Falla finita! Fallo per me!

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Buongiorno ragazzi e benvenuti su italiano semplicemente, il sito per imparare a parlare la lingua italiana come si deve, ed in particolare il sito per imparare l’italiano in modo divertente, in modo informale e anche professionale. Chi vi parla è Giovanni, una persona appassionata di apprendimento delle lingue, che ha iniziato nel 2015 ad organizzare le idee su italianosemplicemente.com nella speranza di essere utile a tutti gli stranieri al fine di innamorarsi della lingua di Dante Alighieri, che poi è anche la mia lingua!

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Oggi sono qui insieme a Luca, mio nipote. Benvenuto.

Luca: ciao a tutti.

Bene, oggi io e Luca vogliamo farvi conoscere l’utilizzo, anzi gli utilizzi di due parole in particolare, che sono FALLO e FALLA.

Questa idea mi è venuta in mente dopo avere letto un messaggio sul gruppo WhatsApp di italiano semplicemente, in cui un ragazzo voleva sapere come usare la parola FALLO.

La domanda del ragazzo,  egiziano, è stata la seguente:

Qual è  la differenza tra “puoi farlo”  e “puoi fallo”  e quando usare le due frasi.

Ci sono stati altri membri del gruppo che hanno replicato al messaggio dicendo che FALLO è solamente un modo per chiamare l’organo sessuale maschile.

A questo punto mi è venuto in mente che fosse necessario un chiarimento ed una spiegazione più dettagliata sulla parola FALLO, e già che c’ero anche sulla parola FALLA, al femminile.

Occorre specificare che in questo episodio  non spieghiamo la parola “fallo” inteso come organo sessuale, né la parola “falla” intesa come lacuna, mancanza. Si sente spesso infatti parlare di falla nel sistema informatico, oppure di avere una falla nel senso di avere una mancanza. Si parla solamente, in questo episodio, di fallo e falla come imperativo del verbo fare.

Una delle due frasi del ragazzo egiziano “puoi fallo” in effetti non è corretta, perché è una espressione dialettale. La frase corretta è solamente “puoi farlo”.

Ad esempio se chiedo a mia madre:

Mamma posso andare a giocare a pallone oggi pomeriggio? La mamma può rispondere:

Certo, puoi farlo, ma solo dopo aver fatto i compiti.

Quindi puoi farlo è una frase che serve a concedere un permesso: puoi fare ciò che mi hai chiesto, puoi farlo, e farlo finisce con “lo” perché si riferisce al permesso che è stato chiesto. Non è un ordine, perché c’è “puoi” ma è una possibilità. Se vuoi puoi farlo, altrimenti no.

Puoi farlo quindi si usa per rispondere ad una domanda qualsiasi in cui si chiede un permesso:

Posso fare la pipí? Posso fare colazione? Posso andare a casa? Posso ascoltare un episodio di Italiano Semplicemente?

Notate bene quindi che non c’entra nulla se la cosa di cui si parla sia maschile (posso fare questo esercizio?) o femminile: Posso fare la pipí? Chiede Il figlio alla madre. La madre risponde: si puoi farlo.

Qualcuno potrebbe dire: ma la pipí è femminile quindi la madre dovrebbe rispondere: sì, puoi farla!

Ok, hai ragione, infatti si può dire anche “farla” perché fare sta per espellere, quindi ci si può riferire direttamente alla pipí, e non al permesso di fare la pipí. Puoi farlo significa puoi fare ciò che mi hai chiesto, invece puoi farla significa puoi fare la pipí, cioè puoi espellere la pipí dal tuo corpo. Vanno bene e trame le cose.

Sicuramente non si può dire “puoi fallo” o “puoi falla” perché fallo e falla sono forme dialettali, e fallo e falla sono l’imperativo del verbo fare.

Quindi l’imperativo vuol dire che si sta dando un ordine, e non si sta concedendo un permesso. Fallo! Falla! Seguiti da un punto esclamativo equivalgono ad un ordine.

Quindi analogamente a “mangialo, scrivilo, vendilo, bevilo” eccetera, fallo è l’imperativo del verbo fare.

La stessa cosa vale per “falla” e “falli” ed anche “falle“.

