cosa significa “la spacca”?

“La va” sono due parole, la e va.  La è un articolo. Ad esempio “la finestra”, “la mamma”, “la pizza” eccetera, quindi è l’articolo femminile singolare. La versione maschile è “il”  o anche “lo”, mentre il plurale di “la” è “le”: le finestre, le mamme e le pizze.

“Va” invece è il verbo andare. Io vado, tu vai,  lui va, noi andiamo, voi andate, loro vanno. Quindi posso dire “lui va” o anche “lei va”,  ad esempio lui va al mare, lui va a casa eccetera. Ma “la va”, non significa proprio nulla dal punto di vista della grammatica. La grammatica non aiuta in questo caso. Infatti “la va” ha un significato idiomatico, ed ha un senso solamente in questa espressione che stiamo spiegando oggi “o la va o la spacca”. “La va” in questo caso significa semplicemente “funziona”. Ok allora vediamo: o funziona o la spacca.

Se una cosa va, vuol dire che funziona, che va bene. Anche al passato posso usarla: “è andata! ” è una esclamazione: “è andata”, cioè “è andata bene”, “ha funzionato”: si usa spesso in italiano:  se devo dare un esame, ad esempio, e dopo qualcuno mi chiede: com’è andata? Io posso rispondere: “è andata bene!”, oppure semplicemente “è andata”, cioè “ce l’ho fatta”, “ci sono riuscito”.

OK quindi “o la va” vuol dire o ci riesco,  o funziona, o ce la farò, o ci riuscirò, oppure? Qual è l’alternativa? L’alternativa è che non ce la farò, non ci riuscirò, non funzionerà, o anche,  posso dire che “la spacca”.

Quindi questa è una frase che si usa quando c’è una sfida da superare, e quando non sappiamo come andrà a finire, non conosciamo il futuro.

E  nonostante noi non conosciamo il futuro, nonostante questo dubbio che abbiamo, noi ci proviamo lo stesso e diciamo: “o la va o la spacca”. Capite quindi che si usa dire questa frase quando vogliamo sfidare il destino, quando non ci importa come andrà a finire. O la va o la spacca, cioè o andrà bene oppure no, non mi importa!

Facile no?

Resta però aperta una domanda: perché si dice “la spacca”?

A dire la verità non lo so!

Non so perché si dice così, ho sempre saputo che questa espressione di usa quando devo esprimere questo sentimento, quando c’è qualcosa che bisogna fare senza aver paura di come andrà, perché vogliamo rischiare, forse perché non avremo altre occasioni, forse perché questa è l’unica occasione che abbiamo è quindi siamo obbligati a provare o forse perché amiamo il rischio e ci piace rischiare, ci piace sfidare noi stessi. “la spacca” infatti non significa nulla. La frase poteva essere “o la va o la non va”, ma non si usa dire così, si usa invece dire “o la va o la spacca” ; si usa quindi il verbo “spaccare” che vuol dire rompere, distruggere, quindi è un verbo forte che in questo caso si usa perché vogliamo dire che andrà male, che non funzionerà: o la va o la spacca, cioè o funziona oppure pazienza, anche se il risultato sarà negativo non mi importa, ed è come se questo risultato negativo fosse come qualcosa che si rompe, che si spacca, e quando qualcosa si spacca non si può più tornare indietro, non si può più riparare, è distrutto per sempre!

Un’immagine molto negativa quindi!

Facciamo qualche esempio: mi piace una ragazza e vorrei dirglielo che mi piace, anche se c’è il rischio che io non piaccia a lei. Allora dico a me stesso: basta, adesso glielo dico, non mi importa come andrà, sono disposto a correre il rischio: o la va o la spacca!

Credo sia una espressione molto melodica, che va dritta al punto: si capisce credo abbastanza intuitivamente il significato, ed infatti Leonardo che mi ha proposto questa spiegazione mi ha detto che credeva di aver capito ma che aveva bisogno di qualche esempio per essere sicuro.

Allora facciamo un secondo esempio: immaginiamo che io sia uno studente che studia la lingua italiana, e che io debba fare un esame di italiano molto importante entro una settimana. È  l’ultimo esame universitario, quindi  se supererò questo esame sarò laureato, altrimenti farò una brutta figura.  Ho solamente una settimana di tempo per studiare, altrimenti dovrò aspettare un anno prima di poter provare nuovamente a fare l’esame. Cosa faccio? Ci provo? Rischio di fare una figuraccia oppure rinuncio? Se scelgo di rischiare potrei farcela ma è rischioso…

Allora alla fine decido di rischiare e dico a me stesso: mi butto!  O la va o la spacca!

Decido quindi di rischiare, mi butto! Si dice anche così normalmente in italiano: è la stessa cosa che dire “o la va o la spacca”, mi butto, provo, rischio, tento la fortuna, provo a sfidare il destino. Sono tutte espressioni equivalenti. Anche “mi butto” è molto usata: buttarsi è il verbo usato. Buttarsi significa buttare se stessi, cioè provare tentare.  C’è anche un’ultima espressione equivalente anch’essa molto usata in Italia: “tentar non nuoce“. Tentar significa tentare, mentre non nuoce significa “non fa male”: provare non fa male. Facile ed intuitiva come frase.

Questa forse è anche più elegante e la potete usare veramente con tutti senza problemi.  Infatti o la va o la spacca è più familiare e più adatta con gli amici  invece “tentar non nuoce”  la potete usare anche negli affari o col vostro insegnante. Non abbiate paura di utilizzare queste espressioni perché tutti vi capiranno e nessuno si stupirà di questo.

Bene spero che ora sia tutto chiaro.

Provate a ripetere ora dopo di me:

O la va o la spacca.

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

Ciao amici. Grazie a tutti per il vostro tempo che mi avete dedicato. Alla prossima!

Grazie Manel.

Manel: grazie a te!

Da quando in qua 

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Descrizione

La spiegazione dell’espressione “da quando in qua”, con esempi di applicazione, tono da utilizzare e un esercizio di ripetizione.

befana2

Italiano Professionale – Lezione n. 9: problemi e fallimenti

Descrizione della lezione

Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: come cercarli, evitarli, risolverli e gestirli. Quindici espressioni tipiche italiane: informali, formali e giornalistiche.

Lunghezza: 17 pagine

Durata prima parte: 21 minuti e 4 secondi

Durata seconda parte: 18 minuti e 28 secondi

Per scaricare la lezione occorre essere membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

Lezioni collegate: problemi sul lavoro 

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: cercarli, evitarli, risolverli e gestirli.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas: buscarlos, evitarlos, resolverlos y administrarlos.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes: comment les chercher, les éviter, les résoudre et les gérer.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions of problems: search it, avoid it, solve it and manage it.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير على المشاكل: تجنبها، حلها وإدارتها
russia Мы говорим о идиомы по проблемам: избегать их, решать их и управлять ими.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen: vermeiden sie, lösen sie und verwalten.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα: αποφυγή, επίλυση και διαχείρισή τους.

Prenota il corso: https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

Trascrizione

  1. Introduzione

Ciao io sono Giovanni.

Ramona: Ed io sono Ramona, benvenuti nella nona lezione di Italiano Professionale: lezione numero nove.

Nella lezione di oggi io e Ramona, ragazza libanese laureata in italianistica all’università di Beirut, oltre che membro della redazione di Italiano Semplicemente – spero che anche questo giovi al tuo curriculum Ramona! – vi illustreremo alcune espressioni italiane che hanno a che fare con i problemi: problemi, fallimenti, errori; e vedremo le emozioni collegate ai problemi e come le espressioni italiane siano in questo caso molto colorite. Poi nella seconda parte della lezione vediamo le espressioni che si usano quando non c’è più nulla da fare, quando cioè un problema non ha nessuna soluzione, cioè quando non si può più risolvere.

Ramona: anche qui la lingua italiana è molto varia in questo campo Giovanni.

Forse perché di problemi ne abbiamo parecchi in Italia. Comunque state tranquilli perché inizieremo dalle frasi più facili e come sempre spiegheremo tutto dettagliatamente.

Ramona: poi faremo anche il solito esercizio di pronuncia alla fine, non ce lo dimentichiamo.

Sì, infatti, ma prima dell’esercizio dobbiamo parlare anche dei rischi legati alla pronuncia ed all’utilizzo delle frasi. Anche questa è una cosa che facciamo sempre nelle lezioni di italiano professionale, perché nel lavoro fare brutte figure non è una cosa buona Ramona, e chi non si sente sicuro a parlare italiano, è bene che sappia non solo pronunciare bene una frase, ma anche sapere cosa succede se sbaglia la pronuncia. Molte volte può essere molto pericoloso. Vediamo dopo il perché.

Iniziamo allora a parlare di problemi Ramona. Sei d’accordo vero?

Ramona: sì, iniziamo, e dobbiamo dire che questa lezione è strettamente collegata alla precedente lezione, in cui si è parlato di risultati.

Hai ragione Ramona, se c’è un problema, il risultato sicuramente non arriva. Per ottenere un risultato occorre risolvere questo problema. Oggi quindi parliamo dei problemi ma parliamo anche di risultati che non arrivano. Che ne dici Ramona?

  1. Le espressioni sui problemi

Ramona: certo Gianni, non voglio sicuramente metterti i bastoni tra le ruote!

Mettere i bastoni tra le ruote è proprio la prima espressione di oggi.

Creare problemi. È questo il semplicissimo significato di questa espressione.

Sapete tutti che se mettete dei bastoni tra le ruote, e precisamente tra le ruote di una bicicletta, rischiate seriamente di cadere.

Ramona: sicuramente create un bel problema al ciclista!

Infatti, il ciclista non gradirebbe sicuramente. Questa frase è semplice e universale: potete sempre utilizzarla, in ogni circostanza; tutti vi capiranno e vi capiterà molte volte di ascoltarla proprio perché è diffusissima.

Se mettete i bastoni tra le ruote di qualcuno gli state quindi creando un problema, quindi è un’espressione che si usa quando è stato ben identificato il problema e soprattutto quando è chiaro il responsabile, la persona che ha creato il problema, cioè che ha “messo” i bastoni tra le ruote.

Quindi “mettere i bastoni tra le ruote” serve ad identificare il colpevole, l’artefice del problema: colui che ha messo i bastoni tra le ruote è la persona che ha creato il problema. Invece sulla persona penalizzata dal problema, la persona che ha subito il danno, e che quindi non potrà ottenere dei risultati, o avrà dei problemi ad ottenere dei risultati, cosa possiamo dire di questa persona? Ebbene, quando arriva, o capita un problema, e questo capita all’improvviso, senza preavviso, se il problema è abbastanza grave, si può dire che questo problema è “arrivato tra capo e collo”.

– spezzone musicale tratto dalla canzone ”mentre nevica” della rock band “Caminada”, contenente l’espressione “tra capo e collo”

Non importa chi sia stato a causare il problema, non importa chi sia il colpevole. Se è un grave problema, difficile da risolvere si dice che a questa persona sia arrivato un problema tra capo e collo. Il capo è la testa, la testa della persona; il collo invece sta immediatamente sotto la testa; il collo sostiene la testa.

Ramona: perché si dice così?

La frase ha a che fare con il dolore fisico. Immaginate di ricevere una botta, una bastonata ad esempio, o comunque un colpo, e di ricevere questo colpo tra la testa ed il collo, cioè esattamente dietro la testa e sotto la testa, cioè alla base della testa.

Evidentemente questo colpo è doloroso e quindi la persona che lo riceve potrebbe anche morire, e dà l’idea di una morte improvvisa, immediata, ed anche inattesa. Se qualcuno arriva da dietro e ci dà un colpo tra capo (cioè la testa) e collo noi non lo vediamo e quindi riceviamo una sorpresa.

Quindi quando si ha un grande problema inatteso, che ci prende alla sprovvista, di sorpresa, si dice che questo problema ci è arrivato tra capo e collo. Si può usare anche il verbo capitare: capitare tra capo e collo. Infatti se qualcosa “capita” dà più l’idea della sorpresa rispetto al verbo arrivare, rispetto ad “arriva”.

Ramona: Ok quindi finora abbiamo parlato di problemi ed i problemi impediscono di raggiungere dei risultati; ma poi non ci sono solamente i problemi. Non è solo per via dei problemi che non si raggiungono risultati. Infatti credo che un’altra cosa che impedisca di raggiungere risultati siano gli errori.

Gli errori. Hmmmm.. io non faccio mai errori… ok ok, anche io ne faccio, ma errare è umano.

Ramona: sì, errare è umano, ma perseverare è diabolico!

Infatti: errare è umano, perseverare è diabolico. Questa è la prossima frase, molto utilizzata dagli italiani. Errare è umano, quindi sbagliare è umano (errare = sbagliare). Tutti sbagliano, tutti possono sbagliare, quindi tutti possono fare errori; errare è umano, è nella natura umana. Ma continuare a sbagliare non va bene, non si può sbagliare sempre: si dice che perseverare nell’errore, cioè continuare a sbagliare, sia diabolico. Perseverare è diabolico significa che non è umano, ma è sovrannaturale, è come se ci fosse il diavolo, una creatura maligna. Se nell’errore, nello sbaglio c’è il diavolo, allora perseverare nell’errore è diabolico.

In altre parole, sbagliare è comprensibile, può capitare, ma se si continua a sbagliare, se si persevera nell’errore, questo è contrario alla natura umana, perché non ci si può non accorgere che si sta continuando a sbagliare.

Bene, perseverare è diabolico dunque, e cosa possiamo dire di quelle persone che creano spesso dei problemi e li creano a se stessi?

Vediamo un’espressione che si utilizza proprio per descrivere queste persone. Ramona ci sono persone particolarmente adatte a trovare dei problemi.

Ramona: Sì Gianni, questa è una dote particolare. Ci son persone che si vanno a cercare i problemi col lanternino.

Questa, cara Ramona, è una caratteristica di molti italiani.

Ci sono persone che non sono molto attente, neanche nel lavoro, e creano sempre problemi. Se non ci sono situazioni difficili, se le vanno a cercare. Si dice così. Chi “se le cerca”, o “chi se le va a cercare” è una persona che cerca i problemi. La parola “problemi”, anche se non compare nella frase, è scontata: “andarsele a cercare” si riferisce ai problemi: andare a cercare i problemi; andare a cercare i problemi per se stessi, infatti si dice “andarsele a cercare”. In particolare si dice: “cercare col lanternino”; “andarsele a cercare col lanternino”.

Il lanternino è una lanterna, cioè una luce, una luce però molto debole, che si usava qualche anno fa. Evidentemente era difficile cercare qualcosa col lanternino. Eppure c’è qualcuno che riesce a trovare dei problemi anche col lanternino.

Questa ovviamente è una frase ironica quindi, e si usa quando c’è qualcuno che persevera nell’errore e questi producono degli effetti negativi su chi compie gli stessi errori.

Ramona: Bene Gianni, adesso vediamo di andare avanti con le frasi idiomatiche, oggi stiamo battendo la fiacca!

Ramona ha appena utilizzato un’altra delle espressioni legate ai risultati. “Battere la fiacca”. Prima si parlava di errori. E si diceva che errare è umano. Battere la fiacca non è un vero e proprio errore. Battere la fiacca significa andare lentamente. Battere la fiacca significa anche “non ottenere molti risultati”, non essere molto produttivi. “La fiacca” è quel senso di debolezza, quel senso di “voglia di far niente” che a volte, nel lavoro può capitare.

– spezzone musicale tratto dalla canzone “capitano uncino” di Edoardo Bennato, contenente l’espressione “battere la fiacca” –

È una espressione di origine militare, ma ormai si usa spesso quando c’è qualcuno che ozia, cioè che lavora poco volentieri, che lavora controvoglia.

Può capitare che se stai al lavoro, e stai prendendo un caffè, un tuo collega ti incontri e ti dica:

“si batte la fiacca oggi?”

Molti italiani in effetti battono la fiacca quando sono al lavoro, altri invece lavorano molto bene. Battere la fiacca è molto colloquiale come espressione.

Quindi c’è chi sbaglia e continua a sbagliare, chi cioè persevera nell’errore, poi c’è chi lavora poco, cioè chi batte la fiacca. Questi sono due ostacoli al raggiungimento dei risultati.

Ramona: Ma non finisce qui. Infatti c’è anche chi non sa cosa fare. In questi casi abbiamo una frase ad hoc: “brancolare nel buio”

Brancolare nel buio. In effetti le persone che brancolano nel buio magari non sono persone che sbagliano, e non sono neanche persone che battono la fiacca. Però potrebbero essere persone che, non sanno cosa fare. Perché non sono preparate, oppure perché il problema che è capitato è molto difficile.

La frase brancolare nel buio si usa soprattutto quando c’è un crimine, un omicidio ad esempio, o anche un furto, e chi deve indagare, cioè la Polizia, che deve fare le indagini, oppure i Carabinieri, non sanno chi è stato, non sanno chi ha commesso il furto o l’omicidio, non sanno chi ha commesso il reato e non hanno nessuna traccia, nessun indizio. Allora si dice che la polizia brancola nel buio.

Il buio infatti è l’assenza di luce. Di giorno c’è la luce e di notte c’è il buio. Se tenete gli occhi chiusi vedete tutto nero, state nel buio quindi, e se provate a camminare nel buio, state esattamente brancolando nel buio. Quando camminate e non c’è luce attorno a voi, è normale camminare con le mani in avanti, perché potreste sbattere contro qualcosa. Ecco, questo è “brancolare nel buio”, e la polizia quando non sa cosa fare, si dice che brancola nel buio.

Ma non si usa soltanto con i reati, con i crimini, si usa in effetti anche quando c’è qualcuno che deve prendere una decisione e non sa proprio cosa fare. Questa persona è come se camminasse al buio: sta brancolando nel buio, sta cercando l’orientamento, sta procedendo con incertezza, si muove alla ricerca di una soluzione. Insomma, sicuramente non sta ottenendo alcun risultato.

Chi brancola nel buio può provare a fare qualcosa, ma c’è il rischio di sbagliare, di fare dei grossi errori. C’è il rischio di fare un bel buco nell’acqua.

Fare un buco nell’acqua. Questa è un’altra espressione simpatica. Un buco nell’acqua. Come si fa a fare un buco nell’acqua?

Un buco si può fare nel legno, nel ferro, ma anche nell’acqua. Se lo fate nell’acqua cosa succede? Succede che l’acqua immediatamente ricopre il buco, e il buco sparisce. Se ne deduce che fare un buco nell’acqua vuol dire fare qualcosa di inutile. Fare un tentativo inutile, che non serve a nulla.

In ambito lavorativo si fanno spessissimo buchi nell’acqua. Se avete un’attività e volete attirare nuova clientela con un annuncio pubblicitario, se l’annuncio pubblicitario non funziona per niente, avete speso dei soldi inutilmente e potete dire di aver fatto un buco nell’acqua.

Qualsiasi tentativo può rivelarsi un buco nell’acqua. Come potete immaginare questa è un’espressione utilizzata in ogni lavoro, più o meno importante.

Dunque vediamo adesso cosa succede quando non sapete a chi dare la colpa quando un problema vi impedisce di raggiungere degli obiettivi, di raggiungere dei risultati.

C’è dunque un problema, e spesso non sappiamo chi sia il colpevole. Chi è il colpevole? Chi deve pagare per aver procurato il problema?

Solitamente quando c’è un grosso problema e non si conosce il colpevole, si cerca qualcuno a cui dare la colpa, si cerca cioè il “capro espiatorio”.

Ramona: questa non è un’espressione molto facile Gianni

Ne sono consapevole, ma è interessante conoscere l’origine di questa espressione.

Il capro espiatorio era un capro, cioè un animale, una capra, stavolta utilizzato al maschile (capro) che veniva utilizzato anticamente, molti anni fa, durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme, ed il “capro”, questo animale, veniva mandato nel deserto e fatto precipitare da una rupe, da un precipizio, insomma veniva ucciso. In questo modo tutti i peccati commessi, è come se sparissero, i peccati sono stati perdonati da Dio grazie al capro espiatorio. Il capro aiuta ad espiare i peccati, dove espiare significa riparare ad una colpa scontandone la pena. Il capro pagava per tutti e pagava con la sua vita.

Cosa c’entra col lavoro?

Beh, il capro espiatorio, in senso figurato, è un individuo, o anche un gruppo, un’organizzazione, scelto per addossargli una responsabilità o una colpa per la quale può anche essere innocente. Quando si trova un capro espiatorio vuol dire che si trova qualcuno a cui dare la colpa, anche se la colpa non è la sua.

– spezzone musicale tratto da “Gemitaiz – Non ti rivedo più” contenente le frase “capro espiatorio”

Cosa diciamo quando arriva qualche problema nel lavoro?

Ramona: beh, se non è un grande problema possiamo dire che qualcosa va storto, altrimenti, in caso contrario, va tutto liscio.

Va liscio oppure va storto. Proprio così. Nel primo caso, se tutto va liscio, vuol dire che non c’è nessun problema. Si usa il verbo andare. Tutto va liscio, tutto è andato liscio, tutto andrà liscio, dipende dal contesto, se parliamo al presente, passato o futuro. Si dice che va “liscio” – una cosa è “liscia”, come ad esempio un pavimento, o una qualsiasi superficie, è “liscia” quando è piatta, quando non ci sono imperfezioni, increspature. Una superficie liscia è una superficie che se viene toccata non si sentono imperfezioni, non si sentono bozzi, buchi, o cose che pungono eccetera.

In senso figurato invece vuol dire senza difficoltà, senza problemi.

Si usa spesso con gli esami, con le prove in generale:

Come è andato l’esame di matematica?

Ramona: Molto bene grazie, è andato tutto liscio, tutto liscio come l’olio!

Brava, si dice infatti anche così: tutto liscio come l’olio, cioè senza nessuna difficoltà.

Se invece l’esame è andato male posso dire che è andato tutto storto!

Attenzione perché si usa dire “è andato tutto storto”, oppure “qualcosa è andato storto”. Raramente si usa dire “è andato storto”. È più facile che ascoltiate “è andata male”, o “è andato male”.

In senso ironico si può utilizzare un’espressione molto comune. Come va Ramona?

Ramona: tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, cioè tutto ok, equivale a “tutto liscio”, cioè “non ci sono problemi”: “Tutto è a posto”, e “niente è in ordine”. Due frasi dal significato opposto quindi, infatti tutto a posto è il contrario di “niente è in ordine”. È chiaro quindi che la frase si usa per scherzare. Evidentemente ci sono dei piccoli problemi e questi piccoli problemi causano dei malumori, quindi non possiamo dire che tutto è ok, che tutto è a posto, ma in fondo di problemi gravi non ce ne sono. Finisce qui la prima parte della nona lezione di Italiano Professionale. Nella seconda parte vedremo più da vicino le espressioni che si utilizzano quando, tutto sembra perduto, quando non c’è più nulle da fare. A seguire nella seconda parte vedremo i rischi legati alla pronuncia di tutte le espressioni viste nella prima e seconda parte e alla fine l’esercizio di ripetizione.

Ramona: un saluto dal libano

Fine prima parte

prenota-il-corso

La paura fa novanta, pezzo da novanta

Audio

Trascrizione

Membri della famiglia Italiano Semplicemente, un saluto da Giovanni, e vi do il benvenuto in questo nuovo episodio, in questo nuovo podcast di ItalianoSemplicemente.com. Ringrazio tutti del vostro interesse e dei vostri commenti sulla pagina Facebook, spero da parte mia, di esservi utile e di aiutarvi concretamente nell’apprendimento della lingua italiana. Scusate se a volte non riesco a rispondere personalmente ai messaggi su Facebook ma non sempre riesco a trovare il tempo. Ad ogni modo credo sia più produttivo sottolineare due cose, prima di iniziare la spiegazione di oggi.

La prima cosa è che queste espressioni, conoscere le espressioni idiomatiche Italiane è importante per conoscere la cultura Italiana, e difficilmente troverete queste espressioni in un corso di italiano convenzionale, dove lo studio della grammatica è al centro e non c’è spazio per le espressioni tipiche italiane. La seconda cosa, ancora più importante, a mio modo di vedere, è che per ogni espressione tipica italiana bisogna sapere come utilizzarla, in quali occasioni, se è informale o formale, se la potete usare in famiglia o in ufficio o col vostro professore di italiano. È bene sapere quindi anche in quali altri modi esprimere lo stesso concetto, per essere sicuri che stiamo usando bene l’espressione, altrimenti c’è il rischio di fare brutte figure, ed allora è meglio non conoscerla quell’espressione. Sul web ci sono altri siti o canali YouTube, anche molto interessanti,  in cui si spiegano le espressioni italiane, ma tutti questi siti spiegano solo una versione della frase, e si tratta sempre di espressioni familiari, che potete usare e tra amici e non con persone diverse o che non conoscete bene. È per questo, è anche per questo che nelle mie spiegazioni cerco sempre di specificare il contesto di riferimento. Ed è anche per questo che ho deciso di sviluppare il corso di italiano professionale, che potete trovare sul sito e in cui vengono spiegate,  tra l’altro, tutte le frasi che si riferiscono al mondo del lavoro, dalle riunioni, alle conferenze, al colloquio di lavoro,  a come trattare eccetera. Ma torniamo all’espressione di oggi.

L’espressione che ho scelto di spiegarvi oggi, anzi le espressioni di cui ho deciso di parlarvi oggi sono due. Si tratta di “pezzo da novanta” e di “la paura fa novanta”. Credo siano due espressioni interessanti da spiegare e da comprendere.

Queste due espressioni sono state proposte da Leonardo, che saluto. Leonardo mi ha inviato una mail attraverso il link che ho inserito nella pagina delle frasi idiomatiche, e ha scelto due espressioni che contengono la parola “novanta”, che è un numero, come sapete. Novanta è il numero che sta dopo l’ottantanove e prima del novantuno. Ma in Italia il novanta è un numero particolare; non è un numero qualunque.  Sapete infatti,  o forse non lo sapete, che esiste un gioco in Italia che si chiama “Tombola”, un gioco molto famoso.  Ora vi spiego come funziona il gioco della Tombola.

Ecco quindi che per spiegare queste due semplici espressioni contenenti la parola 90, il numero 90, occorre fare una premessa. Occorre spiegare il significato del numero novanta, cioè quello che rappresenta il numero novanta. Questo, inevitabilmente, ci fa entrare nella cultura italiana. Vediamo come quindi.

La tombola, dicevo, è un gioco, un tradizionale gioco da tavolo nato nella città di Napoli nel XVIII secolo, secolo che inizia nell’anno 1701 e termina nell’anno 1800 incluso. Il gioco della Tombola è un gioco in cui vengono sorteggiati dei numeri, vengono estratti dei numeri che vanno da 1 a 90, numeri compresi tra 1 e 90. La Tombola è la versione casalinga del gioco del lotto.

Probabilmente molti di voi conoscono il gioco del lotto ma non conoscono la Tombola.

Ebbene, questo gioco, famosissimo in Italia, è un gioco diffuso a livello familiare, infatti ogni Natale, durante le feste del Natale (che cade il 25 dicembre di ogni anno)  in quasi tutte e famiglie, soprattutto se ci sono dei bambini, si gioca a Tombola: ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si gioca tutti assieme a Tombola.  Questo avviene anche nelle feste di paese, dove si gioca a Tombola nella piazza del paese, di molti paesi almeno,  soprattutto al centro-sud. Dicevo che vengono sorteggiati, vengono estratti dei numeri, che stanno dentro ad un contenitore, all’interno di alcune palline. Nelle piazze dei paesi i numeri vengono sorteggiati e vengono urlati con l’aiuto di un megafono, in modo che tutti possano ascoltare.

tombola

Ogni persona, per partecipare al gioco, acquista una “cartella”, cioè un foglio, un foglietto, sul quale sono scritti 15 numeri, in tre file di 5 numeri. C’è poi una persona che estrae un numero alla volta dall’urna, dalla scatola, dal contenitore. Quindi man mano che escono i numeri, uno alla volta, questi numeri vengono detti ad alta voce: “cinque, ventidue, ottantasei” eccetera. Le persone che hanno acquistato una cartella controllano se la loro cartella, il loro foglio contiene il numero di volta in volta estratto. Quando una cartella contiene, su una delle tre file, il numero estratto, normalmente si appoggia un fagiolo sopra quel numero, oppure si fa un buchino sulla cartella con uno stuzzicadenti: diciamo che ci sono vari modi di segnare i punteggi. E quando si vede, quando si verifica, si constata, si appura che avete quel numero nella cartella si dice: “ce l’ho”, e mettete, appoggiate il fagiolo sul numero della vostra cartella di carta.

Quando si vince? Si vince quando qualcuno nella sua cartella riesce per primo, prima degli altri, ad avere due o più numeri in fila, cioè sulla stessa fila, su una delle tre file di ogni cartella: si fa quindi “ambo” (con due numeri), si fa terno con tre numeri, quaterno con quattro e chi ne azzecca cinque, tutti i cinque numeri di una delle tre file fa quella che si chiama “cinquina”.

Chi è poi molto fortunato riesce anche a “fare Tombola”. Fare tombola vuol dire utilizzare tutti i fagioli, tutti e 15 i fagioli, quindi vuol dire che tutti e 15 i numeri della cartella sono stati estratti. Ovviamente chi riesca a fare tombola lo strilla, lo dice a voce alta davanti a tutti non appena viene pronunciato l’ultimo numero: “tombola, ho fatto tombola!”

Chi fa tombola vince generalmente dei soldi, ma a prescindere dai soldi o dal premio che si vince, è un gioco molto divertente.

Questo gioco nasce a Napoli, come ho detto prima, ed a Napoli si danno molta importanza ai numeri ed al loro significato. Cosa significa? Significa che i napoletani hanno attribuito, hanno assegnato ad ogni numero, ad ogni numero da 1 a 90, uno specifico significato.

Quindi esiste un sistema di associazione tra numeri e significati, di solito umoristici. Ogni numero ha un suo significato. Per chi fosse interessato esiste anche un libro, che si chiama “La Smorfia”, che da secoli, da molti anni quindi, associa i sogni ai 90 numeri. Ogni numero ha un suo significato, ed ogni avvenimento, ogni sogno particolare, va tradotto in uno o più numeri.

Ebbene, il numero 90 (novanta) è associato alla paura. Allo stesso modo possiamo dire che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutta questa lunga spiegazione per arrivare a questo dunque.

Dunque la paura è il numero 90, e la paura fa 90. Questo è il senso proprio dell’espressione “la paura fa 90”. Inoltre vediamo che si usa il verbo “fare”: “la paura fa 90”.

Allo stesso modo infatti possiamo dire che 47 fa “morto che parla”, oppure che 42 fa caffè.

Quanto fa 40? Vediamo un po’… ah 40 fa noia!

Quindi questo significa che se sognate, se fate un sogno e sognate che il vostro caro nonno, morto tanti anni fa, si beve un caffè e vi racconta delle storie, allora dovete giocare al lotto i numeri 47 (morto che parla) e il numero 40 (caffè). Infatti 40 fa caffè e 47 fa morto che parla. Semplice vero?

“La paura invece fa 90”, ora avete capito che significa, letteralmente, che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutto qui. Ma questo è il senso proprio, quello letterale.

La paura fa 90 è però una espressione idiomatica, e questa espressione significa invece che con la paura si possono fare cose incredibili. Sotto lo stimolo della paura si fanno cose che sembrerebbero impensabili in condizioni normali.

Se quindi, ad esempio, siete rincorsi da un cane che vuole mordervi, riuscirete a correre molto velocemente, molto più velocemente del normale: la paura fa 90!

Potete usare questa espressione quindi ogni volta che verificate che con la paura si fanno coe incredibili.

Spero Leonardo sia chiaro il senso della prima frase: la paura da novanta!

Ora vediamo la seconda frase che contiene il numero novanta: “pezzo da novanta”.

Stavolta la tombola non c’entra nulla. Stavolta il numero 90 rappresenta la dimensione, cioè la grandezza, di un cannone. Il cannone è l’arma da fuoco che si usava per sparare sulle navi, un’arma normalmente molto grande (lunga circa 2 metri o giù di lì). Sembra che la larghezza della bocca del cannone, da dove cioè esce la palla di cannone, cioè il proiettile del cannone, si misuri in calibri, e il calibro di un cannone può variare: Nella seconda guerra mondiale esistevano i cannoni a calibro 88 che avevano i tedeschi, e pare che gli italiani possedessero, avessero anche una trentina di cannoni a calibro 90, cioè più potenti.

Esistevano quindi solamente trenta cannoni, trenta cannoni che avevano un calibro pari a 90.

Esistevano quindi solamente 30 pezzi da 90.

Qui occorre spiegare però anche il termine “pezzo”, che normalmente si usa per indicare una piccola quantità, una porzione di qualcosa, come un pezzo di pizza eccetera. Soprattutto nel mondo del commercio la parola pezzo non indica una porzione di qualcosa, ma il termine “pezzo” viene usato in questo caso per indicare una singola unità: un pezzo. Questo vale per qualsiasi cosa: Se voi acquistate un qualsiasi oggetto, e ne acquistate alcune unità, potete dire anche che avete acquistato “alcuni pezzi”. Il termine pezzo quindi non significa solamente “una porzione”, “un pezzo” come quando qualcosa si rompe e “va in pezzi”, cioè si distrugge in piccole porzioni più piccole. Il termine pezzo al singolare significa quindi una singola unità. Al plurale, se voglio acquistare sei bicchieri uguali posso dire alla commessa: scusi, vorrei sei pezzi di questo bicchiere! Cioè vorrei sei bicchieri di questo tipo, sei bicchieri uguali. Quindi quei trenta cannoni speciali, quei trenta cannoni che avevano un calibro 90, erano dei pezzi speciali, dei pezzi quasi unici, perché ne esistevano solamente trenta pezzi: esistevano pochissimi pezzi da 90.

Da allora la frase “pezzo da novanta” ha anche un senso figurato, e viene usata per indicare una persona importante: un pezzo da novanta è un personaggio importantissimo, come ce ne sono pochi al mondo.

Allora ad esempio se conosco il vice presidente di un’importante azienda, posso dire che quello è un pezzo da novanta di quell’azienda, cioè un uomo importante, che svolge un ruolo importante. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di un vero pezzo da novanta.

Qualcuno di noi, credo, potrebbe conoscere alcuni pezzi da novanta, in qualsiasi ambito. Io, fatemi pensare… dunque, non ho mai conosciuto pezzi da novanta della politica italiana, ad esempio, e non ho neanche mai conosciuto pezzi da novanta dello sport. Totti ad esempio è un pezzo da novanta del calcio italiano e mondiale, e mi piacerebbe molto conoscerlo. Nel mio caso non mi vengono in mente pezzi da novanta che io abbia mai incontrato o conosciuto personalmente.

Avete quindi capito che un pezzo da novanta è una persona importante, molto importante. Non per forza la più importante nel suo settore, ma una delle persone più importanti.

Quindi se ad esempio devo indicare una persona che ricopre un ruolo importante in una azienda ma non ricordo il suo ruolo, cioè non ricordo ad esempio se si tratta del direttore, del vicedirettore, del presidente o del vicepresidente, ma ricordo solamente che è uno importante, posso dire che è un pezzo da novanta, che questa persona è uno dei pezzi da novanta.

Pezzo da novanta è una espressione molto usata in Italia, usata soprattutto nella forma orale e quindi non molto raffinata come espressione. Si dice anche “essere qualcuno”. Se dico che mio padre è qualcuno nel tennis, ad esempio, vuol dire che gioca bene a tennis, che è una persona conosciuta. Essere qualcuno, se detta nel modo giusto, significa quindi essere una persona conosciuta, importante perché conosciuta, una persona rispettata perché importante. Anche questa espressione però è abbastanza familiare.

Se vogliamo esprimerci in modo leggermente meno informale possiamo usare la parola “calibro”, oppure, ancora meglio, possiamo usare la parola “spessore”: allora possiamo dire che una persona importante è un pezzo da novanta, se parliamo con amici, ma possiamo anche dire che questa persona è una persona di grosso calibro, o di un certo calibro, che vuol dire ugualmente un calibro elevato, un livello elevato; questo se parliamo con persone di cui abbiamo molto rispetto, o che non conosciamo abbastanza bene. Il senso è lo stesso però. Esistono persone di grosso calibro, ed anche persone dello stesso calibro, cioè dello stesso valore, della stessa importanza. Esistono poi delle persone che hanno un “elevato calibro morale”, persone cioè che han dimostrato nella loro vita di avere una forte moralità, un forte senso del dovere ad esempio, o elevato senso civico. Se quindi volete fare un complimento ad una persona che stimate molto per la sua correttezza ed onestà, che vi ha dimostrato in molte occasioni, potete dirgli che secondo voi è una persona di un elevato calibro morale.

La parola spessore, infine, può essere usata allo stesso modo: “Quella persona ha un elevato spessore morale”, oppure quella persona ricopre un ruolo di un certo spessore, perché magari è il direttore, o il vicedirettore, o il responsabile di una qualche attività.

Bene, sperando che anche voi un giorno possiate diventare persone di elevato calibro morale, se non lo siete già ovviamente, spero di essere riuscito a farvi capire bene il significato di queste due frasi “pezzo da novanta” e “la paura fa novanta”: se ci sono riuscito posso dire di essere un professore di un certo spessore, anche se questo non è esattamente il mio mestiere. Siamo dovuti un po’ entrare nella cultura italiana per capire bene, ed in effetti è questo il significato profondo di imparare una lingua: se imparate la cultura, imparare la lingua vi risulterà più facile. Spero di non avervi annoiato, ringrazio Leonardo per la domanda e tutti gli altri di essere così numerosi a seguire ItalianoSemplicemente.com.

Ora rispondete a voce alta ad alcune facili domande. Aspettate la domanda e provate a rispondere, così vi esercitate nella pronuncia: saranno delle domandine facili-facili.

La paura fa ottantanove?

No, la paura non fa ottantanove, la paura fa novanta!

La paura fa novantuno?

No, la paura non fa novantuno, la paura fa novanta!

Quanto fa la paura?

La paura fa novanta!

Ripetete ora:

Pezzo da novanta.

Quell’uomo è un pezzo da novanta!

Rispondete:

Ma chi è quell’uomo? Una persona di spessore?

Altroché! Quello è un pezzo da novanta!

Quel tizio è qualcuno nell’azienda?

Sì, lui è un pezzo da novanta! È uno di grosso calibro!

Ciao a tutti, e ricordatevi che tutti i fan di italiano semplicemente sono pezzi da novanta, almeno per me.

In zona Cesarini

Audio

Video con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Buongiorno a tutti. Una frase veramente curiosa quella di oggi: “in zona Cesarini”. Sicuramente è una di quelle espressioni che non troverete mai in un libro di grammatica italiana, né troverete l’equivalente esatto in lingua inglese, francese eccetera. Credo che anche all’università, durante le lezioni è impossibile che possiate ascoltare o leggere questa frase.

L’espressione di oggi, che mi accingo a spiegare è una di quelle espressioni che racchiudono un pezzo d’Italia. Una di quelle espressioni che, se pronunciate da uno straniero, da una persona non nata e cresciuta in Italia, suscita sicuramente molto stupore, ed un italiano, ascoltando uno straniero che pronuncia questa espressione rimane sicuramente molto stupito, sicuramente molto meravigliato: Penserà: Com’è possibile che questa persona, straniera, conosca l’espressione “in zona Cesarini”? Evidentemente ha vissuto in Italia. Evidentemente ha passato del tempo in Italia. Questo penserà un italiano. Alla fine dell’episodio di oggi, dopo avervi spiegato il significato di questa espressione italianissima, vi farò alcuni esempi di utilizzo, vi suggerirò alcuni contesti in cui potreste utilizzare l’espressione “in zona cesarini”, anche come semplice turista.

Allora, avrete notato, se avete letto o state leggendo in questo momento la trascrizione di questo episodio, che “Cesarini” si scrive con la lettera “C” maiuscola: con la lettera iniziale maiuscola. Avrete anche notato che se provate a cercare su un dizionario italiano online, la parola “Cesarini” i dizionario vi riporta non ad una parola comune, ma ad una persona, al cognome di una persona.

Ebbene sì. “Cesarini”, con la “C” maiuscola è una persona. In particolare è un calciatore. Troverete più persone che si chiamano Cesarini di cognome su internet, ma quando si parla di “zona Cesarini” si sta parlando di Renato Cesarini, un calciatore, cioè giocatore di calcio, che giocava in Italia nel secolo scorso.

renato_cesarini-chacarita-1936
Renato Cesarini

Renato Cesarini è il suo nome e cognome, e questo giocatore giocava con la squadra della Juventus. La conoscete tutti la Juventus, detta anche “Juve”. Ebbene questo calciatore nel 1931, in una partita tra Italia ed Ungheria, precisamente il 13 dicembre 1931, segnò, realizzò un gol, fece un gol, al minuto numero novanta, al novantesimo minuto, cioè all’ultimo minuto della partita.

Questo giocatore, a dire il vero, molto spesso segnava nei minuti finali di una partita: gli era successo più volte di realizzare diversi gol nei minuti finali di partita, anche se si trattava sempre di gol decisivi ai fini del risultato, cioè non tutti questi gol sono stati importanti, importanti nel senso che la partita è stata vinta grazie al gol di Renato Cesarini. Questo fatto, il fatto di segnare negli ultimi minuti, gli era successo molte volte quindi, anche contro avversari di rango, cioè molto forti, come Napoli e Torino ad esempio. Nel calcio, come in tutti gli sport, gli avversari “di rango” sono gli avversari più forti, sono gli avversari più “blasonati”, più difficili da battere. Si dice anche così: blasonati, cioè che hanno un blasone. Il blasone è simbolo di nobiltà. Questa è l’origine del termine blasone. Ma nello sport chi ha un blasone, chi è blasonato, o la squadra blasonata, è la squadra che ha vinto molti titoli. Il Barcellona e la Juventus sono due squadre blasonate quindi, e sono due squadre di rango.

Quindi tornando a Cesarini, a Renato Cesarini, dopo quel gol realizzato contro l’Ungheria, nel 1931, divenne famoso per essere un calciatore che segna sempre nei minuti finali, che fa sempre gol nei minuti finali di una partita. Ebbene? Allora? Cosa c’entra con l’espressione “in zona Cesarini?”

Cos’è la “zona Cesarini”?

Succede molto spesso che una espressione, anche se nasce in uno specifico contesto, può finire per essere applicata anche ad altri contesti, e così l’espressione “zona Cesarini” finì per essere applicata anche ad altri sport, per indicare fatti, avvenuti, o situazioni avvenute all’ultimo momento, in extremis.

Si parla di “zona” perché col termine zona si vuole indicare un periodo temporale, un arco di tempo, si vuole indicare “l’ultimo momento possibile”. Si dice anche “area Cesarini”.

Quindi la zona Cesarini, o l’area Cesarini, è l’ultimo momento; l’ultimo momento utile per fare qualcosa, ed in particolare per porre rimedi, per rimediare, cioè per risolvere una questione, un problema. Solitamente la parola zona invece si riferisce allo spazio: una zona è solitamente un’area di terreno, e si misura in metri quadri, non in tempo. In tal caso invece si indica una porzione di tempo, un preciso periodo, e precisamente la fine di un periodo di tempo.

Normalmente si dice “in extremis”, per esprimere lo stesso concetto, come ho detto anche prima. È la stessa cosa. In zona Cesarini significa esattamente “in extremis”, “all’ultimo momento”.

Quel gol di Renato Cesarini fece sì che l’Italia vincesse tre reti contro due contro l’Ungheria, in una partita valida per la Coppa Internazionale, una competizione che ora non si svolge più. Si è svolta per sei volte nel passato e queste sei edizioni si disputarono dal 1927 al 1960. La Coppa Internazionale È stata la prima competizione per squadre nazionali di calcio disputata in Europa. Ora ci sono, come sapete, i campionati Europei di Calcio.

Vediamo qualche esempio di utilizzo dell’espressione “zona Cesarini”. Potete usare queste espressione in qualsiasi contesto, ma fondamentalmente solo nella forma orale. Non viene usata, se non in articoli giornalistici, nella forma scritta.

Immaginiamo che siate un turista, un turista che viene in Italia e che viene a Roma ad esempio. A Roma ad esempio andate a visitare il Colosseo, e scoprite scopre che l’orario di visita del Colosseo, l’orario in cui è possibile visitare il Colosseo, vederlo cioè dal suo interno, sta per terminare. Siete l’ultima persona del giorno che entra nel Colosseo. Siete molto fortunato, e quindi potreste dire quindi alla persona che gli dà il biglietto “meno male, ce l’ho fatta in zona Cesarini!”.

Vedrete la reazione della persona che sta di fronte a voi: come minimo sgranerà gli occhi: cioè allargherà gli occhi in segno di stupore; sarà stupita, sarà meravigliata, perché avete utilizzato l’espressione “in zona Cesarini”. Penserà forse che siete italiana, o che avete vissuto in Italia per un po’ di tempo.

La stessa cosa la potete usate al ristorante. Se decidete di cenare molto tardi, ad esempio alle 10.30 di sera, magari perché avete visitato Roma o avete passeggiato per le vie del centro, troverete sicuramente dei ristoranti aperti, ma alcuni ristoranti a quell’ora stanno per chiudere. È tardi per cenare, e probabilmente a quell’ora, alle 10.30 di sera,  è più facile che troviate aperti pub, birrerie, che vi possono comunque preparare delle cose da mangiare. Se entrate in un classico ristorante e chiedete: “ è possibile cenare?”. Il proprietario, o il cameriere, potrebbe rispondervi: “stiamo quasi per chiudere, ma entrate pure siete arrivati in zona Cesarini”. Se si accorge che siete degli stranieri sicuramente non userà questa espressione. Anche voi però potreste usare questa espressione: potreste chiedere: “si può entrare in zona Cesarini?”, “cioè “si può entrare anche se siamo arrivati all’ultimo momento?” “anche se siamo arrivati in extremis?”.

Avete capito quindi che la zona cesarini non è una zona fisica, un’area, ma è un periodo di tempo.

“in zona cesarini” è una espressione usata in tutta Italia, assolutamente innocua, usata da tutti. Non abbiate paura quindi di utilizzarla. Per memorizzarla velocemente il trucco lo sapete: dovete ripetere e dovete collegarla a delle emozioni.

Ora faremo un esercizio di ripetizione, mentre riguardo alle emozioni potete provare ad andare su facebook, e scrivere una frase che contiene questa espressione. Magari avrete delle reazioni, dei commenti che agiranno sulle vostre emozioni facendovi ricordare meglio questa frase.

Facciamo ora l’esercizio di ripetizione. Repetita iuvant.

Zona Cesarini

Zona Cesarini

In zona Cesarini

In zona Cesarini

Sono arrivato in zona Cesarini

….

Scusate se arrivo in zona Cesarini

Mi sono salvato in zona Cesarini.

Bene ragazzi, spero che tutto sia chiaro, spero di essere riuscito a spiegare per bene questa espressione. Per conoscere la spiegazione di altre frasi idiomatiche basta andare sulla home page del sito Italianosemplicemente.com e cliccare su “livello intermedio”, lì troverete molte espressioni italiane di suo comune che in nessun libro però riuscirete a trovare né un suo utilizzo, tantomeno una spiegazione.

Vi lascio alla sigla finale, anche perché devo andare a fare la spesa al supermercato e spero di riuscire ad arrivare in tempo prima della chiusura. Se ce la farò, arriverò sicuramente in zona Cesarini, altrimenti, niente cena…

……..

> Tutte le frasi idiomatiche

 

Fare buon viso a cattivo gioco

Audio

Trascrizione

fare_buon_visoBuongiorno amici. La frase idiomatica che di oggi è “fare buon viso a cattivo gioco”.

La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è una frase non molto facile da spiegare. Cercherò di fare quindi molti esempi e di spiegare tutte le parole.

Questa espressione è utilizzata non molto di frequente nel linguaggio di tutti i giorni. Tuttavia il suo utilizzo è molto frequente in ambito lavorativo e professionale.

Vi potrebbe capitare  di ascoltarla in Italia in molte occasioni ed in qualsiasi attività lavorativa.

Come sa chi ci segue solitamente, in Italiano Semplicemente cerchiamo di spiegare ogni settimana almeno una frase idiomatica, e spesso vengono spiegate espressioni molto utilizzate nel lavoro.

Nella pagina frasi idiomatiche troverete molte espressioni di uso comune in tutta Italia e alcune delle espressioni più utilizzate, come quella di oggi, in ambito professionale. In generale però tutti gli altri contenuti, cioè tutte le frasi idiomatiche più utilizzate nel lavoro, specifiche del lavoro, così come tutti i verbi e tutte le situazioni più frequenti in ambito professionale che familiare sono inserite all’interno del corso di Italiano Professionale, che sarà disponibile per chi volesse acquistarlo, a partire dal 2018.

Ogni giorno siamo impegnati, con gli altri membri della redazione a sviluppare i contenuti di ogni lezione di questo speciale corso, e mettiamo a disposizione sempre la prima parte di ogni lezione, in modo che tutti possano capire di cosa si parli nel corso e possano decidere con sicurezza e tranquillità se acquistare il corso o meno quando sarà disponibile.

La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è un podcast completo, interamente gratuito, un episodio accessibile a tutti, e spero di riuscire oggi a spiegarvi il significato della frase senza troppe difficoltà.

Allora, vediamo parola per parola. Fare è un verbo, molto usato nelle frasi e espressioni idiomatiche italiane. Il viso è la parte del corpo in cui si trovano gli occhi, il naso e la bocca. “Il viso”. Si dice anche “la faccia”, ma il viso è più indicato e più usato per indicare la parte del corpo, invece la faccia è usato di più per rappresentare le espressioni e le emozioni del viso, anche per quelle che si provano guardando questa faccia, questo viso. Ad esempio: “ha una faccia curiosa“, oppure “ha una faccia da schiaffi“, ed altre espressioni simili.

“Fare buon viso” contiene la parola “buon”, cioè “buono”. Un “buon viso” è un “viso buono” un viso che esprime tranquillità, che non esprime preoccupazione. La bontà del viso non è da intendere come la bontà d’animo. o la bontà delle persone, ma come un viso che esprime tranquillità.

Vediamo che in questo caso “viso” è utilizzato per indicare un’emozione, cosa che come detto prima si usa fare di più con la parola “faccia” e non con la parola viso. Non è così in questo caso.

Le due parole “buon viso” stanno insieme solamente in questa espressione: non esistono altre espressioni e modi di dire italiani che contengono queste due parole in fila: è chiaro quindi che appena voi dite “fare buon viso”, un italiano che ascolta subito intuisce, capisce subito qual è la fine della frase che state dicendo: “a cattivo gioco”

“A cattivo gioco”: cosa vuol dire?

Il senso proprio di questo pezzo di frase non ci aiuta.

Il gioco solitamente è divertimento, è una attività che dà gioia, che fa piacere fare. Quindi un “cattivo gioco” non esiste. Al massimo un cattivo gioco può essere un gioco il cui fine è cattivo, crudele. Uccidere per gioco può essere giudicato un “cattivo gioco”. Cattivo infatti si usa per le persone: una persona cattiva è una persona non buona, che non fa del bene ma fa del male agli altri. Un cattivo gioco può anche essere un gioco non istruttivo, che non istruisce, cioè che non insegna nulla ai bambini. Ma non è neanche questo il significato nella frase di oggi.

La parola “Cattivo”, l’aggettivo “cattivo”, si usa anche in molte altre circostanze, in molte altri contesti e situazioni e non solo per le persone. Si usa per, ad esempio, il tempo, ma in questo caso la cattiveria non c’entra col “cattivo tempo“. In questo caso il tempo si dice cattivo quando piove, ad esempio o quando fa freddo e c’è vento, insomma quando non è un tempo, da un punto di vista meteorologico, buono. “Fa cattivo tempo”, si dice per dire che non è un bel tempo.

“che tempo fa oggi a Roma?”. Se piove potete dire “fa cattivo tempo”.

Poi c’è anche “cattivo sangue” e “cattivo profeta”.

Questo per dirvi che la frase “fare buon viso a cattivo gioco” va letta tutta insieme, e non un pezzo alla volta. Il senso della frase è cercare di adattarsi il meglio possibile, nel miglior modo possibile, a situazioni sgradevoli che non si ha possibilità di evitare o modificare.

Se abbiamo una situazione sgradevole, cioè non gradevole, cioè che non ci piace, ma è necessario sopportare, allora possiamo dire che dobbiamo “fare buon viso a cattivo gioco”, cioè dobbiamo mostrarci tranquilli, far finta che non sia un problema, dobbiamo sopportare e mostrare, far sembrare che tutto vada bene, dobbiamo fare “buon viso”, cioè mostrare un viso sereno, senza mostrare preoccupazioni, “a cattivo gioco”, cioè ad una situazione che non ci piace, sgradevole, che vorremmo evitare, ma che conviene affrontare in questo modo, facendo “buon viso a cattivo gioco”, perché quello che è successo è inevitabile, non si può evitare.

Attenzione perché è importante usare la preposizione “a”. Non sembra corretto dal punto di vista grammaticale, ma nelle espressioni idiomatiche non dovete badare alla grammatica: queste infatti sono un modo per sintetizzare una situazione frequente che può capitare. Al lavoro capita spesso di fare buon viso a cattivo gioco.