Che dici mamma li faccio i compiti?

Falli subito! Risponde la mamma.

Mamma non  mi scappa la pipí!

Falla ho detto! Risponde la mamma.

Dove la faccio? Replica la figlia.

Falla dietro il cespuglio!

Quindi falla è un ordine. Fallo ugualmente è un ordine, e si usa di più di falla, perché come detto prima ci si può riferire in generale ad una cosa che va fatta, senza badare al genere maschile e femminile, perché potrebbe anche non esserci nessun genere.

Che dici vi raggiungo al mare?

Fallo!

Fallo! Cioè raggiungici al mare, è un ordine. Non c’è un genere da rispettare.

Bene allora adesso vediamo alcuni esempi in cui possiamo usare FALLO e FALLA.

Ci sono alcune espressioni che si usano molto spesso, a volte di facile comprensione, a volte meno.

Ad esempio  se dico “falla corta” sto dicendo, sto chiedendo ad una persona di “farla corta“, cioè di sbrigarsi, e questo si usa informalmente per chiedere una spiegazione veloce. È un po’ sgarbata come richiesta, un po’ maleducata diciamo, quindi vi consiglio di non usarla, e si usa quando si vuole dire ad una persona di non parlare molto, perché non è interessante, o perché non ho tempo per ascoltare, o perché è inutile. “Falla corta per favore” , cioè  “sii breve e conciso, non perdiamo tempo prezioso“.

falla finita! È un’altra espressione molto usata, anche questa molto sgarbata, molto autoritaria, quindi attenzione!  Se si dice: basta, smettila, non ti sopporto più, non parlare più è la stessa cosa.

Ma non si usa solamente per chiedere di smettere di parlare, piuttosto si usa molto spesso nelle discussioni, nei litigi, dove si sta dicendo all’interlocutore di smetterla di fare qualcosa.

Posso quindi dire: ma falla finita! Che significa smettila, cioè smetti di comportarti così, basta! Non ci si riferisce solamente a smettere di parlare, ma anche a smettere di fare qualcosa che non c’è bisogno di specificare, perché è scontato.

Posso parlare anche al plurale: Ad esempio se voglio lasciare la mia fidanzata posso dirle: forse è meglio che la facciamo finita. 

Il che è come dire: lasciamoci, non è più il caso che andiamo avanti. Facciamola finita. “Noi”  facciamola finita, ed anche qui non dobbiamo pensare che l’uso del femminile (facciamola) abbia un significato particolare. Semplicemente si usa dire così, è come quando diciamo: finiamola qui, smettiamola, che hanno lo stesso significato di “facciamola finita”. 

Al maschile si usa spesso dire:

“fallo per amor mio” 

Il che è una richiesta più che un ordine. Se ad esempio una donna chiede al fidanzato: mi ami veramente?

Il fidanzato allora dice: certo,  cosa devo fare per dimostrartelo? Cosa vuoi che faccia?

La donna allora dice: inginocchiati e chiedimi di sposarmi!

Cosa? Devo mettermi in ginocchio?

Fallo per amor mio, fallo se mi ami!

A questo punto il ragazzo non ha più scuse.

Si usa spesso dire anche:

“fallo bene”

Se ad esempio vado a chiedere alla mia fidanzata di sposarmi.

La mia amica potrebbe consigliarmi:

Benissimo, ma fallo bene però! Cioè fallo bene, fallo nel modo giusto, in modo originale.

Se mi riferisco direttamente ad un qualcosa o a qualcuno che ha un genere quindi, è come detto prima dobbiamo in questo caso specificare se è maschile o femminile.

Se ad esempio sto dicendo a Giuseppe che deve piegare, poi deve stirare delle lenzuola e deve farlo bene, e di farle entrare nell’armadio,  allora posso dire a Giuseppe:

– piegale, stirale (le lenzuola) e falle entrare nell’armadio.

Devo usare il femminile plurale, falle entrare, le lenzuola, nell’armadio. È come dire fai entrare le lenzuola nell’armadio, quindi falle entrare nell’armadio. Mi sto riferendo alle lenzuola, sono loro che devono entrare nell’armadio. Non è come falla finita, o facciamola finita o falla breve, in cui è consuetudine parlare al femminile, ma non c’è un soggetto femminile di riferimento. Questo è molto importante da comprendere.

Allo stesso modo c’è una espressione al maschile:

– fallo nero quello là! 

Fallo nero è una frase che si usa informalmente quando c’è una sfida o un incontro tra persone  in cui bisogna dimostrare di essere migliori di qualcun altro. C’è un confronto da affrontare.

Se c’è un incontro di box ad esempio, tra Marco e Luca ed io vorrei vincesse Marco  spero che sia lui e non Luca a vincere,  quindi dico a Marco: fallo nero! Cioè sconfiggilo, battilo, sii tu il vincitore, fallo nero, fallo diventare nero, alludendo ai lividi, al colore della carnagione, della pelle, quando una persona viene picchiata e subisce dei colpi che possono causare dei lividi di colore nero.

Ma qui ci si riferisce più alla vittoria, e vuol dire semplicemente sconfiggilo nettamente. Fallo nero uguale fai nero a lui, quindi in senso figurato sconfiggilo.

Allo stesso modo, si specifica quando si dice “fallo passare”. Anche questo molto usato nel quotidiano, linguaggio parlato da noi tutti i giorni.

Se sono in macchina ad esempio con la mia famiglia e ad un certo punto una macchina dietro di noi inizia a suonare col clacson perché vuole sorpassaci, vuole cioè vuole superarci, allora mia moglie potrebbe dirmi:

– dai fallo passare che sta suonando.

Con fallo passare ci si riferisce al guidatore dell’automobile che è dietro la nostra auto, ma potrei ugualmente dire “falla passare” se voglio riferirmi alla macchina, all’automobile, oppure alla donna che è al volante, se chi guida è una donna. Potrei ugualmente dire “falli passare“, quindi al plurale riferendomi in questo caso alle persone che si trovano dentro alla macchina. Tutti questi modi sono corretti.

Tornando alla differenza tra fallo e farlo, con fallo si parla quindi sempre di richieste o di ordini. Ed è per questo che non bisogna confondere fallo con farlo, oppure falli con farli. Fallo e falli indicano un ordine, una richiesta esplicita. Invece farlo indica una possibilità: “puoi farlo passare se vuoi” , “puoi farli passare se credi“.

Invece “fallo passare!” È un ordine, una richiesta.

Che dici lo faccio?

“Puoi farlo” indica una possibilità, “fallo” indica un ordine.

Un altro esempio?

Se sono in cucina e devo cucinare delle patate, posso chiedere: come vuoi che cucini le patate? Potrei farle fritte, oppure potrei farle arrosto, oppure al vapore. Come le faccio?

Mia madre direbbe:

Beh puoi farle come preferisci.

Ma mia moglie risponderebbe “falle al vapore!” probabilmente,   perché sono più salutari.

Bene ragazzi non  la voglio tirare troppo per le lunghe, credo sia abbastanza per oggi. Spero di essermi spiegato bene, al limite potete commentare l’articolo e risponderò volentieri.

Grazie a tutti coloro che apprezzano questo lavoro che facciamo sul sito, molti lasciano dei commenti agli articoli, altri preferiscono condividere con i loro amici gli episodi su Facebook, oppure solamente l’audio su WhatsApp, a me fa piacere ogni tipo di apprezzamento. Se poi volete aiutare economicamente italiano semplicemente, come fanno alcuni visitatori, vi ringrazio di cuore per la vostra generosità, potete donare usando PayPal, 1 euro, 5 euro, quanto volete, potete anche fare una donazione ricorrente, ogni mese è potete ovvia. ovviamente iniziare e smettere quando volete.

Grazie a tutti comunque,qualunque sia il vostro modo di apprezzare italiano semplicemente. Il prossimo episodio sarà una lezione di italiano professionale, un saluto a tutti.

Tirare a campare

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Trascrizione

Buongiorno amici, spero stiate tutti bene. Da parte mia devo dire che  non c’è male, sto molto bene, sia fisicamente che moralmente.