Se ad esempio state lavorando, state lavorando e siete molto concentrati, e  ad un certo punto una persona vi interrompe e vi dice “scusa disturbo? posso farti una domanda?”.

Voi a questo punto perdete la concentrazione e questo vi fa arrabbiare. A questo punto avete due scelte, potete fare due cose: la prima cosa che potete fare è rispondere: “no, ho da fare!“, oppure “non ora, più tardi!“. Questa è la prima scelta, e potrebbe essere giudicata poco gentile da parte vostra una risposta di questo tipo. Ormai avete perso la concentrazione, quindi potrebbe convenirvi una risposta più diplomatica.

La seconda scelta quindi è “fare buon viso a cattivo gioco” e fare finta di niente, cioè far finta che la cosa non vi abbia seccato, non vi abbia dato fastidio, e quindi rispondere gentilmente: “prego, entra pure, non mi disturbi affatto!“. In questo modo avete fatto buon viso a cattivo gioco. La cosa non vi ha fatto buon gioco, perché vi ha fatto perdere la concentrazione, ma pur non avendovi fatto buon gioco, voi fate “buon viso”. Fate buon viso a cattivo gioco.

Si potrebbe discutere sul fatto che sia buona cosa o meno fare buon viso a cattivo gioco. E’ una cosa positiva fare buon viso a cattivo gioco? Qualcuno potrebbe dire che chi fa buon viso a cattivo gioco è una persona ipocrita, e l‘ipocrisia è il nome del sentimento. Ipocrisia deriva dal greco e significa simulazione. Simulare significa “far finta”, “far sembrare”, far apparire una cosa in un modo quando invece non è così.

Una persona ipocrita è una persona che non dice quello che pensa e che lo fa per ottenere dei vantaggi. L’ipocrita ha imparato a dire ciò che “rende” di più, cioè che gli porta maggiori vantaggi.

In effetti l’ipocrisia non è una cosa affatto positiva nel lavoro e direi anzi che è una delle caratteristiche peggiori. Ma qui bisogna forse anche distinguere tra ipocrisia e diplomazia.

diplomaziaipocrisia

La diplomazia, a differenza dell’ipocrisia, ha una eccezione positiva, ha un significato positivo. Entrambe sono simulazioni però. Con entrambe ci si comporta in modo diverso da ciò che i nostri sentimenti ci consiglierebbero.

Entrambe sono simulazioni di sentimenti e lo scopo è sempre quello di guadagnare la fiducia degli altri, la fiducia altrui. Ma il termine ipocrisia è più collegato all’inganno. Se faccio finta di essere tuo amico e poi parlo male di te con gli altri colleghi sono un ipocrita, mi sto comportando da ipocrita, non  sono diplomatico. Il diplomatico è realista, ed il suo fine, quello che vuole ottenere, non è un fine personale, ma è una intesa: l’intesa nel lavoro è il suo obiettivo. Per il diplomatico la cosa importante è come agire nel rispetto della persona altrui. Invece l’ipocrita è egoista, pensa a se stesso. Questa è la differenza. Se ad esempio devo trovare un accordo tra persone diverse, tra opinioni diverse, allora cerco di mantenere una posizione neutrale, cercando di capire le differenze tra le persone e cercando di trovare un accordo, il miglior accordo possibile.

Potete quindi ben capire che la diplomazia è una caratteristica molto apprezzata nel lavoro perché pochi hanno la capacità di mantenere una posizione neutrale e cercare sempre la migliore soluzione ad ogni problema, anche andando a volte contro il proprio pensiero, perché l’obiettivo, il fine ultimo, è l’accordo.

La diplomazia quindi non è ipocrisia, non è manipolazione. Ecco, anche questo termine: “manipolazione” è senza dubbio una parola negativa, come ipocrisia. Chi manipola è quindi un ipocrita, un egoista, uno che vuole fare in modo che gli altri facciano delle cose che gli porteranno dei vantaggi. Manipolare viene da “mani”, cioè lavorare con le mani, quindi manipolare una persona è cercare di cambiarla, come se fosse un oggetto e come se dovesse far assumere una certa forma a questa persona, la forma che  vuole lui, la forma che desidera il manipolatore.

In ogni caso si potrebbe discutere molto sui termini diplomazia e ipocrisia, e si potrebbero anche avere opinioni differenti. Infatti ci sono dei mestieri, dei lavori, dove fare buon viso a cattivo gioco è indispensabile, è molto importante: come nel mestiere del diplomatico, o del politico.

Il diplomatico, lo dice anche il nome, è colui che deve avere diplomazia. Il diplomatico è un lavoratore, detto “funzionario“, attraverso il quale uno Stato (come quello italiano ad esempio) oppure la Santa Sede, la Chiesa, intrattiene relazioni con un altro Stato, con la Santa Sede o con un’organizzazione internazionale: questo è il diplomatico. L’ambasciatore ad esempio è un diplomatico.

Il politico invece è colui che si occupa di politica, colui che è eletto dal popolo per prendere decisioni che riguardano la collettività, il popolo intero. In questi due mestieri, il diplomatico e il politico, fare buon viso a cattivo gioco significa essere diplomatici ma spesso il confine tra diplomazia e ipocrisia è molto, molto stretto.

Comunque fare buon viso a cattivo gioco è una frase utilizzabile anche al di fuori del lavoro in generale se ci troviamo in situazioni difficili, se non vogliamo affrontare apertamente chi ci ha fatto del male, o chi ci ha procurato uno svantaggio, o chi ci ha messo i bastoni tra le ruote, magari preferiamo fare buon viso a cattivo gioco, preferiamo far finta di niente, perché tanto ormai è successo, e pensiamo che è meglio far finta di niente.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione come facciamo sempre per rispettare la regola numero sette per imparare a parlare Italiano: parlare.

Ripetete dopo di me, copiate la mia pronuncia.

Fare buon viso a cattivo gioco.

….

Fare buon viso a cattivo gioco.

….

Fare buon viso….. a cattivo gioco… a cattivo gioco…

Meglio fare buon viso a cattivo gioco

….

Non mi piace fare buon viso a cattivo gioco

…..

Ti consiglio di fare buon viso a cattivo gioco

….

Ti sconsiglio di fare buon viso a cattivo gioco

….

Vi ringrazio di aver seguito questo episodio di Italiano Semplicemente. Ascoltate questo episodio più volte se volete usare la tecnica dell’ascolto per imparare l’italiano in modo naturale. Fatelo più volte, durante i vostri tempi morti, e continuate a seguirci  anche su Facebook, e se volete visitate la pagina di Italiano Semplicemente.

Ciao a tutti da Giovanni. Un abbraccio.

> Il corso di italiano professionale

Fare i conti senza l’oste

tutte le espressioni idiomatiche spiegate

Audio

La domanda:


La spiegazione:

Trascrizione

La domanda di Manal (Algeria): ciao Gianni, vorrei sapere il significato dell’espressione: “fare i conti senza l’oste”. Non sono riuscita a trovare nulla su internet

La spiegazione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo l’espressione idiomatica italiana “fare i conti senza l’oste”, e ringrazio Manal, una ragazza algerina, e più precisamente della città di Shief. Manal studia italiano nell’università di Blida. Spero di aver pronunciato bene tutti i nomi. Manal ha detto di non aver trovato su internet la spiegazione di questa frase.

Bene allora vediamo un po’ se ce la faccio a farvi capire il significato dell’espressione.

Fare i conti senza l’oste. Dunque cos’è “fare i conti”? Per capire occorre spiegare cosa sono i conti. I conti si fanno in matematica. Si prende una calcolatrice, oppure si scrive su un foglio di carta. Quanto fa due virgola tre più tre virgola uno? Facciamo i conti e vediamo quanto fa, vediamo il risultato di questa operazione facendo i conti. I conti è un termine, una parola generica; nello specifico esistono le operazioni matematiche: addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. In generale si dice: fare delle operazioni, oppure ancora più in generale, si dice fare i conti. In senso matematico quindi, questa espressione si usa al ristorante, in pizzeria, ad esempio: mi fa il conto per favore? In questo caso si usa al singolare: il conto. Per “fare il conto”, il proprietario del ristorante deve fare i conti, deve vedere quello che si è mangiato, fare le singole addizioni e vedere il risultato. Il risultato è il conto, il conto del tavolo.

La cameriera, che serve ai tavoli, potrebbe chiedere al proprietario: “mi fai il conto del tavolo numero due per favore?

Quindi i conti si fanno per calcolare un risultato. Ma in realtà “fare i conti”, l’espressione “fare i conti” è usata in senso più ampio; si può utilizzare non solo al ristorante, in pizzeria eccetera, ma anche quando ci sono delle questioni da chiarire tra due persone. Se ci sono due persone ad esempio che devono ancora concludere una discussione, o hanno avuto una trattativa, ed una delle due persone crede che ancora questa discussione, questa trattativa non sia terminata, perché crede magari che finora non si sia detto tutto e occorre, bisogna terminare la discussione per ristabilire un equilibrio, allora questa persona che si sente in credito, che crede di averci rimesso finora, vuole fare i conti, vuole ristabilire il giusto, un giusto equilibrio, come è giusto che sia, secondo lui.

Se ad esempio un bambino fa un capriccio, fa una cosa che non deve fare, una cosa grave che fa arrabbiare la mamma, la mamma potrebbe dire al telefono a suo figlio:

“appena torno a casa facciamo i conti!”

Ed il bambino probabilmente avrà paura del ritorno della mamma, che vuole fare i conti con lui.

Bene, spero sia chiaro finora. Questo è uno dei significati di “fare i conti”.

osteria

A noi interessa di più però il primo significato, quello di fare i conti al ristorante. Perché “l’oste” è la persona proprietaria non di un ristorante, ma di una osteria. L’oste è il proprietario, oppure colui che gestisce l’osteria. L’osteria è un locale simile al ristorante, ma si serve prevalentemente, cioè quasi esclusivamente, del vino. È quasi come una enoteca, ma si tratta di vino normale, di vino spesso prodotto dallo stesso proprietario, cioè dallo stesso oste, mentre nell’enoteca si vendono diversi tipi di vino. Nell’osteria quindi si beve il vino dell’oste e spesso si può anche mangiare qualcosina, si può fare qualche piccolo spuntino. Lo spuntino è qualcosa di leggero da mangiare velocemente, come uno snack.

Ok quindi l’oste, il gestore dell’osteria vi porta il vino, e normalmente è anche colui al quale si paga dopo aver bevuto il vino. Ebbene è lui che fa i conti; è lui che scrive su un pezzo di carta quanto va pagato alla fine dal cliente. Non si possono fare i “conti senza l’oste”.

Quindi il cliente non può fare i conti da solo, ma li deve fare l’oste.

Chi fa i conti senza l’oste rischia di sbagliarli. Avrete certamente intuito che “fare i conti senza l’oste”, questa locuzione, questa frase idiomatica viene detta a un soggetto che è abituato a prendere decisioni affrettate, che non tengono conto delle volontà altrui e anche di un eventuale rifiuto.

Quindi non è una frase che si utilizza solamente in osteria, ma in tutte le situazioni in cui qualcuno prende decisioni senza tener conto di tutto, soprattutto della volontà di altre persone, del parere di altre persone coinvolte nella decisione. È quindi una frase che si utilizza anche in ambito lavorativo: non è una frase volgare, niente affatto! Si tratta di una espressione molto utilizzata anche in ambienti importanti. Infatti è chiara, fa subito capire cosa si vuole dire, perché se si pronuncia è scontato, si dà per scontato chi sia l’oste in questione.

Se ad esempio sono in una azienda e decido, come presidente, di spostare il luogo di lavoro di alcuni miei dipendenti, senza particolari motivi e soprattutto senza consultare i sindacati dei lavoratori, allora posso dire che sto facendo i conti senza l’oste, perché avrei dovuto consultate l’oste, che in questo caso sono i sindacati, che potrebbero impedire che senza le giuste motivazioni si trasferiscano, si spostino le sedi di lavoro dei lavoratori.

Analogamente se sono l’allenatore di una squadra di serie A italiana e decido di acquistare Lionel Messi, perché credo che sia una giocatore fondamentale per vincere lo scudetto in Italia, allora telefono a Messi, oppure chiamo il suo procuratore, e preso dall’entusiasmo avverto anche i giornali sportivi italiani del prossimo acquisto, di acquistare Messi.

Ma come allenatore ho dimenticato di avvertire l’oste, che in questo caso è il presidente della mia squadra, colui che presumibilmente dovrà pagare l’acquisto di Messi. Ho preso una decisione affrettata. Ho fatto i conti senza l’oste.

Spero, cara Manal, di averti chiarito il dubbio e di averlo chiarito a tutti gli ascoltatori. Non abbiate paura di usare questa espressione perché è assolutamente innocua. È universale e sempre utilizzabile, anche, come ho detto, nel lavoro. A proposito di lavoro, questa è una delle frasi che verrà utilizzata anche nel corso di Italiano Professionale, in preparazione, corso al quale potete già iscrivervi per richiedere di essere avvisati non appena sarà disponibile. Basta cliccare sul link che inserisco all’interno del podcast. In alternativa potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare “italiano professionale”. Troverete lì il link per richiedere di essere avvisati non appena inizierà il corso.

Ora vediamo di esercitare la pronuncia. Ripetete dopo di me, è importante, anche qualcuno se non ha ben capito tutte le frasi all’interno di questo episodio. La ripetizione è importante perché parlare è parte della comunicazione, ed è anche una delle regole che usiamo in Italiano Semplicemente: la settima ed ultima regola.

Ripetete dopo di me e state attenti alla vostra pronuncia:

Fare i conti senza l’oste

—–

L’oste

Fare i conti

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Un ultima volta:

Fare i conti senza l’oste

—–

Bene, è tutto per oggi. Ascoltate questo episodio più volte per esercitarvi, fatelo senza stress, con calma, fatelo molte volte e vedrete che riuscirete a farlo in modo sempre più facile. Non dimenticate la fase di ripetizione, e se andate al ristorante, mi raccomando, non fate i conti senza l’oste!

Grazie Manal, ciao a tutti.


tutte le espressioni idiomatiche spiegate

Ci tengo a te

Audio

Descrizione

Vediamo le espressioni usate per esprimere un sentimento di amore o affetto.

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo tutti i modi per dire “ti voglio bene”. Quanti modi ci sono in italiano? Vedremo che la fantasia non manca agli italiani, in questo caso, soprattutto in campo amoroso direi!

Ho provato a sottoporre la questione su Facebook, ed ho avuto un riscontro molto positivo.

ci_tengo_a_te

Tutto è nato da un messaggio che mi è arrivato, su Messenger, dove un amico di Facebook mi chiedeva: cosa significa “ci tengo a te”. Cominciamo quindi a spiegare questa frase. Poi vediamo la fantasia di coloro che hanno risposto alla mia domanda fino a che punto si è spinta.

Una cosa a cui non avevo pensato, in effetti, è che non è facile, non è immediato almeno, comprendere questa brevissima espressione. “Ci tengo a te”.

“Ci tengo a te” è uno dei tanti modi di dire “ti voglio bene”. “Ci tengo a te” è l’abbreviazione di “io ci tengo a te”. Quindi il soggetto, colui che compie l’azione è il sottoscritto, io, cioè chi parla, e chi parla “ci tiene” alla persona che ha di fronte, che sta davanti. “Io ci tengo a te”.

Tenere è il verbo utilizzato: tenere significa trattenere, “to keep” in inglese, o anche “to have”, dipende. Tenere significa avere in mano oppure avere tra le mani; stringere qualcuno o qualcosa con le mani, avere tra le braccia o in altro modo perché non cada, perché non si muova, perché non fugga dalla presa. Questo è tenere.

Ma tenere ha molti altri significati. “Tenere a qualcuno” vuol dire voler bene a questa persona, tanto da, avere difficoltà a lasciarla andare. Se una persona ci tiene ad un’altra persona, vuol dire che la vuole con se, le vuole bene, ci tiene.

La stessa frase “ci tengo”, senza aggiungere altro, ma solo “ci tengo”, significa che per me è importante, senza specificare cosa è importante.

Al lavoro potrei dire: “Mi fai questo lavoro per favore? Ci tengo molto!

E quindi posso anche “tenere a qualcuno”. Attenzione perché l’uso della preposizione semplice “a” è molto importante. Vediamo un esempio di come usare la frase “tenerci a qualcuno”:

Io ci tengo a te!

Tu ci tieni a me!

Lui ci tiene a te!

Noi ci teniamo a te!

Voi ci tenete a lui!

Loro ci tengono a te!

Vedete quindi che è sempre presente, oltre alla preposizione semplice “a”, la parolina “ci”.

“Ci” è un avverbio, si chiama così, ma non ce ne frega niente, poiché quello che interessa è come si usa.

“ci” si usa in moltissime circostanze diverse in realtà, ed in questo caso la sua funzione è quella di rafforzare la frase, dare più forza alla frase, infatti potrei anche togliere l’avverbio “ci” in questo caso: potrei anche dire “io tengo a te”, “tu tieni a me” eccetera. In questo caso il significato non cambia ma è meno forte. Questa forma, senza “ci” si usa maggiormente in ambito formale, al lavoro ad esempio: “se tenessi al tuo lavoro, arriveresti puntuale!”, solo per fare un esempio.

Potete quindi dire “io tengo a te”, o anche “tengo molto a te”, senza “ci”, ma attenzione, perché se togliete il “ci” dovete specificare cosa: non potete dire “io tengo”, perché il “ci” ci deve stare, perché serve a sostituire la cosa di cui state parlando: cioè “te”, la persona alla quale si tiene, ad esempio.

Tengo molto a te” è quindi un bel modo di dire “ti voglio bene”. Si può dire anche ad un amico, quindi è più universale di “ti amo”, che invece si applica solamente all’amore romantico, quello per il proprio partner. È comunque meno usato di “ti voglio bene”, che si usa sempre, con chiunque persona sia importante per te. “Ci tengo” invece si applica anche alle cose: posso tenere al mio lavoro, posso tenere al mio orologio, alla mia automobile eccetera. Voler bene si usa solamente con le persone, quindi amanti, figli, genitori, amici, al limite si può voler bene agli animali domestici, ma non si usa con altre cose: non si usa dire “voglio bene al mio lavoro”, se non in circostanze particolari.

Vediamo altri modi diffusi in Italia per dire: “Ti voglio bene”.

Renato ne suggerisce qualcuno: “Abiti dentro del mio cuore” scrive Renato per primo. In realtà si dovrebbe dire “abiti dentro il mio cuore”. Non credo di averla mai sentita utilizzare caro Renato, ma potrebbe sicuramente far effetto a chi ascolta la frase, senza dubbio.

“Senza te, non sono niente”: questa è la seconda frase di Renato. Si può dire, bravo Renato! E di sicuro non può lasciare indifferente. Tra le frasi proposte in realtà non ci sono frasi normalmente utilizzate, ma di indubbia fantasia: “Sei l’aria che respiro”, “Sei l’ossigeno per me”, “Sei il sangue che corre sulle mie vene”, “Sei la mia allegria di vivere”. Probabilmente la più utilizzata tra quelle proposte da Renato è “Sei la mia fonte di ispirazione”, ma questa frase possono pronunciarla prevalentemente gli artisti e coloro che vivono di ispirazione.

Comunque poi c’è Anna Maria propone “sei il caffè della mia colazione”. Ed Anna Maria ha tenuto a specificare che il caffè è vita per lei.

Nabil propone invece una frase più sobria: “Sei la mia vita, Sei il mio tesoro”. Sicuramente sono entrambe molto utilizzate perché brevi e, diciamo, molto intense.

Lidia invece propone la frase: “IO TI VOGLIO BENE DAVVERO” scritta in caratteri maiuscoli. In effetti la frase “ti voglio bene” è talmente tanto utilizzata che è facile ascoltarla; tutti la possono pronunciare. Quindi dicendo “io ti voglio bene”, ed aggiungendo “davvero!” vuol dire: io non sono come gli altri, io sì che ti voglio bene, io sto dicendo la verità, il mio è un vero sentimento.

Sono stupito che nessuno mi abbia detto la frase “sono pazzo di te”, utilizzatissima come frase in ambito amoroso.

Credo che ci siano anche altre frasi veramente molto utilizzate, vale la pena citare anche delle forme più attenuate, nel senso che ci sono diversi livelli di amore, diverse intensità. Posso amare intensamente o posso anche essere semplicemente interessato ad una persona.

Mi viene in mente la frase “mi interessi!”, o anche “sono interessato a quella ragazza” che manifesta l’intenzione di chi parla nel voler conoscere meglio quella persona, perché attraente, bella, o intelligente.

Se un ragazzo o una ragazza vi dice “mi interessi” vuol dire che gli piaci, o che le piaci: anche se non ti conosce molto bene questa persona è interessata a te. Non è ovviamente ancora amore.

Mi piaci” è generale, si usa spessissimo, ed è un po’ di più di “mi interessi”. Se piaci ad una persona generalmente questa persona ti conosce.

Si usa spesso dire “mi piaci un sacco”, più diffuso di “mi piaci molto”, perché il “mi piace molto” è più adatto agli oggetti, o anche alle vacanze (Roma mi piace molto, l’Italia mi piace molto) ma in realtà si usano entrambi i modi verso una persona: diciamo che “un sacco” è più giovanile.

Comunque anche il “mi piaci” non è vero amore, solamente un po’ di più di un semplice interesse.

Ancora più intenso di “mi piaci” è “ti adoro”. Però per poter dire “ti adoro” ad una persona dovete conoscere molto bene questa persona, non potete certo dirlo ad una persona sconosciuta o che avete conosciuto da poco tempo: dovete conoscerla bene, a fondo, e dovete aver avuto modo di apprezzarne le qualità.

Ti adoro, tra l’altro si dice in occasioni particolari, quando questa qualità che voi apprezzate viene fuori, quando questa qualità emerge con chiarezza e per l’ennesima volta.

Se il vostro fidanzato vi porta sempre i fiori, sapendo che a te piace molto, dopo tre o quattro volte potete dirgli: “ti adoro”, che vuol dire “amo questo tuo atteggiamento”, “amo questa tua attenzione verso di me”, “mi piace questo tuo modo di fare”.

Delle frasi simili a “ti adoro” sono: “mi fai impazzire!”, oppure “mi fai morire!” o anche “sei speciale”, “sei meravigliosa!”

Poi c’è tutto un insieme di frasi che più che amore esprimono attaccamento. La frase più semplice di questo tipo è “mi manchi” (I miss you), ma se volete esagerare, ma state attenti perché rischiate di attaccarvi troppo e di far anche impaurire la persona a cui vi rivolgete, potete dire ad esempio “non riesco a fare a meno di te!”, che non è esattamente come “mi manchi”, più romantica come frase. A chi ama l’amore esclusivo e molto passionale farà sicuramente piacere, ma in generale chi non riesce a fare a meno di un’altra persona ha un attaccamento che ha a che fare con l’egoismo più che con l’amore. Chi ama veramente non dovrebbe dipendere: “l’amore non è dipendenza ma libertà”, dicono gli psicologi.

Meglio che la finiamo qui per oggi. Grazie a tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Un saluto da Giovanni.


>> Tutte le frasi idiomatiche

Una mela al giorno toglie il medico di torno

>> Indice delle frasi idiomatiche

Audio

Mele_non_comuni

Video con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo l’espressione “una mela al giorno toglie il medico di torno”, oppure “leva il medico di torno”. Più che una espressione possiamo chiamarlo un proverbio, una frase che mi ha chiesto Antonio di spiegare.

Saluto Antonio e lo ringrazio per avermi chiesto di spiegare questa espressione. Effettivamente non avevo pensato che uno straniero potrebbe non comprendere il motivo per cui si dica questa frase. Dunque, credo che sia la prima volta, o una delle prime volte che spieghiamo il significato di un proverbio, di un proverbio popolare. Questo è un proverbio che tutti gli italiani conoscono e che utilizzano tutti gli italiani in tutte le località italiane.

Una mela al giorno leva il medico di torno. Come potete ascoltare c’è una rima, cioè una assonanza. Perché? Cos’è la rima? Una mela al giorno leva il medico di torno. Quindi “giorno” fa rima con “torno”, perché tutte e due le parole terminano nello steso modo: “giorno, torno”, quindi le ultime lettere sono le stesse. Questa è la rima.

Una mela al giorno leva il medico di torno. Allora, per spiegare bene questa frase bisogna spiegare anche le parole che la compongono, che sono tutte abbastanza semplici. La mela è un frutto, uno dei frutti più diffusi al mondo. Un frutto che si mangia in tutte le stagioni. Una mela al giorno toglie, o “leva” il medico di torno. “Leva” significa “toglie”: è la stessa cosa. Leva viene da “levare”. Uno dei significati del verbo levare è appunto togliere. Se dico “ti levo la mela dalle mani” vuol dire che “ti tolgo la mela dalle mani”.

Prima avevi una mela nelle tue mani, e io te la levo vuol dire che te la tolgo; ti sottraggo la mela dalle mani. Ok, quindi levare significa togliere, ma non soltanto togliere, perché si usa anche con altri significati: ad esempio “il levare del sole”, quando il sole sorge, quindi il sorgere del sole è il levare del sole. Poi ci sono anche altri significati del verbo levare. In questo caso significa togliere.

“Toglie il medico di torno”: “di torno” vuol dire “attorno”, “da attorno”, cioè “da vicino”; leva il medico di torno, cioè leva il medico da vicino. Cosa significa? Quando c’è una cosa attorno a te, se io te la levo di torno, se io te la tolgo di torno, “di torno” sono due parole: vuol dire che prendo questa cosa che è vicino a te e la tolgo, la levo.

È un modo di dire italiano: togliere qualcosa di torno vuol dire togliere una cosa che sta attorno a te, vicino a te. Anche il fatto di dire “levati di torno”, o “togliti di torno”, vuol dire “scompari”, “sparisci”. Si può dire ad una persona “levati di torno”, cioè “vai via”, “vattene”, “non ti voglio più vicino”, “non ti voglio più accanto a me”, “non voglio che tu stia accanto a me: levati di torno si può dire in qualsiasi circostanza quando si è arrabbiati: levati di torno.

Quindi allo stesso modo: una mela al giorno leva il medico di torno, quindi una mela al giorno toglie il medico da vicino a noi: cosa significa? Ovviamente la frase è ironica, e significa che se si mangia una mela al giorno, cioè ogni giorno mangiamo una mela, ebbene , il fatto che mangiate questa mela tutti i giorni ci toglie il medico di torno. Cioè mangiare la mela è una cosa salutare, una cosa che fa bene alla salute, quindi chi mangia una mela tutti i giorni, cioè ogni giorno, chi mangia una mela al giorno non ha più bisogno del medico, non ha più bisogno di un dottore, perché sta bene, perché sta bene in salute e quindi non ha più bisogno del dottore, quindi il dottore, il medico se lo leva di torno.

Una frase che si utilizza molto spesso quando si dice a qualcuno, a qualsiasi persona che deve mangiare più frutta, che deve mangiare frutta, quindi la mela, che c’è tutto l’anno, che è disponibile tutte le stagioni dell’anno, è un cibo molto salutare, molto succoso, ricco di acqua, ricco di vitamine e Sali minerali, e quindi una mela al giorno leva il medico di torno. Quindi mangiate una mela al giorno e vedrete che non avrete più bisogno del medico. Questo è un proverbio che non so da quanto tempo esista, ma che credo sia molto saggio, è molto saggio dire questo proverbio, che si può usare soltanto con la parola mela, soltanto co il frutto mela.

Il frutto in effetti, ora che ci penso, è un termine, un nome particolare, perché la frutta è una di quelle parole che in italiano al plurale finisce con la lettera “a”: la frutta. Al singolare si dice “il frutto”: il frutto del melo è la mela. L’albero delle mele si chiama “il melo”: quindi il frutto del melo è la mela. Così come il frutto del pero è la pera. Al plurale si dice frutta. In generale si dice la frutta: si deve mangiare la frutta. Ci sona anche “i frutti” però. Quando si vuole indicare il prodotto di qualcosa, il prodotto di un albero, si dice “i frutti”.

“Quest’anno, quest’albero ha dato molti frutti”. L’albero dà i frutti. L’albero dà i frutti, cioè l’albero del melo, quest’ano ci ha dato molti frutti. La parola frutti quindi può essere utilizzata come plurale di frutto ma non soltanto, perché in realtà la parola frutti è una parola che può essere utilizzata in molte circostanze diverse, in molti modi diversi, e non soltanto come sinonimo di frutta e non soltanto come plurale di frutto.

In effetti ogniqualvolta si produca qualcosa, ogniqualvolta facciamo degli sforzi per ottenere un risultato, ogniqualvolta vogliamo raggiungere un obiettivo e ci impegniamo, tutto ciò che otteniamo, tutto ciò che produciamo alla fine di questo sforzo si chiamano “i frutti”: i frutti del nostro lavoro.

La parola “frutti” si usa moltissimo quindi in ambito lavorativo: i frutti del lavoro è qualcosa che quindi si produce, come se il nostro lavoro fosse un albero, un albero che produce i frutti. A differenza degli alberi, di un albero, il lavoro produce i frutti in qualsiasi stagione dell’anno. Non soltanto una volta all’anno, ma dipende dal lavoro. Può esserci anche un albero, cioè un lavoro che produca frutti tutto l’anno. In ogni caso questa è la differenza tra “frutti”, che si utilizza in molte circostanze diverse e soprattutto in ambito lavorativo, e “frutta”, che si utilizza soltanto in ambito alimentare e gastronomico.

Quindi la frutta si mangia, i frutti si ottengono, si producono. Il frutto, anche questa parola può essere utilizzata in più circostanze: quindi posso dire il frutto dell’albero, del melo, del pero, per indicare genericamente qual è il frutto di un albero. Quindi posso dire “il frutto del melo è la mela”, “il frutto del pero è la pera”. Allo stesso modo il frutto lo posso utilizzare il prodotto di un lavoro, il prodotto di uno sforzo, il risultato che ottengo. Quindi il frutto del mio lavoro: quest’anno il frutto del mio lavoro è stato molto buono; il mio lavoro quest’anno ha prodotto molti frutti, al plurale, oppure posso dire “il frutto del mio lavoro, quest’anno, si vede”, “il frutto del mio lavoro è stato molto soddisfacente”.

Questo quindi per dirvi che la parola frutto, così come la parola frutti ha più utilizzi non soltanto in ambito gastronomico quindi, ma anche in ambito lavorativo. Quindi anche all’interno del corso di italiano semplicemente dedicato alò mondo del lavoro, cioè il corso di Italiano Professionale utilizzeremo più volte queste parole: la parola frutto e la parola frutti. Lo faremo in due circostanze in particolare: nel primo capitolo, nel capitolo delle frasi idiomatiche dedicato ai risultati (lezione 8). C’è un paragrafo all’interno del primo capitolo dedicato alle frasi idiomatiche sui risultati: quando si parla di risultati si parla anche di frutti.

Vedremo molte frasi idiomatiche. Successivamente richiameremo tutte le frasi idiomatiche all’interno dei capitoli successivi e vedremo anche la parola frutto e la parola frutti utilizzate in più contesti diversi. Quindi: una mela al giorno toglie il medico di torno è la frase di oggi: non so se esista un equivalente anche in altre lingue, in ogni caso è giunto il momento di fare il nostro esercizio di ripetizione. Oggi il podcast è stato abbastanza breve. L’esercizio di ripetizione, che, ribadisco, come ribadisco ogni volta è molto importante per esercitare la pronuncia, quindi non sottovalutate l’importanza della ripetizione. A prescindere dal fatto che voi potreste cercare di ripetere ogni parola di questo podcast dall’inizio alla fine, anche questa una parola molto utile. Suggerisco anche di effettuare questo esercizio di ripetizione che mi accingo a fare, che mi appresto a fare in questo momento. Ripetete dopo di me, cercate di capire quali sono i ostri problemi di pronuncia ed in ogni caso ripetete senza pensare alla grammatica ed alle regole grammaticali ripeterò la frase cinque volte e vi lascerò il tempo di ripetere dopo di me.

Una mela al giorno…. Una mela al giorno… toglie…. toglie… toglie è la parola più difficile della frase perché c’è la lettera “G” seguita dalla lettera “L”. Toglie…. Toglie…. Alcune persone avranno difficoltà a pronunciare questa parola perché gli stessi italiani imparano a pronunciarla intorno al sesto, settimo anno della loro vita.

Toglie….. Toglie….

Una mela al giorno toglie il medico di torno

……

Toglie il medico di torno

…….

O leva il medico di torno

……

Leva il medico di torno

……

Una mela al giorno leva il medico di torno

….

Una mela al giorno leva il medico di torno

….

Una mela al giorno leva il medico di torno

….

Una mela al giorno leva il medico di torno

….

Questa è una frase che si utilizza soltanto in questo modo, non ci sono altri mdi per utilizzare questa frase, quindi si utilizza soltanto al presente: non possiamo dire ad esempio: una mela al giorno ha tolto il medico di torno o toglierà di torno, né tantomeno ha levato un medico di torno o leverà un medico di torno. È una frase, un proverbio che si utilizza soltanto al presente: quindi “Una mela al giorno toglie, o leva, il medico di torno”.

IMG_20160706_065334Quindi oggi abbiamo visto una farse idiomatica contenuta in questo proverbio: “levarsi di torno” o “levarsi di mezzo”. Si dice “levati di torno” quando ci dà fastidio una persona, che ci provoca del fastidio, che vorremmo andasse via. Si può dire “levati di mezzo amico!”, “levati di torno”. Se una persona ci sta appiccicata addosso, ci sta attaccata e ci dà fastidio la sua presenza possiamo dirgli questo: “levati di torno”, “levati di mezzo”.

Oggi ragazzi quindi abbiamo finito, abbiamo terminato questo episodio di Italiano Semplicemente. Vi racconto questo episodio su una spiaggia del Mar Ionio, in Italia. Sono nella regione Calabria, a sud dell’Italia: sono le sei e trenta del mattino e sulla spiaggia non c’è quasi nessuno, quindi probabilmente si sentono i passi dei mie piedi sulla sabbia e sullo sfondo forse si sente anche il rumore del mare.

Sulla sabbia ci sono molte impronte di gabbiani. Adesso farò una foto e la inserirò all’interno dell’articolo. Ciao ragazzi e mi raccomando mangiate le mele perché una mela al giorno toglie il medico di torno. Ciao ragazzi a domani!


Indice delle frasi idiomatiche

Am barabà ciccì coccò. Facciamo la conta per vedere a chi tocca.

Video con sottotitoli

>> Tutte le frasi idiomatiche

Audio

Trascrizione

«ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò:
ambarabà ciccì coccò! »

Oggi amici di Italiano Semplicemente vediamo una bella filastrocca italiana.

Ringrazio Neringa per avermi suggerito la filastrocca che vediamo oggi. Ciao Neringa 🙂

L’argomento del giorno non è quindi una frase idiomatica, ma una filastrocca. In realtà però, con la scusa della filastrocca vedremo anche  due espressioni idiomatiche italiane che hanno lo stesso identico significato. Quando dico “con la scusa di vedere la filastrocca” voglio dire che colgo l’occasione della filastrocca per spiegare delle espressioni idiomatiche. L’obiettivo vero di questo episodio è quindi quello di spiegare, ancora una volta, delle espressioni idiomatiche italiane, ma come scusa, come motivo apparente, dico che l’obiettivo è quello di spiegare questa filastrocca. Quindi con questa scusa, con questo motivo apparente, cioè con questa falsa motivazione, colgo l’occasione per spiegare, in realtà, due espressioni idiomatiche evidentemente collegate a questa filastrocca. Vedremo quali sono queste due espressioni.
Perché faccio questo? Beh, il motivo è sempre lo stesso: per insegnare l’italiano in modo divertente e non noioso, e questo lo faccio sia per voi che per me. In questo modo è sicuramente più divertente e possiamo anche entrare un po’ nella cultura italiana, di cui fanno parte anche le filastrocche. È anche con le filastrocche, tra l’altro, che i bambini imparano la lingua italiana e imparano a sciogliere la lingua, diciamo così. Sciogliere la lingua significa slegare, cioè facilitare la fuoriuscita delle parole dalla bocca. Sciogliere è, credo, una parola non facile da pronunciare per molti, per via del fatto che c’è la “sc” e che c’è anche la “gli“.

La filastrocca l’avete appena ascoltata all’inizio dell’episodio, ed anziché cantarla io ho preferito farvela ascoltare da un video che ho scaricato da Youtube, video dal quale ho estratto un pezzo di audio che ho inserito in questo Podcast. Se volete vedere il video per intero vi rimando alla fine di questo episodio, sul sito italianosemplicemente.com.

Ma che cos’è una filastrocca? Una filastrocca (F_I_L_A_S_T_R_O_C_C_A) è un tipo di componimento, un componimento molto breve, se vogliamo è una canzone, una canzoncina; ed in questa canzoncina ci sono delle ripetizioni di sillabe, cioè di parti di parole, di sillabe, che appunto vengono ripetute. Questa ripetizione genera un ritmo che caratterizza la filastrocca e che la rende orecchiabile. Una cosa è orecchiabile quando fa piacere ascoltarla, con le orecchie appunto, e le rime e le assonanze tendono orecchiabile una frase.

Tre civette sul comò

La filastrocca ha quindi, diciamo, un suo ritmo, un ritmo particolare, ed è proprio questo ritmo, questa musicalità nel ritmo, che rende la filastrocca molto particolare ed orecchiabile.

Il ritmo della filastrocca è abbastanza rapido, normalmente, e cadenzato (cadenzato viene da cadenza, che è un sinonimo di ritmo) e ci sono quindi, nelle filastrocche, rime e assonanze.
In Italia un nome famoso è quello di Gianni Rodari, che è un noto, cioè un famoso autore di alcune filastrocche. Su internet troverete molte filastrocche di Gianni Rodari, che ha scritto questo autore; basta fare una piccola ricerca anche su Youtube se volete.

Ricordo che da piccolo, quando ero bambino, le filastrocche si usavano per fare la cosiddetta “conta“. Quando si doveva fare la conta, cioè quando si doveva scegliere una persona tra un gruppo di amici che doveva fare qualcosa, o a cui toccava fare una penitenza, una punizione oppure che doveva avere un premio, ebbene, per scegliere questa persona, questo bambino, si faceva la conta: ci si metteva tutti in circolo, si formava un circolo, un cerchio di persone, ed una di queste persone faceva la conta, cioè toccava le persone del gruppo una ad una, lei compresa, e faceva la conta recitando una filastrocca. Si diceva proprio così:

«ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore  con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò: ambarabà ciccì coccò ».

E quando si arrivava all’ultima parola, la persona, il bambino che era stato toccato mentre si pronunciava questa parola era il bambino che doveva fare qualcosa, il bambino sorteggiato: il bambino che la sorte, cioè il caso,  aveva scelto. Il bambino sorteggiato, cioè scelto dalla sorte.

Sono sicuro che questa è una cosa che fanno tutti i bambini del mondo, non solo in Italia e sono sicuro che anche chi ci ascolta ne conosce qualcuna: anche chi ci ascolta conosce sicuramente una filastrocca simile.

Quindi durante  la conta si passano in rassegna con la mano tutti i partecipanti al gioco e man mano che si toccano le persone una ad una si scandiscono le parole della filastrocca. Scandire le parole significa farle ascoltare chiaramente: questo è scandire le parole.

Avrete certamente capito quindi cosa significhi “fare la conta“: è un po’ come sorteggiare, tirare a sorte, “vedere a chi tocca“. Ecco: “fare la conta” significa “vedere a chi tocca”. La conta viene fatta per vedere a chi tocca fare qualcosa.
Queste quindi sono le espressioni di oggi: “fare la conta” e “vedere a chi tocca“.

Notate bene che fare la conta non significa contare (1,2,3,4…) e neanche conteggiare, che significa fare dei conteggi, includere in un conto.
“Fare la conta” è finalizzato a capire chi farà qualcosa, a capire a chi toccherà fare qualcosa: a chi tocca? Tocca a me o tocca a te? Tocca a lui?

A chi tocca oggi andare a fare la spesa? A chi tocca oggi lavare i piatti?

Se ad esempio sono in un appartamento e sono uno studente universitario che vive assieme ad altri studenti, posso immaginare che ci sia un’unica cucina in casa e che i piatti vadano lavati a turno, una volta ciascuno, e quindi la prima volta che si lavano i piatti dopo aver mangiato possiamo decidere, ad esempio, di fare la conta.

Vediamo a chi tocca lavare i piatti per primo! Vediamo chi deve iniziare a lavare i piatti! Facciamo la conta:
«ambarabà ciccì coccò  tre civette sul comò  che facevano l’amore  con la figlia del dottore;  il dottore si ammalò: ambarabà ciccì coccò! ». Si toccano tutte le persone, una ogni parola, e si fa il giro, poi si ricomincia finché dura la filastrocca, finché cioè non finisce la filastrocca, e quando termina la filastrocca vediamo la mia mano su chi si trova. Vediamo a chi tocca lavare i piatti.
Potrebbe toccare a me, ma potrebbe toccare anche a qualcun altro, non si sa, e a scegliere sarà il caso, la sorte.
Questo è un esempio di fare la conta.

Questa filastrocca ha quindi una struttura circolare, come del resto anche altre filastrocche, e questo significa che può essere ripetuta a piacere tante volte.

Una struttura circolare vuol dire che alla fine della filastrocca possiamo ricominciare la filastrocca, come un circolo, che non ha un inizio e una fine.

Ambarabà ciccì coccò è quindi il primo verso di questa filastrocca per bambini.

È senza dubbio una filastrocca gioiosa, che dà gioia, allegria, ma a dire il vero non ha un particolare senso logico. Se analizziamo i versi, tutti i versi della filastrocca (cioè tutte le parti della filastrocca) non si capisce un granché. Non possiamo quindi spiegare più di tanto questa filastrocca, perché in effetti non ha alcun senso logico.

Ho letto che sono stati fatti anche degli studi su questa filastrocca, per capirne il significato e l’origine, ed in particolare c’è un linguista italiano, cioè uno studioso della lingua italiana, di nome Vermondo Brugnatelli, che ha fatto uno studio approfondito che potete trovare anche su internet.

Quello che vi ho letto è il testo di una delle tante versioni della filastrocca am barabà ciccì coccò. Quello che è, in genere, comune a tutte le versioni è l’incipit, cioè la parte iniziale, le prime parole, e tale incipit resta tuttavia incomprensibile: am barabà ciccì coccò.

Dicevo che ci sono altre versioni rispetto a quella che vi dicevo prima: ad esempio al posto di “tre civette sul comò” potreste trovare “tre galline” (la gallina è l’animale che sta nel pollaio e che fa l’uovo) oppure “tre scimmiette sul comò“. Cioè tre scimmie, tre piccole scimmie (scimmiette).

Lo studioso di cui vi parlavo prima ha analizzato, ha studiato questa filastrocca e pare che essa risalga all’epoca latina addirittura. Siamo di fronte ad una filastrocca molto antica.

Questa filastrocca è famosissima in Italia e lo dimostra il fatto che è entrata anche nella canzone italiana. Ho fatto anche una piccola ricerca in merito e ho scoperto che anche Vasco Rossi già nel 1978, quando all’epoca avevo 7 anni, cantava una canzone dal titolo Ambarabaciccicoccò (tutto attaccato, una sola parola), una canzone che a dire il vero non conoscevo. Molto carina la canzone, che parla di partiti politici, di sindacati e di rivoluzione: nulla a che vedere con i bambini dunque.

La filastrocca viene ironicamente ripresa anche in un’altra canzone, una canzone stavolta del gruppo rock Italiano che si chiama”Elio e le Storie Tese, un gruppo molto divertente e molto famoso in Italia. La canzone si intitola “Complesso del primo maggio“. Anche questa canzone parla in qualche modo di politica, perché il giorno primo maggio (cioè il primo giorno del mese di maggio) è la festa dei lavoratori in Italia e tutti gli anni a Roma si svolge il celebre concerto del primo maggio, in cui si esibiscono molti gruppi e cantanti legati alla sinistra italiana.

Ci sono anche un paio di canzoni per bambini che hanno preso lo spunto sempre da questa filastrocca, e che risalgono all’anno 1965, la prima ed all’anno 1992 la seconda canzone. Le due canzoni si chiamano rispettivamente “Tre civette sul comò”, proprio come una parte della filastrocca e “Barabà, Ciccì e Coccò”.

Queste due canzoni sono state cantate in due edizioni diverse di una trasmissione televisiva che si chiama “Lo Zecchino d’oro”, in cui si esibiscono dei bambini. Lo zecchino d’oro è il Festival Internazionale della Canzone del Bambino.

civetta.jpg
La civetta

Se avete dei dubbi sulla filastrocca, posso cercare di aiutarvi, quindi spieghiamo qualche parola della filastrocca. Dunque:
Am barabà ciccì coccò sono parole senza senso, divertenti ma senza un vero senso compiuto.

Tre civette su comò:
Le civette sono degli uccelli, degli animali rapaci notturni. Un uccello rapace è un uccello predatore che si nutre di altri animali. La civetta è quindi un uccello rapace, un predatore dei cieli.
Il comò è un cassettone, cioè una grande cassettiera, un mobile con dei grandi cassetti, dei cassettoni che normalmente si trova in camera da letto ed è fatto di legno: Il materiale di cui è fatto è il legno.
Che facevano l’amore con la figlia del dottore: anche questa frase è abbastanza illogica, senza senso, e quando il dottore si ammalò, cioè quando il dottore si è sentito male, ha avuto una malattia e quindi si è ammalato, si ammalò, ebbene, a quel punto, am barabà ciccì coccò.

Tutto senza senso ma molto divertente e da bambini ci si diverte molto a fare la conta con questa bella filastrocca.
Ringrazio ancora Neringa che mi ha dato l’occasione di parlare delle filastrocche e, con la scusa delle filastrocche, di parlare e di spiegare queste due frasi idiomatiche: fare la conta e vedere a chi tocca.

Si dice vedere “a chi tocca” proprio perché quando si fa la conta si toccano le persone con la mano, quindi “a chi tocca” vuol dire “a chi capita”, chi cioè deve fare qualcosa perché viene toccato per ultimo.
Un saluto da tutto lo staff di Italianosemplicemente.com e mi raccomando, continuate a seguirci.
Se siete curiosi come me vi faccio ascoltare anche una filastrocca egiziana raccontata da Salma, e qualche filastrocca colombiana, in lingua spagnola, da parte di Adriana. Un saluto ed un ringraziamento ad entrambe.

Video

Un video sulla  filastrocca

La canzone di Vasco Rossi

La canzone del gruppo “Elio e le storie tese”

La canzone per bambini del 1965

La canzone per bambini del 1992


>> Tutte le frasi idiomatiche

Fare cilecca

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Video con sottotitoli

Trascrizione

Oggi ragazzi vediamo il significato della frase “fare cilecca”.
Vi ringrazio di essere all’ascolto di questo episodio di italiano semplicemente.
Fare cilecca è una delle tante espressioni italiane che utilizzano il verbo fare.

A memoria mi viene in mente “fare di tutta l’erba un fascio“, poi c’è anche “fare baracca e burattini“, oppure anche “farla franca“, e tante altre espressioni. Nel corso del tempo vedremo tutte queste espressioni di uso quotidiano, basta avere un po’di pazienza.
Fare cilecca credo sia abbastanza semplice da spiegare. Il significato, o meglio uno dei significati dell’espressione fare cilecca è “mancare il bersaglio” . Quindi fare cilecca si usa ogni volta che qualcuno deve riuscire a centrare un bersaglio ma non ci riesce. Si dice che, in questo caso, questa persona ha fatto cilecca. Il bersaglio è ciò che voi volete colpire, è il vostro obiettivo.
Questo è ovviamente il senso proprio della frase, che si applica alle armi da fuoco. Quando si prova a sparare con una pistola oppure con un fucile, e si cerca di colpire un bersaglio, se si manca il bersaglio, colui che spara ha fatto cilecca. Fare cilecca è mancare il bersaglio. Si dice così. C’è però un secondo significato: se la pistola o il fucile non spara, non riesce a far partire il colpo, perché l’arma non funziona per qualsiasi motivo, se cioè l’arma da fuoco si inceppa, per cattivo funzionamento, si dice che l’arma ha fatto cilecca. In questo caso è l’arma da fuoco che ha fatto cilecca. Quindi a fare cilecca può essere colui che spara, se manca il bersaglio, o anche la stessa arma da fuoco, se per qualche motivo si inceppa.
Quando l’arma si inceppa, l’arma fa cilecca. Il verbo inceppare, non so quanti di voi lo conoscano, si usa con riferimento all’arma. Quando l’arma si inceppa, fa cilecca. Ad esempio il grilletto della pistola si incastra, perché magari è poco oleato, perché c’è poco olio, quindi il grilletto è poco lubrificato e quindi si inceppa, si incastra e l’arma non spara.
Questo è il senso proprio della frase, che è abbastanza semplice. C’è un senso figurato, ovviamente, anche in questa frase idiomatica, ed il senso figurato è molto simile comunque a quello proprio.
Infatti ogniqualvolta che c’è un fallimento, ogniqualvolta qualcosa non funziona come dovrebbe, proprio quando dovrebbe funzionare invece, allora possiamo dire che questa cosa ha fatto cilecca. Non è detto che si tratti di una pistola quindi, ma anche di un qualsiasi strumento che ad un certo punto non funziona. Attenzione perché non si tratta di un non funzionamento permanente, ma temporaneo: c’è uno strumento che solitamente funziona sempre, ma ad un certo punto non funziona più e poi magari funziona nuovamente. Non si tratta quindi di una rottura, cioè di uno strumento c’è si rompe, ma di un cattivo funzionamento, temporaneo.
Facciamo qualche esempio.
Si dice spesso, in ambito sentimentale, anzi in ambito propriamente sessuale, che un uomo può fare cilecca con una donna. Può capitare. Capita più o meno a tutti gli uomini, prima o poi, di fare cilecca con una donna. Cosa significa? Significa che qualcosa non funziona, qualche cosa, che solamente non dà problemi, ogni tanto non funziona. In questo caso lo strumento che non funziona è l’uomo, o meglio, quella parte dell’uomo, che è la più importante nell’attività sessuale.

Può essere per stranezza, può essere per emozione, può essere per eccessivo entusiasmo, o anche per stress. Insomma l’uomo può fare cilecca, e la probabilità di fare cilecca per l’uomo cresce con l’aumentare dell’età. Più l’era aumenta, più l’uomo invecchia, maggiore è la probabilità che un uomo faccia cilecca con una donna. Questo è probabilmente il modo più comune di usare la parola cilecca nel linguaggio comune.

Naturalmente cilecca è un termine informale, assolutamente sconsigliato in occasioni di lavoro o in ufficio, e il motivo è che come dicevo prima, è un termine utilizzato perlopiù in ambito sessuale. Basta fare una ricerca su internet e vedrete quali saranno i risultati della vostra ricerca.

Ci sono comunque altri ambiti di utilizzo della parola cilecca. Posso dire ad esempio che una gamba ha fatto cilecca. Ad esempio: la gamba mi ha fatto cilecca e sono caduto per le scale. La gamba ha fatto cilecca, cioè non ha funzionato a dovere. Normalmente la mia gamba non ha problemi, ma in quella occasione mi ha fatto cilecca e sono caduto dalle scale, magari perché ho mancato il gradino, sono scivolato eccetera. Prima ho detto che la gamba non ha funzionato a dovere. Quando qualcosa non funziona a dovere vuol dire che non funziona bene, che non fa il suo dovere, che non fa ciò che dovrebbe fare, cioè il suo dovere. Quindi quando qualcosa non funziona a dovere e questo è un problema temporaneo, allora questa cosa ha fatto cilecca.
E a voi, amici uomini, è mai capitato di fare cilecca con una donna? Spero che in quell’occasione la vostra donna sia stata comprensiva con voi. Spesso accade che in quelle circostanze le donne credano che sia colpa loro, credono di essere loro le colpevoli della défaillance del loro partner, ed invece sappiate che non è mai questo il motivo. Sappiate che, mi rivolgo alle donne che ascoltano, non è colpa vostra o del fatto che non siete abbastanza attraenti. Può capitare. Certo che se capita molto spesso non si può più parlare di cilecca ma di problema. Un problema da risolvere senza dubbio.
Esercizio di ripetizione ora. Ripetete dopo di me, state attenti alla pronuncia. In particolare state attenti alla doppia c.
Cilecca
…..
Cilecca
…..
Io ho fatto cilecca
…..
Tu hai fatto cilecca
…..
La mia gamba ha fatto cilecca
….
Noi abbiamo fatto cilecca
…..
Vi avete fatto cilecca
…..
Loro hanno fatto cilecca
….
Adesso al futuro.
Spero che domani non farò cilecca
…..
Spero che domani ti non farai cilecca
…..
Spero che la gamba non mi farà cilecca
….
Noi faremo cilecca
….
Voi farete cilecca
….
Essi faranno cilecca
…..
Cari amici anche questo episodio volge al termine, spero vivamente di essere stato chiaro e che ora non abbiate più alcun dubbio sul significato della frase “fare cilecca”.

Scongiurare un pericolo, Dio ce ne scampi e liberi

Audio

Video con trascrizione

Descrizione

Vediamo le espressioni usate per allontanare un pericolo, sia in modo serio che scherzoso.

  • Scongiurare un pericolo
  • Dio ce ne scampi e liberi
  • Per carità
  • Dio ce ne guardi
  • Per l’amor di Dio

Trascrizione

Buongiorno amici. Buona giornata a tutti gli amici di Italiano Semplicemente.

Oggi per la sezione frasi idiomatiche, spieghiamo un’espressione idiomatica italiana. L’espressione è “Scongiurare un pericolo”. Non è in realtà una vera espressione idiomatica, perché il verbo scongiurare si applica praticamente soltanto al “pericolo”. Quindi l’espressione ha soltanto un senso proprio. Spiegare la frase di oggi, in realtà equivale a spiegare il verbo “scongiurare”. Con l’occasione però vedremo una frase idiomatica, oggi, collegata al verbo scongiurare, quindi collegata alla frase “scongiurare un pericolo”. La frase idiomatica che vediamo e che è collegata alla frase “scongiurare un pericolo” è la seguente: “Dio ce ne scampi e liberi”.

Quindi vedremo due frasi oggi: “scongiurare un pericolo” e “Dio ce ne scampi e liberi”.

Dunque, cosa significa “scongiurare un pericolo”? Sapete tutti cos’è un pericolo? Un pericolo è una cosa pericolosa! Un pericolo è una cosa che può accadere, e che ci potrebbe far male, ci potrebbe procurare un danno, ci potrebbe procurare un dolore, ci potrebbe nuocere. Questo è un pericolo: se una cosa porta del pericolo, vuol dire che questa cosa è pericolosa. Una cosa pericolosa è una cosa che può procurarci del male, che può procurarci qualcosa di negativo. Questo è il pericolo. Scongiurare un pericolo: come dicevo prima il verbo “scongiurare” si applica praticamente soltanto con il pericolo.

Scongiurare è un verbo. Vi ho detto che il pericolo che si riferisce a delle cose che possono accadere, ma queste cose posso anche non accadere. Quindi una circostanza negativa può verificarsi oppure può non verificarsi. Se si verifica questa circostanza negativa, questo pericolo diventa un fatto negativo, se invece non si verifica abbiamo scongiurato un pericolo. Quindi scongiurare un pericolo significa semplicemente fare in modo che una cosa negativa non si verifica.

Ad esempio l’altro ieri c’è stata la partita Italia-Germania, vinta dalla Germania ai calci di rigore. Sto parlando dei quarti di finale dei campionati europei di calcio 2016, Italia e Germania sono due squadre molti forti. Quindi la Germania rappresentava un pericolo per l’Italia, così come l’Italia rappresentava un pericolo per la Germania. Ebbene l’Italia non è riuscita a scongiurare il pericolo Germania. La Germania, dal canto suo, invece, è riuscita a scongiurare il pericolo Italia. L’Italia quindi non è riuscita a scongiurare il pericolo Germania, la Germania invece è riuscita a scongiurare il pericolo Italia.

Quindi scongiurare è il verbo che si usa in questi casi, quando si vuole evitare che qualcosa di negativo diventi un pericolo. Scongiurare è molto simile al verbo “giurare”, ma non ha niente a che vedere col verbo giurare. Infatti giurare significa promettere, promettere solennemente, cioè promettere con forza. Giurare è un verbo che si applica soprattutto alle cose a cui teniamo molto: ad esempio si dice “giuro sui miei figli”. Vuol dire che sto dicendo la verità, prometto che sto dicendo la verità: giuro sui miei affetti più cari, giuro sulle cose a cui tengo di più, giuro sui miei figli, cioè prometto solennemente che sto dicendo la verità, vi prometto che non sto dicendo una bugia, vi prometto che non sto mentendo: “giuro sui miei figli”. Quindi giurare significa promettere, scongiurare invece ha a che fare con i pericoli: non c’entra nulla col verbo “giurare”.

La frase idiomatica collegata all’espressione “scongiurare un pericolo” è invece, come vi avevo accennato prima, la frase “Dio ce ne scampi e liberi”.

“Dio ce ne scampi e liberi” è un’espressione idiomatica, una frase cioè una cosa che si dice quando si è in pericolo. Quindi “Dio ce ne scampi e liberi” contiene la parola “Dio”, di conseguenza è una richiesta di aiuto a Dio. Si chiede a Dio di liberarci di qualcosa: di liberarci dal pericolo, di liberarci da questa circostanza negativa che vogliamo scongiurare. Un evento può verificarsi oppure no: è per questo che è pericoloso; noi non vogliamo che si verifichi, di conseguenza invochiamo Dio: chiediamo a Dio che ci liberi da questa cosa, che non la faccia verificare: “Dio ce ne scampi e liberi”. Cosa significa “ce ne scampi”?

“Scampi” viene da “scampare”, e scampare è un verbo. È un verbo che, anche questo, si applica solamente ai pericoli, come scongiurare. Infatti si dice anche: “scampare da un pericolo”, che è analoga alla frase “scongiurare un pericolo”. Non è esattamente uguale però. Adesso vi spiego le differenze. Scampare significa “evitare” un pericolo. Scampare un pericolo significa evitare qualcosa che si è verificato, oppure significa evitare qualcosa che si potrebbe verificare, quindi  potrebbe essere sostituita alla frase “scongiurare un pericolo”, ma la frase “scampare un pericolo” si applica anche quando qualcosa si è già verificato. Ad esempio se c’è stato un terremoto da qualche parte, ed io sono riuscito a sopravvivere, sono riuscito a scappare, quindi non ho subito le conseguenze negative del terremoto, posso dire: “sono riuscito a scampare dal pericolo terremoto”, “sono riuscito a scampare dal terremoto”: quindi il terremoto si è verificato, c’è stato il terremoto, ma io sono scampato dal terremoto, invece se il terremoto c’è stato vuol dire che non si è riusciti a scongiurare il pericolo terremoto, perché il terremoto si è effettivamente verificato, di conseguenza non siamo riusciti a scongiurare il pericolo terremoto, però io sono riuscito a scampare dal terremoto.

Quindi queste sono le differenze. Invece “scampi” viene appunto da scampare. “Dio ce ne scampi” vuol dire “Dio ci liberi”, “Dio ci faccia sopravvivere”, “Dio faccia in modo che non si verifichi questa cosa negativa”. Posso dire “Dio ci liberi dal terremoto”, oppure “Dio ci faccia scampare dal terremoto”, cioè “Dio ci faccia sopravvivere dal terremoto”. Quindi “Dio ce ne scampi e liberi”. In questo caso “liberi” è un rafforzativo di “scampare”: cioè “Dio ce ne scampi, dal terremoto”, “Dio ci liberi dal terremoto”. Significano entrambi la stessa cosa. Dio ce ne scampi e liberi vuol dire “spero che Dio faccia in modo che questo terremoto non avvenga”, cioè “ce ne liberi”. “Dio faccia in modo di sopravvivere al terremoto”, cioè “Dio ce ne scampi”.

Quindi “Dio ce ne scampi e liberi” è una frase collegata all’espressione “scongiurare un pericolo” perché ogniqualvolta c’è qualcosa di pericoloso che vogliamo scongiurare, che non vogliamo cioè che si verifichi, possiamo dire questa frase: “Dio ce ne scampi e liberi”.

Questa è una frase che possiamo usare tra amici, tra familiari, tra conoscenti, ma è una frase che si pronuncia ogniqualvolta c’è una circostanza pericolosa, ogniqualvolta c’è un pericolo imminente, c’è qualcosa di pericoloso che sta per accadere, e noi vogliamo manifestare il nostro desiderio di allontanarci da questo pericolo, di scongiurare questo pericolo, quindi possiamo dire “Dio ce ne scampi e liberi”. Quindi ad esempio se ci sono due persone che parlano, e la prima persona dice: “ho sentito il telegiornale e dicono che domani potrebbe esserci una grande scossa di terremoto”. L’altra persona potrebbe dire: “per carità!, Dio ce ne scampi e liberi!

Quindi si dice anche “per carità!”. Per carità è un altro modo di scongiurare un pericolo: “per carità!, Dio ce ne scampi e liberi!”. Sia “per carità”, sia “Dio ce ne scampi e liberi” sono due espressioni colloquiali, sono due espressioni di tutti i giorni, due espressioni familiari, che hanno tutte lo stesso significato. Il modo più normale diciamo, più diffuso, di esprimere questo “sentimento”, di esprimere la volontà di scongiurare un pericolo è “Dio ce ne guardi”, o “Per l’amor di Dio”. Per l’amor di Dio significa “per l’amore di Dio”. Anche in questo caso si sta chiedendo l’aiuto di Dio. “Per carità” invece è una frase un po’ più corta, che però si usa anche in senso scherzoso, ogni volta che vogliamo scongiurare un pericolo. Una frase che si dice in qualsiasi circostanza, anche non necessariamente pericolosa, proprio perché vogliamo ironizzare su un fatto, su una cosa divertente che vogliamo far apparire come pericolosa. Quindi ogniqualvolta c’è una cosa anche brutta da vedere, e noi non la vogliamo vedere, possiamo dire “per carità”. Anche se c’è una cosa cattiva da mangiare, che non è buona, possiamo dire “per carità!”. Ad esempio se io amo il caffè senza lo zucchero, se una persona mi dice:

“Giovanni, vuoi un po’ di zucchero nel caffè?”, io posso dire “per carità! Per carità il caffè con lo zucchero”. Cioè: “non voglio il caffè con lo zucchero, non mi mettere lo zucchero nel caffè; non voglio il caffè con lo zucchero”; “per carità”, “per l’amor di Dio”, “Dio ce ne scampi e liberi”.

Queste quindi sono tutte espressioni che vengono utilizzate nella lingua italiana per scongiurare un pericolo, come anche “Dio ce ne guardi”.

Ovviamente tutte queste espressioni non sono formali, che si possono usare in contesti più importanti, da un punto di vista professionale, ma soltanto da un punto di vista informale, quindi potete utilizzarle con gli amici, con i vostri conoscenti, con i vostri familiari. Da un punto di vista formale posso usare altre espressioni. Quindi se ad esempio sono il capo di una azienda che viene a conoscenza della possibilità di una crisi economica, per scongiurare il pericolo della crisi economica, potrei dire, anziché “per carità”, o anziché “Dio ce ne scampi e liberi”, o “Dio ce ne guardi”, potrei dire: “spero che questa circostanza non si verifichi, sarebbe molto negativo se questa crisi economica si verificasse”. Quindi non è una frase ironica, che fa ridere.

Quando si parla in modo professionale e si vuole scongiurare un pericolo non possiamo suscitare dell’ironia ma dobbiamo parlare seriamente, e questo significa dire esattamente le cose come stanno. Se c’è una crisi economica non possiamo dire “Dio ce ne scampi e liberi”, a meno che questi colleghi di lavoro siano dei conoscenti, degli amici. Possiamo quindi dire: speriamo non accada, sarebbe una evenienza molto negativa. La crisi economica sarebbe la fine della nostra azienda. Quindi amici spero di non avervi annoiato oggi. Abbiamo quindi visto all’inizio il significato del verbo scongiurare e la frase, l’espressione “scongiurare un pericolo”. Abbiamo visto che il verbo scongiurare si applica solamente ai pericoli. Poi abbiamo visti il significato dell’espressione “Dio ce ne scampi e liberi”, quindi abbiamo visto che “Dio ce ne scampi” e “Di0 ce ne liberi” vogliono più o meno dire la stessa cosa. Poi abbiamo visto che la stessa espressione si può dire anche in differenti modi: possiamo dire “dio ce ne scampi e liberi”, possiamo dire “per carità”, possiamo dire “Dio ce ne guardi”. Possiamo anche dire “Per l’amor di Dio”. Abbiamo infine detto che queste sono espressioni utilizzate sempre in un linguaggio informale, mentre non si possono utilizzare in occasioni importanti, in riunioni di lavoro, eccetera.

Facciamo adesso il solito esercizio di ripetizione: credo che questo sia un esercizio molto importante, lo dico sempre alla fine dei miei podcast. Esercitatevi anche a parlare, perché potreste anche conoscere tutte le regole grammaticali italiane, potreste anche comprendere perfettamente un qualsiasi libro di italiano, potreste leggere qualsiasi giornale italiano senza problemi, potreste anche aver frequentato l’università di Italianistica, ma se non vi esercitate a parlare, il vostro italiano non sarà mai molto buono: è importante esercitarsi, esercitarsi fin dall’inizio, ed è per questo che vi raccomando sempre alla fine dei miei podcast di ripetere delle frasi complicate. Vi invito a farlo dopo di me, a ripetere le frasi dopo di me. Non pensate alla grammatica ma soltanto a ripetere.

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Ce ne vuol dire “a noi”. “Ce” vuol dire “a noi”, “ne” vuol dire “di questa cosa”, “del pericolo”.

Per l’amor di Dio

…..

Per l’amor di Dio

…..

Per l’amor di Dio

…..

Per carità

…..

Per carità il caffè con lo zucchero

…..

Per carità il caffè con lo zucchero

…..

Per carità il caffè con lo zucchero

…..

Dio ce ne scampi e liberi

….

Dio ce ne guardi

…..

Dio ce ne guardi

…..

Dio ce ne guardi

…..

Per l’amor di Dio

….

Scusatemi se oggi c’erano un po’ di rumori perché ho registrato il podcast, quindi ogni tanto passavano delle macchine. Spero che dopo aver ascoltato questo podcast non pensiate “Dio ce ne scapi e liberi da Italiano Semplicemente!”.

Ciao Amici!

Lasciare a desiderare

Audio

Bassa velocità

Normale velocità

Trascrizione

lasciare a desiderare_immagineBuongiorno amici. Oggi vi spiegherò una espressione italiana relativamente facile, ma ovviamente sarete voi a giudicare.
L’espressione è “lasciare a desiderare“.
Non so quanti di voi conoscano già questa espressione, che appartiene al linguaggio di tutti i giorni, usata in ogni regione italiana indistintamente, ma anche se ne conoscete il significato vi consiglio ugualmente di ascoltare la spiegazione. Ascoltare non fa mai male. Oggi poi proviamo a registrare il podcast in due velocità, facciamo questo esperimento in modo che anche coloro che hanno un livello più basso di comprensione possano esercitarsi ad ascoltare.
Lasciare a desiderare dunque è l’espressione di oggi, diffusissima in tutta Italia, utilizzata in ogni contesto, in ogni momento, in ogni circostanza diversa, dallo sport alla moda, dallo studio allo stadio. Se proprio dobbiamo fare delle differenze, vi devo dire che ad utilizzarla sono maggiormente le persone un po’ più colte.
In ogni modo ci sono tanti modi per esprimere li stesso concetto ed oggi cercheremo di vederne qualcuno.
Lasciare è un verbo, lo sapete, ed è il verbo, che se utilizzato in senso proprio significa mollare: Se voi tenete in mano un oggetto e lo stringete con la mano, se poi lo lasciate, lo lasciate andare, lo mollare, vuol dire che non lo tenete più. Lo avete lasciato.
Il verbo lasciare è usato in molti modi diversi però in italiano. Si può lasciare un oggetto, ma di può lasciare anche un fidanzato, o una fidanzata: chi di noi non è stato lasciato almeno una volta nella vita? Se quindi venite lasciati dal vostro fidanzato, da quel momento non state più insieme. Siete stati lasciati. Da quel momento non siete più fidanzati.
Un altro modo ancora di usare il verbo lasciare è farlo seguire dalla preposizione semplice “a”.
Posso dire ad esempio “lasciare a te“, lasciare a te la decisione, ad esempio, lasciare a te il comando,
lasciare a ” è analogo a “lasciare per“. Quindi vuol dire dare a qualcun altro.
Se ad esempio io lascio a te la decisione, posso anche dire che lascio che sia tu a prendere la decisione. Se tu lasci che io comandi, posso anche dire che tu lasci a me il comando. Un altro esempio: Se io lascio a te l’onore di salire sulla mia auto, posso anche dire che lascio che tu abbia l’onore di salire sulla mia automobile.

C’è però anche un altro significato del verbo lasciare. Se ad esempio sono in macchina e siamo in due persone, posso fermarmi e far scendere questa persona. La lascio scendere, cioè le permetto di scendere, lascio scendere questa persona e quindi lasciare scendere significa fare in modo che questa persona scenda dell’automobile, fare in modo che questa persona lasci l’automobile e scenda, lasciare che questa persona scenda dall’auto. Lasciare =permettere.
Ed allora arriviamo all’espressione di oggi lasciare a desiderare. Il senso proprio dell’espressione lasciare a desiderare è che se ad esempio ti lascio a desiderare, vuol dire che io lascio che tu desideri, io ti permetto di desiderare.
Questo è il senso proprio di lasciare a desiderare.
C’è però un significato secondario, figurato ovviamente che vi dico subito.
Se una cosa lascia a desiderare significa che non è molto bella, o molto buona, o che non è molto adatta al suo scopo. Questo non significa che va malissimo, non è un giudizio molto negativo.
Se ad esempio il mio vestito lascia a desiderare vuol dire che non è un bel vestito.
Se ci pensate bene, rende bene l’idea, infatti se il mio vestito lascia a desiderare è come se non facesse felice chi lo indossa o chi lo guarda, e quindi gli fa desiderare di avere un vestito diverso, più bello. Il mio vestito lascia, chi lo guarda, a desiderare un vestito più adatto, lo lascia a desiderare un vestito più bello.
Evidentemente non è un bel vestito. L’espressione è adatta a qualsiasi cosa,ai vestiti come anche ad altri oggetti ed anche alle persone. E non solo.
Se ho un esame universitario e un mio amico mi chiede: come è andato l’esame?
Potrei rispondere:

La prima parte dell’esame è a data bene, è ok, poi però ho un po’ lasciato a desiderare.

Quindi io ho lasciato a desiderare, al passato dunque. Solitamente comunque si usa dire: “un po’ a desiderare” , oppure “molto a desiderare”.
Difficilmente ascolterete semplicemente che una cosa lascia a desiderare. Solitamente si dice: il mio esame ha lasciato molto a desiderare, la mia prestazione ha lasciato un po’ a desiderare, la tua idea lascia un po’ a desiderare. Si dice anche abbastanza o leggermente a desiderare.
Dicevo prima che l’espressione è utilizzata più da persone colte ed istruite ed in effetti è un modo abbastanza delicato di dire che una cosa non piace e che non è molto buona o positiva.
Per esprimere lo stesso sentimento, la stessa sensazione di disapprovazione, di giudizio negativo ci sono molti modi, a secondo della situazione in cui vi trovate o del grado negativo del vostro giudizio.
Non mi piace“, o “non mi piace per niente“, sono espressioni più universali. “Fa schifo” invece, rappresenta il modo meno gentile per esprimere un giudizio negativo. “Questo gelato fa schifo” , ad esempio, è molto forte ed anche offensivo se lo dite a chi vi ha dato il gelato. Invece “questo gelato lascia un po’ a desiderare” è più gentile e molto meno offensivo.
In termini più tecnici, più adatti al lavoro di ufficio, se vogliamo, possiamo dire: “Essere insoddisfacente“, o anche “non corrispondere alle aspettative
Il tuo lavoro lascia molto a desiderare quindi equivale a il tuo lavoro è insoddisfacente, cioè non soddisfa le mie aspettative, quindi io mi aspettavo di più da te, dal tuo lavoro, quindi il tuo lavoro non corrisponde alle mie aspettative. Se volete la frase: “Non sono soddisfatto del tuo lavoro” è il modo più semplice per dire la stessa cosa.
Ma se volete essere più eleganti potete dire “il tuo lavoro lascia molto a desiderare”.
Questa espressione di conseguenza è adatta ad un contesto lavorativo quindi è una delle tante espressioni che utilizzeremo anche nel corso di italiano professionale.
Voglio dirvi ad esempio che, personalmente sono molte le cose in cui lascio molto a desiderare.
Lascio a desiderare nel gioco del tennis, ad esempio, poiché non sono molto bravo a giocare e lascio a desiderare in molti altri sport. A scuola lasciavo abbastanza a desiderare in storia. Ognuno di noi lascia a desiderare in molte cose ed in altre invece dà il meglio di sé.
Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione, prima al presente poi al passato.

Io lascio a desiderare
………
Tu lasci a desiderare
………
Lui lascia a desiderare
………
Noi lasciamo a desiderare
………
Voi lasciate a desiderare
………
Essi lasciano a desiderare
………

Vediamo al passato:

Io ho lasciato molto a desiderare
………
Tu hai lasciato un po’ a desiderare
………
Lui ha lasciato molto a desiderare
………
Noi abbiamo lasciato un po’ a desiderare
………
Voi avete lasciato molto a desiderare
………
Essi hanno lasciato abbastanza a desiderare
………

Ascoltate se volete altre volte questo episodio se volete memorizzare questa espressione ed il corretto modo di utilizzarla.
Un saluto a tutti i fedeli ascoltatori di Italianosemplicemente.com.

Non c’è verso, tentar non nuoce

Audio

scarica MP3

scarica PDF

Trascrizione

non ce verso tentar non nuoce

Ramona: ciao Gianni. Una frase mi è venuta in mente: ho provato tante volte ad imparare a nuotare, con mio padre, con i miei amici, ma non c’è verso: non riesco a superare la paura dell’acqua.

Gianni: Buonasera, amici di Italiano Semplicemente, benvenuti sul nuovo podcast, che tratterà di una, anzi di due espressioni idiomatiche italiane. Non si tratta in realtà di vere espressioni idiomatiche, ma le definirei semplicemente due espressioni molto utilizzate  nella lingua italiana.

Sono due espressioni molto brevi, che si possono applicare nello stesso contesto, che è quello di “fare qualcosa”, decidere di fare qualcosa.

Questo podcast è dedicato a tutti coloro che hanno un livello di italiano intermedio, quindi dal livello universalmente riconosciuto come A2, quindi non esattamente principianti, fino al livello C1, e forse dovrei dire anche C2. Cercherò di parlare abbastanza chiaramente per fare comprendere bene tutte le parole che pronuncerò durante questo podcast, affinché tutti quanti possano comprendere bene. Nello stesso tempo, per coloro che hanno un livello un po’ più avanzato (che conosceranno sicuramente queste due espressioni che oggi sto per spiegare) concentrerò la mia attenzione su un aspetto particolare che riguarda esattamente queste persone di livello un po’ più avanzato. Ho fatto caso, durante le mie chiacchierate con tutti gli stranieri che ho avuto nell’ultimo anno utilizzando questo fantastico strumento che è whatsapp, agli errori più comuni che commettono le persone anche molte esperte, coloro che sanno molto bene l’italiano, ma che, nonostante tutto continuano a sbagliare delle cose. Mi riferisco alle preposizioni semplici.

Di conseguenza oggi spiegherò queste due frasi, che sono “non c’è verso” e “tentar non nuoce”.

Queste sono due frasi, due frasi che si applicano in un contesto decisionale, quindi entrambe vanno bene ogni qualvolta si devono prendere delle decisioni, e nello stesso tempo, mentre spiegherò queste due frasi, mi concentrerò sulle preposizioni semplici che utilizzo, e spiegherò perché si usano a volte si usano quelle preposizioni semplici, e perché a volte invece se ne usano altre.

Dunque, le preposizioni semplici italiane non sono molte (ma neanche poche),  e sono le seguenti:di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

LE preposizioni semplici si ricordano facilmente a memoria, perché hanno un suono abbastanza melodioso. Una cosa che io ricordo dalle scuole elementari, quindi credo sia facile per tutti.

Cominciamo con la prima espressione: “NON C’E’ VERSO”. Significa semplicemente “non c’è modo”, “non c’è alcun modo”. Qual’è la differenza? Intanto spiegherò la parola “verso” , poi mi concentrerò più sull’espressione.

Cos’è il verso? Il verso ha a che fare con la direzione. Quando si va in un posto preciso, ammettiamo che dobbiamo fare il percorso da A a B, ad esempio da Roma a Napoli, cioè la strada che sto facendo io in questo momento. Sono partito da Roma e sto andando verso Napoli . Quindi se vado da Roma a Napoli, la direzione si chiama Roma-Napoli. Ladirezione Roma-Napoli è uguale alla direzione Napoli-Roma: è la stessa direzione.

Da un punto di vista geometrico la direzione non fa riferimento alla partenza e all’arrivo, ma solamente alla direttrice che collega il punto A al punto B. Se invece io dico che vado verso Napoli, cioè IN direzione Napoli.

Attenzione! Ho appena detto IN In direzione Napoli. “In” è una preposizione semplice, ed in questo caso proprio “IN”. In davanti alla parola direzione vuol dire cje state andando verso quella parte, verso quel luogo: “in direzione Napoli”.

Questo è il verso. Ci sono due versi per ogni direzione, da Roma verso Napoli e da Napoli verso Roma. L’espressione “non c’è verso” però per il momento ancora non è chiaro, ma se ci pensate bene, la parola “verso” può anche essere utilizzata in sostituzione della parola “modo”. Per quale motivo? Il motivo è il seguente: quando voi cercate di fare qualcosa, quando prendete una decisione (si parla appunto di decisioni), e prendete la decisione di raggiungere un certo obiettivo, che non è detto sia un luogo in cui voi stiate andando, un luogo in cui vi stiate recando (come me che sto andando verso Napoli), ma semplicemente raggiungere un obiettivo, cioè ottenere un risultato.

In questo caso avete preso la decisione di raggiungere un obiettivo, o potete provare a raggiungere l’obiettivo “in” più modi: potete provare il modo “A” (la strada “A”) oppure il modo “B” (la strada “B”) . Quindi ci sono diversi modi, diverse strade che vi possono portare a raggiungere un obiettivo. Di conseguenza quando si dice la frase “non c’è verso”, che equivale all’espressione “non c’è modo”, significa semplicemente che avete già provato attraverso più modi, più strade, a raggiungere quell’obiettivo, e non ci siete mai riusciti. Quindi avete provato a risolvere il problema in differenti modalità, utilizzando strade diverse, in differenti modi, ma non ci siete ancora riusciti. Quindi “non c’è verso” è un sinonimo di “non c’è modo”.

La differenza, dicevo prima, tra “non c’è modo” e “non c’è verso” è che, appunto, quando dite “non c’è verso” vuol dire che avete già provato molte volte, che avete insistito, avete provato tante volte ma non ci siete mai riusciti. Quindi quando si pronuncia questa espressione significa che avete provato molte volte, avete insistito e vi siete arresi: significa che non proverete più, state constatando che non c’è nessun modo per risolvere il problema, non c’è nessun modo per raggiungere l’obiettivo, vie siete arresi e di conseguenza fate questa esclamazione.

Non c’è verso “di”. Attenzione! Non c’è verso “di”. Se voi dite non c’è verso di imparare a nuotare, ad esempio, come ha detto la nostra amica Ramona, significa che avete provato più volte a nuotare, ma non ci siete mai riusciti: Non c’è verso “di” nuotare, non c’è verso “di” imparare a nuotare. Quindi attenzione perché si usa la preposizione “di”.

Non potete usare altre preposizioni. Un italiano vi potrebbe comprendere lo stesso, ma non è detto che vi comprenda. Quindi non c’è verso “di”:

  • fare
  • imparare
  • riuscire

C’è sempre un obiettivo che dovete raggiungere. Nel caso di Ramona l’obiettivo era di imparare a nuotare. Avete fatto più tentativi e non ci siete riusciti: non c’è verso.

Invece nella frase “non c’è modo” non è detto che voi abbiate già tentato di raggiungere l’obiettivo; probabilmente avete constatato che non c’è nessun modo, nessuna maniera per ottenere quel risultato, ma non è detto che voi abbiate già tentato e che vi siate arresi.

Questa è la differenza tra “non c’è verso” e “non c’è modo”..

Vediamo la seconda frase, che è “tentar non nuoce“.

Anche questa frase ha a che fare con le decisioni e con il raggiungimento di un obiettivo specifico, che sia di arrivare fino a Napoli (come nel mio caso), come il tentativo di ottenere un obiettivo qualsiasi.

Cosa significa? “Tentar” deriva da “tentare”, quindi è il verbo “tentare”, dove si toglie l’ultima lettera. Tentare diventa tentar. “Non nuoce”: non è la negazione, e nuoce viene dal verso “nuocere”.

Cosa significa “nuocere”? Nuocere vuol dire “fare del male”. Se cercate sul vocabolario il verbo nuocere troverete che significa “fare del male”. Solitamente il verbo nuocere è preceduto dalla parola “non”, quindi è usato in senso negativo, anche se a volte potete trovarlo anche in frasi affermative.

Ad esempio, sui prodotti che fanno male alla salute, come nel caso di prodotti con particolari sostanze chimiche, potreste leggere sulle istruzioni del barattolo”nuoce gravemente alla salute”, cioè “fa male alla salute”. Non nuoce quindi vuol dire che non fa male. Quindi nuocere è un verbo che si usa fondamentalmente per iscritto, sulle confezioni, sui barattoli dei prodotti che fanno male alla salute. Non troverete mai scritto “fa male alla salute”, ma troverete sempre scritto “nuove (gravemente) alla salute”. Invece non nuoce vuol dire che non fa male, che  non nuoce.

Tentar non nuoce quindi vuol dire che tentare non nuoce, cioè “provare non nuoce”, “provare non fa male”. Quand’è che si usa questa frase: tentar non nuoce?

La frase è abbastanza melodiosa, perché ogniqualvolta si taglia l’ultima vocale di una parola, come in questo caso (“tentare” è diventato “tentar”).

Ogni qualvolta si toglie l’ultima lettera di una parola è per rendere la frase più melodiosa all’udito. Quindi “tentare non nuoce” è una frase correttissima in italiano, però non si usa. Normalmente si usa “tentar non nuoce”, che è una esclamazione, una frase che può essere usata ogni qualvolta si voglia invitare una persona a fare un tentativo (tentare-tentativo), quindi quando si vuol spingere una persona a provare a risolvere un problema, a provare a raggiungere un obiettivo. Quindi se ad esempio io faccio l’università e vorrei fare la facoltà di ingegneria, però ho sentito dire che la facoltà di ingegneria è molto dura, che gli esami sono molto difficili “da” superare, (“da” è un’altra preposizione semplice), ebbene, in questo caso potrei dire a me stesso:

ma sì, dai, proviamo “a” fare ingegneria , tentar non nuoce!

Cioè provare non fa male: posso provare a fare ingegneria, e se poi verifico che la facoltà di ingegneria è una facoltà complicata, una facoltà troppo difficile per me, ebbene, “in “questo caso, cambierò facoltà; passerò ad un’altra facoltà. 

Tentare non nuoce, così come la prima frase che abbiamo visto, vale a dire “non c’è verso”, sono due espressioni italiane UTILIZZATISSIME, in tutti i contesti, in contesti sia informali che formali. Probabilmente la prima frase la troverete più adatta ad un contesto informale e all’orale, quindi più nel linguaggio parlato che nel linguaggio scritto, perché “non c’è verso” in effetti è una frase più adatta al linguaggio parlato, di tutti i giorni, ma se la utilizzate anche in un contesto importante, più formale, nessuno si scandalizzerà: nessuno vi dirà: ma cosa stai dicendo? Hai utilizzato una espressione volgare!

Non si tratta di una espressione volgare, si tratta di una espressione italiana, molto utilizzata, che in ogni caso è più adatta sicuramente ad un linguaggio parlato piuttosto che ad un linguaggio scritto. 

Anche tentar non nuoce probabilmente è una espressione più utilizzata all’orale che per iscritto, ma in realtà, come vi ho detto precedentemente, il verbo nuocere è messo per iscritto in tutte le confezioni dei prodotti che fanno male alla salute, ma la frase “tentar non nuoce” è una frase che potete tranquillamente utilizzare per iscritto. Probabilmente è più adatta ad una email, ad una chat, piuttosto che ad un documento formale, perché è una frase che si utilizza quando si sta parlando ad una persona, quindi quando si scrive una lettera, una email, si sta chattando con una amico o un conoscente. “Tentar non nuoce” e “non c’è verso” sono due espressioni quindi che si utilizzano quando si parla con un’altra persona in un contesto decisionale, in un contesto in cui si sta prendendo una decisione. Si può incitare una persona e dire:

Tentar non nuoce. Dai, fai questo tentativo, provaci, non si sa mai!

“Non si sa mai”, in effetti, è un’espressione abbastanza simile a “tentar non nuoce”.

Tentar non nuoce di conseguenza vuol semplicemente dire che se provi, se provi a fare un tentativo, non può succederti nulla di male. Non c’è nulla di sbagliato nel provare, perché provare non costa nulla.

Ovviamente non potete utilizzare “tentar non nuoce” in tutte le occasioni. Se ad esempio mi viene voglia di lanciarmi col paracadute, ad esempio, però ho paura di lanciarmi col paracadute perché non l’ho mai fatto in vita mia, un amico mi potrebbe dire:

Dai, prova, tentar non nuoce!!!

Ed invece in questo caso tentar nuoce, eccome se nuoce! Quindi non è il caso (in questo caso) di utilizzare l’espressione “tentar non nuoce”.

Così come mi viene in mente di provare ad andare a 200 km orari utilizzando la mia nuova automobile.Non mi verrebbe mai in mente di dire a me stesso:

Vabè, dai, prova! Vediamo a che velocità riesci ad arrivare, tentar non nuoce!

Anche in questo caso, tentare NUOCE!! Nuoce gravemente alla salute!

Di conseguenza questa è una frase che si pronuncia in tutte quelle occasioni in cui non c’è nessun pericolo, altrimenti non ha nessun senso utilizzare questa espressione.

Spero che tutti coloro che ritengono di appartenere alla categoria C1 o C2 abbiano fatto caso a tutte le preposizioni semplici che ho utilizzato all’interno di questo podcast.

Quando si dice quindi “vado in direzione Napoli”, oppure “vado a Napoli”, va bene in entrambi i modi, ma non posso dire: “vado a direzione Napoli”.

Posso dire “vado verso” Napoli, “vado in direzione Napoli”. Se dico “verso”, non devo usare “in”.

L’uso delle preposizioni semplici è molto importante. Ho notato personalmente che in fase di presentazione, quando ci si presenta ad un amico, ho notato che anche le persone che hanno un livello di italiano molto alto e che parlano benissimo, molto spesso si presentano e dicono:

Piacere, sono Alberto (ad esempio) e vengo da Marcocco. 

 

ad esempio, o “da Algeria”..

Ho fatto solo un esempio, avrei potuto dire Germania, Francia, Spagna, Irlanda, eccetera

L’uso delle preposizioni semplici in questo caso si può spiegare molto semplicemente: in italiano, quando dovete dire che voi abitate in una determinata nazione, in una certa nazione, si usa solamente dire: “Sono marocchino”, o “sono algerino”, o “sono francese”, “sono danese”, “sono tedesco”, “sono italiano”. Non si dice “io sono di Italia” o “io sono da Italia”. Si dice semplicemente: sono italiano, francese, tedesco. Quindi l’uso della preposizione semplice, in questo caso, è sempre sbagliata.

In effetti la preposizione semplice “di” non si usa mai con le nazioni, con i paesi, ma si usa soltanto con le città:

Sono di Roma!

Sono di Londra, di Calcutta, di Berlino. Quindi quando dovete dire che abitate, che siete residente, che siete un abitante di una città, dovete usare “di”. Dovete usare solamente “di”. Non c’è un’altra preposizione semplice adatta: io sono di Roma. Certo, se dovete dire che ABITATE in un certo posto, dovete dire “io abito a Roma”. In questo caso si usa la preposizione semplice “a” (abitare + città). 

Io abito a Roma, io abito a Londra, io abito a Beirut! (come Ramona), io abito a Berlino

Per le nazioni potete usare “in”. Quindi:

Io abito in Brasile, io abito in Albania, io abito in Italia.

Quindi l’uso delle preposizioni semplici, quando si parla di dire dove abitate o di dove siete è uno degli esempi tipici che mi viene in mente che anche coloro che hanno un livello abbastanza alto sbagliano molto spesso. Credo di aver affrontato abbastanza marginalmente il problema delle preposizioni semplici ma non voglio annoiarvi naturalmente. L’obiettivo di Italiano Semplicemente non è quello di insegnare la grammatica, come molti di voi già sapranno. Per coloro che ci seguono per la prima volta vi consiglio di leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, che utilizziamo in ogni episodio. Per coloro che sono interessati potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare le sette regole d’oro. Credo sia tutto per oggi ragazzi. Spero che dopo aver ascoltato questo episodio non diciate:

Non c’è verso di imparare l’italiano!

Provate. Secondo me dovete provare. Provate a seguire le sette regole d’oro. Vi garantisco che sono delle regole molto importanti per imparare l’italiano, e per imparare a passare dalla fase della comprensione alla fase dell’espressione. Provate, tentar non nuoce.

Ciao amici.

Adriana: A me piace cucinare con mia madre, ma non c’è verso di cucinare un piatto buono come lei!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Putacaso ti tradissi?

Audio

 

Trascrizione

se_qualora_immagine_tradimentoBuongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente. Oggi affrontiamo un argomento molto interessante. Vediamo tutti i modi per dire “se”.

Lo facciamo con l’aiuto di Adriana e Jasna, che ringrazio calorosamente.

Conoscete questa parolina italiana “se”?

Mi riferisco al “se” congiunzione, quella parola usata per costruire delle frasi che contengono delle ipotesi, come ad esempio: “se domani c’è il sole vado al mare”. Infatti la parola “se” ha anche altri significati, e tra l’altro si può scrivere anche con l’accento, come ad esempio “parlare di sé”. Oppure, con accento o senza, posso dire “pensare solo a se stessi”.

Ecco, in questo episodio di Italiano Semplicemente vorrei invece parlare solamente del “se” congiunzione.

Bene, una frase molto semplice come quella vista prima: “se domani c’è il sole vado al mare, in cui è presente la parola “se”, la congiunzione “se” può essere scritta, in realtà, in molti altri modi.

Non c’è dubbio che “se” è la parola più semplice da usare e questa è la parola  che si impara per prima, ma vediamo appunto quali possono essere le varianti, quando si possono usare ed anche quanto sono diffuse tutte queste alternative, tutte questi modi alternativi di dire “se”.

Cercherò di fare questo  cercando degli esempi divertenti, sperando di riuscirci. Credo che Adriana e Jasna saranno molto importanti.

Vediamo la prima parola: “qualora”.

Dunque la parola “se” non è semplicemente sostituibile con la parola “qualora”, che è anch’essa una congiunzione, perché vuole solamente il verbo al congiuntivo. Questa è la spiegazione classica che si dà, ma vediamo degli esempi, perché la grammatica a noi non interessa ed è anche molto noiosa.

“Qualora ci fosse il sole, domani andrei al mare”.

Quindi “qualora ci fosse”, e non “se c’è”; “andrei al mare” e non “vado al mare”. La frase quindi è un po’ più complicata perché non si utilizzano i verbi al presente, ma si usa il congiuntivo e poi il condizionale.

Un italiano, vi dico subito, è difficile che usi questa frase, perché in generale la semplicità è sempre preferita da tutti. Soprattutto è più facile non sbagliarsi, e vi dico che anche il 50% degli italiani sbaglia regolarmente o molto spesso quando deve usare il condizionale o il congiuntivo.

La parola “qualora” si usa più in ambito lavorativo, nel lavoro, e si usa molto nella forma scritta. Difficile nella forma parlata.

A dire il vero si può anche dire in altri modi questa frase, anche usando la parola “se”: “se ci fosse il sole, domani andrei al mare” quindi il “se” posso sostituirlo a “qualora”. Non posso fare il contrario però.

Posso anche dire, ed è ancora più comune: “se ci sarà il sole, domani andrò al mare” . In questo caso si usa il futuro, ed anche questo è un modo corretto di scrivere la frase.

Vediamo ora: “nel caso in cui”.

“Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Abbiamo semplicemente sostituito “qualora” con “nel caso in cui”. Semplice. Diciamo che è un po’ più informale però. “Nel caso in cui” si usa normalmente in ogni contesto. Qualora è un po’ più difficile e più adatto a situazioni professionali e formali. Possiamo anche togliere “in cui” e dire semplicemente “nel caso domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Oppure, se avessi una fidanzata come Adriana…

Adriana: “Nel caso in cui mi tradissi, farei lo stesso”.

Gianni: Ma no, cara, sai che non ti tradirei mai!

Adriana: ma qualora lo facessi, anche io ti tradirei”.

Ecco questo è un altro esempio. Adriana interpreta la mia ragazza, o mia moglie, e dice che se io la tradissi, anche lei mi tradirebbe. Se io cioè non le fossi fedele, se io la tradissi con un’altra donna, anche lei farebbe lo stesso, con un altro uomo…. Credo.

Nell’eventualità che io tradissi Adriana, anche lei mi tradirebbe.

Nell’eventualità” è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. L’eventualità è una frase ipotetica, una circostanza che potrebbe verificarsi, che potrebbe avvenire. Nel caso in cui è la stessa cosa che “nell’eventualità”, che è la contrazione di “nella eventualità”, che è come dire “nel caso in cui”.

“Nell’eventualità che” equivale a “nel caso in cui”. Quindi la prima frase che abbiamo visto oggi diventa:

“nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare”.

Adriana: nell’eventualità che mi tradissi, ti ucciderei!

Ecco appunto…

Vediamo l’avverbio “eventualmente”.

Eventualmente si usa molto, ma è un utilizzo particolare.

Ad esempio potrei rispondere ad Adriana, che mi voleva uccidere e potrei dirle: “Amore, eventualmente potresti accettare le mie scuse?”.

Eventualmente si utilizza moltissimo, ma spesso si usa con il “se” davanti: “se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

Oppure posso fare due esempi in cui eventualmente  indica una alternativa finale. Il primo esempio è:

“se domani piove, sto a casa, ma se eventualmente dovesse uscire il sole, andrei al mare”.

Oppure, secondo esempio: “se Adriana mi perdona, sono contento, ma eventualmente, mi cerco una nuova casa”.

Quindi eventualmente in questi due casi è “se non dovesse accadere”, “nel caso in cui non accadesse”, o “in caso contrario”, quindi, come dicevo prima, indica un’alternativa finale, dopo che abbiamo scartato una ipotesi iniziale.

“Se” ed “eventualmente” quindi non sono la stessa cosa, e come abbiamo visto si possono anche utilizzare insieme.

Vediamo una parola molto simpatica: “putacaso”. P_U_T_A_C_A_S_O

“Putacaso” si può scrivere anche staccato, con due parole: puta e caso. Puta caso.

Ad esempio: “se putacaso ti tradissi ancora, Adriana, mi perdoneresti?” Ok, ok, non c’è bisogno che rispondi.

Putacaso significa “ipotizzando”, cioè “per ipotesi”.

“Se per ipotesi ti tradissi ancora, mi perdoneresti?” Anche con putacaso ci vuole il congiuntivo: tradissi e poi il condizionale: perdoneresti. Con putacaso non cambia nulla: “se putacaso ti tradissi ancora”: è la stessa cosa quindi.

Possiamo anche dire “ipotizziamo che”.

Ipotizziamo che io ti tradisca. Mi perdoneresti?

Ipotizziamo che domani ci sia il sole. In tal caso andrei al mare. Posso anche mettere il “se” davanti: se ipotizziamo che domani ci sia il sole…

Dopo “ipotizziamo” quindi ci va il “che”: ipotizziamo che.

Una forma familiare di dire “se” è “metti che”. Metti che equivale a “ipotizziamo che”, “o ancora meglio ”ammettiamo che”, ma ora stiamo dando del tu. “metti che” viene quindi da “ammettiamo che”.

Metti che io ti tradisco, Adriana… ad esempio

Metti che domani c’è il sole. Avrete notato che il verbo è al presente.

È quindi una forma molto familiare di “se”. Non possiamo usarlo con una persona che non conosciamo.

Al limite posso dire “mettiamo che”, che è un po’ meno intimo, ed infatti in questo caso potrei anche usare il congiuntivo: “mettiamo che io ti tradisca”. Ecco quindi l’uso del congiuntivo al posto del presente ci dà già una indicazione del fatto che l’espressione non è familiare. Ma volendo potete anche usare il presente. Dipende dalla situazione familiare o non familiare.

Se invece uso “ammettiamo che”, allora non è più familiare, ed ancora meno familiare è “ipotizziamo che”.

Vediamo ancora un altro modo dire “se”.

Se volessi dire alla mia fidanzata, che qui è interpretata ancora da Adriana, che ho un’altra donna, che cioè ho una relazione con un’altra donna, dovrei trovare le parole più opportune, le parole più adatte, perché avrei paura che lei, avrei paura che lei si arrabbi, e allora in questo potrei usare una forma diversa:

Adriana: dai, dimmi pure!

Gianni: Ascolta Adriana, “nella lontana ipotesi” che io abbia un’altra donna, cosa faresti?

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: ah ok, grazie cara.

Ecco quindi questa forma “nella lontana ipotesi” si usa per dire che è poco probabile quello che sto dicendo. È una ipotesi, ma è una ipotesi lontana, come se fosse un luogo lontano da raggiungere, quindi è una ipotesi poco probabile.

Anche questa è una forma colloquiale, ma si usa anche molto su internet, sui giornali, perché oltre al “se” si dice anche quanto è probabile questo evento. Quindi si aggiunge un’informazione in più. Non solo una ipotesi, ma è una lontana ipotesi.

Ci sono anche altri modi di aggiungere qualcosa in più, quindi di “allontanare” una ipotesi, o di prendere le distanze da una ipotesi, o anche semplicemente di considerare una semplice eventualità, possibile o anche impossibile che si realizzi.

Posso dire ad esempio – espressione molto familiare questa – “facciamo finta che”.

Ad esempio:

Gianni: Facciamo finta che io abbia un’altra donna, Adriana!

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: sì, ok, abbiamo capito.

Quindi con “facciamo finta” si vuole dire: “non succederà, ma fingiamo, cioè facciamo finta che io ho (o abbia) un’altra donna”. Molto colloquiale come espressione.

Quindi anche qui ci si sta allontanando, si stanno prendendo le distanze, si sta dicendo che è una finzione, facciamo finta, fingiamo che è ( o sia) vero; non è vero, ma facciamo finta che è (o sia) vero.

Un altro modo ancora è “semmai”.

“Semmai dovessi tradirti”, oppure “semmai ci fosse il sole domani, andrei al mare”.

Questa è abbastanza facile, basta sostituire “se” con semmai. Si usa nello stesso modo.

Dicevo che anche qui stiamo dicendo che non è molto facile che avvenga, non è molto probabile. “Semmai” dovesse accadere. Semmai contiene la parola “mai”. E si può scrivere anche staccato “se mai”.

Semmai è usato anche in altro modo, ma qui ci interessa questo utilizzo: quello come congiunzione, quindi da usare al posto di “se”.

Ci sono altre due modalità di dire “se”, molto usate in Italia.

Una è “nel momento in cui”. L’altra è “supponiamo che”. Più o meno sono espressioni equivalenti.

Queste due espressioni sono usate molto nella forma orale, sono abbastanza colloquiali quindi, e la prima forma (nel momento in cui) è più usata della seconda (supponiamo che), che invece è più adatta al lavoro, ma in ogni caso si tratta di espressioni abbastanza universali.

Io potrei dire ad esempio: “supponiamo che ci sia il sole domani”, oppure “supponiamo che Adriana si arrabbi!” Eccetera. Analogamente una seconda ragazza, Jasna, potrebbe dire ed esempio:

Jasna: nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?

Gianni: non lo dire neanche per scherzo!

Nel momento in cui si usa molto spesso per dire “quando”, “appena”, o ”non appena”, o anche “subito dopo” quindi c’è il tempo di mezzo. Fondamentalmente si usa al posto di “quando”, ma spesso può capitare di ascoltare frasi di questo tipo:

“nel momento in cui riuscissi ”, oppure “nel momento in cui potessi” oppure come nella frase di Jasna, “nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”. In questo caso Jasna sta prospettando una possibilità, sta dicendo:

“se Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Bene, il risultato non cambia quindi!

Bene amici, spero però che Adriana non ci scopra (Jasna: lo spero anch’io!). Lo speriamo entrambi! Ma speriamo anche di essere riusciti a farvi capire quanti modi ci sono per dire “se”.

Adriana: se vi prendo, vi ammazzo a tutti e due!

Jasna: aiuto!

Passiamo alla ripetizione. Non pensate alla grammatica, ma ripetete dopo di me:

– Se domani c’è il sole, vado al mare”

– Qualora domani ci fosse il sole, andrei al mare

– Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

– Se putacaso Adriana mi scoprisse, sarei morto!

– Ipotizziamo che Adriana mi scopra. In tal caso sarei morto!

– Metti che Adriana ci scopre? Che facciamo?

– Mettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Ammettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Nella lontana ipotesi che Adriana ci scopra, che facciamo?

– Facciamo finta che Adriana ci scopre (o scopra). Che facciamo?

– Semmai dovessi tradirmi, ti perdonerei.

– Nel momento in cui dovessi tradirmi, ti perdonerei.

Bene, quindi ora concludiamo il podcast. Se, come spero, sono riuscito a spiegarmi, ne sarei molto contento, ma qualora non fossi riuscito a farvi comprendere bene come fare per dire “se” e quanti modi diversi ci sono, ebbene, in tale eventualità, vi consiglio di ripetere l’ascolto di questo file audio più volte.

L’ascolto ripetuto è molto utile, e, nel momento in cui vogliate ascoltare il mio consiglio, vedrete che non ve ne pentirete. Putacaso però voi non ne abbiate voglia, perché, per un motivo o per un altro, crediate sia tutto molto chiaro, allora questo vuol dire che il vostro livello di conoscenza dell’italiano è molto avanzato. In tale eventualità vi ringrazio comunque dell’ascolto, così come ringrazio anche tutti le altre persone, ed auguro a tutti un buon proseguimento di giornata.

Un saluto a tutti, ciao.

Qualora l’Italia vincesse gli europei, ne sarei molto felice. Nel caso in cui non lo vincesse,invece, me ne farei una ragione.

 

 

Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura

tutte le frasi idiomatiche

donazione (grazie) 

Audio

Scarica il file mp3
Scarica il file PDF

Trascrizione

ciascun_dal_proprio_cuor_laltrui_misura

Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. Spieghiamo oggi questa bella frase.

Buongiorno a tutti innanzitutto e grazie di essere all’ascolto di Italiano Semplicemente.

Avrete sicuramente notato com’è piacevole ascoltare questa frase. Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. Una frase molto melodiosa senza dubbio, che viene voglia di ripetere più volte,  tanto è armoniosa e piacevole.

È una frase che di primo acchitto, cioè d’impulso, verrebbe da attribuire a Dante Alighieri. Si può pensare che questa frase sia del sommo poeta fiorentino. Il grande poeta italiano, toscano, fiorentino (cioè di Firenze) , famoso in tutto il mondo.
Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura però è una frase che è riportata, anche se non in questa forma, in un’opera di un altro autore italiano, molto meno conosciuto rispetto a Dante Alighieri. Si tratta di Pietro Metastasio, un poeta e drammaturgo italiano vissuto nel xviii-esimo secolo.

Perché l’altrui misura
ciascun dal proprio core,
confonde il nostro errore
la colpa e la virtù.

Questi sono i versi di una delle sue opere, che chi vuole può approfondire attraverso una ricerca su internet, versi che non contengono esattamente la frase oggetto di spiegazione però.
In ogni caso, inizialmente oggi vi spiegherò la frase parola per parola,  poi il significato della frase intera ed il motivo per cui è stata scritta in questo modo, apparentemente un po’ strano.
Dunque:
“Ciascun” sta per ciascuno, cioè ognuno, cioè ogni persona. Ciascun significa quindi tutti, tutte le persone,  tutti gli esseri umani sulla terra.

“Cuor”, allo stesso modo, sta per cuore, ed il cuore è l’organo più importante del nostro corpo, l’organo che serve a far scorrere il sangue nelle vene, ed è l’organo, la parte del corpo associato, più delle altre parti del corpo, al sentimento dell’amore, perché quando ci emozioniamo, quando ci innamoriamo, il nostro cuore batte più velocemente.
Poi si usa spesso nella poesia italiana togliere l’ultima lettera di una parola, quando si tratta di una vocale, quindi la vocale è la lettera “e”, in questo caso, che sta proprio alla fine di cuore.
Quindi ciascuno diventa “ciascun” e cuore diventa “cuor”.
“Ciascun dal proprio cuor” è molto più bello all’ascolto di “ognuno dal proprio cuore”, per questo nella poesia italiana si usano le contrazioni, cioè per questo si taglia spesso l’ultima vocale.
Vediamo ora la parte più difficile: “l’altrui misura”.

“L’altrui” significa “lo altrui”, e altrui vuol dire “degli altri”, delle altre persone.
La casa altrui è la casa degli altri, degli altri in generale.
Il coraggio altrui è il coraggio degli altri eccetera.
L’altrui quindi significa  “quello degli altri”, ma quello cosa? Di cosa parliamo? Stiamo parlando del cuore.