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A volte mi capita anche di non essere in forma, ma ad ogni modo non faccio sicuramente parte di quella categoria di persone che alla domanda “come stai” risponde con ad esempio: “così così” , oppure “si sopravvive“, o anche “si tira a campare” o “tiro a campare“.   Molte persone rispondono proprio così:  “si tira a campare”. Non so se avete mai sentito questa espressione,  molto usata soprattutto  dalle persone anziane, o almeno a me è capitato spesso di ascoltarla da persone con una età abbastanza avanzata.

Di espressioni simili ce  ne sono molte, tra cui vivacchiare, che poi è un semplice verbo, una distorsione del verbo vivere, oppure anche la frase “vivere alla meglio“.

Tirare a campare è la frase quindi su cui voglio soffermarmi oggi.  Il verbo tirare in questo caso è utilizzato in un modo veramente strano,  insolito direi.  Tirare qualcosa significa prendere una cosa con le mani e portare questa cosa verso di sé: tirarla a sé o tirarla verso di sé.  Questo è il modo più utilizzato di usare questo verbo. Tirare quindi è il contrario di spingere. Si può tirare una corda, si può tirare una maniglia di una porta, ma si può tirare anche un sasso però, ed in questo caso tirare significa lanciare, prendere una cosa e lanciarla, tirarla lontano. Quindi è esattamente il contrario di prima. Analogamente si può tirare un calcio di rigore nel gioco del calcio, e qui tirare il rigore equivale a battere un calcio di rigore o di punizione. Non è esattamente un verbo facilissimo da usare pertanto.

Qui in questa frase “tirare a campare” si sta invece parlando della propria vita. Campare infatti significa più o meno, essere vivi, sopravvivere. Come stai? “Si campa” , “si sopravvive” , anche questa è una risposta del tutto equivalente a tirare a campare. “Si campa”  significa quindi “si sopravvive“, ma “si tira a campare“, oppure se parlo in prima persona:”tiro a campare” ha un senso ancora più forte che indica uno sforzo, una fatica che si fa cercando di sopravvivere.

Infatti quando si fa fatica a fare qualcosa si può anche usare il verbo tirare in un altro modo. Posso dire “tirare avanti a fare qualcosa“. Ad esempio:

Come stai? Una risposta può essere:

Si tira avanti“: anche questa è una risposta analoga ed equivalente a “si tira a campare“.

In altri contesti posso ugualmente usare tirare avanti. Al lavoro posso chiedere ad un collega: Come va con il tuo progetto lavorativo? Risposta:”Lo sto tirando avanti a fatica“.  Cioè faccio fatica a proseguire con il progetto, riesco a portarlo avanti ma con fatica, faccio un notevole sforzo: lo tiro avanti con fatica. È come se spingessi in avanti qualcosa di pesante.  Questo podcast è anche quindi una risposta a Alexandre su Twitter che mi ha chiesto il significato di “fare fatica a fare qualcosa” . Ecco, la fatica, caro Alexandre,  può essere sia fisica che psicologica,  cioè mentale.

Quando si fa fatica a sollevare qualcosa si tratta di fatica fisica, ma se faccio fatica a fare un lavoro mi riferisco invece allo sforzo mentale, all’impegno che devo mettere in quel lavoro, oppure alla volontà che devo mettere perché magari non mi interessa quel lavoro, non mi interessa ma qualcuno mi ha chiesto di farlo,  oppure non ho la capacità di farlo, è troppo difficile. La fatica quindi può dipendere da molte cose diverse.

Nel caso di tirare a campare si fa fatica a campare, cioè a sopravvivere. Se una persona ha delle difficoltà economiche, cioè ha problemi di denaro, dei seri problemi economici, magari non ha i soldi per acquistare il cibo o per la casa o cose di prima necessità, in questo caso ha senso dire: faccio fatica a tirare avanti, oppure tiro a campare come posso, riesco a tirare a campare. In tal caso si vuole dire che nonostante le difficoltà, vado avanti, sopravvivo ma con fatica. Invece questa frase tirare a campare è spesso usata, direi in modo improprio, per dire: va bene ma potrebbe andare meglio, va bene ma ho dei problemi.  Non sono soddisfatto.