Quindi “l’altrui misura” significa “il cuore degli altri misura”, o meglio “misura il cuore degli altri”

“Ognuno,  dal proprio cuore, misura il cuore degli altri”.

Se ancora non si riesce bene a capire il senso della frase,  il motivo è che ancora non abbiamo visto la parola  “misura”, ed il suo significato.

Vediamo quindi la parola “misura”. Si tratta del verbo misurare.
Io misuro, tu misuri, lui/lei misura, noi misuriamo, voi misurate, essi misurano.
Misurare significa prendere le misure con uno strumento di misurazione. Ad esempio se misurate la lunghezza di un tavolo, dovete prendere un metro, cioè uno strumento per la misurazione della lunghezza, lo misurate e dite ad esempio che il tavolo misura 2 metri di lunghezza.
Oppure misurate la vostra altezza e vedete che siete alti 1 metro e 87 centimetri, ad esempio come nel mio caso.
Oppure misurate il vostro peso con una bilancia. Salite sulla bilancia e vedete che il vostro peso, la misura del vostro peso è 83 kilogrammi.
Quindi è importante avere uno strumento per misurare qualsiasi cosa vogliate misurare.
Senza strumento, senza il metro o senza una bilancia non possiamo misurare altezza e peso rispettivamente.
Bene, quindi ammettiamo che voi dobbiate misurare un cuore. Come fate? Quale strumento utilizzate per misurare il cuore di un’altra persona? Il cuore di un altro, il cuore altrui. Usate l’unico strumento che avete a disposizione: il vostro cuore. Per vedere, per valutare, per giudicare il cuore di un altra persona, per capire se è un cuore buono o cattivo, prendete il vostro cuore lo mettete vicino al cuore che dovete misurare e confrontate i due cuori, e vedete che i due cuori sono uguali, o meglio sembrano uguali.
Misurate il cuore di un’altra persona utilizzando il vostro cuore come strumento.
E questo lo fanno tutti. Ciascuno di noi lo fa. Ciascuno di noi misura il cuore degli altri utilizzando il proprio cuore. Ciascuno di noi misura il cuore altrui dal proprio cuore. “Dal proprio cuore” significa “a partire dal proprio cuore” cioè “prendendo come strumento il proprio cuore” . Cosa significa però?
Significa che se io ho un cuore buono, cioè se io sono una persona buona, credo che anche il cuore altrui sia buono, anche se non è così.
Ma questa frase vale per tutte le caratteristiche umane.
Se io sono una persona che pensa solo a se stesso, se cioè sono un egoista, e mi disinteresso degli altri, allora credo che anche gli altri pensino solamente a se stessi, ad esempio. Credo che anche gli altri siano come me. Se invece sono una persona buona, altruista, cioè penso molto altri altri, agli interessi degli altri, ai loro bisogni eccetera, allora credo che anche gli altri siano così, e non sono portato a credere che ci siano persone egoiste, credo che anche le altre persone siano come me, quantomeno fino a prova contraria.
Ciascuno di noi misura gli altri partendo da se stesso, perché è questo l’unico strumento che abbiamo per misurare gli altri.
Abbiamo solamente noi stessi.
Ciascun dal proprio cuor, l’altrui misura. Una frase molto bella, poetica, una espressione entrata ormai nel linguaggio comune, anche se in realtà non è molto utilizzata. O meglio, è utilizzata da coloro che hanno una cultura abbastanza alta, almeno questo per quanto riguarda la frase originale, con esattamente quelle parole.
In effetti capita spesso di non ricordare esattamente le parole della frase, ed allora magari si dice: ognuno pensa che gli altri siano come se stessi, ognuno guarda agli altri guardando se stessi, o anche ciascuno giudica gli altri partendo da se stessi, o cose del genere.
Insomma non è facile ricordarsi esattamente di tutte le parole della frase, e, come dicevo prima, si sente spesso attribuire la frase a Dante Alighieri, perché è a Dante Alighieri che dobbiamo molte frasi entrate nel linguaggio comune, come ad esempio “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, che abbiamo già spiegato qualche settimana fa.
Spero di essere riuscito a farvi comprendere il significato profondo di questa frase, di questo proverbio italiano.
È una frase profonda perché si applica a tutte le caratteristiche dell’essere umano. Una persona innocente, timida, che non farebbe male a nessuno, crede che anche gli altri siano così, buoni, affidabili, innocenti, almeno all’inizio.
Se invece una persona è inaffidabile, che non merita fiducia, allora anche lei non si fiderà di nessuno, non avrà fiducia in nessuno, perché penserà che gli altri siano come lui, o come lei.
Analogamente, se sei una persona sempre allegra, spensierata, sarai portato a pensare che la felicità dipenda da te, e non dalle cose che ti accadono, e penserai che tutti ragionano in questo modo, e ti stupirai quando vedrai qualcuno che invece non sorride mai, che è sempre triste, anche se non ha un motivo particolare per essere triste e per non sorridere.
Vi lascio riflettere su questa frase non appena avremo fatto un piccolo esercizio di ripetizione. Spero vi sia utile per capire la pronuncia e per apprezzare l’armonia e la bellezza della frase. Potete se volete ripetere la frase dopo di me, concentrandovi esclusivamente sulla melodia e sulla pronuncia.
Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
…………………

Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
…………………
Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
…………………
Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
…………………
Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
…………………
Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
…………………
Ciao amici.

Italiano Professionale – 5^ lezione – Tenacia e Resistenza

immagine_indice_lezione_5_tenacia_resistenza

Audio (abstract)

italiano dante_spunta In questa lezione vedremo le espressioni e le frasi idiomatiche più diffuse ed utilizzate in Italia per esprimere i concetti di Tenacia e Resistenza, qualità fondamentali nel mondo del lavoro.
spagna_bandiera En esta leccin dos cualidades importantes en cualquier actividad humana, pero sobretodo en el mundo de los negocios.
france-flag Dans cette leçon, deux qualités importantes dans toutes les activités humaines surtout dans le monde du travail
flag_en In this lesson we will see the expressions and the most common idiomatic phrases used in Italy to express the concepts of tenacity and endurance
bandiera_animata_egitto عربي : ميزتان مهمتان  في اي نشاط انساني  و لكن خاصة في عالم العمل
russia Два важных качества в любой деятельности человека, в особенности в бизнесе и работе.
bandiera_germania In dieser Lektion werden die italienishen Ausdrücke und die häufigsten Redewendungen vorgestellt die Konzepte wie die Hartnäckigkeit und die Ausdauer zum Ausdruck bringe.
bandiera_grecia Δύο ποιοτικά χαρακτηριστικά σημαντικά για οποιαδήποτε ανθρώπινη δραστηριότητα, αλλά κυρίως για τον εργασιακό χώρο.

Prenota il corso: https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

Trascrizione

1. Introduzione

Benvenuti nella quinta lezione di Italiano Professionale.

In questa lezione affronteremo un altro argomento critico che riguarda il mondo del lavoro. Non sarò solo a farlo, come al solito sono con me gli altri membri della redazione di Italiano Semplicemente.

Oggi in particolare c’è Shrouk, (Shrouk: ciao a tutti) egiziana, Lilia dalla Russia (Lilia: ciao ragazzi!) e Ramona dal Libano (Ramona: ciao sono pronta!). L’argomento di oggi affronta una qualità che tutti i professionisti devono avere, se vogliono avere successo: la “tenacia”. Cos’è la tenacia?

Prima di iniziare la lezione, ricordiamo che questa lezione riguarda diversi aspetti del mondo del lavoro. È per questo che le “etichette” della lezione sono: presentazione, lavoro e colloquio, trattare. Nelle sezioni 2, 4 e 5 del corso ritroveremo quindi queste espressioni all’interno dei vari dialoghi delle lezioni.

Se cercate sul vocabolario italiano troverete una definizione di questo tipo: la tenacia è la Costanza, la Fermezza e la Perseveranza nei propositi e nell’azione. Possiamo ad esempio lavorare con grande tenacia, possiamo difendere con tenacia le proprie idee, possiamo agire con tenacia. Tenacia deriva da tenere, cioè non mollare, resistere. Per questo la lezione di oggi si chiama “Tenacia e Resistenza”.

Possiamo sin da subito fornire dei termini molto simili alla tenacia, che hanno un significato molto vicino alla tenacia, come ad esempio l’insistenza, l’ostinazione, la persistenza, quindi qui c’è l’idea di insistere, di non mollare, di non arrendersi. Oppure anche la “risolutezza” o la “determinazione”. Una persona tenace è una persona risoluta, è determinata, sa quello che vuole, sa dove vuol arrivare e non si arrende mai. Questi ultimi termini sono del tutto equivalenti al termine “tenacia”. Anche la “Volontà” è una qualità abbastanza vicina come concetto. Infatti il termine volontà deriva da volere, e chi ha volontà (willpower in inglese) o chi ha la “forza di volontà”, ha la qualità di volere, appunto, quindi di decidere consapevolmente il proprio comportamento in vista di un certo scopo. Avere forza di volontà è quindi una dote importantissima per tutti.

I termini “Costanza”, “Tenacia”, ”Fermezza”, “Propositi”, sono evidentemente dei termini non molto facili e immediatamente comprensibili, ma in realtà possiamo spiegare il concetto di Tenacia e simili in parole molto più semplici, ed utilizzeremo oggi quindi anche delle espressioni tipiche italiane, che vi faranno immediatamente capire in cosa consista questa qualità.

Oggi vediamo quindi varie frasi idiomatiche, le più utilizzate in Italia, per descrivere questa qualità fondamentale, che vale per tutti in ogni campo, ma soprattutto in ambito lavorativo.

Sono frasi di normale utilizzo dagli italiani, molto meno dagli stranieri, anche coloro che hanno un alto livello. Questo accade perché, evidentemente, chi ha studiato all’università, anche con ottimi risultati, pur sapendo il significato e sapendo anche utilizzare le parole tenacia, fermezza e perseveranza, non avendo vissuto in Italia, difficilmente hanno ascoltato queste espressioni. Chi invece lavora in Italia già da qualche tempo, sicuramente qualcuna di queste frasi l’ha già ascoltata molte volte, ma magari non tutte queste espressioni, perché ogni espressione ha il suo contesto specifico.

2. Le espressioni idiomatiche più utilizzate

Cominciamo con alcune delle frasi più interessanti.

La prima è “chi la dura la vince”. Chi la dura la vince è una frase grammaticalmente scorretta, ma è ugualmente un’espressione tipica italiana…

Fine abstract

Protetto: Italiano Professionale – 5^ lezione – Tenacia e Resistenza (Solo associati)

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Mica pizza e fichi!

Tutte le frasi idiomatiche

Audio

fichi_foto_mia
Il fico

Buona giornata a tutti. Oggi voglio spiegare l’espressione “mica pizza e fichi“.
Non ricordo più la persona che mi ha chiesto di spiegare la frase, mi dispiace. Vi dico che questa è una espressione nata a Roma, la capitale d’Italia, l’ombelico del mondo, ma comunque è una espressione abbastanza nota in tutto lo stivale. Lo stivale è uno dei tanti modi con cui si può chiamare l’Italia, la penisola italiana, che appunto ha la forma di uno stivale, cioè di una scarpa alta, alta fino a quasi il ginocchio.
Mica pizza e fichi. Ho voluto spiegare questa espressione perché mi permette di parlare di molte caratteristiche tipiche italiane. Una è la parola “mica“, un’altra è la “pizza” e l’altra è la parola “fichi“.
Iniziamo con mica. Mica (vedi spiegazione) è un rafforzativo della negazione, questo significa che si usa nelle frasi in cui vogliamo negare, cioè vogliamo dire che c’è qualcosa che non è vero.
Si usa in conversazioni familiari e tra amici prevalentemente, e non fa parte quindi del linguaggio scritto o che potete usare per comunicazioni ufficiali ed importanti.
Rafforzare una negazione significa negare, dire no, con maggiore forza, e questo possiamo farlo in molti modi diversi in Italia.
Possiamo usare “per niente” , “per nulla” assolutamente, affatto, possiamo però usare anche un tono diverso se vogliamo.

 

Possiamo usare “mica” però non solo per rafforzare la negazione, infatti possiamo usare mica al posto di “non già”, “non molto”.
Facciamo qualche esempio: anziché dire:
“oggi non vado a scuola”, dove c’è una negazione (non vado a scuola) possiamo dire “oggi non vado mica a scuola!”. Quindi in questo caso aggiungo mica alla frase, inserisco la parola mica all’Interno della frase.
Non si usa solo in questo modo però. Se anteposto al verbo, cioè se messo prima del verbo, mica sostituisce la negazione.
Allora ad esempio posso dire: “vado a scuola” e se voglio negare questo dico “non vado a scuola” oppure “mica vado a scuola”. Anche questa è una negazione.
Mica al posto di non. Ho sostituito non con mica.
Ma non posso sostituire non con mica. È una negazione diversa.
Non posso farlo perché cambia il significato della frase.
Se tua madre, pensando che vai a scuola, ti dice: ciao, buona scuola per oggi!
Tu puoi rispondere: mica vado a scuola! Che vuol dire: mamma, non è come tu pensi, non sto andando a scuola. Quindi questa frase va bene solamente come risposta a qualcuno che credeva che tu stessi andando a scuola, Come tua madre.

Bene ci stiamo avvicinando a “mica pizza e fichi” ed al suo significato.
Vediamo ora la frase “mica male”.
Mica si usa spessissimo davanti alla parola male: “mica male”. Mica male è una esclamazione italiana, usata in tutta Italia per dire “niente male” per esprimere cioè un giudizio favorevole, una ammirazione verso qualcosa.
“Mica male i nuovi jeans che hai acquistato”.
“Mica male il sito che hai trovato per imparare l’italiano”.
“Mica male la fidanzata di Marco”.
Mica male significa semplicemente “niente male”, ma è più familiare. “Non è affatto male”, o anche “non è niente male” sono le versioni corrette in italiano che si possono usare sempre.
Ok, “mica male” è usata in tutta Italia, come ho detto, e si usa per esprimere un giudizio positivo, un apprezzamento a qualcosa. Questo qualcosa può essere qualsiasi cosa, una macchina, una fidanzata eccetera, ma difficilmente è una cosa nostra, che appartiene a noi stessi. Solitamente “mica male” si usa per apprezzare le cose degli altri.
Eccoci che siamo arrivati a “mica pizza e fichi”.
“Mica pizza e fichi” si usa quasi esclusivamente per le nostre cose, e per le cose a cui teniamo.
Ma perché la pizza i fichi?
La pizza è la specialità italiana, ma è un piatto per tutti e relativamente economico. I fichi sono un frutto, che solitamente si mangia direttamente dagli alberi, non si acquista, non è facile almeno trovarli in vendita perché si rovinano Facilmente una volta raccolti dall’albero.
Quindi pizza e fichi sono due alimenti che insieme indicano un pasto dei poveri. Si può fare anche la pizza con i fichi, che è anche buonissima.
Con mica davanti a pizza e fichi si nega quindi che si stia parlando di una cosa qualsiasi, di una cosa di poco valore.
Perciò “mica pizza e fichi” vuol dire “non è da poveri”, “non è affatto da poveri” , “non è affatto una cosa che tutti possono permettersi”.
Può significare quindi che non hai badato a spese, che hai speso molto, non come fanno, i poveri che invece devono necessariamente e purtroppo badare alle spese.
Mica pizza e fichi si usa spesso quindi per indicare che l’oggetto in discussione ha un certo valore e non è cosa di poco conto, come appunto la pizza, un piatto “povero”, diciamo così, o un semplice frutto: i fichi.
“Ho comprato una macchina bellissima, mica pizza e fichi”.
Si usa qui quindi spesso con cose che ci appartengono, e spesso si usa anche in senso ironico, per ridere, ma a volte anche verso cose che appartengono ad altri. La frase quindi è informale e scherzosa ma non offensiva.
Quindi ad esempio potete dire: ho ascoltato la spiegazione di una frase italiana diffusissima su italianosemplicemente.com, mica pizza e fichi.
Questo è un esempio di utilizzo. Se venite a Roma potete quindi andare al ristorante e chiedere il vino più buono a disposizione del ristorante. Se il cameriere vi porta il vino chianti, vino buonissimo, potreste dire: ah questo è il famoso chianti italiano, mica pizza e fichi.
Vedrete che il cameriere sarà piacevolmente stupito e lo farete sorridere.
In questo caso quindi è come dire: il chianti non è un vino qualsiasi, ma è un vino pregiato, uno dei migliori, uno dei più buoni.
Spero di essere riuscito a spiegare bene questa frase.
Ora provate voi a fare un esercizio di ripetizione. Lo facciamo sempre alla fine di ogni lezione, come sanno bene coloro che ci seguono sempre. È ciò che facciamo anche nelle lezioni di italiano professionale. Ripetete dopo di me, ricopiate il mio tono della voce senza pensare alla grammatica.

Buono questo vino, mica pizza e fichi!
…………………………………

Le piace la mia macchina? mica pizza e fichi!
……………………….

Queste scarpe sono le migliori. mica pizza e fichi!
……………………….

Ho acquistato una casa al centro di Roma, mica pizza e fichi!

……………………….

Vi dico che se, come me, anche a voi è venuta voglia di mangiare la pizza con i fichi, non è affatto facile trovare pizzerie che servano ai clienti questo piatto prelibato.
Se venite in Italia comunque provate a chiedere al cameriere, non si sa mai.
Un saluto da Roma e dall’Italia.

Ciao

La nazionale italiana di calcio ha dei giocatori fortissimi, mica pizza e fichi!


 

sposo

Farsene una ragione

Audio

Trascrizione

Buonasera e benvenuti a tutti su Italiano Semplicemente, il sito per imparare l’italiano con divertimento. Oggi vediamo un’altra espressione tipica italiana di suo quotidiano. Di uso quotidiano, o di utilizzo quotidiano, vuol dire che questa frase si usa tutti i giorni, si usa, si

immagine_farsene_una_ragione
esempio di utilizzo

utilizza, quotidianamente.

Bene, l’espressione è “farsene una ragione”. Avete ascoltato un pezzo di una canzone di Ligabue, famoso cantante italiano, in cui il dice “quando farsi una ragione vorrà dire vivere”.

Non è facilissimo spiegare, a dire il vero, questa espressione, perché non posso neanche aiutarmi con la lingua inglese. Non esiste una vera traduzione di questa frase.

Sicuramente però con l’utilizzo di molti esempi, con molti frasi di esempio vedrete che ce la faremo anche oggi.

Allora: cominciamo con “farsene”. Farsene viene dal verbo fare. Come saprete, il “ne” alla fine indica che si sta parlando di qualcosa di specifico, indica, si riferisce a qualcosa. Quando dico ad esempio, “parliamone”, vuol dire parliamo di questa cosa, di qualcosa in particolare. Ad esempio se io dico a mia moglie: “amore ho un problema, parliamone”; vuol dire parliamo del problema, parliamone.

Allo stesso modo, analogamente, “mangiamone”, che viene da mangiare, anche qui ci si riferisce a qualcosa. Se dico ad esempio: “ho delle fragole, mangiamone un po’” significa mangiamo un po’ di fragole.

Quindi anziché ripetere il soggetto della frase si aggiunge “ne” alla fine. Ok, quindi col verbo fare, che è il verbo di cui si sta parlando nella frase di oggi, posso dire farsene, cioè fare di qualcosa.

Farsene “Una ragione”, quindi indica che c’è qualcosa, di cui possiamo, o dobbiamo farci una ragione.

Ok, ancora non è chiaro però. Cosa significa che io mi devo fare una ragione di qualcosa, o che tu ti devi fare una ragione di una cosa. Semplicemente vuol dire “accettarla”. Farsi una ragione di qualcosa vuol dire accettare questa cosa, non respingerla, fare in modo che non sia più un problema, non pensarci più.

Evidentemente esiste un problema, un problema che ci preoccupa, che ci fa pensare, ci fa pensare a come risolverlo, ed ad un certo punto diciamo: “ok, basta così adesso, non voglio pensarci più, me ne devo fare una ragione”, me ne devo fare una ragione, cioè lo devo accettare, mi devo rassegnare, mi devo fare una ragione di questo problema, “me ne devo fare una ragione”, anche qui “ne” serve per non ripetere il soggetto della frase, il problema. Devo accettare questa cosa, devo farmi una ragione di questo problema, cioè me ne devo fare una ragione.

Ripeto: me ne devo fare una ragione. Posso quindi dire che io me ne devo fare una ragione se è un mio problema, che io, devo accettare, altrimenti se sei tu che devi accettare il problema, in questo caso sei tu che te ne devi fare una ragione.

Oppure: lui se ne deve fare una ragione, lei, oppure noi eccetera.

In generale, se non voglio specificare la persona, dico: farsene una ragione, cioè farsi una ragione di qualcosa.

Ok. Questo credo che ora sia abbastanza chiaro. Ma perché si usa la parola ragione? Cos’è la ragione? Solitamente la ragione rappresenta la mente, il cervello; ognuno di noi ragiona, cioè pensa, aziona il cervello. Il compito del cervello è ragionare. La ragione si usa per risolvere i problemi quindi, per pensare logicamente, per usare la logica. Si dice ad esempio che una persona ha agito senza ragionare, cioè ha fatto qualcosa senza pensare alle conseguenze.

Poi si dice spesso che chi è pazzo è “privo della ragione”. Essere privi di qualcosa significa non avere qualcosa. Chi è privo della ragione, non ragiona, non è capace di ragionare, quindi è pazzo, è una persona priva della ragione.

Poi si dice anche “hai ragione”, per indicare che quello che dici è giusto, che approvo ciò che dici. Al contrario “non hai ragione”, cioè “hai torto”, non è giusto ciò che hai detto, hai detto una cosa sbagliata. Non hai ragione.

Invece se usiamo il verbo fare, e diciamo “fare una ragione” non significa proprio niente. Perché? Perché devo dire chi è che fa questa cosa. Sono io? Allora io me ne faccio una ragione. Il “me” indica che sono io che devo accettare questa cosa. Io me ne faccio una ragione. Tu invece te ne fai una ragione. Lui se ne fa una ragione, noi ce ne facciamo una ragione, voi ve ne fate una ragione, loro/essi se ne fanno una ragione.

Il “ne” (enne, e) come abbiamo detto prima, indica la cosa per cui ci dobbiamo fare una ragione, la cosa che dobbiamo accettare, la cosa a cui non dobbiamo più pensare, la cosa che prima era un problema, ed ora vorremmo farci una ragione di questo problema, vorremmo farcene una ragione.

Lo so, non è facile, ma esercitandosi ce la farete, state tranquilli.

Facciamo ora qualche esempio: se mio figlio, di religione cattolica, decide da grande di cambiare religione, posso dire che noi genitori ce ne facciamo una ragione. Noi genitori dobbiamo farcene una ragione, ce ne dobbiamo fare una ragione, dobbiamo accettare questo fatto, o almeno dovremmo farcene una ragione, se vogliamo bene a nostro figlio.

Vedete che quindi ci sono molti modi di dire la stessa cosa: ce ne facciamo una ragione, dobbiamo farcene una ragione, o dovremmo farcene una ragione, eccetera.

Se, secondo esempio, la Roma non vince lo scudetto, ma lo vince la Juventus, me ne devo fare una ragione, non ci devo pensare più, devo accettare questo fatto, devo dire che la Juventus è una squadra più forte e che quindi devo accettare il fatto che la Roma, la squadra della Roma, che è la squadra di calcio di Roma, della città di Roma, lo vincerà il prossimo anno. Io ormai, che sono tifoso della Roma, me ne faccio una ragione da molti anni. Pazienza.

Un terzo esempio, se mia moglie volesse comprarsi una casa a Piazza di Spagna, al centro di Roma, credo che io le direi: ascolta cara, credo che tu debba accettare il fatto che non possiamo acquistare una casa a Piazza di Spagna, è troppo cara, costa troppi soldi, non possiamo permettercelo, non possiamo permetterci di acquistare una casa in Piazza di Spagna, quindi devi fartene una ragione. Basta pensare a questa cosa, pensiamo ad altro, è inutile continuare a pensare a questo.

Quindi quando ci si deve fare una ragione di qualcosa, vuol dire che è inutile, che non serve a niente continuare a pensarci, a questa cosa, è inutile, non serve a nulla non farsene una ragione. Non possiamo risolvere il problema. Quindi questo significa che è un po’ di tempo che ci pensiamo, è già un po’ di tempo che questo problema sta nella nostra testa, che ci fa preoccupare, ma ora è arrivato il momento di dire basta. Facciamocene una ragione. Non c’è nulla da fare, accettiamo il problema, perché magari non è neanche un problema, magari è una cosa che può capitare a tutti.

Se cominciamo a perdere i capelli, perché abbiamo 60 anni e stiamo invecchiando, facciamocene una ragione, perché se non ce ne facciamo una ragione sarà peggio per noi. Non c’è nulla da fare, contro la vecchiaia e contro la caduta dei capelli non possiamo fare nulla, possiamo anche essere felici senza capelli, o con i capelli bianchi.

Credo che ora sia abbastanza chiaro il significato di questa bella espressione italiana. Resta da fare l’esercitazione orale. Ripetete dopo di me, per esercitare la lingua.

Vediamo prima al presente e poi al passato.

Io me ne faccio una ragione.

—–

Tu te ne fai una ragione.

—–

Lui se ne fa una ragione.

—–

Lei se ne fa una ragione.

—–

Noi ce ne facciamo una ragione.

—–

Voi ve ne fate una ragione.

—–

Loro se ne fanno una ragione.

—–

Vediamo al passato ora.

—–

Io me ne sono fatto una ragione.

—–

Tu te ne sei fatto una ragione

—–

Lui se n’è fatto una ragione.

—–

Lei se n’è fatta una ragione.

—–

Noi ce ne siamo fatti una ragione.

—–

Voi ve ne siete fatti una ragione.

—–

Loro se ne sono fatti una ragione.

—–

Avrete notato che quando ho detto “Lui se n’è fatto una ragione” Ho usato la forma abbreviata. La forma per esteso è “lui se ne è fatto una ragione” o “lei se ne è fatta una ragione”. Quindi “se ne è” diventa “se n’è” nella forma abbreviata.

Ragazzi, come avrete visto non è stato facile affrontare questa frase perché c’è molto da spiegare. Quello che sembra facile per noi italiani non è poi così facile per chi sta imparando la nostra lingua. E questo accade perché, più che le regole, occorre concentrarci sull’ascolto. Bisogna ascoltare, ascoltare, repetita iuvant, quindi ascoltate più volte e tra una settimana sarà divenuto normale usare questa espressione. Se non volete ripetere l’ascolto, non funzionerà, e tra qualche giorno avrete dimenticato tutto. È proprio così, bisogna farsene una ragione.

Ci sentiamo tra qualche giorno con la prossima espressione idiomatica.

Tra un paio di giorni poi sarà online anche una nuova lezione di Italiano professionale, in cui parleremo della Tenacia e della Resistenza, e di tutte le espressioni italiane per indicare queste due qualità professionali: vedremo espressioni come “chi la dura la vince”, “cascasse il mondo”, “dai e dai” e tante altre espressioni.

Un saluto da Roma.

Video con sottotitoli

Mal comune, mezzo gaudio

mal_comune_mezzo_gaudio

Audio

Buonasera e benvenuti a tutti su Italiano Semplicemente, il sito adatto a tutti per imparare l’italiano. Oggi vediamo una espressione tipica italiana di suo quotidiano. Una frase molto utilizzata che è “mal comune, mezzo gaudio”.

Grazie di essere all’ascolto di questo episodio, che non può che essere dedicato alla Repubblica Italiana. Oggi è infatti il compleanno della Repubblica Italiana, quindi è un giorno di vacanza per gli italiani.

È il settantesimo compleanno per la precisione, il compleanno numero settanta (70). Il compleanno della Repubblica Italiana cade sempre il 2 giugno, tutti gli anni. “Cadere” è il verbo da usare in questo è caso, e più che un compleanno, si parla di “festa della repubblica”. Ma cosa si festeggia durante la festa della Repubblica? Si festeggia la vittoria della Repubblica contro la Monarchia. La Repubblica è una forma di democrazia; Repubblica viene dal latino, “res pubblica” che vuol dire “cosa pubblica” e quindi l’Italia è una cosa pubblica, cioè appartiene al popolo e non appartiene ad un sovrano, ad un re, cosa che avviene invece con la Monarchia. A Roma avviene il festeggiamento, la celebrazione principale. Non è una festa di poco conto in Italia, infatti è molto importante. “Di poco conto” è una espressione che si usa per dire “poco importante”. Non è di poco conto quindi ed infatti è una festa nazionale, è una festa della Nazione Italia, e si festeggia istituzionalmente. È per questo che oggi gli italiani non lavorano.

Settant’anni fa esatti c’è stato il referendum istituzionale, cioè i cittadini italiani sono stati chiamati a votare e la maggioranza di loro ha scelto la Repubblica in luogo della Monarchia.

Tanti auguri all’Italia e lunga vita alla Repubblica quindi.

emblema-della-repubblica
Emblema della Repubblica Italiana

 

Passiamo alla spiegazione della frase di oggi: “mal comune, mezzo gaudio”.

Frase di quattro parole, senza nessun verbo, se ci avete fatto caso, ed è chiaramente una cosa un po’ strana. Non è facile trovare delle frasi senza alcun verbo.

“Mal comune mezzo gaudio” è una frase di uso quotidiano, molto utilizzata in ogni ambito, tra amici, in famiglia, al lavoro, più nella forma orale che scritta.  Ma cosa significa?

“Mal” sta per male, chiaramente. Si usa spesso accorciare le parole nelle espressioni tipiche italiane, per dare una musicalità alla frase, per essere più facilmente ricordata. “Mal comune” vuol dire quindi male comune. Male comune nel senso di una cosa negativa, un male, che è un male comune, cioè è una cosa negativa accaduta a più persone, e non solamente ad una persona. Il male è comune, cioè accomuna più persone. Il “gaudio” invece significa gioia, felicità. Il gaudio è una grande gioia, e questa parola si usa molto raramente da sola, è difficile che un italiano dica “oggi sento molto gaudio”, o frasi del genere. La parola gaudio oggi si usa ma si usa in pratica solamente in questa frase: “mal comune mezzo gaudio”.

Mezzo gaudio” vuol dire metà gaudio, cioè una mezza gioia, una mezza felicità.

mal_comune_mezzo_gaudio_immagine

La frase intera quindi “mal comune mezzo gaudio” significa che un male comune a più persone sembra più sopportabile. Se qualcosa di male accade a più persone, allora questo male non è tanto negativo, perché possiamo condividerlo con tante altre persone, quindi è un mezzo gaudio, cioè è quasi una cosa positiva, non è cioè così brutta. È quindi sopportabile, possiamo sopportarla, possiamo considerare la cosa un po’ meno negativa, tanto da essere considerata un “mezzo gaudio”.

Mal comune, mezzo gaudio” è una frase che ha una certa musicalità, una certa armonia musicale, e se aggiungessimo un verbo questa armonia non ci sarebbe più. Se dicessimo “mal comune significa mezzo gaudio”, ad esempio, non sarebbe evidentemente la stessa cosa. Questo accade con molte frasi ed espressioni tipiche italiane.

Possiamo dire che, ad esempio, i sostenitori della Monarchia, settant’anni fa, che erano comunque moltissimi, avrebbero potuto dire questa frase per sentirsi un po’ meglio quindi: “mal comune mezzo gaudio”. I sostenitori della Monarchia, cioè tutti coloro che la sostenevano, cioè che avrebbero voluto la Monarchia, tutti coloro che hanno votato per la Monarchia, settant’anni fa, vedendo che la Monarchia invece ha perso e che la Repubblica ha vinto, non si sono sentiti gli unici sconfitti, non hanno perso da soli, ma hanno perso insieme a tanti altri milioni di italiani, e tutti insieme hanno potuto rincuorarsi a vicenda, hanno potuto farsi coraggio. Rincuorarsi vuol dire farsi coraggio. Quando si rincuora una persona, ad esempio, è come se si dicesse a questa persona: non preoccuparti, non è accaduto nulla di grave, stai tranquilla. Avrete notato che nel verbo rincuorare c’è la parola “cuore”.

Se, per fare un altro esempio, io sono licenziato dalla mia azienda, cioè la mia azienda mi licenzia, cioè decide che non devo più lavorare per lei, in questo caso mi sentirei molto sfortunato se l’azienda avesse licenziato solo me. In questo caso avrei pensato di essere una persona sfortunata, o peggiore delle altre persone. Avrei pensato di essere l’unica persona a non avere una protezione, oppure l’unica persona a meritare di essere licenziata. Se invece l’azienda licenzia tutti i lavoratori, nessuno escluso, beh in tal caso è molto diverso. In questo caso non mi sentirei solo, abbandonato. Non mi sentirei peggiore degli altri o meritevole di essere licenziato. Penserei invece che la colpa è dell’azienda, e tutti insieme potremmo cercare una soluzione a questo problema comune.

Ora, mi rendo conto che il “mezzo gaudio” può sembrare esagerato, perché il licenziamento è comunque una pessima cosa, ma questa frase rende bene l’idea della differenza che c’è tra un male che accade solamente a me e un male che invece accade a molte persone. “Mal comune, mezzo gaudio”.

Anche in ambito sportivo possiamo applicare questa espressione. Nel calcio, se sono allo stadio a vedere una partita della squadra del cuore, una sconfitta è meglio sopportata che se vedessi la partita da solo davanti alla TV, quindi potrei dire “mal comune mezzo gaudio”.

Anche in questo caso potrei parlare con le altre persone, potremmo rincuorarci a vicenda, e la sconfitta sarebbe così meno amara. Non è quindi questa una frase che si dice a qualcuno, ma è piuttosto una considerazione, una osservazione, adatta in ogni circostanza in cui si vuole evidenziare che l’uomo, l’essere umano, sopporta meglio un male, una cosa negativa, fosse anche una disgrazia, una tragedia, come un terremoto, o una grave perdita in famiglia. L’essere umano è un animale sociale, adatto a vivere in gruppo e quindi ci si sente meglio quando si condividono con gli altri anche le cose negative.

Proviamo ora a fare un esercizio di ripetizione, affinché possiate esercitarvi a parlare.

Mal comune…. Mal comune….

….

Mezzo gaudio…. Mezzo gaudio…

….

Mal comune mezzo gaudio…

….

Mal comune mezzo gaudio…

….

Mal comune mezzo gaudio…

….

Bene ragazzi, anche oggi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo esercitato il nostro italiano. Vi raccomando di ascoltare più di una volta anche questo episodio. In questo modo, voi che già conoscete la lingua italiana ma avete ancora delle difficoltà a parlare, riuscirete ad assimilare le regole grammaticali automaticamente, senza studiarle e soprattutto senza annoiarvi. Sono in molte le persone che lavorano, che hanno una famiglia e che non hanno molto tempo a disposizione, che hanno imparato ad ascoltare quotidianamente, tutti i giorni, gli episodi di italiano semplicemente.

Ciao a tutti e viva la Repubblica.

Checché se ne dica

tutte le frasi idiomatiche

Audio

Trascrizione

checche se ne dica nuvolaBuongiorno amici, grazie di essere all’ascolto di italiano semplicemente. Oggi torniamo a spiegare una espressione italiana. Prima di iniziare la lezione, chiamiamola pure così, di oggi, lasciatemi dire le ultime novità e progetti di italiano semplicemente.

Dunque la redazione di italiano semplicemente mi sta aiutando molto ultimamente a sviluppare i contenuti del sito e capire come può svilupparsi nel futuro, quali contenuti approfondire eccetera, sia per il corso di italiano professionale, in cui ogni giorno aggiungo delle nuove lezioni nell’indice, sia per le lezioni gratuite come quella di oggi. A proposito di Italiano professionale, la prossima lezione sarà pubblicata tra una settimana circa e riguarda la Tenacia e la Resistenza. Vedremo tutte le espressioni idiomatiche più usate in Italia per descrivere questa qualità indispensabile di ogni ambiente lavorativo.

Oggi vediamo un’espressione utilizzatissima: “checché se ne dica”. Non troverete sicuramente questa espressione in un libro di italiano, per due motivi. Il primo motivo è ché questa è una frase usata molto oralmente, e pochissimo per iscritto. Il secondo motivo è che, pur potendo essere usata in ogni circostanza, formale ed informale, una occasione più o meno importante, è più informale. Si tratta di una espressione usata più in famiglia, tra amici, anche al lavoro ma non a livello istituzionale. E vedremo il perché tra pochissimo.

La frase “checché se ne dica” ha una parola che è più difficile delle altre: “checché”. C-E-C-C-H-E’ – Checché si scrive con l’accento acuto, e non con l’accento grave, perché altrimenti la pronuncia sarebbe checchè. Quindi si scrive come perché, benché, poiché, pressoché, eccetera.  Nello stesso modo. Attenzione perché questo è un errore che fanno in molti stranieri quando scrivono, confondere l’accento acuto con quello grave. Inoltre attenzione alla doppia “c”: checché e non cheché.

Cosa significa checché? Per spiegare il significato di questa parola, per essere sicuro che voi ne comprendiate esattamente il significato, dovrò ricorrere a molti esempi. Soprattutto dovrò spiegarvi bene la differenza tra checché e le parole simili, che possono essere utilizzate al posto di checché, benché non si possa sempre sostituire questa parola con i suoi termini più prossimi.

Allora, cominciamo proprio con la frase “checché se ne dica”, che è il titolo di questa lezione. Checché se ne dica significa “nonostante si dicano molte cose in merito”, oppure “benché si dicano molte cose in merito”, o “sebbene ci siano molti pensieri in merito”, “sebbene molte persone la pensino diversamente”, “anche se ci sono moltissime opinioni al riguardo” e potrei continuare con altre frasi equivalenti.

Quindi potrei al limite anche non usare mai questa espressione “checché se ne dica”; potrei anche fare questo, ed infatti gli stranieri generalmente non la usano, perché posso esprimere più o meno lo stesso concetto con altre frasi, frasi un po’ più lunghe. Però, a dire il vero, manca qualcosa a queste frasi, non è proprio la stessa cosa.

L’utilizzo della parola checché è del tutto peculiare infatti; è particolare, per più motivi. Checché si usa con il verbo al congiuntivo: “checché se ne dica”. Ma questo non la distingue dai suoi simili: “nonostante si dicano molte cose in merito”, “benché si dicano molte cose in merito”, “sebbene molte persone la pensino diversamente”, anche qui c’è sempre il congiuntivo.

Vediamo allora che però checché si usa con un tono un po’ sostenuto, ed anche ironico. “Checché se ne dica, sarò io il vincitore”. Ecco, in questo esempio si capisce bene che l’uso di “checché” sta ad indicare che chi dice questa frase vuole evidenziare la differenza tra il pensiero di altre persone ed il proprio pensiero: “checché se ne dica”, separa di più di nonostante, sebbene, benché. Si usa quindi checché per dire che “non importa cosa ne pensino gli altri”. Anche se gli altri la pensano diversamente, io vincerò.

Quindi l’uso di checché ci pone in contrapposizione con gli altri. Nonostante è più soft, più leggero. Checché indica invece la contrapposizione con una pluralità di persone, un gruppo di persone, un gruppo di opinioni diverse dalla mia. Quindi è un termine più forte, un termine sfidante. C’è una sfida tra gli altri e me, tra un gruppo di persone, anche un gruppo ben identificato, e me stesso.

Nella frase “Checché se ne dica”, “se ne dica” indica l’opinione degli altri, e checché indica che io non sono d’accordo, che io la penso diversamente.

Un politico italiano potrebbe dire ad esempio: “checché se ne dica, il nostro governo è molto solido. La frase è molto generica. Però potrebbe anche dire: “checché ne dicano le opposizioni, il governo è molto solido“, oppure anche “checché ne dicano i sindacati, la riforma del lavoro aiuterà i lavoratori”. Cioè nonostante i sindacati pensino che la riforma del lavoro sia una cattiva riforma, invece io dico che è una buona riforma, che aiuterà i lavoratori, che è a favore dei lavoratori”.

Vedete quindi che nel linguaggio corrente, quando si vuole evidenziare una contrapposizione tra due parti, si usa molto spesso questa formula ”checché se ne dica” e simili. Quando dico simili voglio dire che il termine checché si usa non solo con il verbo dire (“checché se ne dica” usa il verbo dire al congiuntivo), ma anche con il verbo pensare: “checché ne pensino i sindacati” ad esempio, o “checché ne pensino gli altri”, e si usa anche col verbo  credere: “checché ne credano gli altri”. Inoltre possiamo dire “checché se ne dica”, che è più corto, oppure “checché ne dicano”, ma se usiamo “checché ne dicano” dobbiamo specificare chi, cioè chi è che lo dice. Ad esempi o “checché ne dicano i sindacati”, “checché ne dicano gli altri”, “checché ne pensino le opposizioni”. Invece “Checchè se ne dica” è appunto più generico, indica una platea di persone generica. La cosa importante comunque è che io la penso diversamente.

Quindi le due caratteristiche di “checché” sono la contrapposizione, prima di tutto, e poi la pluralità delle persone a cui ci si contrappone. Io contro tanti. Ciò non toglie che io posso anche dire anche, ad esempio “checché tu ne dica, farò a modo mio”, cioè farò come dico io nonostante tu abbia una opinione diversa. Quindi io contro di te, la mia opinione contro la tua. Questo per dirvi quindi che la cosa che conta di più è la contrapposizione, la sfida, il tono sostenuto con il quale si pronuncia questa frase. In ogni caso sentirete più spesso di altre la frase “checché se ne dica” piuttosto che “checché tu ne dica”; diciamo che è più frequente come utilizzo quello che ci vede contrapposti ad una platea di opinioni, perché in questo modo la sfida è ancora più grande.

In ambito sportivo, in ambito calcistico, facciamo un altro esempio quindi, Cristiano Ronaldo potrebbe dire: “checché se ne dica, io sono un calciatore più forte di Lionel Messi”. Evidentemente Ronaldo, se dicesse una frase del genere, penserebbe che la maggior parte delle persone è dell’opinione contraria. Penserebbe che sia Messi il calciatore più forte del mondo, ed invece lui, checché ne dicano gli altri, checché ne dica la maggioranza delle persone, non la pensa nello stesso modo.

In inglese non mi sembra ci siano molti modi di dire questa frase; mi viene in mente “whatever”, cioè “qualunque cosa”. Ma si sa, l’italiano è una lingua nata dagli scrittori italiani, che amavano differenziare il più possibile, quindi se ci sono, come molto spesso accade, molti apparenti sinonimi, c’è sempre una piccola differenza tra i loro utilizzi. E questo si impara solamente ascoltando italiano vero. Ascoltare italiano vero è la regola numero 5 per imparare l’italiano, la quinta delle sette regole d’oro.

Vediamo adesso di fare degli esempi, alcuni esempi sui quali anche voi possiate esercitare la pronuncia, e spero che questi esempi servano a chiarirvi le idee su questa parolina magica “checché”. Sappiate che checché se ne dica, non è molto difficile da usare. E nonostante gli stranieri non la utilizzino è bene iniziare a farlo. Potete ad esempio fare un post sul vostro gruppo preferito di facebook, usando questa parola o una delle frasi che includono questa parola.

Le frasi che seguono quindi servono a voi per esercitarvi e possono servire anche per farvi venire qualche idea  per scrivere un intervento su facebook. E sono curioso di vedere come Shrouk e Lilia, egiziana e russa rispettivamente, se la cavano a pronunciare le prime due frasi.

Checché se ne dica, la lingua italiana è molto facile;

Checché se ne dica, finirò tutti gli esami entro l’anno.

Non male direi, molto bene.

Vediamo tre frasi ancora:

Checché se ne dica, voglio bene a tutti i membri del gruppo;

Checché ne pensino gli italiani, è difficile pronunciare la parola precipitevolissimevolmente;

Un’ultima frase:

Checché ne pensino le maestre, mia figlia fa sempre tutti i compiti.

Bene ragazzi, spero di essere riuscito a chiarire bene il significato di questa espressione italiana e di aver ben spiegato la differenza tra “checché” e i suoi simili: nonostante, sebbene, benché, anche se, qualunque sia, eccetera.

Ascoltate questo episodio più di una volta soltanto, ed ogni volta ripetete le frasi, mi raccomando, sempre se la cosa non sia noiosa per voi. Checché ne dicano i professori di italiano, quello dell’ascolto ripetuto credo sia il metodo migliore per passare dalla fase della comprensione alla fase dell’espressione.

Se credete che questo metodo funzioni, applicatelo, checché ne pensino gli amanti della grammatica e delle regole grammaticali. Un saluto da Roma. Grazie a tutti.

Andare a quel paese

Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Buongiorno a tutti e bentrovati sulle pagine di italianosemplicemente.com, sito adatto per aiutare ad apprendere l’italiano tutti coloro che hanno poco tempo a disposizione per studiare la grammatica.
Grazie di essere ancora qui, e per chi non conosce ancora Italiano Semplicemente, vi invito ad andare sul sito e dare un’occhiata alla sezione “livello intermedio”, dove ci sono molti episodi da leggere e file audio mp3 da ascoltare. Per i principianti, benvenuti e a voi consiglio di andare alla pagina a voi dedicata. Anche coloro che non sanno nulla di italiano, potranno trovare, nella pagina “principianti”, delle storie da ascoltare. Lì troverete sia i file audio che le trascrizioni.

Bene, oggi ci occupiamo di una frase idiomatica, e in particolare di una frase molto delicata.

Dico delicata perché avrò alcune difficoltà a trovare le parole più idonee per spiegare questa frase idiomatica. Vado subito al dunque (via il dente, via il dolore) e vi dico che la frase in questione è “andare a quel paese”. Andare a quel paese è una frase idiomatica, sicuramente, perché il senso proprio di questa frase è sicuramente fuorviante. Fuorviante significa che vi porta fuori dalla via, vi porta fuoristrada, questo significa che voi potreste pensare di leggere la frase parola per parola ed interpretare la frase in questo modo, ed invece la frase ha un senso figurato; un senso diverso dal significato proprio.

Chi di voi già consce questa espressione già avrà capito per quale motivo sono preoccupato oggi, nell’affrontare questa spiegazione. Gli altri invece saranno incuriositi, e quindi cercherò di cavarmela affrontando la frase senza indugiare. Cercherò di cavarmela significa cercherò di uscirne fuori, cercherò di risolvere il problema.

Dunque “andare a quel paese”, o meglio, l’esclamazione “vai a quel paese”, rivolta a qualcuno, è l’equivalente di… “fuck you” in inglese. La differenza è che mentre la frase inglese è molto volgare (ed ovviamente esiste l’equivalente italiano di fuck you, che non sto qui a ricordarvi poiché sicuramente tutti voi già conoscete; mentre la frase inglese è volgare, come dicevo, “vai a quel paese” è, per quel che si può, la versione delicata, informale, gentile se vogliamo.

Andare a quel paese quindi è un invito, è un invito che si fa, che si rivolge ad una persona, ed è un invito che si rivolge generalmente a persone con le quali non si va molto d’accordo. In genere “vai a quel paese” conclude sempre una discussione, è cioè l’ultima frase che si dice, generalmente, in una discussione animata, in cui si litiga con qualcuno. Se si discute, se si litiga con qualcuno, ed in particolare se si discute animatamente si alzano i toni, si alza la voce, e spesso può accadere che una delle persone insulti un’altra persona, e pronunci appunto questa frase: “vai a quel paese”.

Discutere animatamente significa discutere con l’anima, e si usa frequentemente per indicare una discussione accesa, che non si svolge con toni pacati, tranquilli, ma ad un certo punto ci si lascia andare, si comincia ad alzare la voce, e si perde il controllo. Ed alla fine uno dei due, e spesso entrambi, mandano a quel paese l’altra persona.

Mandare a quel paese quindi vuol dire manifestare un grande dissenso verso l’altra persona, nel senso che queste due persone hanno una idea totalmente diversa a proposito di un certo argomento, e mandando a quel paese si dice all’altro:

ok, è chiaro che non la pensiamo nello stesso modo, è chiaro che abbiamo una idea diversa, quindi tu resti con la tua opinione, che io non approvo, ed io resto con la mia, che tu non approvi.

Questa lunga frase, evidentemente, è  troppo lunga per essere pronunciata, e soprattutto non vale la pena di sprecare fiato per una persona che vogliamo liquidare. In queste circostanze quindi “vai a quel paese” è un sistema sbrigativo per liquidare una persona.

Liquidare una persona vuol dire, non renderla liquida, non farla diventare liquida, ma vuol dire sbarazzarsi di questa persona, farla allontanare, oppure smettere di parlarci perché le abbiamo già dedicato molto tempo.

Entrambe le persone, evidentemente, per mandare a quel paese l’altra persona, manifestano la volontà di sbarazzarsi l’una dell’altra. L’una dell’altra vuol dire che ognuna delle due persone si vuole sbarazzare dell’altra persona. E sbarazzare, come detto, ha lo stesso significato, più o meno, di liquidare. Posso quindi dire “ho liquidato Giovanni” oppure posso dire “mi sono sbarazzato di Giovanni”.

E’ la stessa cosa. Quindi ragazzi spero non vogliate liquidarmi dopo questa spiegazione. Soprattutto spero non vogliate mandarmi a quel paese, perché mi offenderei.

Un’ultima annotazione: “quel paese” indica un luogo, un paese, appunto, che non si nomina. Si indica quindi un paese senza nome che indica quindi un luogo lontano, che non viene nominato, perché se lo facessi, direi una parolaccia…

Vi lascio sulle note di questa bella canzone italiana di Alberto Sordi, un comico italiano tra i più famosi, ormai passato a miglior vita purtroppo (cioè ormai deceduto) che si chiama appunto:  “te c’hanno mai mannato a quel paese”, che in dialetto romano significa “ti ci hanno mai mandato a quel paese?, cioè: “a te ti hanno mai detto vai quel paese”?

Un saluto a tutti.

Italiano Professionale: 3^ lezione – ABSTRACT

 immagine_lezione_3_sommario

Audio (primi 5 minuti)

 

italiano dante_spunta

In questa lezione vedremo le espressioni e le frasi idiomatiche più diffuse ed utilizzate in Italia per esprimere i concetti di approssimazione e pressapochismo, legati alla scarsa precisione ed alla mancanza di volontà nel mondo del lavoro.

 


spagna_bandieraEn esta lección veremos las expresiones y las frases idiomáticas más difundidas y utilizadas en Italia para expresar los conceptos de aproximación y descuido, ligados a la  precaria presición y falta de voluntad en el mundo del trabajo.


france-flagDans cette leçon, nous allons voir les expressions idiomatiques les plus répandues et utilisées en Italie  afin d’exprimer les concepts d’approximation et de négligence, liés à la mauvaise précision et au manque de volonté dans le monde du travail.


flag_enIn this lesson we will see the expressions and the most common idiomatic phrases used in Italy to express the concepts of approximation and carelessness, linked to poor accuracy and lack of will in the world of work.


bandiera_animata_egitto

في هذا الدرس سوف نرى التعبيرات والمصطلحات الأكثر شيوعا والمستخدمة في إيطاليا للتعبير عن مفاهيم التقريب والإهمال المرتبطين بفقر الدقه وانعدام الإرادة في عالم العمل”


russia

В этом уроке мы рассмотрим наиболее распространенные идиоматические фразы и выражения используемые в Италии , чтобы выразить понятия неточности, невнимательности связанные с недостаточной точностью и нехваткой воли в деловой сфере.


bandiera_germaniaIn dieser Lektion sehen wir die Ausdrücke und die idiomatischen Sätze, die am meisten in Italien verbreitet und verwendet werden, um die Begriffe wie die Annäherung und die Nachlässigkeit auszudrücken, die mit der knappen Genauigkeit und dem Mangel an dem Wille in der Welt der Arbeit verbunden sind.


bandiera_greciaΣε αυτό το μάθημα θα δούμε ιδιωματικές εκφράσεις και φράσεις, οι οποίες είναι οι πιο διαδεδομένες και χρησιμοποιούνται κατά κόρον στην Ιταλία και εκφράζουν προσέγγιση και προχειρολογία, και έχουν άμεση σχέση με την ελλειπή ακρίβεια και την έλλειψη θέλησης στον εργασιακό χώρο.

Video con sottotitoli (estratto di 5 minuti)

https://youtu.be/yScyu5ZjByk

– – – – – – –

Prenota il corso:https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

– – – – – – –

 

 

In bocca al lupo e crepi il lupo (LINGUAGGIO FAMILIARE)

in_bocca_al_lupo

Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Buongiorno amici e membri della famiglia di Italiano Semplicemente.
Oggi torniamo a spiegare una frase idiomatica, e ringrazio Jasna che mi ha proposto e suggerito la frase.

In realtà si tratta di due frasi: la prima frase è “in bocca al lupo” e la seconda è “crepi il lupo”. Per divertirci un po’ lo faremo in due modi diversi: uno familiare, con un linguaggio semplice e amichevole, ed uno più formale, più cordiale, con alcune espressioni più adatte ad un contesto più importante, come se parlaste un linguaggio istituzionale, come se doveste scrivere un documento formale. Proviamo a fare questo esperimento, e se vi piacerà, potremo rifarlo altre volte. Iniziamo quindi la prima versione, la spiegazione amichevole, quella che uso sempre quando cerco di spiegare il significato di una espressione italiana.

Tra l’altro confrontare il linguaggio formale e quello informale è ciò che viene sempre fatto all’interno del corso di Italiano Professionale, che come sapete in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per chi di voi vuole conoscere in maniera un po’ più approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro, perché vogliono lavorare in Italia.

Ultimamente sto ricevendo varie frasi idiomatiche che quindi dovrò spiegare, e tutte queste frasi le ho appuntate, le ho scritte su una pagina del sito che tutti voi potete vedere. La pagina si chiama “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“, dove ci sono sia le frasi spiegate che quelle in programma.

“Appuntare”, verbo che ho usato nella frase precedente vuol dire “segnare”, vuol dire scrivere da qualche parte, per non dimenticarsi. Scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Appuntare viene da mettere un punto, un punto non di punteggiatura, ma un punto… come se fosse fatto da qualcosa con la punta, come un chiodo, una puntina, qualcosa di appuntito che tenga fisso un foglio, che resti così attaccato da qualche parte in modo che possiamo vederlo. Oggi si usano i post-it per appuntare, e tutti credo che conoscano i post-it.

Quindi mi sono appuntato anche di spiegare queste due frasi: “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”. Normalmente spieghiamo una frase per volta, ma in questo caso le spiegherò insieme, ed il motivo è che le due frasi sono collegate: quando si usa la prima frase si usa anche la seconda. L’unica differenza è che a pronunciare le due frasi, a dirle, sono due persone diverse.

Se vi ho incuriosito, ora vi toglierò ogni dubbio, facendolo in modo divertente, come al solito.

Alcuni di voi sanno già cosa sia un lupo, e per quelli che non lo sanno ancora provo a spiegarlo: il lupo è un animale, che somiglia molto al cane. Rispetto al cane però ha delle differenze: il cane abbaia (verso abbaio), mentre il lupo ulula (verso ululato). Quindi il suo verso è l’ululato.

Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive normalmente nei boschi, oppure in cattività: vivere in cattività vuol dire vivere non in libertà, quindi non vuol dire essere cattivi (quella è la cattiveria). Chi vive in cattività non vive libero, cioè nel suo ambiente naturale, piuttosto vive, ad esempio, nei giardini zoologici. Quindi non confondete la cattività con la cattiveria.

Un’altra differenza tra il cane e il lupo è che il cane si dice sia il migliore amico dell’uomo, il lupo invece, essendo selvaggio, quindi non domestico, è un animale di cui solitamente si ha paura. Tutti hanno paura dei lupi perché i lupi hanno la fama, cioè sono famosi per essere dei predatori (cioè cacciano le prede), in particolare le loro prede preferite sono, tra le altre, gli agnelli e le pecore, ma non solo. Il lupo è uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso”. Chi non conosce questa storia?

Questo dunque è il lupo. E il lupo ha una bocca, che quindi è piena di denti, e di conseguenza finire nella bocca del lupo non è molto gradevole e fa molta paura per via della sua fama di predatore.

“In bocca al lupo!” è una esclamazione, ed in particolare è un augurio. Questo significa che è una frase che si dice ad una persona a cui si vuole bene. “In bocca al lupo” è l’abbreviazione della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”. Ma come? Ma Giovanni non hai detto che era una cosa che si diceva ad un amico oppure no?

Infatti “In bocca al lupo” è un augurio scherzoso di buona fortuna che si rivolge a chi sta per sottoporsi ad una prova difficile, come un esame, un colloquio, di lavoro eccetera. L’espressione quindi nel linguaggio parlato ha assunto un valore scaramantico. Si dice cioè per scaramanzia, per allontanare cioè il pericolo o la sfortuna. Quindi per allontanare un pericolo, una cosa negativa che potrebbe verificarsi, si fa l’augurio contrario: si dice “in bocca al lupo”. 
La frase potrebbe quindi essere nata nella caccia (la caccia è l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e i cacciatori rivolgevano questa frase ad altri cacciatori come loro. Col tempo la si è utilizzata anche verso chi si appresta ad affrontare una prova rischiosa o difficile in generale, non soltanto per la a caccia ma anche un esame, una prova di qualsiasi tipo.

“Crepi il lupo” è la risposta. Anche questa è una esclamazione, e la dice per rispondere.

Il verbo crepare si usa spesso per allontanare qualcosa. Ad esempio c’è “crepi l’avarizia” che si usa quando si sta per affrontare una spesa.

“Crepi il lupo” vuol dire quindi: “mi auguro che muoia il lupo”, “che crepi il lupo”. Abbreviato diventa: “crepi il lupo!”.

Se c’è quindi un vostro amico che deve fare un difficilissimo esame all’università, un esame complicato e molto importante, puoi dire al tuo amico:

“in bocca al lupo!” e il tuo amico risponderà: “crepi il lupo”, oppure semplicemente: “crepi!”.

In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con “crepi!”.

Se un vostro parente o collega deve fare un esame medico, oppure deve andare a ritirare il risultato di un esame medico già fatto, un possibile augurio da rivolgergli quindi potrebbe essere:

“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il tuo collega o parente risponderà “crepi” o “crepi il lupo”.

Ho detto parente o collega perché questa è un’espressione universale, che potete usare con tutti, amici, famigliari, parenti, colleghi; in qualsiasi occasione quindi, in ogni circostanza, al lavoro come a casa, al bar come al campo da calcio.

Se ad esempio un amico ti dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani tu hai un colloquio di lavoro, tu devi rispondere “crepi il lupo!”. Ed è difficile che un italiano non risponda nulla, oppure che risponda con un semplice “grazie”, oppure “ti ringrazio molto”, o “molto gentile da parte tua” perché è obbligatorio rispondere “crepi!” o “crepi il lupo!”. E’ obbligatorio perché è scaramantico, è una cosa che allontana il pericolo che il colloquio di lavoro vada male. Possiamo dire che non rispondere in questo modo “porta male”, come si dice in Italia, cioè “porta sfortuna” non rispondere “crepi il lupo”.

Spero cara Jasna di aver risposto bene alla tua domanda, spero quindi che la mia spiegazione sia stata sufficientemente chiara.

Colgo l’occasione per dire a tutti che se volete scrivermi per chiedere la spiegazione di una frase, di una espressione italiana, potete farlo mediante la pagina di facebook, che è il metodo più veloce, oppure andate sul sito italianosemplicemente.com ed cliccate sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina Twitter di italiano semplicemente.

Prima di passare all’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che soprattutto i giovani utilizzano anche un altra frase, molto simile, nel senso che ha lo stesso significato, ma è un po’ diversa. Inoltre è molto informale e si può usare solo tra amici: “in culo alla balena!” Stavolta non vi consiglio di usare questa frase quindi in ambienti formali, come in ufficio ad esempio. Non la usate, ma è bene sapere che i giovani la utilizzano qualche volta e voi potreste chiedervi cosa significhi questa espressione: ebbene ha lo stesso significato di “in bocca al lupo” quindi è un augurio anche questo. Un augurio a cui non si può però rispondere con “crepi la balena”.

Bene, ora l’esercizio di ripetizione, importante per abituarsi a parlare italiano, per sciogliere un po’ la lingua, come si dice, e per abituarvi ad ascoltarvi mentre parlate, in modo che sia per voi sempre più naturale ascoltare la vostra stessa voce parlare una lingua diversa da quella vostra di origine.

Ripetete dopo di me senza badare alla grammatica ma solamente al tono della mia voce. Provate ad imitare il tono della mia voce.

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Quindi amici questo episodio termina qui, e se avete un esame domani, un grosso in bocca al lupo da parte mia. E non dimenticate di ascoltare anche la versione formale di questo podcast, più difficile ma utile per chi frequenta italiani soprattutto per lavoro.

In bocca al lupo e crepi il lupo (LINGUAGGIO FORMALE)

Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Gentili visitatori, gentili membri della famiglia di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni ed il motivo per il quale siamo qui oggi insieme è alquanto inusuale e ne capirete presto la ragione.

Quest’oggi ci occuperemo, ancora una volta, della illustrazione del significato di una frase idiomatica, cosa divenuta una consuetudine per coloro che seguono da qualche tempo il sito.

Vorrei cogliere l’occasione per porgere i miei più sentiti ringraziamenti alla dott.ssa Jasna, che ha proposto e suggerito la locuzione verbale che quest’oggi mi accingo a spiegare a tutti voi. Ad essere sincero si tratta di due espressioni in luogo di una, come facciamo di consueto: la prima espressione è “in bocca al lupo” e la successiva è “crepi il lupo”.

Per poter sollevare il nostro spirito, e questo per l’appunto è la cosa inusuale, la spiegazione delle frasi in questione verrà affrontata attraverso due differenti modalità: una modalità famigliare, utilizzando un linguaggio semplice e confidenziale, ed una modalità più ricercata, attraverso espressioni verbali meno utilizzate frequentemente, ma che ugualmente rientrano nel vocabolario italiano.

Più precisamente tali espressioni, che ho definito poc’anzi “ricercate” sono certamente più adatte ad un contesto diverso rispetto a quello famigliare. Il linguaggio formale è una forma probabilmente più utilizzata per iscritto, e che con ogni probabilità è più vicino al linguaggio istituzionale, utilizzato, solo per portarvi un esempio, a livello di documentazione formale: tra aziende o tra istituzioni pubbliche e private.

Cercheremo di a fare questo esperimento, e se risulterà di vostro gradimento, se cioè apprezzerete questa tipologia di podcast, potremo ripetere questa modalità di spiegazione anche per altre espressioni idiomatiche. Il tutto ovviamente con uno spirito orientato al divertimento, per non annoiarsi mentre si impara una lingua.

Ho appena terminato di registrare e trascrivere la versione informale. Ora vediamo quindi la versione istituzionale, che è quella che state ascoltando in questo momento. Posso immaginare che la maggioranza di chi ci ascolta questo lo avrà già intuito dal tono della spiegazione finora utilizzato.

Come dicevo ho appena provveduto a registrare e trascrivere la versione familiare del podcast, e con la stampa della versione informale sotto gli occhi del sottoscritto, mi appresto quindi in questo momento a registrare la versione formale, facendo molta attenzione ad utilizzare termini ed espressioni più forbite e ricercate della precedente versione.

Nella versione formale darò “del lei” all’ascoltatore, mi rivolgerò cioè all’ascoltatore dandogli del lei.

Di conseguenza “ti dico” diviene “le dico”, “tu stai ascoltando” diventa “lei sta ascoltando” ed analogamente “ti spiego questa cosa” diventa “le spiego questa cosa”, come se stessi parlando con un’altra persona di sesso femminile (lei) e non con la persona che ho di fronte. Questo è “dare del lei”a qualcuno.

Si dice:

– io do del lei – io do del tu

– tu dai del lei – tu dai del tu

– egli dà del lei – egli dà del tu

– noi diamo del lei – noi diamo del tu

– voi date del lei – voi date del tu

– essi danno del lei – essi danno del tu.

Dare del lei è ciò che avviene nelle occasioni importanti, quando ci si rivolge a qualcuno che non si conosce. Nella versione informale, invece, mi rivolgerò al mio interlocutore dandogli del tu. Dare del tu è ciò che avviene con gli amici, i famigliari i conoscenti in generale.

Io personalmente do del lei a tutti coloro che non conosco, se hanno almeno una trentina d’anni, ma scusate ho dimenticato di usare un linguaggio più forbito. Dicevo che il sottoscritto regolarmente dà del lei a tutti coloro che non conosce, qualora l’età sia superiore ai trent’anni.

E’ una occasione quindi anche per spiegare la differenza tra “dare del lei” e “dare del tu”. In inglese questa differenza non esiste, quindi nella lingua inglese è tutto più semplice, invece nella lingua italiana, come anche in altre lingue, come quella tedesca ad esempio, è importante conoscere bene questa differenza, perché fa parte della cultura del paese. Dare del lei suona un po’ strano, lo capisco, per coloro che nella loro lingua hanno solamente un solo modo per rivolgersi al prossimo, cioè il tu, come appunto avviene con la lingua inglese,

E’ questo, tra l’altro, (quello di spiegare sia le espressioni formali che quelle informali), l’approccio che viene seguito all’interno del corso di Italiano Professionale, in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per coloro che vogliono conoscere in maniera approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro.

Al termine dell’ascolto di questo podcast, lei, ascoltatore, potrà, se vuole, consultare ed ascoltare anche la versione più informale ed amichevole, che rappresenta la modalità utilizzata normalmente sul nostro sito in sede di spiegazione di una espressione idiomatica italiana.

Recentemente sto ricevendo diverse richieste di spiegazione; le espressioni che ci vengono proposte ho l’abitudine di annotarle su una pagina del sito che ogni visitatore può consultare liberamente, lei compreso. La pagina è denominata “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“.

Nel paragrafo precedente ho utilizzato la parola “annotare“, che rappresenta un verbo equivalente a “segnare velocemente”, “prendere nota”, “prendere appunti“, e che ha il significato di scrivere qualcosa per evitare di dimenticarlo: scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Un classico esempio è il post-it, utilizzato abitualmente per annotare, cioè per prendere nota.

Nel mio caso non ho fatto uso di post-it, non ho preso nota attraverso un post-it, bensì attraverso una pagina del sito. Le frasi in questione, già menzionate precedentemente sono “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”.

Abitualmente quello che facciamo su italiano semplicemente è occuparci di una espressione alla volta, ma in tal caso le spiegherò contestualmente. La ragione per cui le frasi verranno spiegate contestualmente è che esiste un legame, un collegamento tra le due espressioni; ed infatti si usano una dopo l’altra. La peculiarità delle due espressioni è che esse vengono pronunciate da due persone diverse, prima una e poi l’altra immediatamente a seguire.

Se ho destato in qualche modo la sua curiosità, gentile ascoltatore, ebbene cercherò di fugarle immediatamente ogni dubbio, sforzandomi di suscitare anche qualche emozione, benché si tratti di un semplice sorriso.

Mi accingo ad iniziare la spiegazione: Forse lei conoscerà il lupo, ma per coloro che non ne sono al corrente, il lupo è un animale molto simile al cane. Rispetto al cane però ci sono alcune differenze: il cane notoriamente abbaia, il lupo invece ulula e di conseguenza il suo verso è chiamato ululato.

Seconda differenza: Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive in zone boscose o anche in cattività: l’espressione “vivere in cattività” è equivalente a “non vivere in libertà” e la parola cattività di conseguenza non inganni: cattività non indica la presenza di cattiveria, piuttosto significa vivere non liberamente, vivere non nel proprio ambiente naturale. Vivere ad esempio in un giardino zoologico: uno zoo. E’importante perciò non confondere la cattività con la cattiveria.

Una ulteriore differenza tra il cane ed il lupo è che il primo, come noto, si dice sia il compagno e amico dell’uomo; il lupo a sua volta, essendo un animale selvaggio, vale a dire non domestico, è un animale di cui solitamente si ha timore. Tutti hanno timore dei lupi perché fanno parte della categoria dei predatori, e le loro prede sono, tra le altre, agnelli e pecore. Il lupo è anche uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso“. Credo che ciascuno di voi abbia almeno una volta ascoltato questa storia dalla propria nonna o dai genitori.

Dunque questo è il lupo. E il lupo è dotato di una bocca, di fauci, una bocca ricca di denti, e di conseguenza andare a finire all’interno della bocca di un lupo non è un evento che si può definire gradevole. Il lupo genera di conseguenza molta paura e preoccupazione per effetto della sua notorietà come predatore.

In bocca al lupo!” rientra certamente nella categoria delle esclamazioni, ma nella fattispecie rappresenta un augurio, un auspicio per il futuro.

E’ una esclamazione quindi, che si rivolge normalmente ad una persona a cui si tiene molto ed alla quale non si dà del lei ma del tu.”In bocca al lupo” è la forma abbreviata della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”, “spero che tu ti caccerai nei guai”.

Lei, ascoltatore, potrebbe dirmi a questo punto: “non capisco, dott. Giovanni, lei ha appena affermato che l’espressione si utilizza nei confronti di un caro amico, oppure no? E ad un amico si augura di finire nelle fauci di un predatore?”

Difatti, gentile ascoltatore, il senso proprio dell’espressione “In bocca al lupo” trae sicuramente in inganno chi ascolta, poiché si tratta in realtà di una espressione di augurio: come se lei dicesse “buona fortuna!”. E’ una espressione che si rivolge a chi è in procinto di affrontare una difficile prova, come un esame universitario, come un colloquio di lavoro e via discorrendo.

L’espressione di conseguenza, nel linguaggio parlato intendo, ha assunto un valore scaramantico. La frase viene pronunciata come segno di scaramanzia, vale a dire che al fine di scongiurare l’eventualità di un avvenimento indesiderato la frase si esprime sotto forma di augurio. Andare nella bocca del lupo è infatti una palese metafora per cacciarsi nei guai. Inoltre una consuetudine del modo di dire in sé vuole che si risponda con “Crepi il lupo!” a chi formula l’augurio.

La frase potrebbe trarre le sue origini dal mondo della caccia (dicesi caccia l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e con ogni probabilità i cacciatori rivolgevano questa frase verso altri cacciatori che si accingevano ad andare a caccia.

Col passare del tempo poi l’espressione evidentemente si è estesa dalla caccia ad un ambito più generale nel quale qualcuno si appresta ad affrontare una difficile prova. Si usa quella che si chiama una perantifrasi, parola molto difficile che conosce un italiano su mille probabilmente, ed il sottoscritto prima di questo podcast si trovava nel gruppo dei 999.
“Crepi il lupo” è la risposta che viene data dalla persona verso la quale si rivolge l'”in bocca al lupo”. Analogamente alla prima, anche questa è una esclamazione.

Il verbo crepare, abbastanza informale di per sé, come verbo, viene però utilizzato nella lingua italiana associato a qualcos’altro, con l’obiettivo di scongiurare questo qualcosa. Facendo proprio riferimento alla frase: “crepi l’avarizia”, questo qualcosa è l’avarizia, che costituisce la caratteristica di coloro che hanno un attaccamento morboso al denaro, e rappresenta il significato opposto della generosità: “crepi l’avarizia” si pronuncia quando si presenta la possibilità di effettuare una spesa ingente, una spesa cospicua, cioè un ammontare di denaro non indifferente, vale a dire una grossa quantità di denaro, e di fronte a questa possibilità, si manifesta la volontà di non rinunciare a tale spesa: “crepi l’avarizia”, ma questa spesa va fatta. “Crepi l’avarizia”, almeno per una volta non voglio badare a spese.

“Crepi il lupo” è come dire: “mi auguro che muoia il lupo”, “mi auguro che deceda il lupo”, “mi auguro che crepi il lupo”; In forma abbreviata la frase diviene: “crepi il lupo!”, eliminando quindi la parte iniziale della frase.

A titolo di esempio, qualora ci sia un suo amico che deve affrontare un esame universitario, un esame complicato e molto importante. Ebbene, in tal caso lei potrà certamente formulare un augurio al suo amico dicendo: “in bocca al lupo!”. Ed il suo amico avrà la facoltà di rispondere: “crepi il lupo”, o in alternativa, semplicemente: “crepi!”.

In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con l’espressione “crepi!”.

Poniamo invece il caso che un suo parente o un suo amico stia per fare un esame medico, oppure debba andare a ritirare il risultato di un esame medico fatto in precedenza, un possibile augurio al suo collega o amico potrebbe essere:

“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il suo collega avrà la possibilità di replicare con: “crepi” o “crepi il lupo”.

Ho precedentemente fatto l’esempio del collega e dell’amico poiché la frase costituisce in effetti un’espressione universale, che lei può utilizzare con qualsivoglia tipologia di persona, che si tratti di amici, di famigliari, di parenti, o appunto di colleghi; in qualsiasi circostanza più o meno importante.

Se un amico le dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani lei ha un colloquio di lavoro, la sua risposta sarà “crepi il lupo!”. Ed è alquanto improbabile che una persona cresciuta in Italia non trovi le parole per rispondere all’augurio in questione, o che questa risponda con un semplice “grazie”, oppure “la ringrazio molto”, o “molto gentile da parte sua”, perché è pressoché scontato che si risponda sempre con “crepi!” oppure con “crepi il lupo!”, perché questa è divenuta oramai una forma scaramantica. Infatti con questa risposta “crepi il lupo” si vuole scongiurare il pericolo che il colloquio di lavoro abbia un esito negativo, che “porti sfortuna”, come si dice in Italia, cioè ” che sia malaugurante” non rispondere con: “crepi il lupo”.

A seguito di questa breve spiegazione, spero, gentile Jasna, di aver chiarito ogni sua perplessità in merito alla sua richiesta; mi auguro che la spiegazione sia stata abbastanza chiara e devo dire che è la prima volta che mi rivolgo a lei dandole del lei. Trovo questo alquanto inconsueto ma allo stesso tempo molto divertente.

Colgo l’occasione per comunicare a tutti i componenti della famiglia di Italiano Semplicemente che chiunque può domandarmi delucidazioni e chiarimenti su una espressione tipica italiana, e che possono farlo mediante la pagina Facebook, che è il metodo più semplice, più veloce, oppure andando sul sito di italianosemplicemente.com e cliccando sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina twitter di italiano semplicemente.

Ora l’ultima parte del podcast, che è non meno importante di quanto detto finora. L’ultima parte è sulla ripetizione, come di consueto. Ritengo sia un esercizio importante per esercitare la pronuncia ed il movimento dei muscoli che abitualmente, nella sua lingua di origine, lei, gentile visitatore, non è probabilmente abituato ad utilizzare. In aggiunta, ascoltare la propria voce è altrettanto importante: inizialmente troverà questo alquanto bizzarro, ma col tempo, le posso garantire, si abituerà ad ascoltare la sua voce e sarà alla fine sempre più naturale e ci farà l’abitudine.

Ripeta dunque dopo di me, senza prestare attenzione alle regole grammaticali ma semplicemente ed unicamente al tono della mia voce. Provi semplicemente ad imitare il tono della mia voce:

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

In bocca al lupo

————————–

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Crepi il lupo

————————-

Bene amici visitatori, vi ringrazio cordialmente dell’ascolto e dell’attenzione prestatami quest’oggi. Spero vivamente di avervi intrattenuto destando il vostro interesse e dichiaro terminato l’episodio di oggi. Per gli universitari, qualora domani doveste affrontare un esame, un grosso in bocca al lupo da parte mia. Come si risponde?

Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Video con sottotitoli

Trascrizione

a cura di Shrouk M. Helmi

Buongiorno, benvenuti a tutti Sul podcast di Italiano Semplicemente.

Oggi per la sezione livello intermedio state ascoltando il podcast di una spiegazione di una frase idiomatica italiana, questa volta è una frase un po’ più difficile delle altre, una frase di uso comune quindi utilizzata in qualsiasi circostanza dagli italiani in molti contesti diversi; la frase in questione è “chi è causa del suo mal, pianga se stesso“.

Questa è una frase un po’ più complicata del solito, un po’ più difficile, da una parte perché non rispetta molto le regole grammaticale italiane e dall’altra perché c’è qualcosa di poetico in questa frase; e spesso la poesia non segue le regole grammaticali.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso” è una frase è che stata presa da un verso di Dante Alighieri. In realtà si tratta di una rivisitazione di Dante Alighieri.

Se una frase è una rivisitazione di un’altra frase vuol dire che è stata presa la prima frase ed è stata rivisitata, cioè è stata rivista.

Una revisitazione vuol dire che è stata rivisitata e quindi è stata modificata, è stata leggermente modificata. La frase originale era un’altra; una rivisitazione è una frase che è stata derivata dalla prima ma non è che esattamente uguale alla prima, ma ne una rivisitazione.

Quindi Dante Alighieri nel canto numero  XXIX dell’inferno recita una frase che è simile a questa ma non è esattamente uguale a questa, la frase originale è “credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa” questa in realtà è molto più difficile della nostra frase e ci vorrebbe un’ora solo per spiegarla quindi mi limito a spiegare la frase idiomatica, quella che viene utilizzata da tutti i giorni dagli italiani “chi è causa del suo mal, pianga se stesso“.

Dunque come al solito seguiamo un metodo specifico: prima spieghiamo le singole parole che compongono la frase, poi spieghiamo il senso della frase dopo facciamo qualche esempio.

credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa” Dante Alighieri

Dunque vediamo un po’ “chi è causa del suo mal” bene, dunque “chi è causa” vuol dire di chi è la colpa, chi è il colpevole, “chi”, cioè “la persona”, la persona che è colpevole, la persone che ha causato, “chi” è causa, “chi è causa del suo mal” cioè “del suo male”, “mal” sta per “male“: ne rappresenta la versione poetica, “chi è causa del suo mal” cioè colui che è il colpevole del suo male, colui che è il colpevole del suo stesso male, “del suo mal” vuol dire “del suo male”, quindi chi ha causato il suo male “pianga se stesso”, “pianga” viene da piangere, quindi colui che ha causato il suo male deve piangere se stesso.

Detto in questo modo non significa molto per quello che dicevo, cioè che esce un po’ dalle regole grammaticali italiane: in effetti “chi è causa” in generale dovrebbe dirsi “colui che è la causa“, “colui che ha causato“, quindi “chi è causa” dovrebbe essere “chi è la causa del suo mal”, dovrebbe essere “del suo male”.

Pianga se stesso” in realtà è corretto, quindi “deve piangere se stesso” cioè “deve dare la colpa a se stesso”, quindi, la frase mira, diciamo, ad ammonire, mira ad ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno , costui dovrà prendersela esclusivamente con se stesso e non addossare la responsabilità ad altri, quindi ammonire vuol dire incolpare quindi se io ammonisco una persona vuol dire dico a questa persona che lui è colpevole di qualcosa, lo ammonisco, il verbo ammonire è molto diffuso nel gergo calcistico, l’ammonizione è quando l’arbito mostra il cartellino giallo al giocatore, l’ammonizione in quel caso è meno grave perché il fallo più grave è punito con l’espulsione, cioè il calciatore, è cacciato dal campo, quindi con questa frase si vuol ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno cioè del proprio male, costui cioè colui dovrà prendersela esclusivamente con se stesso e non addossare la responsabilità ad altri, non prendersela con gli altri e non dire che la colpa è di qualcun altro.
“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, sentite che la frase è molto melodica e suona molto bene e di conseguenza questo è il motivo per  cui si è largamente diffusa nel linguaggio corrente italiano; è una frase molto elegante e che ha un profondo  significato, colui che è il colpevole del suo male pianga se stesso cioè colui che è il colpevole della cosa di cui si lamenta deve prendersela soltanto con se stesso e non con gli altri.
Lo stesso proverbio esiste anche in altre lingue, ovviamente, ed in quel caso Dante Alighieri non c’entra nulla, ma il concetto di prendersela con se stessi quando si è colpevoli è stato rappresentato in una frase idiomatica anche in altre lingue.

Anche in inglese per esempio se dice (as you make your bed, so you must lay on it), quindi la traduzione qua sarebbe: come tu hai costruito il tuo letto, devi giacersi sopra, devi stenderti sopra: visto che l’hai costruito ti ci stendi sopra, visto che hai fatto tu il tuo letto, adesso ti ci stendi sopra. Non è la stessa frase idiomatica italiana perché Dante Alighieri non citava (NOTA: CITARE=NOMINARE) nessun letto, comunque il significato è lo stesso, esiste anche uno equivalente in tedesco e evidentemente ci sono degli equivalenti proverbi in francese o in altre lingue.
Vi invito a commentare l’articolo e a scrivere le frasi analoghe, frasi simili che si possono trovare in altre lingue.
Vediamo se riesco a trovare qualche sinonimo delle parole utilizzate in quest’espressione. A volte questo proverbio è usato anche in un altra forma, si dice spesso ”Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso” oppure ”Chi è cagion del suo mal del suo mal, pianga se stesso’‘, “cagion” significa “cagione” e chi cagiona una cosa vuol dire colui che la procura. Cagionare significa “portare”, “apportare” quindi esiste anche questa versione un po’ meno diffusa, a dire il vero: ‘Chi è cagion del suo mal, pianga se stesso’‘. Anche questa frase è abbastanza poetica, suona molto bene, quindi (come detto) si tratta di un antico proverbio che deriva da Dante Alighieri.

Vediamo se riesco a fare qualche esempio. Potremmo immaginare ad esempio una persona che si lamenta molto perché dice che nella vita non ha mai ottenuto niente, che nella sua vita non è riuscito a laurearsi, non è riuscito a costruirsi una famiglia, perché tutte le relazioni che avuto sono terminate e ormai è invecchiato, ormai non riesce più a trovare una compagna e di conseguenza verrebbe spontaneo (NOTA: spontaneo=naturale) dire “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

Difficilmente un amico potrebbe pronunciare  questa frase di fronte a questa persona perché evidentemente se pronunciato direttamente ad una persona potrebbe essere abbastanza offensiva perché, in poche parole, si sta dicendo a quella persona che lei è la colpevole delle cose di cui si sta lamentando; è lei la colpevole, non se la deve prendere con nessun altro. E’ vero che una frase del genere se invita le persone ad una responsabilità non procura consigli, quindi non si sta dando un consiglio su come risolvere un problema ma si sta solamente dicendo: “il colpevole sei tu!”.

Se io dico ad un mio amico “chi è causa del suo mal,pianga se stesso”, gli sto dicendo che lui è il colpevole e non sto dicendo come risolvere il problema, quando in realtà un amico dovrebbe consigliare la soluzione di un problema, più che trovare il colpevole.

Quindi è una frase abbastanza dura; se vogliamo qualcuno la potrebbe descrivere come una frase abbastanza “acida“, se utilizzata per descrivere una situazione che riguarda un’altra persona, una frase anche un po’ cattiva perché in fin dei conti (nota: in definitiva, in fondo) nessuno di noi è in grado di giudicare obiettivamente una situazione umana, anche se si usa molto spesso in realtà.

Si usa molto spesso quando si parla di persone che hanno dei problemi e che è fondamentalmente quello che appare dall’esterno; da quello che sembra è che il colpevole di tutti i problemi sia proprio la persona che ne è colpita, quindi se vi viene in mente di pronunciarla è meglio che lo facciate con la persona che è direttamente coinvolta in questi problemi, ma vi può capitare ovviamente di dover parlare di una persona, di una terza persona, che ha dei problemi o di voler dire che lui è il colpevole dei suoi problemi. In questo caso potete utilizzarla con una certa prudenza (nota: attenzione). Sappiate che la prudenza è necessaria perché il significato profondo di questo proverbio è abbastanza pesante. perché quando si hanno dei problemi in generale è sempre meglio consigliare di trovare una soluzione che essere accusati di essere colpevoli di un problema. Non è molto carino. La stessa cosa si potrebbe pensare, in ambito calcistico, in ambito sportivo in generale, se un calciatore sbaglia continuamente dei calci di rigore, sbaglia cinque calci di rigore consecutivi e il portiere ogni volta para il calcio di rigore.

Alla fine l’allenatore potrebbe decidere che non è più lui il rigorista della squadra, il giocatore potrebbe dire: “ma che colpa io se il portiere diventa sempre un fenomeno quando io batto il calcio di rigore? Che colpa ho io? Fammi a provare! Fammi tentare ancora una volta! Voglio calciare ancora io i calci di rigore, voglio continuare ad essere io il rigorista della squadra!”

L’allenatore potrebbe dirgli: “chi è cagion del suo mal, pianga se stesso!”. Quindi l’allentatore che evidentamente ha il ruolo di colui che è chiamato a fare delle scelte, è lui che deve scegliere chi è il rigorista della squadra e quindi è lui che deve giudicare se una persona è colpevole oppure no. Evidentemente se un calciatore sbaglia cinque calci di rigore consecutivi non si può dire che sia un fenomeno a calciare i calci di rigore perché qualsiasi portiere è superabile, quindi cinque calci di rigore consecutivi sono evidentemente troppi. Il calciatore “è il colpevole del suo mal” e quindi “pianga se stesso“, potrebbe dire l’allenatore.

Questo è probabilmente un esempio un po’ più calzante del primo perché l’allenatore sta nelle vesti di colui che deve giudicare; è lui il primo responsabile del rendimento della squadra e se il calciatore non riesce a realizzare i calci di rigore il primo colpevole è l’allenatore.

Questa cosa potrebbe capitare in ogni famiglia in cui una madre o ad un padre sgridano i loro figli che magari non riesce a superare il compito di matematica. Immaginiamo che tutti gli anni questo ragazzo vada male a matematica e non riesca a prendere buoni voti e lui potrebbe dire: “ma io non sono portato in matematica, io preferisco studiare la lingua italiana, preferisco studiare storia, italiano, geografia. Matematica proprio non ci riesco, non mi piace e quindi non la capisco” oppure questo ragazzo potrebbe dire: “il professore non può spiegare la matematica e per questo vado male a scuola“. Allora i genitori possono rispondergli: “è colpa tua, è colpa tua se vai male a matematica, è colpa tua che non la studi e di conseguenza chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Quindi i genitori stanno dicendo al proprio figlio che deve studiare di più, che deve impegnarsi di più perché se non riesce a prendere i buoni voti in matematica è soltanto colpa sua.

Bene, adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetezione, qualcuno di voi potrebbe avere dei problemi a pronunciare correttamente questa frase per vari motivi: primo perchè potrebbe contenere delle parole difficili nella pronuncia, secondo, perché a secondo della vostra nazionalità alcune parole possono essere più complicate di altre. Quindi vi invito a ripetere la frase dopo di me. Lo farò cinque volte e vi darò il tempo di rispondere. Non vi concentrare sulla grammatica, in questo caso è assolutamente inutile, visto  che non viene neanche rispettata. Cercate di imitarmi semplicemente, come potrebbe fare un attore. Imitate la mia voce, imitate il mio tono, ripetete dopo di me e ascoltate mentre parlate:

Chi è causa del suo mal,pianga se stesso

————————————————–

Chi è causa del suo mal,pianga se stesso

————————————————–

Chi è causa del suo mal,pianga se stesso

————————————————–

Chi è causa del suo mal,pianga se stesso

————————————————–

Bene, credo sia tutto per oggi. Esercitatevi, mi raccomando: ascoltate più volte il podcast se lo ritenete necessario. Ascoltate e leggete per le prime due o tre volte, dopodiché potreste pensare anche di ripetere tutto il podcast mentre lo ascoltate. In fin dei conti (nota: in fondo) non parlo molto velocemente quindi volendo potreste ripetere ogni singola frase del podcast, in questo modo la grammatica vi entrerà automaticamente in testa. Non c’è bisogno di studiare le regole grammaticali, l’importante è la ripetizione, la ripetizione dell’ascolto. Quindi ascoltate il podcast più volte e se lo ritenete necessario (qualche utente di italiano semplicemente lo fa), trascrivete il podcast in modo che esercitiate anche un po’ la scrittura. In questo modo potete rendervi conto se ci sono delle parole più difficili, più complicate da scrivere, di conseguenza passate al podcast successivo soltanto quando credete di non avere più dubbi su tutte le parole e il contenuto di questo podcast.

E’ tutto per oggi amici, mi raccomando continuate a seguire Italiano Semplicemente e se vi è piaciuto questo podcast e se volete fare i commenti (o fare una piccola donazione, andate sulla pagina Facebook o fate dei commenti direttamente sulla pagina del sito. E se nella vostra lingua  (ve lo ricordo ancora una volta), ci sono delle espressioni simili, vi invito a scriverle, in questo modo credo che la frase può rimanervi ancora più impressa, e perché no, qualcuno leggendo il podcast potrebbe essere interessato anche a sapere come si dice la frase in altre lingue.

Grazie a tutti e se

Ciao amici, alla prossima


CORSO DI ITALIANO PROFESSIONALE

image006

Donne e motori, gioie e dolori

Audio

Video con sottotitoli

Trascrizione

Trascrizione a cura di Shrouk M. Helmi

Buonasera amici di italiano semplicemente, oggi spieghiamo una espressione idiomatica tutti italiana, per chi non ci conosce benvenuti  su podcast di italianosemplicemente.com, livello intermedio, quindi tutti coloro che conoscono già la lingua italiana e che vogliano migliorare la loro pronuncia possono ascoltare questi podcast e ripetere l’ascolto più volte seguendo le regole di italianosemplicemente.com, che è un sito che si basa sulle regole del metodo TPRS e sulle così cosiddette 7 regole d’oro. Tra queste regole c’è l’ascolto ripetuto di una storia, e questa appunto è una storia che parla del significato di una espressione, una espressione tipica italiana che è la seguente:

Donne e motori, gioie e dolori

Non so vi sia mai capitato di ascoltare questo tipo di espressione italiana: Donne e motori, gioie e dolori che fa la rima: Come avete sentito c’è la rima: donne e motori, gioie e dolori.

La rima è quando in una frase due parole finiscono nello stesso modo, in questo caso  motori finisce con le tre lettere O-R-I come la parola dolori, quindi: donne e motori, gioie e dolori: questa è la rima, la rima è usata nella poesia ovviamente, ma a volte è usata anche nei proverbi, nei proverbi, nei modi di dire, dove appunto si usano questi  frasi  fatte  per indicare qualcosa che abbia un significato corrente, allora: Donne e motori, gioie e dolori. Spiegerò  inizialmente le parole, dopodiché passerò  alle spiegazione del significato dell’espressione e alla fine faremo qualche esempio e un esercizio di ripetizione.

Allora donne e motori: sapete cosa sono le donne, le donne sono persone di sesso femminile. A dire il vero sono le persone di sesso femminile che hanno compiuto  i 18 anni; le donne prima sono bambine poi diventano ragazze, dopodiché diventano donne: Una volta compiuto il diciottesimo anno di età.

Perché dico questo, perchè quando si dice donne e motori, gioie e dolori si fa riferimento alle donne nel loro relazionarsi col sesso maschile e questo avviene fondamentalmente durante la maggiore età, durante l’età adulta. Abbiamo spiegato il significato della parola donna, passiamo alla seconda parola motori.

I motori sono le cose che fanno funzionare gli automobili, i motori sono quel meccanisimo che fa funzionare  un’automobile, che fa funzionare un’autovettura qualsiasi, e che può essere inserito veramente anche in un aereo  o in un qualsiasi dispositivo mobile elettrico o che si alimenta con combustibile fossile, quindi il motore è quell’insieme di meccanismi alimentati  solitamente con carburante tipo benzina o gasolio, che fa funzionare un’automobile, e si sa che almeno gli italiani, gran parte degli italiani sono appassionati dei motori, appassionati di motori vuol dire avere passione per i motori cioè essere innamorati di motori. Molti italiani hanno una passione per i motori e hanno una passione anche per le donne, quindi gli uomini, le persone che di sesso maschile italiane quindi tutti gli italiani sono appassionati sia di donne che di motori.

Io non faccio parte di questa categoria di persone appassionata di motori ma faccio parte della categoria di persone appassionata di donne, quindi in questo caso  per me questo detto donne e motori, gioie e dolori non è completamente vero.

In ogni caso continuiamo la spiegazione della frase che termina  con la seconda parte della frase che è: gioie e dolori. Donne e motori, gioie e dolori: gioie è il plurale della parola gioia, gioia significa  felicità è una persona che prova  gioia, è una persona felicità,una persona che prova un sentimento di  felicità, un sentimento di contentezza, quindi la gioia è il sentimento  probabilmente più bello che esiste.

Diciamo che il fine ultimo dell’esistenza umana è la felicità, quello che conta è essere felice nella vita; la gioia invece spesso indicata come la felicità associata a un qualcosa, se qualcosa ci procura  gioia vuol dire che questo qualcosa è importante, quindi gioie, il plurale di gioia significa felicità, se una cosa ci procura gioia vuol dire con quella cosa, cioè tramite quella cosa siamo felici, siamo più contenti e queste cose sono per gli italiani maschi, gli italiani di sesso maschile, sia le donne che i motori: donne e motori, gioie e dolori.

Dolori: cosa sono i dolori? Ebbene i dolori così come gioie il plurale di gioia, dolori è il plurale di dolore. Il dolore è quel sentimento che si avverte cioè che si recepisce, ogni qual volta che ci facciamo male, che ci procuriamo del male. Se ad esempio mi faccio male ad un piede perché sbatto  il piede su una sedia o se sbatto la testa da qualche parte, avverto il dolore, avverto del dolore del piede o alla testa.

Se mi pungo con un ago avverto dolore, se mi pungo  un dito avverto del dolore, avverto il dolore al dito, quindi il dolore è un sentimento negativo ed evidentemente esiste il dolore fisico, quando mi pungo con un ago o sbatto il piede o sbatto la testa da qualche parte: questo è il dolore fisico ma esiste anche un altro tipo di  dolore: quello emotivo, il dolore quindi in generale è una parola che è utilizzata in Italia per indicare quel sentimento negativo che si avverte quando qualcosa ci fa male, ci fa male dal punto di vista fisico, ci può colpire ma ci può far male anche dal punto di vista emotivo, dal punto di vista psicologico, quindi così come ci può far male  una bastonata fisicamente ci può far male un insulto, ci può fa male anche un occhiataccia, ci può far male anche quindi un brutto sguardo da parte di qualcuno, ci può far male una brutta parola, un insulto.

Soprattutto le persone a noi più care hanno la facoltà, se vogliono, di farci del male perché evidentemente più teniamo ad una persona più diamo importanza alle loro azioni ed alle loro parole, quindi queste persone possono farci del bene ed analogamente hanno la facoltà di farci del male.

Quindi i dolori possono arrivare da qualsiasi cosa materiale o non materiale, l’importante è che ci possono fare del male in qualche modo. Quindi la frase donne e motori, gioie e dolori è una frase indicata in Italia per dire che sia le donne che i motori, cioè le automobili, che sono le due passioni, le due grandi passioni  della maggior parte degli italiani, hanno la facoltà che di farci del bene e anche di farci del male; hanno la facoltà sia di procurarci gioie che di procurarci felicità, sia di procurarci dolori sia di procurarci fastidi, di farci del male, quindi: donne motori, gioie e dolori è una frase utilizzata dagli italiani per indicare che sia le donne sia le automobili, sia i motori che le persone di sesso femminile hanno la facoltà di procurarci delle gioie cioè di procurarci felicità che di farci del male quindi di procurarci dei dolori, in questo caso non  fisici ma evidentemente  di farci soffrire  di dolori psicologici: tutto ciò che ci può fare del bene in generale è tutto ciò anche che può farci del male: questa è una regola che evidentemente vale e tutte le cose a cui noi teniamo; in Italia teniamo di più alle donne ed ai motori, di conseguenza il detto donne e motori, gioie e dolori è una frase che sintetizza le passioni degli italiani, sintetizza il fatto che gli italiani sono molto sensibili quando vengono toccati su questi due argomenti:

Date una macchina e una bella donna all’italiano medio e lui sarà felice; togliete la macchina e togliete una bella donna all’italiano medio e lui sarà infelice: Donne e motori, gioie e dolori.

Non so se questo detto (DETTO: proverbio) può essere applicato anche a persone di altre nazionalità; credo di si, in ogni caso essere passionali  come lo sono gli italiani… -almeno è quello che si dice della maggior parte degli italiani –  essere passionali  significa provare delle passioni, avere delle passioni, essere appassionati di qualcosa e quindi rendersi vulneranabili; vuol dire dare la capacità a qualcuno o a qualcosa di farti del male. Chi è vulrenabile vuol dire che qualcuno ti può fare del male; qualcuno può farti del male, la vulnerabilità è una caratteristica che solitamente è associata al sesso femminile  e di conseguenza e l’uomo, diciamo il sentimento che si avverte quando si parla di virilità cioè di essere uomini virili è quello di essere il meno vulnerabili possibili: più si è vulnerabili cioè più si è sensibili, più gli altri hanno la capacità di farti del male cioè più aumentano  i tuoi  punti deboli, e  meno si è uomini: questo almeno è il pensiero o quanto meno è stato il pensiero in passato di quello che è il concetto di virilità, di quello che è il concetto di essere “uomo” – più si è vulrenabili, meno si è uomini.

Coloro che sono vulrenabili vuol dire che sono coloro che  hanno più probabilità di essere colpiti dagli altri. che hanno più probabilità di essere “sconfitti”, se possiamo usare questo termine.
Donne e motori, gioie e dolori: possiamo fare qualche esempio di utilizzazione di questa frase. Potete ascoltare questa frase casualmente in Italia quando  due persone parlano tra loro magari davanti  ad un distributore automatico di caffè, dove molto spesso le persone parlano di queste cose; potrebbe capitarvi di ascoltarla casualmente alla radio o in televisione, in ogni caso è molto frequente l’utilizzo di quest’espressione.

Ad esempio  possiamo pensare a due persone che parlano tra loro e una di queste due persone dice all’altra di avere dei problemi sentimentali  perchè la moglie lo fa molto soffrire e nello stesso tempo, magari, dice:

Sai che cosa è successo, mia moglie mi ha lasciato e mi si è rotta anche la macchina, accidenti! Non basta che  mia moglie mi ha lasciato, ma si rotta anche la macchina!

il suo amico lo potrebbe dire:

eh! Beh, allora si sa: Donne e motori, gioie e dolori!

Quindi sia le donne che le automobili, cioè i motori  ci danno sia gioie che dolori: questo è l’unico esempio che mi viene in mente.

Ovviamente è una frase questa  che si utilizza sempre col sorriso sulle labra, è una frase che si dice sempre in maniera scherzosa, è una frase che si utilizza ovviamente in famiglia o tra amici: non credo proprio  che è una frase che possiate utilizzare in un contesto un po’ più formale  perché ovunque si parli di sentimenti, ovunque si parli di passioni, evidentemente le persone che ne parlano si conoscono molto bene, quindi o in famiglia, ossia in un contesto familiare o ci si trova tra amici. Di conseguenza  non vi consiglio di utilizzare quest’espressione in un ambiente più formale.

Okay, adesso proviamo  a fare un piccolo esercizio di ripetizione, credo che se esercizio utile per tutti coloro che stanno ad un livello non molto avanzato di conoscenza  della lingua italiana, credo sia utile perché queste persone non sono abituate a parlare l’italiano, non sono abituate ad ascoltarsi mentre parlano, di conseguenza  potrebbero non rendersi  conto  degli errori  che fanno quando pronunciano  quest’espressione.

Ci sono molte persone ad esempio  che non riescono a pronunciare le doppie consonanti, ci sono persone che hanno problemi  con particolari lettere italiane tipo la “C” o con la “Ch” magari e altre persone invece  che hanno dei problemi  più relativi  alla melodia della lingua, la melodia della lingua italiana. Quindi ci sono persone, come ad esempio gli spagnoli, che quando parlano l’italiano conservano la cadenza spagnola, cioè la cadenza o la melodia. La melodia della lingua italiana è completamente diversa dalla melodia della lingua spagnola, di conseguenza se una persona di nazionalità spagnola impara la lingua italiana e comincia a parlare l’italiano deve imparare anche la cadenza della lingua italian. Se conserva la cadenza della lingua spagnola, evidentemente, la sua comunicazione sarà molto efficace, quindi è molto importante effettuare esercizio come un esercizio di ripetizione come  questo per  capire qual’è il modo corretto di pronunciare un’espressione.

E’ anche per questo motivo  che la ripetizione è importante; la ripetizione dell’ascolto, ripetere più volte l’ascolto di un file del podcast aiuta a memorizzare  non solo le parole ma a memorizzare  anche la melodia  della lingua.
Allora cominciamo con il nostro esercizio  di ripetizione, io dirò cinque volte la frase, lascerò il tempo  a voi di ripetere: ascoltate me, provate poi a ripetere cercando di imitare il mio tono  della mia voce: non pensate alla grammatica, non pensate alle regole grammaticali perché questo non vi serve a nulla. L’unica cosa che più vi occorre  è la pazienza; ascoltare più volte e ripetere ogni volta l’esercizio.

Allora cominciamo:
Donne e motori, gioie e dolori.

—————

Una seconda volta: Donne e motori, gioie e dolori.

—————

Attenzione perchè la parola donna ha due “N” quindi non è “done” ma è “donne”.

Una terza volta: Donne e motori, gioie e dolori.

—————

Infine una velocità un po’ più spedita, una velocità più alta, quella che si utilizza per le conversazioni normali: Donne e motori, gioie e dolori.

—————

Cercate di ripetere alla stessa velocità, facciamo un’ultima volta: Donne e motori, gioie e dolori.

—————

Grazie amici   di aver ascoltato  questo podcast, oggi un po’ più corto del solito.

La prossima volta che registrerò un podcast  per il livello intermedio, mi occuperò in particolare di una parola o meglio di due parole molto diffuse  nel linguaggio di tutti i giorni: delle parole che derivano in realtà da una parolaccia, queste due parole sono: incazzarsi e scazzarsi. Rimanete quindi  con noi, con italianosemplicemente.com.

Se vi è piaciuto il file audio, se vi è piaciuto quest’articolo cliccate su mi piace e in questo modo c’è più probabilità che Facebook  vi ricordi gli aggiornamenti  di italiano Semplicemente e di conseguenza  voi riusciate a rimanere in contatto  con italianosemplicemente.com  e con le frasi idiomatiche del livello intermedio.

Ciao amici, alla prossima.

————————–

Ascolta la canzone di Bruno Lauzi “il poeta” e vedrai come l’espressione “donne e motori, gioie e dolori” è utilizzata anche nelle canzoni italiane:

IL POETA

Alla sera al caffè con gli amici
si parlava di donne e motori
si diceva “son gioie e dolori”
……..

 

Le espressioni sulla fortuna

Trascrizione e spiegazione

Buongiorno e grazie di essere all’ascolto di questo podcast. Per chi è nuovo e non ha mai ascoltato la mia voce, benvenuto, questo podcast è pubblicato su italianosemplicemente.com, sia in forma scritta che in versione audio. Venite sul nostro sito, unitevi alla famiglia di italiano semplicemente, mettete un “like” alla pagina Facebook, ed in questo modo Facebook si ricorderà di mostrarvi le novità di Italiano Semplicemente. Questo è un podcast per coloro che conoscono già un po’ di italiano, ma che hanno problemi di pronuncia, che magari sbagliano a coniugare i verbi e hanno in generale dei problemi di espressione verbale. Con Italiano Semplicemente imparerete la grammatica automaticamente, grazie alle sette regole d’oro, i miei consigli personali, e grazie al metodo utilizzato, che è il metodo TPRS, basato sulle storie e sulla ripetizione.

Oggi è una giornata un po’ nebbiosa a Roma, e quindi c’è un po’ di nebbia. La nebbia è quando c’è molta umidità nell’aria, molta acqua, e quindi non si vede molto bene. La nebbia è quasi come una nuvola. Solo un po’ più bassa e meno densa, meno fitta. A Roma non siamo molto abituati alla nebbia, che solitamente frequenta maggiormente il nord, il nord Italia, ma pazienza.

Oggi sono andato al lavoro con lo scooter e quindi è stato un po’ rischioso, ho corso dei rischi perché la visibilità non era molto alta, non si vedeva benissimo. Ma mi è andata bene, sono sano e salvo. Posso dire di essere stato fortunato a non fare nessun incidente, a non farmi male. “Correre dei rischi” vuol dire fare qualcosa di rischioso, fare qualche attività pericolosa, che potrebbe portare conseguenze negative. Comunque tutto bene, e a proposito di fortuna, che è l’argomento di oggi, c’è chi mi dice che sono fortunato ad abitare e vivere a Roma, perché vivo nella “città eterna”, nella città del Vaticano e del Colosseo. La città eterna è uno dei nomi con cui si indica Roma, la capitale d’italia. La città eterna perché non muore mai, perché è immortale. E’ “eterna” appunto. Roma caput mundi, si dice anche così, cioè Roma capitale del mondo, non solo dell’Italia, ma del mondo intero. Roma è bella, però per chi ci lavora, come me, a Roma, non è poi così piacevole. Roma è eterna, ma anche il traffico è eterno, ed a volte per andare a lavorare ci vuole un’eternità di tempo… poi ci sono anche altri piccoli disagi e punti negativi, come un generale nervosismo abbastanza diffuso. La gente è nervosa, ovviamente mi riferisco agli abitanti di Roma, a chi ci lavora, e non ai turisti che sono felicissimi di essere qui a Roma.

Comunque, parliamo di fortuna oggi, parliamo delle frasi sulla fortuna, ed anche di sfortuna, cioè del contrario della fortuna: la sfortuna: la malasorte.

Capita spesso di parlare di fortuna, capita a tutti anche, ma c’è chi ama parlare di fortuna e sfortuna e chi invece ama di più, cioè preferisce, parlare di fede, di fede e di azione. C’è poi chi preferisce parlare di destino. C’è invece chi parla di sorte e di malasorte.

Sono tutte facce della stessa medaglia, sono tutte definizioni simili tra loro: fortuna, destino, sorte, sfortuna, malasorte, sfiga.

Oggi quindi parliamo di fortuna. Per la fede e per il destino, evidentemente ci vuole più tempo, e dovremmo dedicare un file audio a parte a questi due argomenti.

Ascoltiamo il dialogo che segue, la storia che segue, e quindi ascoltiamo quali sono le espressioni più comuni che riguardano fortuna e sfortuna. La storia parla di una ragazza fortunata, perché sembra che all’università studi molto poco, però sembra che prenda ugualmente dei bei voti. Questa ragazza ne parla coi suoi amici.

Shrouk : Sai, ieri ho fatto un esame, ed ho preso il massimo dei voti! Ma avevo studiato pochissimo!
Adriana: Un colpo di fortuna?
Shrouk: Credo di sì, ma è la terza volta questo mese. Mi è andata sempre bene!
Yasemin: Sei nata proprio con la camicia è?
Shrouk: Beh, chi non risica non rosica!
Georgt: Questo è vero, non si tratta solo di una botta di culo!
Thiago: Però a te va sempre tutto bene, sei una ragazza baciata dalla fortuna. A me non va mai bene niente invece!
Shrouk: Diciamo che sono nata sotto una buona stella, ma stai tranquillo, la ruota gira per tutti!
Ramona: Giusto, hai ragione, la fortuna è cieca!
Thiago: Sì, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!
Jasna: Almeno l’amore andrà bene no? Il proverbio dice: sfortunato al gioco, fortunato in amore!
Thiago: Dici? secondo me sono scalognato anche in amore!
Ahmed: Beh, in amore secondo me la fortuna aiuta gli audaci!
Thiago: Sarà! Finora una sola volta ho avuto una fortuna sfacciata!
Ahmed: quando?
Thiago: quando ho vinto 1 milione di euro al gioco del lotto.
Lot-venson: che culo!

Bene, avete ascoltato quindi, Shrouk è stata fortunata. Ascoltiamo ancora Shrouk:

Shrouk : Sai, ieri ho fatto un esame, ed ho preso il massimo dei voti! Ma avevo studiato pochissimo!

Quindi Shrouk è stata fortunata perché ieri ha fatto un esame, ed ha preso il massimo dei voti, nonostante avesse studiato pochissimo. Shrouk è stata fortunata quindi, ma si può anche dire che a Shrouk “è andata bene“. Quando “ti va bene” vuol dire che sei stato fortunato. E’ la stessa cosa.

Posso dire:

  • A me è andata bene.
  • A te è andata bene.
  • A lui è andata bene.
  • A noi è andata bene.
  • A voi è andata bene.
  • A loro è andata bene.

Attenzione perché se ti va bene un esame, o qualunque altra cosa, non necessariamente sei stata fortunata. Se invece “ti è andata” bene, se ti va bene vuol dire che c’è stata la fortuna.

Ad esempio: “l’esame mi è andato bene” vuol dire che ho superato l’esame, vuol dire che sono stato promosso, che ho preso un bel voto.

Allo stesso modo “il colloquio di lavoro mi è andato bene” vuol dire che sono stato assunto, che ho avuto il lavoro.

Invece se tu mi chiedi: com’è andato l’esame? io posso rispondere “mi è andato bene”, “cioè l’esame mi è andato bene”, oppure posso rispondere “mi è andata bene”, “andata”, e non “andato”, al femminile quindi. E poi non si dice altro: mi è andata bene! Questa è una esclamazione. Non si può dire mi è andata bene l’esame, ma solamente “mi è andata bene!”. Al femminile quindi, “andata” e non “andato”.

“Mi è andata bene” vuol dire quindi “sono stato fortunato”. Quindi Shrouk avrebbe potuto dire:

“Sai, ieri ho fatto un esame, e mi è andata bene, perché ho preso il massimo dei voti pur avendo studiato pochissimo!”

Shrouk avrebbe anche potuto dire: “Ieri sono stata assistita dalla fortuna“. Questa è ancora un’altra espressione sulla fortuna.

Chi è assistito dalla fortuna vuol dire che è fortunato, è come se la fortuna fosse lì con lui, ad assisterlo. Lui è lì, e la fortuna è lì con lui, che assiste, cioè che ha cura di lui, che lo custodisce, che lo assiste, che lo protegge. Questo è “essere assistiti dalla fortuna”.

Adriana: Un colpo di fortuna?

Arriva Adriana che fa una domanda: un colpo di fortuna?

Adriana chiede se Shrouk abbia avuto un “colpo di fortuna”, cioè se la fortuna la abbia aiutata, se la fortuna le abbia dato un “colpo”, cioè una spinta, un aiuto, per superare l’esame. Un colpo di fortuna si usa molto spesso, e fa parte del linguaggio di tutti i giorni e che potete ascoltare in ogni contesto. Non si tratta di dialetto.

Shrouk: Credo di sì, ma è la terza volta questo mese. Mi è andata sempre bene!

Quindi in questo mese è la terza volta, wow, è la terza volta che Shrouk ha un colpo di fortuna: Shrouk è stata assistita dalla fortuna molto spesso ultimamente, recentemente.

Le è andata sempre bene. Vediamo quindi che “mi è andata bene” è al femminile, anche se l’esame è una parola maschile. Come dicevo prima, “mi è andata bene” vuol dire “sono stato fortunato” (o fortunata, nel caso di Shrouk). Le è andata sempre bene, quindi in tutti e tre gli esami che ha dato Shrouk, questo mese, le è andata sempre bene, cioè è stata sempre fortunata, è stata sempre assistita dalla fortuna.

Yasemin: Sei nata proprio con la camicia è?

Yasemin commenta, commenta la fortuna di Shrouk, e dice che Shrouk, secondo lei, secondo Yasemin, è “nata con la camicia”.

Se analizziamo i senso proprio fa un po’ ridere perché la camicia è semplicemente un capo d’abbigliamento, di stoffa che copre il busto, e di solito ha un colletto e delle maniche. Impossibile quindi nascere con la camicia nel senso proprio. In realtà quando si nasce, può accadere che il sacco in cui è avvolto il bambino, che solitamente si rompe prima della nascita, è ancora intatto. Può accadere cioè che il bambino nasca ancora nel sacco (il cosiddetto sacco amniotico). E’ molto raro ma può accadere. Ebbene questo sacco è anche chiamato “camicia”, perché copre il bambino, lo avvolge, proprio come la camicia copre il corpo di chi la indossa.

E’ difficile dire se la cosa porti veramente fortuna, ma di sicuro è un evento molto raro e quindi “essere nati con la camicia” è oggi una frase diffusa per dire “essere fortunati”. Non è però un colpo di fortuna, ma è una fortuna costante, che ti assiste sempre, tutta la vita.

Infatti Yasemin dice a Shrouk che è nata con la camicia dopo che Shrouk ha detto che è la terza volta che le accade questo mese.

Shrouk: Beh, chi non risica non rosica!

Questa è una frase interessante. Rosicare è un verbo usato per i topi, gli scoiattoli, i roditori in generale, tutti quegli animali che hanno denti forti e che li utilizzano per rosicare, significa rodere a poco a poco, rosicchiare. Si può rosicchiare, rosicare, una pannocchia, un torsolo di mela, eccetera. Rosicare significa togliere dei pezzi piccoli con i denti, poco a poco. Però rosica qui significa “ottenere risultati”, “raggiungere l’obiettivo”.

“Risica” invece non esiste come parola, ma esiste il verbo “rischiare”. “Chi non risica” quindi vuol dire “chi non rischia”.

Quindi l’intera frase, “chi non risica non rosica” vuol dire “chi non rischia non ottiene risultati”. Ma suona meglio dire “chi non risica non rosica”, è più bello, suona meglio, anche se risicare non esiste; è più facile anche a pronunciarlo.

Chi non risica non rosica quindi vuol dire che chi non rischia non ottiene risultati. Solo chi rischia può ottenere risultati. Solamente chi corre il rischio, chi è disposto a correre il rischio, può ottenere un buon risultato. Chi invece non corre il rischio, chi non se la sente, chi preferisce non rischiare, non può ottenere risultati.

Shrouk vuole dire che lei ha rischiato, e pur sapendo che non era molto preparata, ha rischiato; ha rischiato e le è andata bene. E’ una frase però che potete usare solamente in un contesto scherzoso, tra amici o in famiglia.

Georgt: Questo è vero, non si tratta solo di una botta di culo!

Georgt, dal Messico (ciao Georgt!) che è la prima volta che partecipa ai nostri podcast, dice che Shrouk ha ragione, che è vero che chi non risica non rosica.

Secondo Georgt non si tratta solo di una “botta di culo”.

Ecco questa frase idiomatica ha lo stesso significato di “colpo di fortuna”: è la stessa cosa. Un colpo di fortuna è come una botta di culo. Una botta infatti è un colpo. Se qualcuno vi da un colpo, vi colpisce, vuol dire che vi ha dato una botta.

Il culo invece, con una elle sola (culo, non cullo) è il sedere. Culo equivale ad “ass” in inglese. Quindi è dialettale, tutti vi capiranno in Italia, ma si tratta comunque di una parola dialettale e scurrile, di una parolaccia insomma. Potete anche dire “botta di sedere”, ma non cambia molto in realtà.

Avere avuto una botta di sedere, o di culo, vuol dire quindi aver avuto fortuna, aver avuto un colpo di fortuna, un episodio fortunato. Si tratta comunque di un episodio, non di una fortuna costante e duratura, proprio come colpo di fortuna, perché un colpo è improvviso, dura solo un attimo. Ovvimaente non troverete nei libri di grammatica la frase “botta di culo”.

Thiago: Però a te va sempre tutto bene, sei una ragazza baciata dalla fortuna. A me non va mai bene niente invece!

Thiago dice che Shrouk è una ragazza fortunata, anzi dice che è una ragazza baciata dalla fortuna. La fortuna ha baciato Shrouk, e quindi chi ti bacia solitamente ti ama, quindi la fortuna è innamorata di Shrouk. Ed anche Italiano Semplicemente è stato baciato dalla fortuna incontrando una ragazza Shrouk. Anche essere baciati dalla fortuna è segno di fortuna duratura, che dura nel tempo, e non è una fortuna episodica.

A Thiago non va mai bene niente invece. Povero Thiago!

Shrouk: Diciamo che sono nata sotto una buona stella, ma stai tranquillo, la ruota gira per tutti!

Shrouk dice di essere nata sotto una buona stella. Quando si è nati sotto una buona stella vuol dire che si è fortunati, ed anche qui la fortuna è una fortuna duratura. Qui entriamo un po’ nell’astrologia, secondo la quale i pianeti influenzano i destini umani. Ci sono pertanto stelle buone  stelle cattive, stelle positive e negative, stelle che portano fortuna e stelle che portano sfortuna. Una buona stella è una stella che porta fortuna, perché è buona appunto.

E chi nasce sotto una buona stella, evidentemente, è assistita dalla buona stella per tutta la vita, la buona stella avrà cura di lei per sempre. Questo è nascere sotto una buona stella.

La “ruota gira per tutti” si intende la ruota della fortuna, per dire che la fortuna assiste tutti prima o poi, perché infatti le ruote girano, ed anche la ruota della fortuna lo fa, e girando girando incontra persone sempre diverse. La ruota gira per tutti quindi vuol dire che tutti, prima o poi, avranno fortuna, saranno assistiti dalla fortuna, perché la fortuna gira come una ruota.

Ramona: Giusto, hai ragione, la fortuna è cieca!

La fortuna è cieca dice Ramona, cioè la fortuna non ci vede, è cieca, e non sa chi colpisce, non sa chi è la persona che colpirà, non sa chi assisterà, a chi starà vicino, a chi bacerà. La fortuna è cieca quindi quando gira non si sa per chi girerà.

Thiago risponde subito:

Thiago: Sì, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!

Thiago conferma: la fortuna è cieca, quindi dice ok, Ramona, è vero, ma la sfiga ci vede benissimo!

La sfiga è la sfortuna, in forma dialettale. Sfiga si usa in tutta italia, ma fa parte del linguaggio informale, non la usate questa parola con persone che non conoscete.

La frase di Thiago è abbastanza diffusa in Italia, “la fortuna è cieca  ma la sfiga ci vede benissimo” per smentire che la fortuna sia veramente cieca, dicendo che la sfortuna non è cieca invece, la sfortuna ci vede bene, la sfiga ci vede molto bene e sa sempre chi colpire.

Thago aveva già detto di essere sfortunato, che a lui non va mai bene niente, e quindi di essere una persona sfortunata.

Gli risponde Jasna che dice:

Jasna: Almeno l’amore andrà bene no? Il proverbio dice: sfortunato al gioco, fortunato in amore!

Jasna chiede a Thiago se in amore è fortunato, se si ritiene una persona fortunata in amore. Perché, dice Jasna, chi è sfortunato al gioco è fortunato in amore.

Qui non c’è nessun gioco ovviamente, perché Thiago diceva di essere sfortunato in generale nella vita, parlando in generale, dice infatti che non gliene va bene una. Non si tratta di un gioco. Questa frase solitamente si dice a chi perde al gioco, per tirarlo su di morale, per rincuorarlo, per rassicurarlo: “sfortunato al gioco, fortunato in amore!”. Per dire che chi perde al gioco ha avuto sfortuna, ma la fortuna lo assiste in campo amoroso. Non si può essere sfortunati in tutto.

Jasna vuole sapere se Thiago in amore abbia avuto fortuna oppure no, se Thiago si ritiene una persona che in amore la fortuna lo assista oppure no, ed immagina di sì; Jasna immagina che Thiago sia fortunato in amore, ma lo dice per rincuorarlo, per tirarlo su di morale.

Thiago: Dici? secondo me sono scalognato anche in amore!

Non lo sa Thiago se è fortunato o meno in amore. Secondo lui no, secondo lui anche in amore è sfortunato. Anche in amore è scalognato.

La scalogna è la sfortuna. E’ come la sfiga, ma la scalogna è un po’ in disuso, anche se meno popolare di sfiga. La scalogna è una fortuna persistente, che non ti abbandona.

Un altro modo per indicare la sfortuna, oltre la scalogna e la sfiga, è la iella, o Iattura.

Sentiamo se Manel conosce il significato della parola Iella.

Manel: la iella significa la sfortuna, oppure le cose che portano sfortuna, come un gatto nero, la cadenza (caduta) del sale, eccetera.

La Iella e la Iattura sono nomi femminili, come la scalogna  e la sfiga, e come anche la sfortuna e la malasorte. Tutti nomi femminili. Chissà perché la fortuna e la sfortuna hanno sempre nomi femminili.

toto_iettatore
L’attore italiano Totò, nella parte dello “iettatore”

La Iella è come una maledizione, la Iella è un qualcosa che viene dato da qualcuno, o da qualcosa. Come se la sfortuna fosse qualcosa che viene portato da qualcun altro. Infatti esiste lo Iettatore, o Iellatore colui che porta iella, colui che è portatore di iella, di iattura, di sfortuna. E’ colpa dello iettatore che la sfortuna, la iella, arriva e colpisce una persona. Lo iettatore è colui che ha il potere di portare iella, anche contro la sua stessa volontà.

Si dice spesso: che iella! cioè che sfortuna!

Ahmed: Beh, in amore secondo me la fortuna aiuta gli audaci!

Interviene Ahmed che dice che la fortuna aiuta gli audaci, la fortuna aiuta gli audaci.

Gli audaci sono coloro che osano, coloro che hanno coraggio. E’ un po’ come “chi non risica non rosica”. Solo chi osa, cioè solamente gli audaci, ottengono risultati. Se sei audace, se hai il coraggio di osare, di provare, anche se c’è il rischio di fallire, di non riuscire, allora magari ti va bene, magari la fortuna ti aiuterà.

Se invece non sarai audace non potrà aiutarti la fortuna. Quindi la fortuna aiuta gli audaci, in amore, dice Ahmed.

Thiago: Sarà! Finora una sola volta ho avuto una fortuna sfacciata!

Thiago non è proprio convinto di questo, e dice che solamente una volta è stato fortunato in vita sua. Solo una volta. dice Thiago, ha avuto una fortuna sfacciata.

Cosa vuol dire sfacciata? Letteralmente vuol dire “senza faccia”: sfacciata, come squilibrata vuol dire “senza equilibrio”, come “spellata” vuol dire senza pelle, eccetera.

Sfacciata è una parola, è un aggettivo, che si utilizza solitamente con le persone. E’ una frase idiomatica che solitamente vuol dire “senza rispetto”.

Se dico che una ragazza ad esempio “è una persona sfacciata” vuol dire che non ha rispetto, che non rispetta nessuno, che dice quello che pensa, sena farsi problemi, senza contenersi, senza limiti, senza barriere. Questa persona esagera, non ha faccia, è come se non fosse una persona normale, con una faccia normale, ma è esagerata, è sfacciata.

“Non essere sfacciato” lo può dire un genitore ad un figlio, se il figlio risponde male alla madre o al padre: “non fare lo sfacciato”, cioè “abbi rispetto dei tuoi genitori”.

La fortuna sfacciata, allo stesso modo, è una fortuna che non si contiene, è una fortuna esagerata, senza limiti. Non si usa con la sfortuna però: non si può dire “sfortuna sfacciata”. Quindi non c’entra il rispetto qui, ma c’entra il concetto di normalità e di esagerazione:

Sfacciata = esagerata. Fortuna sfacciata=fortuna esagerata.

Finora Thiago solamente una volta ha avuto una fortuna sfacciata, e quando? Quando ha avuto questa fortuna esagerata Thiago?

Ahmed: quando?

Gli lo chiede Ahmed quando, e Thiago risponde prontamente:

Thiago: quando ho vinto 1 milione di euro al gioco del lotto.

estrazione-lotto
Urna con le palline da estrarre nel gioco del lotto

Beh, Thiago una volta ha vinto un milione di euro!! Mica male Thiago, che fortuna! Ha vinto un milione di euro al gioco del lotto. Il gioco del lotto è un gioco a pronostico, una lotteria, ed è quel gioco in cui vengono estratti, vengono sorteggiati dei numeri, e i partecipanti a questo gioco punta su dei numeri, e questi numeri vengono scritti, stampati su una ricevuta, su in cui sono scritti dei numeri sui quali si è puntato. Si possono puntare da un minimo di 1 ad un massimo di 10 numeri compresi tra 1 e 90. Si possono vincere molto soldi a questo gioco: più numeri escono e più si vince. “Puntare su dei numeri” vuol dire scommettere che quei numeri verranno estratti, vuol dire pronosticare, cioè prevedere che quei numeri escano, che quei numeri siano estratti. Estratti vuol dire letteralmente “estratti dall’urna”, cioè tirati fuori da un contenitore, chiamato urna, nel quale ci sono le palline con i numeri. Ogni pallina ha un numero, e dentro l’urna ci sono quindi 90 palline. Quando c’è l’estrazione delle palline, si tirano fuori alcune palline, si leggono i numeri, e ognuno che ha partecipato al gioco può verificare se i suoi numero siano stati estratti.

Quindi Thiago dice di aver vinto 1 milione di euro al gioco del lotto!

Lot-venson: che culo!

Lot, da Haiti, che salutiamo, dice: che culo! Che culo vuol dire, come avrete intuito, fortuna. Thiago ha avuto un colpo di fortuna, o una botta di culo, detto abbastanza volgarmente. Che culo è una esclamazione utilizzata in tutta Italia, senza distinzione, ed è un modo abbastanza forte di dire “che fortuna!”.

Culo, lo ripeto ancora una volta, si scrive e si pronuncia con una sola “elle”.

Possiamo anche dire, sempre volgarmente, che Thiago in quella occasione ha “sculato“, o anche “è stato Sculato”. Sculato viene da sculare, che è un verbo che non esiste in realtà. Thiago è stato sfortunato. Thiago ha avuto una fortuna sfacciata, ha sculato, è stato sculato. Stavolta sculato non è come sfacciato, cioè non è “senza culo”, ma comunque significa che Thiago ha esagerato in qualcosa. Ha esagerato in culo, cioè in fortuna.

Bene amici, venite sulla pagina Facebook e commentate il podcast, dite quello che pensate, questo vi aiuterà anche a migliorare la scrittura.

Ascoltate questo podcast più volte, ascoltatelo almeno per una o due settimane

Ricordo che per chi è interessato a lavorare in Italia, c’è il corso Italiano Professionale, l’Italiano che è utilizzato in ambienti professionali, e che può esservi utile se volete migliorare il vostro italiano e portarlo ad un livello ancora più alto. La prima lezione è gratuita e già online, c’è già il testo scritto, e tra qualche giorno avrete anche l’audio. Informerò su facebook quando sarà online. I corso sarà disponibile nel 2018, ancora 23 mesi quindi, ma chi vuole lo può già prenotare gratuitamente.

Ciao amici, e buona fortuna!

 

Video con sottotitoli

 

Una cena tra amici. Linguaggio INFORMALE

Ramona: Allora, abbiamo deciso finalmente quando cenare tutti INSIEME APPASSIONATAMENTE?

Shrouk: no Ramona, A QUANTO PARE non riusciamo ancora a QUAGLIARE.

Adriana: Accidenti, come mai ancora CINCISCHIAMO?

Thiago: beh Adriana, MI SA che non tutti si sono ancora ESPRESSI.

Lilia: Avanti, chi è che fa ancora lo GNORRI?

Amany: Ragazzi, non mi menate, è colpa mia. È che sono un po’ INCASINATA ultimamente.

Ahmed: tranquilla Amany,  MICA MUORE NESSUNO se rimandiamo di una settimana

Jasna: Vabbè, basta che non va a finire ALLE CALENDE GRECHE sta cena.

Audio

cena_tra_amici_informale

Spiegazione

Buongiorno amici di italianosemplicemente.com e benvenuti nella “cena tra amici”. In questa simpatica storia, raccontata dai visitatori di italianosemplicemente.com e dagli amici di facebook, alcuni dei quali sono divenuti membri dello staff di Italiano Semplicemente, si racconta di una cena, di una cena tra amici e di come viene organizzata; cioè avete ascoltato dei dialoghi, una conversazione che si svolge tra i partecipanti alla cena, cioè tra coloro che devono partecipare alla cena.

Nella storia quindi ci sono dei dialoghi, delle frasi, delle parole, ed alcune delle frasi sono delle frasi idiomatiche o comunque tipiche della lingua italiana, del linguaggio parlato, che difficilmente troverete all’interno dei libri di grammatica italiana e che quindi avreste difficoltà a capire anche in normali conversazioni come questa se vi doveste trovare ad ascoltare casualmente. Quindi oggi siamo qui a spiegare questi modi colloquiali, queste espressioni tipiche italiane, abbastanza frequenti.

E lo facciamo utilizzando il metodo TPRS, un metodo che, appunto, utilizza le storie. E questa è appunto la storia di una cena tra amici.

Nell’articolo che trovate sul sito, cioè nella trascrizione del podcast presente sul sito potete trovare evidenziate, cioè in evidenza tutte le frasi o le parole più difficili, e le troverete infatti in grassetto, cioè con un carattere più scuro (bold in inglese) che sono state utilizzate nel dialogo che state ascoltando e che vengono spiegate in questo podcast, in questo file audio che potete anche scaricare e che come al solito vi consiglio di ascoltare più volte. La spiegazione avverrà utilizzando anche dei sinonimi, cioè delle parole più semplici, di più facile comprensione, ma che hanno lo stesso significato, ed utilizzando all’occorrenza anche il termine contrario, cioè utilizzando dei contrari. Spesso i due termini li ascolterete o li leggerete associati: i sinonimi ed i contrari.

Iniziamo con Ramona, che è la prima persona che parla nel podcast e che usa l’espressione tutti insieme appassionatamente. La frase di Ramona è: “Allora, abbiamo deciso finalmente quando cenare tutti INSIEME APPASSIONATAMENTE?”

Tutti insieme appassionatamente è una espressione ironica, una espressione divertente, che si dice per ironizzare, cioè per fare ironia, cioè per ridere. E’ una frase informale, familiare, che si utilizza per indicare che c’è un eterogeneo gruppo di persone che si riunisce. Dico “ironica” perché la parola appassionatamente vuol dire che tra tali persone c’è della passione, questo è il senso proprio della parola “appassionatamente” e la passione è una parola importante, che ha a che fare con l’amore, o comunque con le emozioni, con i sentimenti, con qualcosa di forte che accomuna queste persone, come la passione per qualcosa, che può essere anche l’amicizia. Accomuna,  invece,  significa che queste persone hanno qualcosa in comune, e la cosa che hanno in comune è l’amicizia; è l’amicizia che accomuna queste persone.

Questo gruppo quindi è un insieme di persone che si riunisce, un gruppo di amici, un gruppo che in realtà è abbastanza eterogeneo; ed è per questo che si dice ironicamente “appassionatamente”, cioè con passione.

In questo gruppo ci sono quindi persone diverse tra loro, eterogenee appunto, anche molto diverse, anche molto eterogenee, quindi è per questo che Ramona usa ironicamente l’espressione  “tutti insieme appassionatamente”.

E’ una frase molto usata in Italia e dagli italiani, e sempre ed esclusivamente in modo ironico, per ironizzare, per prendere in giro, o per prendersi in giro, come nel caso della cena.

Posso ad esempio dire: “i politici italiani di tutti gli schieramenti politici hanno votato una legge all’unanimità a favore del finanziamento pubblico dei partiti, tutti insieme appassionatamente”.

Questo vuol dire che, nonostante le differenze che ci sono tra i partiti politici, tutti i politici, di tutti i partiti, cioè di tutti gli schieramenti politici, sono favorevoli, cioè sono d’accordo a finanziare con soldi pubblici la politica; sono favorevoli cioè al finanziamento pubblico dei partiti. E’ una espressione che si usa sempre in modo ironico.

Bene, passiamo alla seconda frase, quella di Shrouk, egiziana, che risponde a Ramona dicendo: “no,  Ramona, A QUANTO PARE non riusciamo ancora a QUAGLIARE”.

Shrouk quindi dice a Ramona che a quanto pare, cioè a quanto sembra, non si riesce ancora a quagliare.

Quindi Shrouk prima dice: “no! Ramona”, poi aggiunge: a quanto pare, cioè a quanto sembra, a quanto mi sembra, a quanto posso vedere, a quanto riesco ad immaginare, vedendo i fatti che accadono.

Quindi “a quanto pare” vuol dire: “da quello che si vede”, “da quanto si può desumere osservando la realtà”. La preposizione semplice “a” che sta all’inizio di “a quanto pare” può anche essere sostituita con “da”, cioè: “da quanto pare” e la parola “pare” può essere invece sostituita dalla parola sembra. Pare e sembra hanno lo stesso significato. “Pare” è però più informale. Difficilmente troverete la parola “pare” in un libro di grammatica, ma è molto usata in Italia  nel linguaggio parlato.

C’è anche un’opera di Luigi Pirandello che si intitola: “Così è (se vi pare)” un’opera teatrale di Luigi Pirandello, scrittore e poeta italiano molto famoso.

Invece la parola “quagliare” vuol dire avere un esito positivo, concludersi positivamente.

Quando qualcosa o qualcuno  “quaglia”, quando qualcosa o qualcuno riesce a quagliare, vuol dire che va a buon fine, che si conclude, che ha esito positivo. Si può dire anche che “va in porto“, come se fosse una barca, una imbarcazione che deve raggiungere il porto di destinazione. Andare in porto quindi significa “quagliare”. Hanno lo stesso significato.

La parola, il verbo quagliare ha anche altri significati, ma l’uso che si fa del verbo quagliare è solitamente questo: riuscire a ottenere qualcosa di positivo, riuscire a concludere. Quindi se gli amici riescono a quagliare vuol dire che riusciranno a cenare insieme, riusciranno a mangiare insieme a cena, riusciranno ad organizzare la cena,  perché è quello l’obiettivo.

Quagliare solitamente è preceduto dal verbo “riuscire”. Se c’è questo verbo prima non potete sbagliare il significato: Siamo riusciti a quagliare, eccetera.

E’ un verbo, quagliare, anche molto usato nel mondo del lavoro: si dice ad esempio: “sembra che l’affare quagli” ed è per questo motivo che il verbo è uno di quelli inseriti anche nel corso di italiano professionale che sarà disponibile a gennaio 2018. In particolare le lezioni di italiano professionale in cui è inserito il verbo quagliare sono le lezioni numero 2 e 8, che si occupano rispettivamente di due concetti, quello di “sintesi” e “risultati”. Solitamente ci sono molti modi di esprimere lo stesso concetto, fondamentalmente però ci sono due macrocategorie, in modo formale o informale; in questo senso “andare in porto” è sicuramente più formale e più spendibile in ambito professionale. Quagliare è invece più familiare e quindi più adatto ad una cena tra amici, appunto, come questa. Ci son poi almeno altri 20 modi di dire la stessa cosa, e che potreste ascoltare in diversi ambiti, ciascuna con differenti caratteristiche. Per chi è interessato può acquistare il corso direttamente sul sito italanosemplicemente.com.

Attenzione a non confondere il verbo quagliare con il verbo squagliarsela, o col verbo squagliare, che hanno tutt’altro significato. Squagliarsela infatti significa andare via, fuggire, fuggire velocemente da un pericolo ad esempio. Squagliare invece significa riscaldare qualcosa, con del calore, con del fuoco ad esempio, riscaldare un materiale fino a fargli cambiare forma. Si può squagliare la plastica, ad esempio, ma non si può squagliare il legno, che invece prende fuoco, è infiammabile, produce cioè della fiamma.

A questo punto, arriva Adriana di Bogotà che dice: “Accidenti, come mai ancora CINCISCHIAMO?

Quindi Adriana dice come mai cincischiamo?, come mai stiamo ancora cincischiando?

Allora la parola difficile qui è “cincischiando”. Adriana l’ha pronunciata bene. Noi stiamo cincischiando, stiamo ancora cincischiando. Il verbo è “cincischiare” che è un verbo informale, che vuol dire fare qualcosa senza giungere ad alcun risultato, anzi più peggiorando che migliorando. È un verbo quindi che vuol dire esitare, perdere tempo, ma in senso negativo ed informale, quindi è bene usare questo verbo con prudenza perché è abbastanza amichevole come verbo. Cincischiare vuol dire non essere convinti, quindi non arrivare mai alla soluzione. Evidentemente se non si quaglia, se non si riesce a quagliare, allora c’è qualcuno che cincischia, c’è qualcuno che sta cincischiando, che sta cioè perdendo tempo prezioso.

Ci sono molti modi in Italia per esprimere il concetto di perdita di tempo, e degli atteggiamenti, dei comportamenti personali negativi che hanno a che fare col tempo e la capacità di non saperlo utilizzare bene, e questi modi riguardano evidentemente ancora una volta il mondo del lavoro, hanno a che fare cioè col mondo del lavoro.

Quindi quando nella nostra cena tra amici, Adriana dice “come mai cincischiamo?“, vuol dire come mai stiamo perdendo tempo? Come mai stiamo indugiando?

Allora come mai cincischiamo?

Thiago dal Brasile prova a dare una risposta. Thiago dice ad Adriana: “beh Adriana, MI SA che non tutti si sono ancora ESPRESSI.”

Mi sa che non tutti si sono ancora espressi. “Mi sa” è l’equivalente di “credo”, di “io credo”: credo che non tutti si sono ancora espressi.

Anche “mi sa” è una espressione molto informale, da usare solo in amicizia o in famiglia o tra colleghi anche ma solo a livello informale, solo a livello amichevole.

Mi sa che ti sbagli, mi sa che hai ragione, mi sa che farò tardi, mi sa che non c’è la farò, eccetera. Si usa quando si ha un piccolo dubbio su qualcosa, quindi vuol dire “credo” ma in realtà non si è proprio sicurissimi. Mi sa che farò tardi dire credo che farò tardi, ma non ne sono così sicuro, forse mi sbaglio. Diciamo che è una via di mezzo tra “credo” e “forse”.

Poi esiste anche un’altra accezione di “mi sa”, che vuol dire “mi appare”, in questo caso il “sa” è il verbo “sapere”, inteso come sensazione, sapore, impressione. “Mi sa molto di inganno” vuol dire ad esempio “ho la sensazione si tratti di un inganno”, quindi credo si tratti di un inganno, come prima, ma più nel senso di sensazione, di presentimento, di intuizione personale.

Poi Thiago dice “non tutti si sono ancora espressi”, mi sa che non tutti si sono ancora espressi, cioè forse, credo che non tutti si sono ancora espressi.

Espressi viene dal verbo esprimersi. Esprimersi vuol dire “dire la propria opinione”, dire ciò che si pensa in merito, in proposito, dire la propria opinione sulla cena in questo caso.

Io mi esprimo sulla cena, tu ti esprimi sulla cena, egli si esprime noi ci esprimiamo, voi vi esprimere, essi si esprimono.

Esprimersi è un verbo che però è usato anche in senso un po’ diverso.

Sapersi esprimere vuol dire essere in grado di dire qualcosa con chiarezza, riuscire ad esprimersi, Essere in grado di esprimersi. Ad esempio se voi siete in grado esprimervi bene in italiano vuol dire che sapete comunicare usando la lingua italiana. In tal caso quindi non significa dire il proprio pensiero, la propria opinione, ciò che si pensa, come nel caso della cena tra amici.

Se qualcuno, come dice Thiago, non si è ancora espresso vuol dire che non ha detto ancora la sua opinione sulla cena, che ancora non ha detto quando preferisce farla questa cena, se verrà a questa cena.

In tal caso quindi espresso vuol dire parlare: chi si esprime tira fuori qualcosa, ed anche la macchina per fare il caffè, cioè l’ESPRESSO, tira fuori il caffè, possiamo dire che “esprime” il caffè, esprime l’espresso.

Quindi se qualcuno non si è ancora espresso, secondo Lilia, dalla Russia, è perché sta facendo lo gnorri.

Lilia infatti dice: “Avanti, chi è che fa ancora lo GNORRI?”

 

Espressione dello gnorri
Espressione dello gnorri

Cosa vuol dire fare lo gnorri? Fare lo gnorri  significa far finta di non sapere o di non capire, far finta di niente, si dice anche fare l’indiano.

Chi fa lo gnorri quindi fa l’indiano, cioè fa finta di non sapere, quando invece sa. La parola gnorri detiva dal verbo ignorare. Chi ignora vuol dire che non sa, invece chi fa lo gnorri fa finta di non sapere, ed invece sa. C’è anche una espressione tipica dello gnorri, che potete vedere sull’articolo pubblicato su Internet. L’espressione è con gli angoli della bocca e degli occhi rivolti verso il basso, come ad esagerare nell’esprimere che non si sa nulla di una cosa.

Chi è che fa lo gnorri? Vuol dire chi fa finta di niente? In questo caso chi fa finta di non aver sentito, ascoltato che si sta organizzando una cena? Perché non si esprime questa persona? Perché non dice nulla? Perché fa finta di nulla? Perché fa lo gnorri?

A questo punto esce fuori il colpevole, si fa per dire, ed infatti Amany dall’Egitto dice: Ragazzi, non mi menate, è colpa mia. È che sono un po’ INCASINATA ultimamente”.

Ragazzi non mi menate vuol dire non mi picchiate. Menare vuol dire picchiare, far male fisicamente, colpire fisicamente, però in senso ancora più informale. Menare ha in realtà più significati, è utilizzato in modo diverso a seconda del luogo italiano in cui vi trovate. Al centro Italia ad esempio ha più il significato di picchiare, più al Nord invece vuol dire “infastidire”, insistere in modo fastidioso. “Non me la menare” vuol dire proprio non mi infastidire, non mi tormentare, non mi dar fastidio. Si esprime in ogni caso un sentimento negativo comunque: si tratta di un fastidio in entrambi i casi, di qualcosa di negativo che si riceve, che si tratti di ricevere colpi fisicamente oppure semplicemente fastidi generici, non in senso fisico.

Poi Amany, con la sua dolce voce, dice di essere stata incasinata, ed è per questo che ancora fa la gnorri, è per questo che ancora Amany non si è espressa, che non ha detto cosa pensa della cena tra amici, che si riuniscono tutti insieme appassionatamente.

Amany è quindi incasinata, anzi è stata incasinata, ha cioè avuto dei casini. Cosa significa?

Avere avuto dei casini, o essere stata incasinato, o incasinata, al femminile vuol dire che sono accadute delle cose fastidiose, dei problemi, dei casini, che non si aspettava e che avrebbe preferito evitare. Quando si hanno dei casini vuol, dire che si hanno dei problemi da risolvere. Ovviamente casini è una parola molto familiare, molto informale, da non usare mai in occasioni diverse dall’ambito delle amicizie o della famiglia.

Amany è stata incasinata; ha avuto dei casini, dei problemi, e questi casini, questi problemi, le hanno impedito di sapere quando sarebbe stata disponibile per fare la cena tra amici.

Attenzione perché la parola casino ha diversi significati, quindi se la utilizzate male rischiate delle figuracce, delle brutte figure.

Il Casino infatti è anche una casa chiusa, dove ci si prostituisce, dove ci sono le prostitute. Quindi in questo caso è al singolare: Casino. Ma casino significa anche confusione, trambusto, chiasso, molto rumore.

Se dico ad esempio “che casino che è in questa discoteca!” vuol dire che c’è molto rumore, molte persone che fanno chiasso.

Se invece dico “questa casa è un casino!” può voler dire due cose. Dipende dal tono che si utilizza. Normalmente vuol dire che nella casa c’è molta confusione, molto disordine, che è una casa senza ordine, tutto è confuso, disordinato, tutto è fuori posto. E’ un casino.

Oppure se non enfatizzo molto e parlo più lentamente vuol dire che questa casa è una casa chiusa, che si sono delle persone che si prostituiscono. Poi dipende anche dal contesto, non solo dal tono che usate.

Attenzione quindi alla parola “casino” al singolare. Essere incasinata invece ha solamente un significato che è quello che ho spiegato prima: avere dei problemi.

A questo punto arriva Ahmed sempre dall’Egitto che risponde alla connazionale Amany: “Tranquilla Amany,  MICA MUORE NESSUNO se rimandiamo di una settimana”.

Ahmed dice di stare tranquilla ad Amany, cioè che non si deve agitare, che non deve preoccuparsi se ha avuto dei casini e che non succede nulla se si sposta la cena di una settimana

Non succede nulla si dice anche “non muore nessuno”, ma questo è un modo informale. Non muore nessuno sta ad indicare che non accade nulla di grave, come può essere grave la morte di qualcuno, ed infatti non esiste una cosa più grave della morte di qualcuno giusto? Quindi dire che non muore nessuno vuol dire che è la stessa cosa, che non cambia niente, che non succede niente se si rimanda la cena di una settimana, cioè se la cena si sposta in avanti di una settimana. Quindi Amany non si deve preoccupare di aver avuto dei casini, possiamo rimandare la cena di una settimana senza problemi.

Almeno questo è quello che pensa Ahmed, perché infatti Jasna dalla Slovenia non è della stessa opinione. Jasna infatti dice: Vabbè, basta che non va a finire ALLE CALENDE GRECHE sta cena.

“Vabbè” credo lo conosciate tutti: vabbè vuol dire va bene, ok, “vabbè, basta che” vuol dire quindi, “ok, l’importante è che”, anche questo è un modo informale di dire “la cosa importante è che”.

Ad esempio se abbiamo un appuntamento e se io dico: “aspettami 5 minuti ok?”, tu potresti rispondermi: “ok, basta che ti sbrighi”, cioè “l’importante è che ti sbrighi, cioè “l’importante è che sei veloce”, “la cosa importamte è che non mi fai aspettare ancora”, ma possiamo anche dire “ok, è sufficiente che però ora tu ti sbrighi”. “basta che” indica quindi “è sufficiente che”. Infatti quando si dice “basta!”. oppure “basta così” vuol dire appunto che è sufficiente così. Basta col ritardo quindi. La cosa importante è che… “non va a finire alle calende greche sta cena”.

Quindi “sta cena” vuol dire “questa cena”, in modo informale.

Questa cena va a finire alle calende greche. E’ la cena che va a finire alle calende greche. La cena finisce alle calende greche quando ancora manca moltissimo tempo alla cena. In generale qualsiasi cosa, se finisce alle calende greche, se va a finire alle calende greche. vuol dire in pratica che non si farà mai, o si farà chissà quando, in un futuro molto lontano.

Ma cosa son le calende greche? Pensate che sembra che la prima persona ad utilizzare e quindi ad inventare questa espressione sia stato l’imperatore Augusto, l’imperatore romano Augusto.

Le “Kalendae” esistevano infatti solo nel calendario romano (e corrispondono al 1º giorno di ogni mese, da cui viene la parola calendario) e non esistevano in quello greco, quindi esistevano solamente le “Kalendae” romane, non quelle greche, e quindi l’imperatore Augusto, quando qualcuno non pagava, quando cioè c’erano delle persone che dovevano dare dei soldi ad Augusto, cioè all’impero Romano, Augusto per indicare quei debitori, quelle persone che avevano un debito, e che non avrebbero mai pagato, almeno secondo lui, diceva che avrebbero pagato il conto alle Calende greche, cioè mai, visto che non esistono le calende greche.

Bene ragazzi, abbiamo finito anche stavolta, riascoltiamo la conversazione, stavolta capirete un po’ di più.

Questa settimana ascoltate più volte questo file audio, e il prossimo podcast sarà invece intitolato: “una cena FORMALE“, quindi attenzione perché la conversazione formale sarà completamente diversa. Fatemi sapere se volete collaborare con le vostre voci, mandatemi un messaggio, anche su Facebook.

Ciao amici.

 

Non ne ho la più pallida idea!


 

AscoltareAudio

Grazie a Shrouk e Amany dall’Egitto, Jasna dalla Slovenia, Ramona ed Elie dal Libano e Adriana dalla Colombia

Trascrizione

Adriana: Sai dov’è il mio amore? perché non trovo nessuno!!

Buonasera amici, sono Giovanni, il creatore di italianosemplicemente.com, oggi vi spiegherò una frase idiomatica che vi avevo già promesso nel corso del penultimo podcast inserito nella pagina delle frasi idiomatiche.

La frase del giorno è: “Non ne ho la più pallida idea!”

é una frase apparentemente facile, almeno per gli italiani, ma in realtà ho provato a porre la domanda a molte persone diverse di varia nazionalità, anche di livello intermedio, e nessuno sapeva spiegarmi esattamente il significato di questa espressione. Mi riferisco alle persone che frequentano la chat su whatsapp.

Dunque spieghiamo questa espressione oggi, che evidentemente cela, cioè nasconde delle difficoltà. Dunque  “Non ne ho la più pallida idea!” è la frase. In generale possiamo dire che la frase è non avere la più pallida idea di qualcosa.

Quindi si può dire:

  1. Io non ho la più pallida idea di qualcosa;
  2. tu non hai la più pallida idea di qualcosa;
  3. Egli non ha la più pallida idea di qualcosa;
  4. Noi non abbiamo la più pallida idea di qualcosa;
  5. Voi non avete la più pallida idea di qualcosa;
  6. Loro/essi non hanno la più pallida idea di qualcosa.

Dunque, come normalmente facciamo su Italiano Semplicemente spieghiamo prima le parole, poi il significato della frase poi facciamo qualche esempio, e alla fine un esercizio di ripetizione.

Dunque, non ne ho la più pallida idea.

“Non” è una negazione, come “no”, solo che la differenza tra “non” e “no” è che “no” è una esclamazione, quindi è la risposta a una domanda. “Non” invece, non può essere semplicemente una risposta ad una domanda se non seguita da altre parole. Se ad esempio io chiedo ad un’altra persona: “hai visto il mio libro?”, questa persona può rispondere: “no!”, oppure può dire: “non l’ho visto!”, oppure “No, non l’ho visto!”.

Quindi “no” può anche essere da sola come parola; è una esclamazione, quindi a seguire va il punto esclamativo (!), oppure posso dire “non l’ho vista!”, quindi dopo “non” non può esserci mai il punto esclamativo, dopo “non” ci deve essere qualcos’altro: “non l’ho vista!”, “non so di cosa parli!”, “non te lo so dire!”, oppure “non ne ho la più pallida idea!”, appunto, come in questo caso.

Quindi “non” è la prima parola. “Non ne ho” equivale a “non ho”. il “ne” si riferisce alla “pallida idea”. “La” è articolo femminile singolare.

Pallida idea: L’idea sapete benissimo che cos’è. Un’idea è qualcosa che avete in mente, un’idea è quindi un pensiero che vi viene in mente. Quindi quando si ha un’idea si ha un’intuizione, si ha un pensiero su come risolvere un problema. In questo caso invece il senso della parola “idea” non è esattamente quello che normalmente si utilizza quando si usa la parola “idea”. Vedremo poi cosa significa la parola “idea” quando avrò spiegato tutto il significato dell’espressione.

“Pallida” è un aggettivo che normalmente è utilizzato per altri motivi. Normalmente la parola “pallida” o “pallido” al maschile,  è utilizzato per un viso,  per esempio. Un viso pallido ad esempio o una faccia pallida vuol dire che non sta molto bene.  Se un viso è pallido vuol dire che una persona è malata o comunque c’è qualcosa che non va. Si può dire anche che una persona impallidisce.  Se una persona impallidisce vuol dire che per esempio ha ricevuto una notizia negativa e la persona che riceve la notizia negativa può impallidire,  quindi può diventare pallida. Il suo  viso può diventare pallido, cioè può sbiancare,  può dare un segnale visivamente negativo, come dire che è una brutta notizia.

Se una persona è pallida normalmente non sta tanto bene. Qualcos’altro che può essere pallido… potrebbe essere per esempio… una giornata…  ma adesso mi viene in mente soltanto il viso. Ovviamente ciò che può essere pallido è anche un’idea.

Quando un’idea è pallida vuol dire che non c’è un’idea,  vuol dire che non è una vera idea,  quindi pallida vuol dire più chiara   quasi trasparente,  quasi inconsistente,  quindi dovete pensare alla parola pallida come ad una caratteristica negativa.

Una pallida idea è un’idea appena accennata,  un’idea piccola,  non molto ben definita, non molto chiara,  quindi quando si dice  “non ho una palla idea”,  vuol dire che non solo non ho un’idea, ma non ho neanche un’idea pallida,  cioè “non ne so niente”.

Non ne ho la più pallida idea vuol dire che tra tutte le idee pallida…  Ammettiamo ci siano delle idee chiare,  delle idee meno chiare,  e ci siano delle idee pallide: tra tutte le idee pallide ci sarà la più pallida idea. Ebbene, quando una persona dice non ne ho la più pallida idea vuol dire appunto che non sa proprio assolutamente di cosa stai parlando,  cioè “non ne ho idea “.  Si può anche dire così : non ne ho idea. Non ne ho nessuna idea, oppure di può dire non ne ho la più pallida idea. Tra tutte le idee,  anche la più pallida,  ebbene il non c’è l’ho!

Quindi è un modo un po’ più forzato di dire “non lo so”. Significa semplicemente  “non lo so”.

Non ne ho la più pallida idea vuol dire non loso.  Quindi vedete che in questo caso le parola  “idea” non è relativa al solito modo di utilizzare la parola idea. Perché un’idea è appunto un’intuizione, un modo di risolvere un problema.  C’è chi ha molte idee, c’è chi ne ha poche. Ci sono vari modi di risolvere i problemi e solitamente quando viene un’idea, quanto ti viene un’idea, quando mi viene un’idea, vuol dire che ho trovato una soluzione ad un problema,

In questo caso non c’è nessun problema da risolvere, perché non ne ho la più pallida idea è una esclamazione, che segue ad una domanda, dice di chiede, qualcuno chiede una cosa ad un’altra persona e questa persona potrebbe rispondere “Sì lo so” oppure “no, non lo so” oppure “non ne ho la più pallida idea”.  Vuol dire “non lo so assolutamente”, “proprio non ne so  nulla”,  “non ne so niente, non devi chiedere a me,  io non ne so nulla, non ne ho idea, non ne ho “la più pallida idea”.

Ok 👍   credo che a questo punto l’idea sia abbastanza meno pallida di prima, per quanto riguarda il concerto di questa frase idiomatica. Quindi dopo questa frase ci va il punto esclamativo,  quindi è una esclamazione, perché è una frase che si Esclama.  Tutte le frasi col punto esclamativo sono esclamazioni, e sono delle risposte a qualche frase che ci viene fatta, qualche domanda che ci viene fatta. Ovviamente è una risposta un po’ forte, quindi non è molto cortese, in generale,  rispondere in questo modo: “non ne ho la più pallida idea”.

Ci sono modi molto più gentili,  molto più educati, molto meno diretti di rispondere: “non lo so”.  Potrei dire ad esempio “non saprei”,  che è un modo abbastanza gentile, “non so che dirti”, “non lo so”, ” non mi viene in mente “.

Non ne ho la più pallida idea è veramente un modo abbastanza forte,  come dire: “non mi fare altre domande, non lo so, mi fa fastidio che me lo stai chiedendo”,  potremmo anche dire così.  Poi dipende anche dal tono che si utilizza per rispondere ad una domanda. Di solito non ne ho la più pallida idea è un modo abbastanza brusco, quindi si vuole interrompere la conversazione prima che vengano fatte altre domande. Ovviamente si può rispondere “non ne ho la più pallida idea” anche con un tono più positivo, più allegro, in ogni caso si esprime qualcosa con questa frase, si dice “non ne so assolutamente nulla!”, “non ho mai sentito parlare di questa cosa”, quindi il tono è molto importante  che viene utilizzato per rispondere ad una domanda alla quale non si sa come rispondere, perché non si sa la risposta.  Quando non si conosce la risposta ad una domanda di può dire anche “non ne ho la più pallida idea”. Non vi consiglio di utilizzarla ad un esame universitario, perché se lo faceste, vorrebbe dire che sarete bocciati sicuramente.  È utile che voi possiate comprendere un italiano che può pronunciare… può capitarvi di ascoltare un italiano che pronunci questa espressione, in ogni caso ci sono moltissimi altri modi per dire che non si sa rispondere ad una domanda che non si conosce la risposta.

Non la possiamo definire una risposta o formale o informale.  Qui siamo in un ambito diciamo  di gentilezza  di educazione.  Certo, è più informale,  se proprio dobbiamo decidere, ciò non esclude che voi possiate utilizzare questa espressione anche in un ambiente più formale.

Quindi adesso se volete possiamo fare un piccolo esercizio di pronuncia e di ripetizione, che fa sempre bene, anche per coloro che,  e sopratutto per coloro che sono poco abituati a parlare l’italiano, e di conseguenza hanno bisogno di esercitarsi.

Non vi vergognate perché per prendere confidenza con una lingua bisogna ascoltarsi, bisogna esercitarsi ad ascoltare la propria voce, preferibilmente ad alta voce, dico preferibilmente perché se seguite le regole del metodo tprs, e se seguite i consigli che sono stati chiamati “sette regole d’oro di Italiano Semplicemente”, dovreste quindi esercitarvi sin dall’inizio a parlare,  ciò potrebbe non essere possibile perché ad esempio vi trovate sull’autobus,  state andando al lavoro ad esempio è non potete parlare ad alta voce perché vi potrebbero prendere per matti,  in ogni caso potreste ripetere nella vostra testa,  dentro di voi  ciascuno nella propria testa, è sempre un esercizio utile.  Soprattutto dopo aver fatto questo esercizio di pronuncia vi consiglio di ripetere l’ascolto più volte,  perché soltanto con la ripetizione le regole grammaticali verranno automaticamente memorizzate  pur non conoscendo l’esistenza di queste regole.

Numerosi esperimenti hanno dimostrato che questo meccanismo di memorizzazione avviene molto più velocemente con la ripetizione che studiando semplicemente le regole,  e sopratutto perché utilizzate la lingua che volete imparare. Se non avete la più pallida idea di cosa sia il metodo TPRS e se non avete la più pallida idea di cosa siano le sette regole d’oro,  vi consiglio di andare sul sito italianosemplicemente.com e  fare una piccola ricerca nel motore di ricerca interno, oppure sul menu che trovate in alto sul sito.

Cliccate sulle sette regole d’oro oppure sul metodo TPRS, che è il metodo che utilizziamo all’interno del sito italianosemplicemente.com.

Dunque,  adesso partiamo con un piccolo esercizio di ripetizione, ci aiuteranno per questo i nostri amici della chat di whattapp.

Tutte queste domande che verranno fatte in questo piccolo esercizio avranno come risposta semplicemente la risposta non ne ho la più pallida idea.

Se per qualcuno di voi può essere complicato pronunciare courts-métrages questa frase,  dipende dalla vostra nazionalità ovviamente, ripetere questo trovate più volte e ripetete sia la domanda che la risposta.  In questo caso ci consiglio di ripetere più volte e più spesso le domande o le risposte sulle quali avete più difficoltà a memorizzare la pronuncia.

Quindi non vi concentrate sulle regole grammaticali,  non vi concentrate sulle regole in generale, impieghereste più tempo a risolvere il problema dell’acquisizione di una regola l’evento semplicemente la regola, piuttosto che ascoltando ripetutamente delle frasi in cui sono presenti le espressioni che spieghiamo in questo file audio 👂.

Quindi ringrazio tutti gli amici della chat di whattapp che mi hanno aiutato a fare questo podcast,  a mettere insieme le domande che hanno tutte,  ripeto, come risposta “non ne ho la più pallida idea”.

Disco il via alle domande: Tre,  due  uno zero…

Amany: Gianni, dai quando il papa ha incoronato Carlo Magno imperatore del sacro romano impero?

Gianni: non ne ho la più pallida idea!

Jasna: quando l’euro è entrato in circolazione? Non ne ho la più pallida idea!

Elie: Ramona,  sai cosa cucina nostra madre oggi?

Ramona: Non ne ho la più pallida idea!

Shrouk: Amany,  sai chi sono i miei fratelli?

Amany: Non ne ho la più pallida idea!

Jasna: ah,  ancora una domanda,  quanto costa il biglietto 🎫 per Roma? Non ne ho la più pallida idea!

Bene,  è tutto amici, mi auguro che il podcast vi sia piaciuto.  Gli amici di whattapp hanno la capacità di rendere il podcast sempre molto più piacevole, sentire più voci è sempre una cosa positiva, e sopratutto potete ascoltare i differenti modi di parlare,  di diverse nazionalità, perché solitamente all’interno dei podcast che trovate su italianosemplicemente.com coloro che mi aiutano nel fare i podcast hanno differenti accenti, hanno differenti nazionalità   di conseguenza ognuno di voi si può confrontare con i differenti modi di pronunciare una singola espressione, una singola domanda o delle differenti risposte.  Di conseguenza mi auguro che continuiate a seguirci.  La comunità di Italiano Semplicemente cresce di giorno in giorno, la comunità facebook sta crescendo, è dalla metà di luglio 2015 che italianosemplicemente.com è online quindi veramente pochissimo tempo,  neanche 6 mesi. È cresciuta la comunità che ci segue su facebook   sta crescendo quella che ci segue di Twitter, speriamo che cresce anche la redazione di Italianosemplicemente.com che comunque già conta 4 persone.  Oltre a me,  e veramente anche oltre ai miei due figli che mi aiutano spesso a realizzare i podcast per i principianti,  ci sono altre tre persone che si sono aggiunte recentemente, e che hanno deciso di aiutarmi per quanto riguarda… per curare i contatti con tutti coloro che non sanno parlare ancora l’italiano e che hanno bisogno di informazioni e quindi anziché rivolgersi direttamente a me,  possono rivolgersi a loro.

Sto parlando di Adriana dalla Colombia, di Shrouk da El Cairo, e anche di Ramona dal Libano.

Ringrazio ovviamente queste tre ragazze che con entusiasmo hanno deciso di far parte della redazione,  dello staff di Italianosemplicemente.com. Speriamo di aumentare ancora di più nel futuro 🔮.

Ad esempio mi piacerebbe avere anche un membro giapponese o cinese anche,  perché no  ed anche qualcuno dalla Germania ad esempio,  per aiutare i nostri amici che numerosi ci sono dalla Germania.

Credo sia tutto per oggi. Ascoltate il podcast più volte, se avete problemi contattate me o gli altri tre membri della redazione di Italianosemplicemente.com.

Arrivederci amici.

 

Prego, si accomodi!

Una cristiana ed una musulmana sono alla cassa di un supermercato dopo aver fatto la spesa:

Audio:

Interpreti: Ramona dal Libano (Cristiana), Adriana dalla Colombia (Cassiera e audio supermarket), Shrouk dall’Egitto (Musulmana), Elettra (suono voce supermarket), Amany dall’Egitto (amica della musulmana)

Video

Trascrizione

prego

Cristiana: Prego, dopo di lei, signora!

Musulmana: grazie mille signora!
Cristiana: Prego, di nulla, si figuri!
Musulmana: le dispiace se mentre aspetto prego?
Cristiana: prego, faccia pure, ma stia attenta, la cassa si sta liberando!
Cassiera: Prego, avanti il prossimo!
Amica della Musulmana: la prego di scusarla, era distratta da un’āya di una sura del Corano.
Cassiera: prego?

Buonasera a tutti, dunque, oggi spieghiamo il significato della parola “prego”.
Prego è una parola diffusissima, una parola famosissima in tutto il mondo, una parola che ha più significati. Ho fatto una piccola ricerca su internet.
Ci sono vari luoghi, vari siti internet che cercano di spiegare, per iscritto, i vari significati della parola “prego”.
Devo dire che, come sapete io utilizzo il metodo TPRS, di conseguenza mi piace utilizzare delle storie. Fa parte del metodo, fa parte delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, perché bisogna suscitare delle emozioni, affinché si possano ricordare le parole italiane, i concetti, le frasi e i significati.
Dunque abbiamo costruito questa piccola storia, dico abbiamo perché in realtà l’hanno costruita interamente gli utenti di whatsapp di Italiano Semplicemente; le persone che frequentano maggiormente la chat di Italiano Semplicemente e che si sono divertiti a fare questa piccola storia.
Io l’ho scritta, loro l’hanno interpretata. La storia quindi tratta di una cristiana e di una musulmana, che vanno a fare la spesa. Dunque discutono tra loro, anzi, parlano tra loro, e ne esce fuori una bella storiella in cui la parola prego viene utilizzata moltissimo, e in ognuno dei vari utilizzi che se ne fanno all’interno della storia, il significato è leggermente diverso.
Allora, avete ascoltato la storia; anche la voce dell’audio del supermercato è una voce interpretata dalla nostra amica Adriana, quindi non è una vera voce di supermercato ma abbiamo preso la voce di Adriana, che ce l’ha prestata per l’occasione, gli abbiamo fatto qualche piccolo ritocco con un software, abbiamo ritoccato un po’ l’audio ed è venuta fuori una bella storiella. Allora, “prego”. In questo file audio voglio spiegarvi i vari significati della parola prego. In generale la parola prego, l’uso più diffuso che se ne fa in Italia è come risposta della parola “grazie”.
Quindi se una persona ti fa un favore, tu puoi dire “grazie!” e lui può rispondere “prego!”, quindi può rispondere “prego, non c’è di che!”, “si figuri”, “non fa niente”, “non c’è problema” eccetera.
Sono tutti modi di rispondere in italiano alla parola “grazie!”.
In senso ancora più generale, per poter utilizzare la parola “prego” occorre essere in due, quindi non puoi parlare con te stesso, ma occorre un’altra persona. In generale, la parola “prego!” significa “tocca a te”, “tocca a lei”, “la prossima mossa non è la mia ma è la tua”, della persona con cui si sta parlando, quindi è la tua, o è la sua, dipende se stai dando del tu o del lei a questa persona. Quindi si chiede se si vuole fare o si vuole dire qualcosa.
“Prego” non solo è la risposta di “grazie”, ma “prego” lascia la parola all’altra persona, come dire “tocca a lei”, oppure lascia che l’altra persona faccia qualcosa, ad esempio se sono davanti ad un ascensore e stiamo entrando più persone all’interno dell’ascensore, posso dire, se c’è una ragazza o una persona accanto a me, quando si aprono le porte posso dire: “prego”. Posso dire semplicemente “prego”, che vuol dire Tocca a lei, prego, entri pure, “entra pure tu, poi io entrerò dopo di lei, entrerò dopo di te”.
Questo è uno dei modi di utilizzare la parola “prego”.
Ovviamente questo vale anche per la cassa del supermercato, quindi “prego, si accomodi”, “prego tocca a lei”, “prego, vada avanti”, vuol dire che si sta sollecitando all’azione, cioè “sei tu che devi fare qualcosa, prego”.
A volte è accompagnato anche con un gesto con la mano, volendo, è una abitudine abbastanza diffusa per dire “prego, si accomodi”, “prego, tocca a lei”, e questo quindi significa che si cede il passo ad un’altra persona, invece nel caso della risposta al “grazie”, è semplicemente un “non c’è problema”, “si figuri”.
In realtà la parola “prego” deriva dal verbo pregare, pregare, come è stato utilizzato anche all’interno del file audio, dalla ragazza musulmana interpretata da Shrouk, pregare significa dire a parole, o dire con la mente, pensare, al nostro Dio, o recitare delle parole per il nostro Dio.
Questo quindi è la parola “pregare”, e quindi “prego” significa “io prego”, accorciato: “prego”, quindi anche nel caso in cui si dice: “accomodati, tocca a te”, è come dire “ti prego, vai avanti tu”, “ti prego”, cioè “ti sto pregando,prego”. Prego è la forma abbreviata della frase “ti prego, vai avanti”, “ti prego, accomodati”, “prego, vada avanti lei”, “prego, faccia lei”, “prego, si figuri”.
Quindi vuol dire sempre “la prego”, “ti prego”, cioè è un modo gentile, educato, di dire, di cedere il passo, o di lasciare l’iniziativa all’altra persona con cui si sta parlando.
Ovviamente anche nel caso in cui si risponda al “grazie”, il “prego” deriva sempre dal verbo pregare, quindi “prego”, vuol dire “prego, non c’è problema”, “ti prego, non ti scusare”, “ti prego, non mi devi ringraziare”, è sempre il verbo pregare, all’origine dell’espressione “prego” c’è una parola che riassume una frase più lunga che quindi può essere utilizzata in più circostanze, può essere utilizzata in più contesti diversi quindi.
Nell’ultima espressione del file audio sentiamo la cassiera che dice: “prego?”. In questo caso la cassiera sta dicendo “scusa puoi ripetere?”, cioè “la prego puoi ripetere?”, “ti prego puoi ripetere?”, quindi in questo caso è sotto forma di domanda. La domanda è “prego?”.
C’è anche un altro modo di utilizzare questa espressione, un modo che non è stato utilizzato all’interno del file audio, e questo modo è un modo non educato, e per quello che non l’ho inserito, ma volendo avrei potuto farlo. Avrebbe potuto essere l’ultima battuta del file audio, della piccola storia. Se un’altra persona avesse sentito la ragazza musulmana che parlava di Corano, avrebbe potuto infastidirsi, ad esempio, perché magari era di un’altra religione, e avrebbe potuto dire: “ma ti prego!”, “ti prego”, cioè vuol dire “non sono d’accordo con te”, “ti prego, smettila!” vuol dire in questo caso, “ti prego, non andare avanti”, “ti prego, non mi dire queste cose”, quindi si sta sempre pregando una persona, quindi la forma è sempre quella dell’educazione, ma il tono è tutt’altro.
Il tono è quello di dire” ti prego smettila!”, quindi questo è ancora un altro significato della parola “prego”, anzi, un altro utilizzo della parola “prego”. Come avrete capito, il “prego”, la parola “prego” va utilizzata con un certo tono; a seconda del tono che si utilizza, a seconda della voce che si utilizza, il significato è diverso, quindi fate attenzione quando pronunciate questa parola, quando parlate con degli italiani, perché è importante anche il tono.
auto → it
Musulmana

Mi raccomando!

Audio

download-mp3-audioTrascrizione

Ciao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com e grazie di essere qui.

Oggi è il 19 dicembre 2015, è quasi natale, che è il 25 dicembre, come sempre, come ogni anno; dico questo perché non è detto che tutti coloro che ascoltano questo file audio e che leggono questo articolo sul sito siano dei cristiani o di religione cattolica e quindi che  sappiano esattamente cosa sia il Natale. Comunque, feste a parte, oggi sono qui a spiegare il significato di una frase idiomatica italiana, di una espressione tipica della lingua italiana, della lingua di Dante Alighieri. Come vi avevo promesso nel corso dell’ultimo podcast, questa volta vi spiego il significato della frase “mi raccomando”, come mi ha chiesto una ragazza di nome Adriana, sulla pagina Facebook di italiano semplicemente, ragazza che saluto e ringrazio della domanda.

raccomando_immLa pagina Facebook di italiano semplicemente sta crescendo di giorno in giorno, e i visitatori, tutti coloro che io chiamo membri della famiglia di italiano semplicemente stanno apprezzando molto gli articoli che pubblico sul sito, ad esempio le frasi idiomatiche. La famiglia di italiano semplicemente sta quindi crescendo molto, a giudicare dai “mi piace” che crescono sempre di più. Grazie a tutti per questo.

Oggi quindi, cara Adriana, vorrei fare luce su questa frase che mi hai chiesto: “mi raccomando”. Ok. “Fare luce” vuol dire spiegare, fare chiarezza, Fare luce. Anche questa, se vogliamo, può rientrare nella categoria delle frasi idiomatiche.

Facciamo quindi luce su questa frase, sulla frase “mi raccomando!”, che si scrive col punto esclamativo finale, poiché trattasi di una esclamazione. Si tratta di una esclamazione (trattasi vuol dire si tratta) che è composta di due parole. “Mi” e “raccomando”. Spiegherò prima la parola “raccomando” e poi la parola “mi”, dopodiché vi dirò cosa significa l’espressione intera, e poi farò degli esempi esplicativi, degli esempi calzanti, degli esempi che vi facciano capire esattamente quando e come utilizzare la frase, perché si usa, e quando potreste ascoltarla in Italia; in quale circostanze e ambienti potreste ascoltarla.

La parola “Raccomando” deriva, cioè viene, proviene, ha origine, da un verbo. Il verbo da cui viene, da cui deriva, da cui ha origine è il verbo raccomandare.

Il verbo è utilizzatissimo in Italia, per una serie di motivi, cioè per più motivi. Uno di questi motivi è che ha molti significati diversi. E quali sono questi significati?

Uno di questi significati, quello più usato e diffuso, è il seguente: raccomandare vuol dire “Affidare ad altri”, “affidare ad altre persone” una cosa che ci sta molto a cuore, raccomandare vuol dire: porre attenzione, stare attenti, fare attenzione, avere cura, avere una particolare cura, stare particolarmente attenti a qualcosa di importante.

Questo è il significato più diffuso del termine, del verbo raccomandare. Si dice a qualcun altro, si comunica a qualcun altro che c’è una cosa molto importante a cui prestare attenzione, e questa cosa viene affidata a questa persona. Ok? Il verbo raccomandare, in questo caso, viene associato sempre ad una altra parola. La parola “mi”. Quindi si dice “mi raccomando!”. Quindi sono io che mi raccomando, mi raccomando vuol dire che chi parola, cioè io, è la persona che si raccomanda, sono proprio io la persona che si affida a te su una cosa molto importante. Mi raccomando è quindi l’unione di queste due parole, e unite insieme vuol dire proprio questo.

Detto in altro modo potremmo dire “vorrei che tu facessi attenzione a”, “vorrei che non dimenticassi che”. “Mi piacerebbe se ponessi attenzione su” questo aspetto, su una cosa importante che non va dimenticata.

“Mi raccomando!” quindi si usa tutte le volte in cui la persona che parla “si vuole raccomandare”, cioè vuole porre l’attenzione su una cosa importante che va ricordata.

Ad esempio una mamma italiana dice almeno 10 volte al giorno la frase “mi raccomando” al proprio figlio o figlia: mi raccomando fai tutti i compiti! Mi raccomando quando esci chiudi la porta! Mi raccomando di a tuo padre di venirti a prendere all’uscita di scuola! Oppure semplicemente “mi raccomando i compiti!” eccetera.

Solitamente si usa mi raccomando, e non, o almeno non molto, “ci raccomandiamo”, anche se può capitare anche questo.

Questo è il significato dell’espressione “mi raccomando”. Quando queste due parole sono attaccate, sono unite, sono una dietro l’altra, questo è l’unico significato.

Ma il verbo “raccomandare” ha anche una seconda accezione, anche un secondo significato. Infatti raccomandare, molto usato in Italia anche in questo caso, significa appoggiare qualcuno, cercare di aiutare qualcuno (appoggiare vuol dire essere con lui, aiutarlo, spingerlo, approvarlo) e quindi si raccomanda una persona; viene raccomandata una persona, la cosa che viene raccomandata è una persona. Raccomandare una persona vuol dire aiutarla, aiutarla nel senso di parlare bene di lei, per farle avere un beneficio, per fare in modo che questa persona sia scelta per un lavoro ad esempio.

Se io raccomando te, vuol dire che ti sto segnalando all’attenzione di chi ti può favorire, anche in modo scorretto. Ti sto segnalando, ti sto aiutando per ottenere un beneficio che ti farebbe vincere una competizione, un concorso, una selezione pubblica. Insomma ogni volta che ci sono più persone che concorrono per aver un beneficio, come potrebbe essere ottenere un lavoro (concorrono vuol dire correre con, correre insieme, chi concorre sta correndo insieme a qualcun altro, sta cercando di ottenere un beneficio sperando di essere scelto tra un insieme di persone che sta cercando di fare la stessa cosa). Quindi ogni volta che si concorre per un lavoro ad esempio, e qualcuno viene raccomandato, come si dice, allora vuol dire che questa persona è aiutata, è stata aiutata da qualcuno per vincere la competizione, per essere scelto al posto di altri, al posto degli altri concorrenti, di coloro che cioè concorrono (i concorrenti).

In questo caso quindi, in questo secondo caso, senza “mi”, il verbo raccomando viene usato per specificare cosa viene raccomandato, e non chi si raccomanda, come nel primo caso. Nel primo caso invece, nel caso di “mi raccomando”, si specifica che sono io che mi raccomando, sono io che svolgo l’azione. Io mi raccomando. Sono io che mi sto raccomandando, e mi sto raccomandando con te, sto parlando con te.

Mi raccomando, fai i compiti! Vuol dire “fai i compiti, è importante”.

Invece nella frase “ti raccomando mio fratello”, non c’è “mi”, ma c’è “ti”, ti raccomando, cioè raccomando a te, e cosa raccomando a te? Cosa ti raccomando? Ti raccomando mio fratello. Vuol dire che la cosa che ti raccomando è mio fratello. È lui la cosa a cui prestare attenzione, e lo sto dicendo a te, è a te che lo raccomando. In genere questa frase si usa in ambito lavorativo, molto spesso, forse troppo.

Dico troppo perché in Italia è molto diffusa la cosiddetta “raccomandazione”. Si usa spesso raccomandare qualcuno per ottenere un lavoro, per fare in modo che il lavoro venga dato ad un mio amico, o mio parente.

Questo quindi vuol dire che in Italia la raccomandazione non è una cosa molto bella, perché dove c’è raccomandazione c’è corruzione, e purtroppo l’Italia è uno dei paesi al mondo in cui la corruzione è più diffusa.

Purtroppo quindi la “raccomandazione” ha un senso negativo in Italia, e quando sentite qualcuno parlare di raccomandazione si parla sempre di questo: aiutare qualcuno ad avere un lavoro, ad ottenere un lavoro, anche se potrebbe averlo qualcun altro, che magari è più bravo, che quel lavoro saprebbe farlo meglio, qualcuno che meriterebbe di aver il lavoro e che invece non lo avrà perché “il raccomandato” sarà la persona che otterrà il lavoro. Coloro che seguono gli sviluppi del corso “Italiano professionale”, avranno visto che all’interno del corso in questione parlerò anche di corruzione e di criminalità organizzata, cioè di mafia.

Ebbene la mafia e la corruzione nascono anche dalle raccomandazioni. Ne parlerò approfonditamente, come ho detto prima, all’interno del corso italiano professionale, che sarà in vendita dal 2018, ma chi vuole può già prenotare il corso. Approfonditamente vuol dire “in profondità”, profondamente, cioè nel dettaglio.

Poi c’è anche una espressione particolare: “tipo raccomandabile”, anche questa molto usata in Italia. Tipo raccomandabile; cioè se un tipo è raccomandabile, se una persona è raccomandabile (tipo vuol dire persona in questo caso) vuol dire che si può raccomandare; questa persona può essere raccomandata. Questo è il senso primario. In senso generale, in Italia si usa questa espressione per qualificare una persona, per dire in poche parole che di questa persona ci si può fidare, che è una brava persona; è un tipo raccomandabile.

Si può usare sia in senso negativo che positivo; si può dire sia che una persona è un tipo raccomandabile sia che una persona è un tipo poco raccomandabile. Nel caso negativo quindi si usa dire “tipo poco raccomandabile”, e si usa meno “tipo non raccomandabile”. Se una persona è un tipo non raccomandabile, o poco raccomandabile, vuol dire che, in senso generale, nel suo passato ha avuto dei comportamenti negativi, dei comportamenti tali che mi fanno pensare che sia meglio non avere a che fare con lui, o con lei, in senso generale, non in senso lavorativo.

Posso dire a mia figlia, ad esempio, che il ragazzo che frequenta è un tipo poco raccomandabile, che ho saputo che è un tipo poco raccomandabile, che qualcuno mi ha comunicato, mi ha detto, che non mi raccomanda questa persona, perché in passato ha fatto qualcosa che lo ha reso poco raccomandabile. La parola “tipo” serve per qualificare questa persona, per qualificarla come qualcuno facente parte di un gruppo, quindi si tratta di una tipologia di persona, di un tipo di persona, appunto. Quindi dicendo “tipo poco raccomandabile”, si vuole dire “persona facente parte di un gruppo di persone” che sono poco raccomandabili. Una persona qualsiasi di questo gruppo, ecco perché si usa la parola tipo, che tra l’altro si usa in molti altri contesti; posso dire “un tipo strano” per dire una persona strana, oppure “quello è un tipo particolare”, per dire che una persona, che una certa persona, ha delle caratteristiche particolari che la contraddistinguono. Contraddistinguere vuol dire distinguere. Se una persona si contraddistingue, di distingue, cioè si differenzia, ha delle differenze e le mostra agli altri, si distingue, cioè non è uguale alle altre, non è uguale rispetto alle altre persone, quindi nei confronti delle altre persone; contraddistingue, cioè contrariamente alle altre persone, ha delle caratteristiche particolari…. Al contrario delle altre persone, ecco perché ci sono le lettere “contr” davanti a distinguere, perché vuol dire “al contrario di altri”. Spero sempre che non vi annoiate con le mie spiegazioni 🙂

Poi c’è anche la parola “raccomandata”. La raccomandata non è una persona, perché c’è l’articolo “la” davanti: la raccomandata. In questo caso la raccomandata è una lettera, una lettera che viene raccomandata, cioè viene spedita ad un destinatario, che è colui che riceve la lettera, colui al quale è destinata la lettera. Ma è una lettera non come le altre, bensì è una lettera importante, molto importante. E’ Una lettera che quindi viene raccomandata. Vedete che i fondo è come per le persone che vengono raccomandate. Se c’è una persona importante per noi, che è brava a fare qualcosa, allora io questa persona la raccomando a qualcuno, la contraddistinguo dalle altre, dico che per me è importante, e quindi la raccomando. Lo stesso, se ci pensiamo bene, avviene con le lettere da spedire. Ci sono le lettere normali e quelle raccomandate. Se quindi andate alle poste italiane, in un ufficio postale italiano e volete spedire una lettera importante, che volete essere sicuri che arrivi a destinazione, allora chiedete di spedire una raccomandata. In questo modo sarete sicuri, almeno al 99,9% dei casi, che questa lettera arriverà a destinazione. Potete anche scegliere di spedire una “raccomandata con ricevuta di ritorno”. In tal caso, se la vostra lettera arriverà, sarete avvisati da una seconda lettera, da una lettera in cui sarà scritto: la vostra raccomandata è stata consegnata il giorno x alle ore y. Questa lettera, questo avviso che ricevete si chiama “ricevuta di ritorno”, e arriva a voi, viene recapitata a voi che avete spedito la raccomandata con ricevuta di ritorno. Avete quindi ricevuto la ricevuta di ritorno. La vostra ricevuta attesta, dichiara, conferma, che la vostra raccomandata è arrivata, e voi sarete più felici 🙂 Ovviamente spedire una raccomandata ha un prezzo, che è maggiore del prezzo di una lettera normale non raccomandata. Circa 5 euro, se non ricordo male.

Ma in fondo anche raccomandare una persona ha un prezzo. Ha un prezzo perché, in ambito di corruzione e di raccomandazioni di lavoro, se un politico, ad esempio, raccomanda una persona, se il politico trova un lavoro ad una persona, questa persona dovrà essere riconoscente col politico che l’ha raccomandata. E questa riconoscenza è il prezzo da pagare per la raccomandazione ricevuta. La parola riconoscenza vuol dire, deriva dal verbo riconoscere, che vuol dire accettare, vuol dire: “ok, mi hai fatto un favore”, “riconosco che mi hai fatto un favore”, riconosco che mi hai raccomandato, quindi ti devo qualcosa in cambio, quindi anche io prima o poi dovrò essere riconoscente, dovrò farti anche io un favore. Questo è il prezzo della raccomandazione, che non è uguale al prezzo della raccomandata, ma molto più alto di 5 euro.

E questo modo di pensare, questo modo di agire, questo modus operandi,  è tipico e abbastanza radicato in Italia; abbastanza diffuso (radicato vuol dire che ha messo le radici, è radicato).

Ma anche se, occorre dire, non tutti lo utilizzano. C’è anche una Italia onesta, c’è anche una Italia che ha dei valori e che crede nell’onestà. Basta saperla riconoscere. Ovviamente non è facile, non è facile capire se una persona è onesta oppure se è una persona “poco raccomandabile”, ma ci sono una serie di trucchi per scoprirlo, ed uno dei questi è il linguaggio, le parole che si usano, i termini più ricorrenti nel modo di parlare di una persona, le pause, così come il modo di guardare eccetera. Sarò più preciso su questo aspetto all’interno del corso di Italiano Professionale, che ha un focus particolare sul mondo del lavoro. Per chi vuole può già da ora prenotare il corso, con un forte sconto per la fiducia accordatami. Mi raccomando!

Ecco, ho appena usato l’espressione “mi raccomando!”. Questa espressione può quindi anche essere utilizzata da sola, senza aggiungere altro. Mi raccomando! Quando è noto a cosa ci si riferisce, quando è chiaro, quando non c’è alcuna necessità di specificarlo, è sufficiente dire “mi raccomando!”. Che vuol dire “ci tengo”, “è importante”, “non lo dimenticare”. Questo vuol dire. Mi raccomando quindi, ascoltate questo file audio più volte, perché la ripetizione aiuta a ricordare: repetita iuvant.

Credo che occorra porre attenzione anche al tono che si usa quando si pronunciano queste espressioni. Mi raccomando va pronunciato scandendo le due parole e le lettere: m-i  r-a-c-c-o-m-a-n-d-o è più efficace di un veloce: mi raccomando ok? Scandire vuol dire far ascoltare distintamente tutte le lettere, quasi come uno spelling.

C’è da dire poi che non c’è bisogno di dire “io mi raccomando!”. Il soggetto, “io”, non va scritto necessariamente, non va detto, non è obbligatorio, e può essere evitato, perché “mi raccomando!” vuol dire proprio “io mi raccomando”, perché come sapete la lingua italiana non ha bisogno spesso di specificare il pronome personale soggetto, il pronome personale “io”, e questo perché non è come l’inglese, e il verbo parla da solo. “Mi raccomando” può essere solamente “io mi raccomando, per il tu c’è “ti raccomandi”, per noi c’è “ci raccomandiamo” eccetera. Quindi scrivere “io” o non scriverlo è al stessa cosa, e quindi meglio non scriverlo, meglio non dirlo. Non può essere confuso con altri soggetti, sono solo io che mi raccomando, non altri. Ed infatti non si fa, non si usa mettere “io” davanti, perché non ce n’è alcun bisogno.

Solamente per la terza persona singolare “lui” o “lei” c’è bisogno di scrivere il soggetto, perché esiste anche la forma impersonale: “si raccomanda”, come ad esempio “si raccomanda di fare molta attenzione”. “Si raccomanda” è generico quindi, è generale, vuol dire genericamente “viene raccomandato”, invece “lui si raccomanda”, oppure “mia madre si raccomanda”, “il mio capo ufficio si raccomanda”, specifica proprio che è una certa persona che si raccomanda, non in generale. Ok spero che anche questo sia chiaro :.)

Quindi ora passiamo alla fase della ripetizione. Se volete potete quindi ripetere dopo di me alcune frasi, così vediamo se riuscite ad imparare anche il modo in cui pronunciare questa espressione. Il tono da usare. Non vi vergognate, ripetete nella vostra testa se qualcuno vi sta ascoltando, o se siete in autobus. La fase della ripetizione è sempre l’ultima parte dei podcast di Italiano Semplicemente, perché ora che avete ben compreso l’espressione e quando si usa potete passare all’azione. Ripetete quindi dopo di me, vi lascerò il tempo per farlo e se necessario fate delle pause col vostro telefono o lettore mp3. Tre, due uno, via:

  • Mi raccomando, oggi non uscire che fa freddo!
  • Quel tipo è poco raccomandabile;
  • Vorrei raccomandarti una persona per quel lavoro.
  • Mi raccomando, fai tutti i compiti ok?
  • Si raccomanda di fare attenzione ai gradini!

Ok, ora proviamo a cambiare qualcosa, proviamo a cambiare i tempi:

  • Mi sono raccomandato tanto, ma è stato inutile;
  • Farsi raccomandare non è una bella cosa;
  • Cosa ne dici se mi facessi raccomandare?
  • Hai più spedito quella raccomandata poi?

Ok, credo sia tutto per oggi, spero cara Adriana, che mi hai scritto dalla Bulgaria, di aver risposto alla tua domanda e ciao a tutti amici; ciao anche a tutti gli amici della Bulgaria. Ah, amici quasi dimenticavo: se vi è piaciuta questa spiegazione cliccate su “mi piace” su Facebook, mi raccomando! Chiudiamo con una frase di Ramona da Beirut, che ha voluto partecipare al file audio con un consiglio per tutti voi. Grazie Ramona e complimenti per la tua ottima pronuncia italiana.

Ramona: mi raccomando, non preoccuparti di quello che pensa la gente, vivi la tua vita come tu la vuoi, perché nessuno ha vissuto la tua storia oppure le tue emozioni, quindi nessuno potrà giudicare le tue scelte

FINE

————————————-

Hai una frase idiomatica da richiedere?

Occhio per occhio, dente per dente

Il codice di Hammurabi
Il codice di Hammurabi

Audio

Trascrizione

Ciao a tutti. “Occhio per occhio, dente per dente” è la frase di oggi, me l’ha chiesta una persona sulla pagina Facebook di Italiano Semplicemente, mi scuso che non mi ricordo più il nome di questa persona. In ogni caso grazie, perché di tanto in tanto, se vi fa piacere, potete chiedermi tranquillamente il significato di una frase idiomatica italiana, ho creato una pagina apposita per questo. E’ sufficiente che andiate su italianosemplicemente.com e che clicchiate in alto sulla pagina “Contatti” oppure potete andare sulla pagina “Frasi idiomatiche” e poi cliccare sulla scritta “proponi la tua frase“. In questo modo potete chiedermi il significato di una frase, una frase italiana che non avete compreso, e magari si tratta proprio di una espressione idiomatica italiana, cioè tipica del linguaggio italiano; sarò felice di potervi aiutare a comprenderla. Ho alcune frasi idiomatiche che mi sono appuntato, cioè che mi sono segnato, che ho cioè scritto su un file excel, e che ho in programma di spiegare.

Credo che le prossime due frasi saranno infatti l’esclamazione: “mi raccomando!“, che mi ha chiesto una persona di nome Adriana, che saluto con l’occasione e l’espressione “non ne ho la più pallida idea!“, anche questa è una esclamazione, la riconoscete dal punto esclamativo finale.

Questa di oggi è una espressione molto antica, ed infatti esiste in moltissime lingue differenti, esiste in francese ed in arabo ad esempio, e ringrazio Ramona e Shrouk rispettivamente dal Libano e dall’Egitto, per avermi aiutato nella realizzazione di questo file audio. L’espressione di oggi “occhio per occhio, dente per dente” è anche detta “legge del taglione“, che è, tra l’altro, scritta anche nella bibbia, cioè nei libri sacri, o Sacre Scritture, dell’ebraismo e del cristianesimo.

Ho trovato però che sul libro di storia di mia figlia, che ha 9 anni, questa espressione è presente anche nel codice di Hammurabi, il codice delle leggi babilonesi, delle leggi del popolo dei babilonesi, dove in più parti si fa uso proprio della legge del taglione, e se ne fa uso in diverse forme, in più di una forma.

Ma cosa significa questa espressione e quando si usa. Iniziamo intanto a spiegare le parole presenti nella frase della legge del taglione. Le parole presenti nella frase “occhio per occhio, dente per dente” sono fondamentalmente due, e sono Occhio e dente.

L’occhio è la parte del vostro corpo che serve per vedere, e i più fortunati ne hanno due, l’occhio sinistro e l’occhio destro. Gli occhi si trovano entrambi sul viso e rappresentano una parte importante del nostro corpo, una parte che ci può far apparire belli o brutti, intelligenti o stupidi, svegli o addormentati, saggi o stolti. L’occhio è probabilmente la parte più importante del nostro corpo, quella che usiamo di più, quella che ci serve di più. Dei cinque sensi: vista, udito, tatto, odorato e gusto, probabilmente la vista è il senso più importante.

Il dente invece si trova nella nostra bocca, e fa parte del nostro scheletro. Nella nostra bocca infatti di denti ce ne sono molti, ed anche in questo caso bisogna fare appello alla fortuna, poiché per averne molti, di denti, occorre essere fortunati, soprattutto se non si è più giovanissimi.

“Occhio per occhio, dente per dente”, la frase di oggi, contiene però non solo le due parole occhio e dente, ma anche la parola “per”. Si tratta di una “preposizione semplice”, la preposizione semplice “per”. Non siamo qui a fare una lezione di grammatica perché come sapete non è questo che si fa su italianosemplicemente.com, ma è importante in questa frase anche il ruolo di questa parolina, “per”. Infatti è questa parola che da  il significato a questa espressione idiomatica. Il ruolo della parola “per” è perciò molto importante.

“Occhio per occhio, dente per dente” è una legge, nominata appunto legge del taglione, che consiste in una punizione, una punizione che si infligge, cioè che viene data, ad una persona. Se questa persona procura del male ad un’altra, questa persona viene punita. A questa persona viene data una punizione. E che punizione viene data? Esattamente la stessa punizione dello stesso male procurato dello stesso male che è stato fatto. Ad un determinato male ingiusto si pone rimedio, cioè si fa giustizia, con un male di pari grado, cioè con un male equivalente, dello stesso tipo, dello stesso grado, cioè di pari grado. In questo modo si pensa di ristabilire l’equilibrio tra due situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari, sarebbero rimaste non pari, cioè impari. Ci sarebbe cioè stata una ingiustizia, e per fare in modo che quindi tale ingiustizia venga ripagata, venga compensata; per fare in modo che venga fatta giustizia, si è pensato, sin dai tempi dei babilonesi, di applicare la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Cosa vuol dire? Vuol dire che, come avrete immaginato, se io ti cavo un occhio, a me deve essere cavato un occhio. Cavare vuol dire estratte, togliere. Se io quindi estraggo, tolgo, cioè cavo un occhio ad una persona, e questa persona rimane cieca ad un occhio, e quindi non può più vedere da quell’occhio, evidentemente a questa persona è stato fatto un torto grave, un danno grave, una ingiustizia. Proprio perché, come dicevo prima, la vista è uno dei cinque sensi più importanti; probabilmente il più importante; tanto importante che compare nelle leggi, nel codice delle leggi dei babilonesi, e non solo.

Allora questa ingiustizia, questo torto, questo danno, deve essere equilibrato da un danno analogo; analogo vuol dire simile, identico. Perché proprio l’occhio? Perché è stato scelto proprio l’occhio? Evidentemente, lo ribadisco, per l’importanza degli occhi e della vista per tutti noi, per la vita in generale. “Dente per dente” è analoga; è una frase che ha lo stesso significato di occhio per occhio. Se ti viene cavato un dente, alla persona che ti ha procurato il danno, cioè alla persona che ti ha cavato il dente, deve essere cavato un dente.

In questo modo, ancora una volta, viene ristabilito l’equilibrio, viene fatta giustizia. “Occhio per occhio, dente per dente”, sembra una ripetizione, sembra ripetere due volte lo stesso concetto, la stessa idea di giustizia, ma ripetendolo due volte, con due esempi diversi, prima con l’occhio e poi col dente, si vuole dire che è una legge, che cioè vale la stessa cosa per tutto. La stessa idea di giustizia vale per tutte le cose, non solo per l’occhio e per il dente.

Il codice babilonese di Hammurabi, come dicevo, contiene molte volte la legge del taglione, e ad esempio in un articolo di questo codice viene fatto proprio l’esempio dell’occhio. La legge del taglione però non valeva se applicata agli schiavi. A quei tempi esistevano infatti gli schiavi, esisteva la schiavitù; gli schiavi erano quelle persone che non avevano gli stessi diritti degli altri (delle altre persone),  venivano trattati praticamente come degli animali ed erano al servizio dei loro padroni. Gli schiavi si vendevano e quindi si potevano acquistare come degli oggetti e quindi uno schiavo veniva scambiato con soldi, con denaro. Di conseguenza anche uno schiavo cieco ad un occhio, con un occhio in meno, valeva meno soldi, aveva un valore inferiore rispetto ad uno schiavo che invece vedeva con entrambi gli occhi.

Di conseguenza se veniva accecato uno schiavo, se cioè ad uno schiavo veniva cavato un occhio, non valeva la legge del taglione, non veniva cioè cavato un occhio anche alla persona che aveva cavato l’occhio allo schiavo, ma era previsto un risarcimento in denaro. La persona doveva risarcire, doveva cioè pagare per il danno fatto, per il danno procurato, ed il prezzo dell’occhio era pari alla metà del valore dello schiavo. Se quindi uno schiavo costava 100, valeva 100, allora uno schiavo cieco ad un occhio, cioè uno schiavo con un occhio cavato,  valeva 50, la metà, e quindi il risarcimento dovuto era pari a 50. Non valeva quindi la legge del taglione per gli schiavi.

Quindi, ricapitolondo, cioè riassumendo quanto già detto, la frase “occhio per occhio, dente per dente” è una frase antica, una legge, una punizione che vuol dire che ad un determinato male ingiusto si deve porre rimedio, si deve rimediare con un male di pari grado. In questo modo si pensa di ristabilire l’equilibrio tra due situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari.

L’espressione è molto comune anche in altre lingue. Questa volta ascoltiamo Shrouk dall’Egitto e Ramona dal libano.

Shrouk: La frase equivalente in arabo è..(frase in arabo)  

Ramona: Gianni, la frase che ha detto Shrouk è corretta in arabo, si usa spesso, ma nello scritto di più.  

Grazie a Ramona e Shrouk, che hanno una ottima pronuncia italiana. Loro sono ormai due fedelissime amiche della chat su whattapp di italianosemplicemente.com.

1Ora vi faccio un paio di esempi di utilizzo. Il primo esempio in ambito sportivo: ad esempio nel gioco del calcio, se un calciatore fa male ad un altro calciatore, e quindi commette un fallo grave, da espulsione, da cartellino rosso, e poi il giocatore che ha ricevuto il fallo, subito dopo, si vendica,  e anche lui fa del male al calciatore che aveva commesso il fallo, compiendo un altro grave fallo, allora in questo caso possiamo dire che il calciatore ha applicato la legge del taglione, poiché avendo ricevuto un calcio, ha pensato di farsi giustizia da solo, e di rimediare al torto subito con la stessa cosa: facendo cioè un fallo simile; restituendo il calcio all’evversario. Nel gioco del calcio, si chiama “fallo” qualsiasi scorrettezza che viene commessa da un calciatore, come appunto quando si colpisce con un calcio un altro giocatore. Se chiedete al calciatore il motivo per cui ha restituito il calcio, lui potrebbe dirvi: “occhio per occhio, dente per dente”.

Prima ho parlato anche di “espulsione”.  L’espulsione di un calciatore avviene quando l’arbitro, cioè il direttore arbitrale, caccia dal campo un calciatore, espellere cioè dal campo il calciatore, lo manda fuori dal campo e questo giocatore non può più continuare a giocare poiché ha commesso una grave irregolarità.

L’arbitro, quando espelle un calciatore, quando lo manda via dal terreno di gioco, gli mostra un cartellino rosso, un piccolo cartello di colore rosso, col quale lo informa che non può più continuare a giocare la partita di calcio.

2La stessa risposta “Occhio per occhio, dente per dente” potrebbe darla una donna, una moglie, che, sapendo che è stata tradita dal marito, lei, per vendicarsi, per fare giustizia, decide di tradire a sua volta il marito; di tradirlo cioè anche lei, “a sua volta” vuol dire anche lei.

Tradire, in ambito amoroso, affettivo, vuol dire andare con un altra donna, o con un altro uomo. Quando si tradisce una persona con la quale si è sposati, o anche fidanzati, quello che che viene tradito, la cosa che viene tradita è la fiducia. Io mi fidavo di te, e tu invece mi hai tradito. Allora sai cosa faccio io? Anche io ti tradisco: “occhio per occhio, dente per dente”.

Si può anche dire “ripagare con la stessa moneta”. In questo caso la donna ripaga con la stessa moneta il marito, e questa è una seconda frase idiomatica che ha lo stesso significato della prima. Questa volta c’è un verbo: ripagare, cioè pagare una seconda volta. La moneta è il mezzo che viene usato per pagare, e questo mezzo è appunto il tradimento. Prima mi hai pagato tu con la moneta del tradimento, ora ti ripago io con la stessa moneta. Quindi la donna potrebbe anche dire: ho ripagato mio marito con la stessa moneta, occhio per occhio, dente per dente.

Con questo esempio credo sia abbastanza chiaro il senso della frase, anzi delle due frasi, che sono identiche. Probabilmente “ripagare con la stessa moneta” è un po’ più elegante, ma da  più il senso della vendetta, un sentimento certamente poco nobile se usciamo dall’ambito affettivo.

Siamo dunque arrivati alla ripetizione. Provate a ripetere dopo di me, vi lascerò il tempo per farlo. Mi raccomando, questo esercizio è importante perché se non ne avete l’opportunità, potete cominciare a parlare italiano poco a poco, senza sforzi e così allenerete i muscoli della bocca e comincerete a prendere confidenza con la lingua italiana, fino a che, ad un certo punto, la sentirete sempre più vicina a voi, non la percepirete più come una lingua strana da parlare. Se state in un autobus e non potete parlare, allora ripetete dentro la vostra testa.

“Occhio per occhio, dente per dente”.

—————————————————

State attenti alle doppie, mi raccomando: occhio si scrive con due “c”: occhio, e non occhio.

“Occhio per occhio, dente per dente”

—————————————————

“Occhio per occhio, dente per dente”

—————————————————

“Occhio per occhio, dente per dente”

—————————————————

“Occhio per occhio, dente per dente”

—————————————————

Avete sentito anche delle piccole musiche. Servono per separare delle parti in un audio file. Lo sento fare molto più spesso nei file audio, nei podcast che tutti i giorni ascolto in inglese, francese e tedesco, e dunque ho deciso di farlo anche io, credo siano utili in fondo, e ho deciso di utilizzarli e di inserirli anche nel corso di italiano professionale, perché solitamente in questo corso i file sono più lunghi, 20-30 minuti ciascuno e quindi è meglio separare tra loro le varie parti di un file audio, come la spiegazione e gli esempi.

Approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno prenotato il corso di italiano professionale, grazie della vostra fiducia, perché il corso è solamente all’inizio, infatti è stata scritta solamente l’introduzione, la spiegazione e il programma del corso ed anche la prima lezione del corso, che parla, descrive tutti i modi che ci sono in italiano per dire che siete bravi a fare qualcosa, tutti i modi per dire che siete degli esperti, e in cosa siete specializzati. Tra questi modi ci sono anche delle frasi idiomatiche, delle espressioni tipiche italiane.

Evidentemente si tratta di cose molto utili a chi cerca lavoro in Italia o lavora con degli italiani. C’è già il file PDF sulle pagine di italiano semplicemente; il file pdf dell’articolo della prima lezione, disponibile per tutti, in modo che tutti possiate capire di cosa si tratti, per farvi un’idea del corso. Fra qualche giorno inserirò le date in cui tutte lezioni saranno pronte, e il corso sarà disponibile ad inizio dell’anno 2018. Si tratta di un progetto a medio termine dunque, ma per fare delle cose per bene ci vuole tempo ed occorre programmare in anticipo.

Un saluto a tutti e arrivederci alla prossima frase idiomatica che sarà: “mi raccomando!”

—————————

Salvate il file mp3 nel vostro I-Pod o sullo Smartphone e ripetete l’ascolto più volte. Seguite le sette regole d’Oro per imparare l’italiano.

Il calcio non fa più bene?

download-mp3-audioBenvenuti amici di ItalianoSemplicemente.com, oggi parleremo di calcio.

Pur parlando di calcio, non parleremo però soltanto di sport, cioè non parleremo dello sport più amato al mondo ed anche in Italia, ma parleremo anche del calcio, e non solo di calcio.

Come sapete la parola “calcio” non significa soltanto football, non è cioè solamente uno sport, ma è anche molte altre cose. Una di queste cose ha a che vedere con la chimica. Infatti il calcio è anche quello che si chiama un “elemento chimico”, indispensabile, cioè molto utile e importante  per il sangue, il funzionamento del sistema nervoso, per la formazione delle ossa e la funzione cardiaca, cioè per il cuore.  Il sangue è quel liquido di colore rosso che scorre nel nostro corpo e che serve a trasportare l’ossigeno nel nostro corpo e che scorre all’interno delle vene, che sono quei piccoli tubicini, quei piccoli tubi dove appunto scorre, cioè si muove, il sangue.

La parola  “calcio” è però anche altre cose, infatti il calcio è anche una parte del fucile e della pistola. Ma un “calcio” è anche un “colpo col piede”, un calcio, è infatti, una colpo, una botta che si da col piede a qualche cosa, a qualsiasi cosa, anche ad una persona: “ti do un calcio!”, vuol dire di do una botta, una pedata, cioè ti colpisco col piede, come si fa con la palla, cioè col pallone, nel gioco del calcio. Attenzione perché si dice “pedata” e non “piedata”, cioè si scrive senza la lettera i, anche se deriva dalla parola piede, e significa appunto colpo inferto col piede, colpo dato col piede.

La parola calcio è veramente molto usata in Italia e dagli italiani. Infatti c’è anche un verbo: “calciare”, che appunto vuol dire “dare un calcio”, “dare una pedata”. Calciare la palla significa proprio “dare un calcio alla palla”.

Ci sono anche molte frasi idiomatiche, molte espressioni tipiche della lingua italiana in cui è presente la parola “Calcio”.

Ad esempio, “dare un calcio alla fortuna” vuol, dire non approfittare della fortuna, cioè non approfittare di una cosa positiva che è accaduta. Si da un calcio alla fortuna se ad esempio un ragazzo tratta male una ragazza che gli vuole molto bene. Si da un calcio alla fortuna ogni volta che si lasciano andare occasioni positive, capitate per caso, e delle quali non si approfitta, delle quali non riusciamo a sfruttare le possibili conseguenze positive.

Ad esempio se una persona vuole imparare l’italiano e gli capita di visitate italianosemplicemente.com per caso e poi non ci torna più, ebbene questa persona sta sicuramente dando un calcio alla fortuna, perché avrebbe potuto imparare l’italiano con divertimento e molto velocemente.

Si può allo stesso modo dare un calcio metaforicamente a qualsiasi cosa. Metaforicamente vuol dire in senso figurato, in senso meraforico. Le frasi idiomatiche hanno sempre un senso metaforico; hanno per defininizione un senso metaforico, poiché contengono sempre una metafora, una similitudine. Posso quindi dare un calcio alla miseria se getto nell’immondizia delle cose ancora nuove, posso dare un calcio alla bellezza se dipingo la mia casa con dei brutti colori e via dicendo.

Ma torniamo al calcio come elemento chimico. Mi ha molto colpito una notizia, che riguarda una ricerca fatta proprio sul calcio. Le ultime novità sono che a quanto pare, a quanto risulta da una recente ricerca scientifica, che risale al mese di settembre 2015, il calcio non fa così bene alle ossa come sembrava finora. Il calcio sembra non faccia quindi bene alle ossa, cioè al nostro scheletro. Le ossa sono, costituiscono la struttura dello scheletro,

Questa ricerca è stata condotta, cioè realizzata, cioè fatta, e pubblicata dalla British Medical Journal. Si tratta di una ricerca scientifica molto approfondita, cioè molto ben fatta: approfondita è il contrario di superficiale; che quindi mostra come tutte le ricerche fatte finora sui benefici del calcio, circa cinquanta ricerche, circa una cinquantina quindi, avevano degli errori procedurali. In conclusione, tale ricerca ha dimostrato come il Calcio usato come integratore non porta benefici alle ossa, quindi non aiuta a prevenire le fratture. In poche parole, assumere calcio, cioè prendere calcio attraverso un integratore, cioè attraverso una bevanda, una bibita arricchita di calcio, ad esempio, non aiuta le ossa a rinforzarsi. Non è una cosa di poco conto, cioè è molto importante dire questo, perché il calcio è l’integratore più pubblicizzato al mondo. Non c’è nessuna sostanza più del calcio, nessun elemento chimico che finora è stato più indicato come integratore in generale. In questo caso come integratore per le ossa.

Tale ricerca insomma dimostra che non solo il calcio non aiuta le ossa, ma può avere anche molti effetti negativi sulla salute, infatti un eccesso di calcio, cioè se si assume troppo calcio, cioè calcio in eccesso, si possono avere disturbi cardiaci, cioè al cuore, e circolatori, relativi cioè alla circolazione del sangue nelle vene.

E’ una notizia che mi ha colpito molto e che volevo condividere con voi; chi vuole può dare una occhiata alla pubblicazione della ricerca scientifica, della quale metterò un link, un collegamento sulla pagina web del file audio che state ascoltando.

Spero che questa notizia sia utile anche a voi, ed a tutti coloro che magari hanno dei figli e che sono preoccupati se non bevono il latte o se non ne bevono abbastanza. La notizia sarà utile anche a tutte le donne, e soprattutto alle donne oltre i 50 anni, che hanno più di 50 anni, alle quali i medici consigliavano di aumentare il consumo di latte e latticini; i latticini sono tutti i prodotti derivati dal latte, come i formaggi ad esempio.

Ebbene, ora si è scoperto che assumere (cioè prendere) calcio in eccesso può causare una serie di disturbi di forte rilievo (cioè importanti) sia al cuore sia anche di altro tipo, poiché a quanto pare (sembra che) l’eccesso di calcio generi mille diversi problemi.

Solamente chi è malnutrito pare abbia dei benefici dal calcio, e quindi solamente chi è totalmente privo di calcio ne ha veramente bisogno. Malnutrito significa nutrito male, quindi quando una persona è malnutrita non mangia a sufficienza e nella sua alimentazione non entrano, quindi vengono a mancare, sono insufficienti, le giuste quantità di alimenti, di cibo e quindi anche di calcio.

Spero che questa lezione un po’ anomala, un po’ strana, di italiano vi sia piaciuta, ma ogni tanto credo sia interessante non solamente insegnare l’italiano ma dire anche qualcosa di utile, qualcosa che è interessante leggere e che quindi voi leggereste anche nella vostra lingua madre.

Tutto questo perché quando si impara una lingua è sempre bene concentrarsi sulla storia e non solamente sulla lezione. Ci vediamo alla prossima lezione, e spero che voi non diate un calcio alla fortuna e vi dimentichiate di italianosemplicemente.com. Ciao amici.

Ma quale (xxx) d’Egitto!

download-mp3-audioAudio:

Benvenuti a tutti gli amici della comunità di Italianosemplicemente.com, grazie a tutti i più fedeli visitatori, e per coloro che  invece ascoltano questo file audio per caso, vi dico benvenuti innanzitutto, e poi vi dico che state ascoltando un podcast di Italiano Semplicemente, dedicato ad una espressione idiomatica italiana.

bandiera_animata_egittoOggi, in particolare vediamo una espressione divertente, abbastanza curiosa, che soprattutto farà incuriosire i nostri amici egiziani, ma non solo. Ricordo che ad oggi l’Egitto è una delle nazioni dalla quale vengono molti visitatori di Italianosemplicemente.com. Ci sono infatti molte ragazze dell’Università di El Cairo; dico ragazze perché ho saputo che sono pochissimi i ragazzi che frequentano la facoltà di Italianistica, nella quale Italiano Semplicemente è un sito abbastanza rinomato, cioè abbastanza famoso. Colgo l’occasione quindi per salutare le ragazze e tutti gli egiziani che sono all’ascolto.

Per entrare in tema ed introdurvi subito la frase in questione, la frase di oggi, potrei dirvi che se mi dite che la facoltà di italianistica di cui sto parlando si trova in Bolivia, io potrei rispondervi: “ma quale Bolivia d’Egitto!!” Oppure “ma quale Bolivia d’Egitto, parlo della facoltà di El Cairo, in Egitto!”

Ebbene, se, come immagino, molti di voi sono rimasti basiti, cioè stupiti, meravigliati, vi spiego subito il significato di questa espressione, quando si usa, in quale contesti, e vi farò, come di consueto, cioè come al solito, degli esempi esplicativi, degli esempi con i quali possiate comprendere e che vi facciano capire esattamente quando e perché usare questa frase.

Avrete certamente notato che il titolo della frase idiomatica che ho inserito nell’articolo pubblicato sul sito, su italianosemplicemente.com, è “ma quale xxx d’Egitto“. Prima invece ho detto “ma quale Bolivia d’Egitto!“. Perché quindi nel titolo ho inserito tre volte la lettera X? “XXX” vuol dire, sta ad indicare, che potete mettere, potete sostituire alle tre X qualsiasi nome, qualsiasi aggettivo, qualsiasi parola italiana di senso compito, cioè che abbia un significato. Vi dirò di più, potreste anche mettere qualsiasi parola anche non italiana; e vi dirò ancora di più: potreste usare anche una qualsiasi parola, anche inventata. Persino una intera frase, non solo una singola parola, può essere inserita all’interno di questa espressione idiomatica al posto delle tre X.

Com’è possibile? Beh, la risposta è abbastanza semplice, e visto che state morendo dalla curiosità, vi dico che l’Egitto non c’entra nulla, non so se la cosa vi faccia piacere o meno! Per spiegarla in poche parole, l’espressione equivale a dire: “non dire sciocchezze!” oppure “sei impazzito?” oppure “ma cosa stai dicendo?“. Qualsiasi situazione nella quale vogliate esprimere che avete appena ascoltato una cosa molto strana, o incomprensibile, una cosa assurda, o vogliate dire al vostro interlocutore, cioè alla persona con la quale state interloquendo, cioè con la quale state parlando, che è molto lontano dalla soluzione, che quello che ha detto il vostro interlocutore, è molto lontano dalla verità, è alquanto strano, forse è anche assurdo.

Diciamo che l’Egitto, e questa probabilmente può essere la motivazione per cui c’è l’Egitto in questo frase, rappresenta proprio la lontananza rispetto all’Italia, la distanza dall’Italia, distanza fisica, ma anche sociale, culturale. Le differenze che esistono tra l’Italia ed l’Egitto, probabilmente, sono all’origine di questa espressione, di questa frase idiomatica. Siccome Italia ed Egitto sono molto lontane, molto distanti tra loro, allo stesso modo il nostro interlocutore è molto lontano dal dire una cosa esatta, e quello che ha detto è invece molto strano, molto diverso, anche assurdo, incomprensibile.

Probabilmente invece poi queste differenze, tutte queste differenze non ci sono in realtà tra Italia ed Egitto; almeno le differenze culturali, io credo, a giudicare da quello che ho visto e sentito io, non ce ne sono molte. In ogni caso questo è il significato della frase, questo è quello che significa, ma per meglio apprenderne il significato e meglio assimilare il concetto, è bene vedere insieme degli esempi, come facciamo normalmente quando si tratta di espressioni idiomatiche italiane.

Farò esempi in ambiti diversi, se possibile utilizzando ambiti assolutamente diversi tra loro. Possiamo ad esempio immaginare un ambito… politico. Perché no! L’ambito in questo caso lo potete scegliere liberamente, senza limiti di immaginazione. Scelgo la politica perché credo sia molto calzante, cioè calza alla perfezione, cioè si adatta bene alla situazione, come una calzatura ad un piede, come cioè una scarpa ad un piede. Vediamo perché.

1Ammettiamo quindi che ci sia un politico italiano che, in campagna elettorale, cioè trovandosi vicino alle elezioni, parlando pubblicamente, dica una frase in pubblico, come ad esempio: “Oggi ho sentito il mio avversario politico dire che se vincerà le elezioni, se sarà lui a vincere le elezioni, allora abbasserà le tasse alla popolazione, ed io vi dico: ma quale abbassare le tasse d’Egitto! Sicuramente se vincerà le elezioni lui sicuramente le alzerà le tasse, come ha sempre fatto in passato”. Le tasse sono le imposte, cioè i soldi che si pagano allo Stato affinché lo stesso Stato possa fornire i servizi alla popolazione, possa costruire cioè le scuole, possa costruire le strade, possa far funzionare gli ospedali eccetera. Quindi il politico dicendo in questo modo, dicendo  “ma quale abbassare le tasse d’Egitto!” vuole sottolineare, enfatizzare in modo abbastanza forte, abbastanza deciso, che non c’è cosa più lontana dalla realtà di quella che ha appena sentito dal suo avversario politico. Quello che ha detto il suo avversario è assurdo, non è vero affatto, è una vera e propria sciocchezza. Credo che questo esempio sia veramente calzante, sia molto esplicativo, vi faccia capire bene che questa frase: “ma quale abbassare le tasse d’Egitto!” sia molto diretta e arriva subito all’obiettivo di screditare l’avversario politico, cioè di togliergli credito, di screditarlo, di sminuirlo di fronte all’opinione pubblica, cioè di renderlo più piccolo; di ridicolizzarlo, cioè di renderlo ridicolo davanti a tutti.

2Facciamo un altro esempio, stavolta in ambito sportivo. Ammettiamo che ci sia in TV una partita tra due tennisti, ad esempio Sampras e Federer, che sono due fortissimi giocatori di tennis, che stanno giocando la finale di Wimbledon, del torneo di Wimbledon. Si tratta della finale, della partita decisiva, cioè della finale, cioè dell’ultima partita, quella che si gioca alla fine del torneo, e immaginiamo che ci siano due persone che stiano commentando la partita guardando la televisione, che stiano cioè parlando di questa partita, commentandola davanti alla TV. Una persona allora dice: “secondo me Sampras potrebbe riuscire a battere il suo avversario di oggi Boris Becker“. Allora la seconda persona,  ascoltando il suo amico che dice questa frase potrebbe rispondere: “ma quale Becker d’Egitto, il suo avversario è Federer, Roger Federer, non è Boris Becker!”

Anche in questo caso dunque, chi pronuncia questa frase vuole far notare che ha appena ascoltato una sciocchezza, cioè una cosa sciocca, una inesattezza, una cosa inesatta, cioè non esatta, una cosa sbagliata, che lo ha stupito, lo ha meravigliato, e che è necessario far notare questa cosa, è necessario dire, ed enfatizzare, cioè è necessario dare enfasi, importanza al fatto che la cosa appena detta è molto lontana dalla realtà, dalla verità, così come l’Italia è lontana dall’Egitto. La risposta “ma quale Becker d’Egitto!” col punto esclamativo finale, fa quindi notare suo nostro interlocutore la grave inesattezza appena detta.

Si tratta come è immaginabile, di una reazione immediata, di una esclamazione quindi che non mi sento di consigliarvi di utilizzare in ogni contesto. Non perché si tratta di una brutta esclamazione, o di una parolaccia, o di una offesa, o che non si possa fare, perché come ho detto ha sempre significato, ma proprio perché si da molta enfasi all’errore, può risultare scortese e troppo diretto, troppo brusco. In alternativa, in situazioni più importanti o più formali, o con persone che non conoscete abbastanza vi consiglio di usare altre espressioni più o meno equivalenti. Potrei dire ad esempio “credo che lei stia facendo confusione con Federer“, se state dando del lei a questa persona, oppure “in realtà si tratta di  Roger Federer”, che è meno formale. Ancora più informale è ad esempio: “mi sa che ti stai sbagliando, forse volevi dire Roger Federer?”

Insomma ci sono molti modi alternativi di esprimere lo stesso concetto, ma sappiate che anche se non molto usata come espressione, potrebbe capitarvi di ascoltarla. Meno probabile che la troviate scritta, anche se facendo una ricerca su internet potete trovare degli articoli. Si tratta di articoli, come è ovvio, di protesta, di articoli anche politici, in cui si mette fortemente in discussione ciò che è stato detto o scritto da qualcun altro.

Se, come spero, avete afferrato il significato, se avete cioè ben compreso come e quando si usa questa frase idiomatica italiana, passiamo alla ripetizione. Provate quindi a ripetere dopo di me; io cercherò di fare altri esempi che voi dovete ripetere, senza pensare alla grammatica. Pensate piuttosto a ben pronunciare, a usare lo stesso mio tono di voce, perché se il tono è diverso chi vi ascolta potrebbe non capire anche se pronunciate bene le singole parole. Ringrazio Shrouk da El Cairo, in Egitto, ovviamente, per la collaborazione. Tre, due, uno, via. Vai Shrouk!

  • “Sei andato a scuola oggi?” Risposta: “Ma quale scuola d’Egitto Shrouk, casomai oggi sono andato al lavoro!”
  • “Tu sei il professore di inglese vero? Risposta: “ma quale inglese d’Egitto, io insegno la lingua italiana!

Grazie ancora a Shrouk. Un’ultima annotazione: la frase è utilizzabile anche in modo scherzoso ovviamente, quindi potete usarla quando volete con amici e conoscenti. L’intonazione, come al solito, svolge un ruolo importante.

Vi ricordo che se volete migliorare il vostro livello di italiano, vi consiglio di ascoltare questo podcast più volte, al fine di memorizzare le parole più difficili ed essere in grado di saperle riutilizzare all’occorrenza, il tutto, come sempre, all’insegna delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Per chi non le conosce ancora vi invito ad andare sul sito a dare una occhiata, poiché sarà una rapida occhiata che vi farà risparmiare molto tempo prezioso.

E’ tutto amici, e spero che se oggi qualcuno vi chiede: “Allora, ti è piaciuto il podcast di oggi di Italiano Semplicemente?”  Voi non rispondiate: “ma quale piaciuto d’Egitto!!

 

auto → it
solo.

Espressioni di disappunto: Mannaggia a te mannaggia! Accidenti! Perbacco!

mannaggia
File audio:

download-mp3-audio

Oggi amici di italianosemplicemente.com spieghiamo alcune “espressioni di disappunto”.

Le espressioni di disappunto sono tutte quelle espressioni che vengono utilizzate verbalmente, cioè a voce, non nella forma scritta, per esprimere appunto, disappunto.

Cos’è il disappunto? Il disappunto si esprime, si manifesta, quando c’è qualcosa che non va, quando cioè reagiamo ad una situazione difficile, che ci coglie impreparati, una situazione che non ci aspettavamo in qualche modo, e che ci lascia un po’ contrariati, un po’ sorpresi e amareggiati.

Il disappunto, o meglio una espressione di disappunto, è quindi una espressione verbale, una cosa che viene detta, una espressione, con la quale si manifesta, si mostra, che c’è qualcosa che non va, che ci da fastidio, molto fastidio,  che ci provoca malessere. A volte una espressione di disappunto si manifesta con una accusa personale, come per dare la colpa a qualcuno, per puntare il dito su qualcuno, a parole ovviamente, e con un tono negativo, con un tono amareggiato e infastidito.

Per spiegare meglio cosa sia il disappunto dobbiamo necessariamente fare degli esempi, come si fa normalmente in Italiano semplicemente, anche perché ce ne sono svariate di espressioni di disappunto. Ce ne sono molte, anche molto diverse tra loro. Alcune di queste espressioni possiamo tranquillamente farle rientrare nella categoria frasi idiomatiche. In effetti si tratta di espressioni tipiche dell’idioma italiano, cioè della lingua italiana.

Cominciamo con la prima espressione di disappunto. “Mannaggia a te“. Oppure “mannaggia a te mannaggia“. Mannaggia a te è una espressione di disappunto, ma è anche una accusa, un dare la colpa a te, cioè alla persona che sta di fronte a quella che parla. La parola “mannaggia” è una espressione verbale informale e  popolaresca, che si usa solamente verbalmente. Non potete scrivere mannaggia su un documento ad esempio!! al massimo potete scriverlo su Facebook, twitter eccetera. Mannaggia è dunque una imprecazione, una imprecazione contro qualcuno, oppure contro qualcosa. Un qualcosa che ci ha provocato un malessere. Non si usa in tutta italia, anche se ovunque la possono comprendere. E’ utilizzata moltissimo nell’Italia centro-meridionale, ed è l’equivalente di “sia maledetto”, ma sicuramente è più scherzoso, meno grave. Mannaggia si usa tra amici, tra conoscenti ed in famiglia. Potete sentire frasi come mannaggia a te, o mannaggia a’mortemannaggia la miseria eccetera. Possiamo tradurla anche col termine accidenti. Possiamo quindi anche dire, accidenti a te, molta diffusa anche questa, o anche accidenti alla miseria, accidenti alla morte, o semplicemente accidenti!

Possiamo dire che accidenti! è la versione non familiare, quello che potete dire in occasioni più formali, con persone che non conoscete e che non sapete come possono reagire. Sicuramente il semplice accidenti! non rappresenta una accusa, non equivale a accidenti a te! quindi è solamente una imprecazione contro qualcosa di non positivo che è appena accaduto, o del quale siamo venuti ora a conoscenza.

Facciamo qualche esempio.

1Se giocate alla lotteria, per chi non la consce la lotteria è un gioco, che consiste nell’estrazione di un vincitore; si sceglie cioè casualmente il vincitore tra una platea di potenziali vincitori. Ad esempio potete acquistare un biglietto della lotteria, il vostro biglietto avrà un certo numero, diciamo il numero 123. Se al momento di decidere il vincitore venite a conoscenza che voi non avete vinto, che il vincitore non è il numero 123 ma un altro numero, potete dire: mannaggia! oppure accidenti! In questo modo esprimete il vostro disappunto, cioè il vostro dispiacere, verso il fatto che non avete vinto. Non si tratta di una forte espressione di dispiacere, non è una cosa grave.

2Se invece vostro figlio vi dice che ha preso un brutto voto a scuola, perché ha sbagliato il compito di matematica, appena lo venite a sapere, non appena ve lo dice la sera, a voi dispiace e potreste dire mannaggia a te, o mannaggia a te mannaggia, avevamo fatto un sacco di compiti ieri, ci eravamo esercitati tanto, come mai hai sbagliato? come mai hai preso questo brutto voto? Ecco, in questo caso ve la state prendendo con vostro figlio, state accusando lui, vostro figlio. Non si tratta di una accusa grave, beninteso, ma dipende molto dal tono che usate. Ben più grave sarebbe se usaste parole diverse, come maledizione!, “che tu sia maledetto!” Quest’ultima poi, che tu sia maledetto, non si usa quasi mai perché è una accusa molto grave, e si dice solamente quando si prova qualcosa di molto negativo nei confronti di questa persona alla quale rivolgete. potete ascoltarlo in qualche film italiano, questo potrebbe capitarvi, magari una moglie che lo dice al marito in preda alla disperazione, ma nella realtà è difficile che vi possa capitare. In tal caso si tratterebbe di un vero e proprio litigio, di una forte discussione.

Bene, credo sia abbastanza chiaro ora il senso di queste espressioni di disappunto. Quelle che abbiamo visto, mannaggia! in particolare, è abbastanza familiare. Accidenti! è sicuramente più adatto a qualsiasi situazione. Ci sono altre espressioni universali, ormai quasi in disuso, che non si usano quasi più e che fanno anche un po’ ridere, ma che potreste ascoltare, perché no! Si tratta di diamine!, che è più formale oppure anche pergiove! oppure anche perbacco! In alcune tipologie di film italiani potreste tranquillamente ascoltare anche dannazione! soprattutto in film western, o di azione, di avventura.

Facciamo ora l’esercizio di pronuncia, tanto utile per voi, per memorizzare e per scoprire le eventuali difficoltà nella pronuncia. Ripetete quindi dopo di me, vi darò il tempo per ripetere, e se ne avete bisogno fate una pausa ulteriore col vostro cellulare o lettore mp3. Ripetete dopo di me, come se foste degli attori, senza pensare alla grammatica, ma solamente concentrandovi sul tono della mia voce.

  • accidenti, ho sbagliato l’esercizio di grammatica;
  • maledizione, ho dimenticato il libro di italiano a casa!
  • mannaggia a te, come hai fatto a rompere il mio vaso preferito?
  • mannaggia a te mannaggia, ti dimentichi sempre di acquistare la frutta;
  • diamine! qualcuno mi ha graffiato l’automobile nel parcheggio
  • mannaggia la miseria, anche oggi piove!

Spero che abbiate ben compreso il significato delle espressioni di oggi, e che non diciate “mannaggia a te Gianni, non ci fai capire mai nulla!” Ricordo a tutti che le altre espressioni idiomatiche sono tutte nella pagina dedicata del sito, basta cliccare su “frasi idiomatiche e modi di dire” ciao amici alla prossima.

Espressioni equivalenti: brutta gatta da pelare – brutta bestia… cavoli amari

Gatta (bella) e non da pelare...
Gatta (bella) e non da pelare…

Ciao a tutti amici. Oggi ci divertiamo un po’ con alcune espressioni tipiche italiane. Sono Gianni, di italianosemplicemente.com, e oggi, dopo aver spiegato il verbo cazzeggiare la settimana corsa, anche oggi voglio presentarvi alcune espressioni tipiche italiane.

Espressioni che hanno tra di loro più o meno lo stesso significato, e che però vanno utilizzati in contesti e situazioni diverse.

In Italia infatti, come probabilmente in ogni lingua, lo stesso concetto, la stessa cosa, lo stesso sentimento, si può esprimere non solamente in un modo, in un solo modo, ma in diversi modi.

Nel caso del verbo cazzeggiare, abbiamo visto che si può usare una parola derivata da una parolaccia per indicare un atteggiamento scherzoso, ma che la stessa cosa, lo stesso concetto può essere espresso in differenti modi, più o meno familiari, più o meno formali.

Ci sono differenti modalità di esprimere lo stesso concetto dunque, ed oggi vedremo la frase “avere una brutta gatta da pelare“.

E’ la seconda frase idiomatica che ha a che fare con un gatto, in questo caso con una gatta. Abbiamo già visto la frase “non c’è trippa per gatti” che è piaciuta molto e che è utilizzata solamente in Italia.

Oggi la frase dunque è “avere una brutta gatta da pelare“. Nel corso del tempo vedremo man mano tutte le espressioni che in generale hanno a che fare con gli animali. “Vedere i sorci verdi è un altro esempio che abbiamo già spiegato, che però riguarda i topi, cioè i “sorci”.

Oggi voglio provare, voglio sperimentare un diverso modo di fare la spiegazione della frase.

E’ un esperimento, ed è Il modo che vorrei seguire, che vorrei utilizzare anche all’interno del corso “italiano per affari e per le relazioni professionali“, il corso che sarà disponibile il 1 gennaio 2018 e che naturalmente conterrà anche un capitolo contenente tutte le frasi idiomatiche utilizzabili in ambito professionale, in contesti sia formali che informali. Ci sarà inoltre una chat su whatsapp dedicata a tutti coloro che acquistano il corso, per avere assistenza personale.

Dunque il metodo è il seguente e voglio illustrarvelo ora:

  1. Inizialmente spiegherò il significato delle parole e dell’espressione, e farò, come sempre, alcuni esempi di utilizzazione per capire al meglio quando si usa la frase in questione; questo è il primo punto.;
  2. Al secondo punto vedremo bene la pronuncia delle singole parole e l’intonazione che va utilizzata. Vedremo anche quando si pronuncia e se ci sono eventuali difficoltà nella pronuncia della frase;
  3. Terzo, vedremo in quali altri modi possiamo esprimere lo stesso concetto, con i sinonimi e i contrari anche, vedremo la versione formale cioè professionale, e quella informale, cioè che si usa tra amici o tra colleghi che si conoscono bene; Vedremo anche dove si colloca la frase in questione. Vedremo cioè ogni frase in quale contesto va usata. Se la frase è formale, vedremo l’equivalente informale e viceversa. Inoltre verrà specificato anche se la frase è solamente orale, oppure potete anche trovarla e utilizzarla in forma scritta;
  4. Quarto punto, vedremo se ci sono eventuali rischi nella pronuncia, vale a dire se ci sono pericoli di confusione con altre parole con altro significato;
  5. Infine, sarà anche il vostro turno, faremo infatti insieme un piccolo esercizio di coniugazione, utilizzando tempi diversi, al passato ad esempio, o al futuro o al condizionale eccetera, lasciandovi il tempo di ripetere per far sì che cominciate ad abituarvi a sentirvi parlare, a sentire voi stessi parlare, a sentire quindi la vostra voce e ad allenare i muscoli della vostra lingua, senza pensare alla grammatica.

Adesso ascoltiamo alcuni membri della chat di whattup di Italiano Semplicemente che pronunciano queste frasi:

Ascoltriamo Shrouk dall’Egitto, Thiago dal Brasile e Lilia dalla Russia, tre amici che mi hanno aiutato.

Shrouk: “Imparare l’italiano è una brutta gatta da pelare se non usi il metodo giusto

Thiago: “quel professore è proprio una brutta bestia. Se non te lo fai amico è impossibile superare l’esame“.

Lilia: “sono cavoli amari se mia madre mi scopre che le ho preso la macchina di nascosto

ringrazio tutti naturalmente per aver collaborato, e ringrazio anche Petra dalla Germania, che mi correggerà se sbaglierò qualcosa. Vero Petra?

PETRA: “Sì hai ragione

Avete sentito delle frasi dei nostri apprendisti della lingua italiana. Li ringrazio tutti per la loro collaborazione. Questi sono solo alcuni degli esempi che si possono fare con queste espressioni: “avere una brutta gatta da pelare”, “sono cavoli amari” e “è proprio una brutta bestia”. Le espressioni hanno un significato molto simile tra loro.

Ma cominciamo prima a spiegare le parole: sapete cosa è una “gatta“? E’ semplicemente un gatto dal sesso femminile, quindi un gatto femmina. Inoltre “pelare” è uno di quei verbi italiani abbastanza utilizzati, e che hanno più significati. Pelare, nel suo senso proprio, è un verbo che si può usare con le patate: si pelano le patate, cioè si sbucciano le patate, e le patate è l’unica cosa che si pela, cioè che viene pelato. In teoria pelare viene, deriva dalla parola “pelo”, quindi pelare vuol dire “togliere il pelo”, anche se a dire il vero le patate non hanno il pelo. Il gatto ha il pelo però, ed anche la gatta ce l’ha. Tutti o quasi tutti gli animali hanno il pelo. La gatta quindi può essere pelata, cioè può essere presa e le si può tagliare il pelo. Si può “pelare”, o “spelare” anche. La “s”, la lettera s è spesso usata in italiano per descrivere un significato opposto o esagerato di un verbo, come ad esempio: parlare, sparlare, radicare, sradicare, fatto, sfatto, turare, sturare eccetera. In questo caso invece pelare e spelare sono due sinonimi.

L’italiano è strano… vero Petra? “Sì, hai ragione“.

Se provate a pelare una gatta, o a spelarla, vedrete che non è affatto facile, non solo perché è un gatto, e quindi può facilmente graffiarvi, con le unghie, ma perché è un gatto femmina. E le gatte femmine sono potenzialmente più cattive dei gatti maschi,  quantomeno perché devono difendere i gattini, i cuccioli, i piccoli gatti, e come tutte le femmine quindi, degli animali intendo, sono potenzialmente più difficili da trattare. Per le femmine umane invece dovremo aprire un discorso a parte, che non potremmo comunque esaurire in un breve file audio come questo, vero Petra? “Sì, hai ragione

A parte gli scherzi, comunque avete certamente capito che avere una brutta gatta da pelare è una cosa abbastanza complicata, difficile, e quindi questa frase manifesta un problema difficile da risolvere. La gatta è poi anche “brutta”, e in questo caso il “brutta” non è riferito all’aspetto fisico, ma alla cattiveria. Brutta in questo caso vuol dire “molto”, quindi molto difficile da pelare.

Vediamo il secondo punto, cioè alla pronuncia e l’intonazione che va utilizzata. Gatta è una parola abbastanza facile, ma attenti alle doppie: é gatta e non gata. Le doppie sono importantissime in italiano, e se non pronunciate possono completamente cambiare e stravolgere il significato di una frase. A volte si rischiano veramente delle brutte figure. Basti pensare alle parole “anno” e “ano”. “Quanti anni hai” e “quanti ani hai” non hanno esattamente lo stesso significato. Infatti l’ano è una parte del sedere. Quindi se vi chiedono “quanti ani hai?”, la risposta è 1. Giusto Petra? “Sì, hai ragione

In questo caso non c’è pericolo perché “gata” non significa nulla con una sola “t”.

Attenzione però con la parola “brutta”. Stavolta se sbagliate e dite “bruta“, si capisce lo stesso, ma bruta in realtà è il femminile di “bruto“, ed ha un altro significato. Una “forza bruta“, ad esempio, è una forza mostruosa, una forza esagerata. Se dico “quell’uomo ha una forza bruta” vuol dire che quell’uomo è molto forte, forte come un “bruto, cioè come un uomo spietato, che non ha pietà, un uomo insensibile, come una bestia, cioè come una animale. Anche Dante Alighieri diceva: “Fatti non foste a viver come bruti“, forse qualcuno di voi l’ha anche studiato.

Un bruto quindi è un uomo insensibile, chi ad esempio compie una violenza carnale su una donna è un bruto, è un insensibile. “Sei un bruto!” lo può anche dire una donna al suo fidanzato se si mostra insensibile eccetera.

Vediamo il terzo punto. In quali altri modi possiamo esprimere lo stesso concetto?

Abbiamo sentito Shrouk dire: “Imparare l’italiano è una brutta gatta da pelare se non usi il metodo giusto” e poi abbiamo sentito anche Thiago: “quel professore è proprio una brutta bestia. Se non te lo fai amico è impossibile superare l’esame“.

Poi anche Lilia che dice “sono cavoli amari se mia madre mi scopre che le ho preso la macchina di nascosto“.

Allora Thiago dice “una brutta bestia“, “quel professore è proprio una brutta bestia”. Questo è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. “Una brutta bestia” è analogo a “una brutta gatta da pelare”. Infatti un gato è una bestia, cioè è un animale. Una bestia è un animale, ma “bestia” è sì usato come sinonimo di animale, ma anche per sottolineare, come “bruto”, una caratteristica negativa, un lato negativo, non umano, di una persona: “le bestie non pensano” diceva Dante Alighieri. Quindi “bestia” è simile a “Bruto”. La parola bestia è usata in altre espressioni idiomatiche italiane, come “sudare come una bestia”, vivere, o mangiare “come una bestia”, quindi può indicare una cosa molto faticosa da fare, ma anche una caratteristica animale, più legata agli animali che all’uomo. Quindi una brutta bestia si dice quando c’è un problema da risolvere, un problema difficile. In questo caso, nell’esempio fatto del professore, si vuole sottolineare che l’esame è difficile per colpa del professore, quindi si sottolinea che la colpa è del professore, e non dell’esame in sé.

L’ultima frase idiomatica è “sono cavoli amari”. I cavoli sono degli ortaggi, gli ortaggi più nutrienti al mondo, più salutari. Gli ortaggi vengono dall’orto (Ortaggi, Orto) che non è una parolaccia, come potrebbero pensare i nostri amici spagnoli. Sono gli ortaggi più salutari che esistono e infatti sono molto raccomandati dai medici. Mangiate i cavoli dunque. Ma mangiateli solo se non sono “amari“. Amari è il contrario di dolci. L’amaro è da sempre associato a qualcosa di negativo in Italia. Non a caso il veleno è amaro. Difficile se non impossibile trovare un veleno non amaro, un veleno dolce.

Il veleno è qualsiasi sostanza che ti fa morire, che è mortale, come il cianuro eccetera. “sono cavoli amari” si dice quindi quando c’è un problema difficile da superare. L’accento è posto sul problema, e non sulla causa del problema. Superare l’esame di italiano? Sono cavoli amari! Invece la “brutta bestia” è più forte come concetto, il problema è più grave e si può riferire maggiormente a delle persone.

I cavoli sono usati moltissimo nelle espressioni italiane, quindi ne vedremo anche altre col tempo: “fatti i cavoli tuoi“, oppure “fare una cavolata“. Sono tutte espressioni che vedono il cavolo come protagonista, ed hanno tutte significati diversi. Una cosa però hanno in comune spesso le frasi idiomatiche con la parola “cavolo”, e questa cosa è che si può usare anche una parolaccia al posto di cavolo. Possiamo cioè dire anche “sono caXXi amari”, “fatti i caXXi tuoi” ed anche “fare una caXXata”. Sono tutte espressioni familiari, anche con la parola “cavolo” naturalmente, che poi diventano espressioni volgari con la parolaccia, e quindi tali espressioni di possono usare solamente in contesti adeguati, tra amici eccetera. Non troverete quindi mai scritto su un documento una frase che contiene una di queste frasi idiomatiche. Non si usano mai in contesti formali. Sentiamo Adriana dalla Colombia che prova a sostituire il cavolo con…. beh sentiamo Adriana: “Sono caxxi amari se mia madre scopre che le ho preso la macchina di nascosto“. Grazie anche ad Adriana. Non è stata molto volgare Adriana, vero Petra?  “Sì hai ragione“.

Dunque il quarto punto, quello delle parole simili ma diverse di significato lo abbiamo già visto, con le parole brutta e bruta. Anche la parolaccia ha una doppia zeta, ma qui se ne dite usa sola non rischiate nulla, poiché si tratta di una parolaccia, quindi la brutta figura l’avete già fatta. Tranquilli quindi. Non ci sono altri problemi di pronuncia credo, almeno dei grossi problemi da evidenziare.

Passiamo all’ultimo punto. Facciamo velocemente un piccolo esercizio di coniugazione utilizzando tempi diversi. Ripetete dopo di me, mi raccomando copiate la mia pronuncia senza pensare alla grammatica:

Tempo Presente: Io oggi ho una brutta gatta da pelare;

Tempo Passato Prossimo: Tu ieri hai avuto una brutta gatta da pelare;

Tempo Futuro: Il nostro amico domani avrà una brutta gatta da pelare;

Tempo Condizionale Presente: Noi potremmo avere una brutta gatta da pelare.

Tempo Imperfetto: Loro avevano una brutta gatta da pelare

Mi raccomando ascoltate il podcast più volte per poter memorizzare bene le espressioni usate e le frasi usate per la spiegazione.

Lasciate un commento per farmi sapere se vi è piaciuto il podcast e la nuova tecnica utilizzata, ed anche per avere informazioni sul corso di italiano professionale, italiano per affari, per chi è interessato, per chi lavora o intende lavorare in Italia, dove verrà usata la stessa tecnica per le frasi spiegate in questo corso, ovviamente con riferimento alle farsi che hanno a che fare con il lavoro, con la professione e con gli ambienti professionali, dove non possiamo esprimerci come se fossimo tra amici o in famiglia.

Per chi vuole dunque imparare a parlare in modo professionale dunque c’è il nuovo corso “italiano per affari“, che conterrà anche un capitolo sulla ricerca di lavoro in Italia, su come scrivere un curriculum ed una lettera, vedremo inoltre quali sono i mestieri, le professioni più ricercate in Italia e come fare per lavorare in Italia. Giusto Petra? “Sì, hai ragione“. Grazie Petra, sei troppo buona con me!

Ciao a tutti da Gianni.

Audio intro e fine: Vicente Celestino, “Mia Gioconda”

Il verbo “cazzeggiare”

Adriana dalla Colombia: io ho cazzeggiato tutto il giorno e non ho fatto i miei compiti per domani!

download-mp3-audio

Buonasera amici. Chi vi parla è Gianni, di italianosemplicemente.com

Sono le 17.38 del giorno 29 ottobre 2015, sono all’interno della mia macchina e sto tornando a casa. Approfittavo… volevo approfittare di questo tempo, di questo tempo morto, appunto,  per registrare un file audio, in cui spiegarvi una delle frasi idiomatiche italiane.

Ho già avuto modo di introdurvi la questione su Facebook, sul gruppo Facebook di Italiano Semplicemente. Il verbo, la frase che voglio spiegarvi oggi è in realtà un verbo, un verbo particolare, un verbo che non troverete mai su un libro di grammatica, perché un verbo derivato da una parolaccia, una parolaccia italiana, e il verbo in questione è CAZZEGGIARE.

È un verbo particolare, è un verbo che si usa in contesti più familiari che professionali. E’ praticamente impossibile che durante una riunione di lavoro, soprattutto se molto importante, possiate ascoltare qualcuno che usi, utilizzi questo verbo: cazzeggiare.

Ancora non vi ho spiegato il significato ma avete capito che cazzeggiare contiene la parola.. comincia con le quattro lettere CAZZ, quindi cazzeggiare viene, (deriva) da una parolaccia italiana molto conosciuta. Sicuramente la conoscete già tutti, perché le parolacce sono solitamente la prima cosa che si impara di una lingua straniera, anche se i libri di grammatica solitamente non le riportano; non riportano le parolacce, quindi cazzeggiare è un verbo appunto, ed è un verbo che si usa in famiglia, si usa tra amici. Ed è utilizzatissimo.

Non c’è giornata che passi senza ascoltare almeno una  persona che pronunci questo verbo. Cosa significa cazzeggiare?

image001Cazzeggiare significa, in parole povere, avere un atteggiamento diciamo non professionale, un atteggiamento da perditempo. Chi cazzeggia praticamente non è una persona seria, non si sta comportando da persona seria. Voglio fare più esempi per far capire a tutti quando e come si usa il verbo cazzeggiare nelle frasi.

Non esistono quindi frasi idiomatiche in cui si trova il verbo cazzeggiare, quindi è semplicemente un verbo. Un verbo che potete utilizzare in contesti soltanto famigliari o amichevoli e che però diciamo, ha un significato ben preciso. Cazzeggiare come ho detto significa perdere tempo, comportarsi in modo poco serio ma nello stesso tempo divertente, quindi quando una persona cazzeggia, vuol dire che questa persona sta facendo… si sta comportando in modo scherzoso, magari sta prendendo in giro qualche suo amico, qualche suo famigliare quindi non parla seriamente.

Allora cercherò di fare qualche esempio in modo che tutti comprendiate bene quando e come si usa questo verbo.

Ad esempio se c’è mio figlio. Mio figlio si chiama Emanuele. Sette anni, lui è un ragazzo molto serio, fa sempre il suo dovere di studente, fa sempre i compiti, quindi arriva a casa, fa sempre i compiti, fa tutti i lavoretti che il maestro o la maestra gli dicono di fare. Qualche volta succede invece che non ha molta voglia, diciamo, di fare i compiti. In quel caso preferisce cazzeggiare un po’. Preferisce perdere tempo, preferisce anche CINCISCHIARE in questi casi. Preferisce cincischiare; cioè… magari sta col libro aperto della scuola, però non sta facendo nulla, sta appunto cazzaggiando.

Non necessariamente significa giocare, o significa prender in giro qualcuno. Cazzeggiare può essere il semplice atto di non far nulla. Lora posso dire a mio figlio (non glie lo dico perché è una parolaccia) se fosse un mio amico avrei potuto dirgli: scommetto che stai cazzeggiando. A quest’ora di solito stai cazzeggiando. Quindi mio figlio ogni tanto cazzeggia, ma molto raramente. Non è un tipo che ama cazzeggiare. Evidentemente è un… ha un senso del dovere molto alto, molto spiccato, quindi la prima cosa che pensa, appena arriva a casa è fare i compiti, e farli bene, stare concentrato e non cazzeggiare quindi mai.

Ovviamente qualche volta un sabato, una domenica che non ha voglia di fare i compiti e però magari noi genitori gli diciamo: Emanuele dai fai i compiti, apri quel libro, è ora di fare i compiti, è il momento di fare i compiti.

Lui dice: va bene papà, adesso apro il libro, allora per farci un favore, apre il libro, lo mette sul tavolo, ma non fa nulla, cazzeggia un po’ con la penna, con la matita, cazzeggia un po’ col temperino, con tutti gli strumenti che vengono utilizzati dai bambini di quell’età, dell scuole elementari, e quindi fa finta di lavorare e invece sta cazzeggiando alla grande!

E Questo è soltanto un esempio. Anche in un contesto lavorativo può essere utilizzato questo verbo. Si può pensare ad esempio che un proprio collega, un collega del vostro ufficio, ami molto cazzeggiare in ufficio, non ami molto lavorare, non sia una persona che abbia un senso del dovere molto alto, molto spiccato, e quindi ama molto cazzeggiare con internet, cazzeggiare con gli amici su Facebook, prender in giro magari i suoi amici su Facebook, scrivendo delle frasi scherzose, simpatiche, quindi dal punto  di vista del suo dovere in ufficio sta cazzeggiando.

Cioè non sta facendo cose importanti, sono meno importanti; scherzare è ugualmente importante perché aiuta a rilassarsi, ma se si esagera e si scherza troppo e li lavora poco, è facile che il vostro collega diciamo… vi dia che state cazzeggiando. Dunque avrete sicuramente capito adesso il significato di cazzeggiare.

E’ una parolaccia ma ormai è entrata nel gergo comune italiano: si usa a nord, al centro, al sud, in ogni regione d’Italia potrete ascoltare delle persone che usano questa parola. Di solito si usa, si pronuncia con il sorriso sulle labbra, proprio per far vedere che una persona sta scherzando. Quindi è una difficile che una persona, anche parlando di un’altra persona, parlando di un collega si è arrabbiato, e nello stesso tempo utilizzi la parola cazzeggiare. Perché cazzeggiare è appunto un verbo che si usa con il sorriso sulle labbra. In Italia è molto facile incontrare persone con il sorriso sulle labbra, di conseguenza non vi stupote se alla stazione, alla fermata dell’autobus eccetera, in tutti questi posti pubblici, possiate incontrare qualcuno che sta cazzeggiando o che sta utilizzando la parola cazzeggiare. Ecco. Non c’è niente di male quindi ad utilizzare la parola cazzeggiare tra amici.

Non è come la parolaccia dalla quale deriva la parola cazzeggiare, che in effetti è un po’ più “parolaccia”. Quindi chi la pronuncia, chi pronuncia il verbo cazzeggiare, chi costruisce le frasi utilizzando “cazzeggiare”, diciamo non può essere spacciato per una persona maleducata. Semplicemente sta scherzando, si è in un contesto famigliare, o amichevole, diciamo si è con degli amici, quindi non c’è nessun problema, potete usarlo normalmente. E’ una di quelle parole normalmente utilizzate tra amici, soprattutto quando si esce la sera, si va al bar, o in un Pub, a bere una birra. La parola cazzeggiare la potete sentire anche centinaia di volte in una giornata.

Si può cazzeggiare quindi come ho detto a casa, si può cazzeggiare in ufficio, e diciamo si può cazzeggiare anche in un contesto sportivo. Perché se un giocatore, mettiamo un calciatore, un calciatore professionista non prende una partita seriamente, si può dire tranquillamente che quel giocatore sta un po’ cazzeggiando. Durante quella partita, sta cazzeggiando, magari se comincia a fare colpi di tacco, se comincia a passare la palla facendo giochi di prestigio, eccetera, possiamo dire tranquillamente che quel giocatore sta cazzeggiando, cioè non sta prendendo la partita seriamente, non sta giocando come solitamente lui gioca, concentrato, avendo un obiettivo in testa, ma si sta divertendo, sta cercando di alzare magari il morale della squadra, e quindi sta semplicemente cazzeggiando.

Dunque: volendo potremmo fare anche un esercizio di coniugazione, giusto per cercare di farvi adoperare un po’ la parola anche a voi, per allenare un po’ i muscoli della bocca, che… i vostri almeno non sono abituati a parlare italiano come posso esserlo io, di conseguenza è giusto anche utilizzare un po’ anche la vostra lingua., la vostra bocca, e cominciare a parlare oltre che ad ascoltare.

Di conseguenza io dirò delle frasi adesso, e se voi volete, vi darà il tempo per rispondere, dovete semplicemente ripetere dopo di me quello che dirò, in maniera tale che riusciate anche a esercitare la vostra pronuncia e per passare dallo stato della comprensione a quello dell’espressione.

Quindi adesso costruirò delle frasi col verbo cazzeggiare, cercherò di farlo utilizzando tempi diversi, quindi non solo al presente, ma anche al passato ad esempio, a al condizionale, in modo che esercitiate anche un po’ i tempi diversi dell’italiano, ovviamente coniugando il verbo cazzeggiare. Quindi cominciamo. Allora la prima frase è.. ripetete dopo di me, mi raccomando:

  • Ogni volta che vado al lavoro, mi piace cazzeggiare almeno mezzora. Ripeto: Ogni volta che vado al lavoro, mi piace cazzeggiare almeno mezzora.

Ecco la seconda frase:

  • Se cazzeggiassi meno a scuola avrei dei risultati migliori. Ripeto: Se cazzeggiassi meno a scuola avrei dei risultati migliori

Vediamo la terza frase, al passato:

  • Ultimamente hai cazzeggiato un po’ troppo, è ora che tu cominci a fare la persona seria. Ripeto: Ultimamente hai cazzeggiato un po’ troppo, è ora che tu cominci a fare la persona seria.

Vediamol adesso, potrei usare l’imperativo. Ripetete dopo di me quindi:

  • Cazzeggia meno, o ti licenzio. Cazzeggia meno, o ti licenzio.

Bene amici, spero che questo podcast vi sia piaciuto. Abbiamo imparato il verbo cazzeggiare, l’abbiamo coniugato. Vi ho fatto più di qualche esempio, credo che sia adesso abbastanza chiaro. Ci sono diciamo anche altre parolacce in Italia, utilizzate per costruire dei verbi. Man mano che mi verranno in mente cercherò di spiegarveli attraverso altri podcast, altri file audio che registrerò durante i miei tempi morti.

Utilizzate anche voi i vostri tempi morti. Utilizzate la terza regola d’oro di Italiano Semplicemente, perché per imparare una lingua occorre innanzitutto ascoltare, e ascoltare è bene farlo durante i tempi morti; prima di tutto perché così trovate il tempo per ascoltare, senza dovervi ritagliare del tempo aggiuntivo, perché tutte le persone che lavorano hanno solitamente molto poco tempo, soprattutto se avete una famiglia, dei figli eccetera.

Quindi andate a lavorare con l’autobus? Ebbene mettete le vostre cuffie, ascoltate  ascoltate le registrazioni italiano che faccio e che metto online.

Salvate i podcast sul telefonino ed ascoltateli. Io personalmente faccio lo stesso con l’inglese e col francese.

Ogni giorno riesco a farmi un’ora e mezza di ascolto: mezzora di francese, mezzora di inglese e mezzora di tedesco. Ovviamente lo faccio solamente per il gusto di farlo e perché mi piace confrontare le varie lingue tra loro, per capire anche la cultura, la mentalità, delle altre persone che abitano in paesi diversi.

Dunque vi ringrazio dell’ascolto, ci sentiamo su Facebook, e buona serata a tutti.

Ramona dal Libano: ciao Giovanni. Ho trovato il significato del verbo cazzeggiare, ma non sono sicura se sia corretto o no. Comunque cazzeggiare significa parlare di un argomento o di un soggetto, in una maniera superficiale, senza approfondimento, per esempio, la mia amica Laura non è una persona seria, cazzeggia sempre, e questo la rende meno rispettata dagli altri, giusto?

auto → it
Dunque

Il sindaco italiano che mangiava a sbafo

Dialogo tra naviganti:
Andy Italiano: oggi hanno scoperto che un importante politico mangiava spesso al ristorante a spese del Comune di cui era il sindaco.
Hafid: Ah, l’hanno beccato?
Petra Hecht: è normale, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!
Alina Stefanì: quindi non le pagava lui le cene che faceva? Mangiava a sbafo?
Ramona Mteiny: esatto, pagava “Baffone” a quanto pare!
Eliza Arevalo: ma perché, Andy, hai detto che “era” il sindaco?
Gianni: te lo dico io, perché l’hanno fatto fuori!!
Haktan Ataman: ma no, Gianni, si è fatto da parte spontaneamente!
Christian: a me ha preso alla sprovvista. Sembrava una brava persona.

baffone
Fonte: ignoranticonsapevoli

Spiegazione

Molto bene amici. Oggi facciamo una cosa molto divertente. Sono contento della collaborazione di coloro che hanno parlato nella storia che avete appena ascoltato. Li ringrazio tutti uno ad uno per la loro gentilezza e disponibilità. Siamo divertiti molto insieme.

Allora, per costruire la storia, la storiella diciamo, visto che è molto breve, ho preso spunto da alcune vicende italiane che accadono ormai da qualche tempo a questa parte. Il metodo della storia è non altro che il metodo TPRS, che io utilizzo nel mio sito per insegnare l’italiano. TPRS sta per Teaching Proficiency Through Reading and Storytelling, cioè insegnare attraverso la lettura e il racconto di storie, e questa appunto è una piccola storia.

Si tratta di una storia che parla del comportamento sbagliato, scorretto e disonesto dei rappresentanti politici italiani, o meglio, di una piccola parte di essi. Ebbene questi politici, succede spesso, si fanno rimborsare molte spese personali facendole passare per spese effettuate per finalità istituzionali, come se queste spese fossero per il bene dell’Italia.

Quindi ad esempio succede che, andando a guardare gli scontrini, le ricevute di pagamento, ci si accorge che ce ne sono alcune che non dovevano esserci. E come si scopre? Come si scopre che il rimborso che chiedono non è in realtà dovuto? Come si scopre che i soldi spesi sono in realtà delle spese personali, che non hanno quindi nulla a che vedere con l’attività istituzionale di queste persone? Molto spesso accade che gli stessi ristoratori, gli stessi cioè proprietari dei ristoranti, i ristoratori, dicano loro stessi che quella sera, quella sera che quell’uomo politico è andato a mangiare in quel ristorante, il suo ristorante, era in realtà con la sua famiglia, insieme alla sua famiglia, quella del politico e non con l’ambasciatore ad esempio, come viene scritto nella richiesta di rimborso spese effettuata dall’uomo politico. Quindi in questo caso è il ristoratore stesso che smentisce il politico. Che lo smentisce, cioè che dice, che afferma, che non è vero quello che dice il politico sulla cena in questione, riguardo alla cena in questione.

In altri casi poi è chiaro immediatamente dalla tipologia dello scontrino che questo non andava rimborsato, cioè che non si trattava di una spesa fatta per fini istituzionali. Se ad esempio, come è successo, viene acquistata una jeep, cioè una automobile come una jeep, allora è chiaro che la spesa è personale, e non può essere altrimenti. E via dicendo. Sono state messe a rimborso cose del tipo: bottiglie di vino e champagne, cravatte, borse firmate, cibo per gatti, mutande e persino birra.

Dunque questo è il motivo che mi ha spinto a fare questo podcast.

Un altro motivo è che volevo coinvolgere un po’ i visitatori del sito italianosemplicemente.com e i visitatori della pagina Facebook di Italiano Semplicemente. Volevo coinvolgervi perché voglio sapere come va la loro, la vostra pronuncia dell’italiano e capire meglio quali parole potreste aver difficoltà a pronunciare, in modo da orientare la spiegazione che farò oggi verso le cose più utili per voi, che siete i miei visitatori, che seguite sempre con attenzione i miei post e i miei podcast sul sito web.

Allora cominciamo. Vediamo quindi la prima frase, pronunciata da Andy dall’Argentina: “oggi hanno scoperto che un importante politico mangiava spesso al ristorante a spese del Comune di cui era il sindaco.

L’unica cosa che potrebbe SUSCITARE dei dubbi, in questa frase, credo sia, dal punto di vista del significato, quando si dice “a spese del Comune”. A spese del Comune vuol dire che non è a sue spese, ma A SPESE del Comune. A spese del Comune vuol dire che è il Comune che paga. A spese mie vuol dire che ho pagato io, a spese tue vuol dire che hai pagato tu eccetera. Il sindaco invece, come molti di voi sapranno, è colui che dirige una città, colui che è stato eletto dai cittadini di quel Comune per dirigere il Comune stesso, per prendere le decisioni politiche più importanti. Il Comune è un territorio fisico, delimitato da dei confini, e costituisce una delle tipologie di amministrazioni politiche italiane. Ci sono i Comuni, le Province, le Regioni e la Nazione Italia, ed ognuna di queste tipologie ha dei confini amministrativi, dei confini territoriali ed amministrativi. Prima ho usato la parola SUSCITARE. Suscitare è un verbo, un verbo che si usa spesso per i dubbi, oppure per i sospetti. Se una cosa, un fatto, fa suscitare dei subbi a qualcuno, vuol dire che questa persona non è sicura che sia vera, non è sicura che questa cosa sia vera, che questo fatto sia vero. Suscitare dei dubbi. Analogamente per suscitare i sospetti. Se una cosa fa suscitare dei sospetti vuol dire che questa cosa ci fa sospettare, ci “fa venire” dei sospetti. Quindi suscitare significa “far venire”, “fare emergere”. Quindi si può dire anche “suscitare meraviglia” o “suscitare stupore” o suscitare una emozione qualsiasi. Suscitare significa “far venire”, “far emergere” una emozione qualsiasi.

Vediamo la seconda frase. Hafid dal Marocco “Ah, l’hanno beccato?”

Qualcuno ha detto di non aver capito bene questa espressione, come immaginavo. Non è certamente una espressione che trovate o potete trovare in un libro di grammatica, ma è molto usata in Italia. Non la troverete nei libri classici probabilmente, non la troverete nei libri che vi consiglieranno di leggere per imparare l’italiano, ma vi può capitare di ascoltare questa espressione se andate in Italia ed ascoltate le persone normali parlare e discutere per strada o davanti alla TV.

L’hanno beccato (con due c) vuol, dire: l’hanno scoperto. Tutto qui. L’hanno scoperto. Hanno scoperto che quel politico stava rubando, stava cercando quantomeno di farsi rimborsare, di farsi restituire quei soldi spesi. Beccare è un verbo come sapete. Gli uccelli beccano. Si becca col becco, si può beccare solamente con un becco, quindi solamente chi ha un becco, cioè un uccello, può beccare. E’ un verbo che però si usa, viene usato, viene utilizzato, anche per “scoprire”, per scoprire una persona che fa qualcosa che non doveva fare. “Ti hanno beccato” quindi vuol, dire “ti hanno scoperto”, ti hanno scoperto mentre facevi una cosa, ad esempio contro la legge, una cosa quantomeno vietata, uan cosa che non si doveva fare.

Poi Petra dalla Germania dice: “è normale, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!”

Petra ha un ottimo accento italiano, e ci ha detto che anche in tedesco esiste questa espressione, molto bene. Ma cosa significa quando prima o poi tutti i nodi vengono al pettine? Come facilmente si può intuire, si può immaginare, vuol dire che prima o poi quando si nasconde una cosa, o quando si fa qualcosa di sbagliato, prima o poi si scopre; prima o poi, cioè, si viene scoperti. E’ solo una questione di tempo. Prima o poi si viene scoperti. Il politico è stato beccato e prima o poi sarebbe stato beccato, prima o poi sarebbe stato scoperto. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Infatti se avete un nodo ai capelli, se i capelli si annodano, e state pettinando i capelli, allora prima o poi ve ne accorgerete. Vi accorgerete che ci sono dei nodi ai capelli perché questi verranno al pettine, prima o poi il pettine si fermerà e voi sentirete, probabilmente sentirete anche un po’ di dolore. E’ una espressione che potete usare in qualsiasi occasione, formale o informale che sia.

Poi Alina, tedesca ma di origini italiane, che dice: “quindi non le pagava lui le cene che faceva? Mangiava a sbafo?”

L’unica cosa difficile qui è “mangiava A SBAFO“. Mangiare a sbafo vuol dire mangiare gratis, senza pagare. Chi mangia a sbafo mangia gratis, cioè non paga ciò che mangia. E’ una espressione ovviamente familiare, di uso corrente, ma familiare, non professionale. Non potete usare questa espressione dicendo ad un vostro collega ad esempio che lui mangia a sbafo. Infatti la persona che mangia a sbafo non paga, ma dovrebbe pagare, quindi mangia gratis a spese di qualcun altro, che magari non lo sa, non sa che è lui a pagare. Quindi non usate questa espressione in ufficio o con colleghi italiani. Non si può dire quindi: oggi mangio a sbafo poiché c’è la festa di Maria che porterà tante cose da mangiare e quindi non dovrò andare a pranzo e spendere dei soldi per mangiare. Potete usarlo ma in modo scherzoso, e solo se la persona con cui usate questa espressione è un vostro amico.

Poi arriva Ramona dal Libano, da Beirut, che conferma: “esatto, pagava “Baffone” a quanto pare!”

Allora, cos’è un baffone. La parola baffone viene da “baffo”, o meglio da baffoni. I baffi crescono agli uomini, sono i peli che crescono sotto il naso e sopra le labbra, e i baffoni sono dei grandi baffi. Ok, ma baffone? Il singolare di baffoni è appunto baffone, ma baffone con la B maiuscola è in realtà una persona.

“Baffone”. Chi è Baffone? Evidentemente “Paga Baffone” è entrato nel linguaggio comune italiano, anche se non è una di quelle espressioni usate tutti i giorni. “Paga baffone” vuol dire paga lo Stato, lo Stato italiano, cioè paghiamo tutti noi. “Baffone” è semplicemente Stalin, che appunto, aveva dei grandi baffi, dei baffoni, e che rappresentava un intero popolo. Nessuno più di lui rappresentava un popolo. Baffone si usa anche in altre espressioni, come “addavenì Baffone”, che si usa dire quando c’è qualcosa che non va in una nazione e allora ci sarebbe bisogno di un po’ più di rigore, di rispetto delle regole. Quindi ci sarebbe bisogno che venisse qualcuno che fa rispettare le regole, uno come Stalin appunto. Addavenì vuol dire deve venire, “ha da venire”, in dialetto romano. Si usa dire anche “quando c’era Baffone“, che è una frase che si usa dire quando si vuole rimpiangere un certo periodo storico: quando c’era Baffone queste cose non accadevano. Frasi di questo tipo quindi. Quindi Baffone oggi è usato per indicare lo Stato, quindi nella nostra storiella per indicare che non pagava il politico ma lo Stato italiano.

Poi arriva Adriana dalla Colombia (Eliza su facebook), che dice: “ma perché, Andy, hai detto che “era” il sindaco?
A questo punto rispondo io da Roma, che dico: “te lo dico io, perché l’hanno fatto fuori!!”