Non ci sono quindi in realtà seri problemi  economici legati alla sopravvivenza, problemi a mangiare o cose del genere. Oppure è solo un modo ironico di rispondere.

Alcune persone hanno infatti  quasi il timore, la paura di dire che tutto va bene, che sono felici di come vadano le cose. Chissà perché. Ed allora rispondono con “si tira a campare“. Forse queste persone hanno paura di attirare troppo l’attenzione e che la loro felicità possa essere motivo di invidia da parte di chi ascolta, oppure rispondono così per non sembrare troppo esagerati e per non vantarsi.  Quindi usiamo il verbo tirare: è  come se noi stessi fossimo spinti a fatica in avanti, come se avessimo mille difficoltà a superare dei problemi.  Ecco perché si usa il verbo tirare. È la vita stessa a cui ci si riferisce. Qui è importante l’uso della preposizione semplice “a“. Tirare a campare. È quindi simile alla frase “riuscire a vivere”  o “riuscire a sopravvivere“. Ecco perché si usa la preposizione “a”. Campare non è però esattamente come vivere o sopravvivere. Campare significa avere cibo a sufficienza per sopravvivere, nonostante mille difficoltà. Tra l’altro il verbo campare è molto usato nelle espressioni idiomatiche italiane: Un altro modo di dire abbastanza diffuso è infatti “campa cavallo che l’erba cresce“. Ma questa frase la spieghiamo la prossima volta in un altro episodio di italiano semplicemente.

Insomma avete capito che tirare a campare è la frase idiomatica di oggi, non molto intuitiva da comprendere. Spero sia riuscito a spiegare bene il senso. Spero anche che non impariate ad usare questa espressione parlando di voi stessi e della vostra situazione personale, anche perché,  secondo me, con questo tipo di risposte si mette anche un po’ in imbarazzo chi fa la domanda: come stai? Ci si aspetta sempre che si risponda: benissimo grazie e tu?

Ciao ragazzi ci vediamo al prossimo podcast di italiano semplicemente.

O la va o la spacca 

Audio

Video con sottotitoli

https://www.youtube.com/timedtext_video?v=BjTg7XNYO1Y

Trascrizione

Eccoci qua amici, di nuovo su italiano semplicemente. Anche oggi un episodio dedicato ad un paio di espressioni italiane molto usate da tutti. Grazie Manel, che mi sta aiutando per questo podcast.  Manel è una ragazza algerina.  La prima espressione di oggi è “O LA VA O LA SPACCA”. 

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È stato Leonardo dal Cile che mi ha proposto di spiegare il significato e l’utilizzo di questa espressione, ed approfitto per salutare Leonardo e tutti i suoi compatrioti cileni. Grazie della domanda,  sono felice di aiutarti, caro Leonardo.

Allora: o la va o la spacca è una frase molto utilizzata dagli italiani di ogni estrazione sociale, di ogni età, di ogni religione e chi più ne ha più ne metta.

Come al solito spieghiamo prima le singole parole dell’espressione così sarà più facile capire l’espressione completa.

La frase comincia con la parola o. Sapete tutti che la parola o è una congiunzione: “o” indica che dobbiamo fare una scelta, che ci sono più alternative e quindi quando trovate questa parola, di una sola lettera, il significato è solamente questo. Dobbiamo scegliere tra una cosa o un’altra cosa. È diverso dalla parola “ho”, perché mentre “o” è una congiunzione, “ho” è un verbo,  ok? È totalmente un altro significato,   e poi “ho” si scrive con la lettera h davanti, lettera che non si pronuncia ma che modifica il suono della lettera “o” che così diventa “ho”.

“Ho” quindi è la prima persona dell’indicativo presente del verbo avere: “io ho”, ad esempio “io ho fame”,  “io ho 18 anni”,  “io ho rispetto di te” eccetera.

Quindi “o” non è uguale ad “ho”. Dobbiamo scegliere tra due alternative. Quali sono queste due alternative? “O la va o la spacca”  quindi le due alternative sono:”la va”- prima Alternativa- e “la spacca” – seconda alternativa.

Ma cosa significa “la va” e cosa significa “la spacca”?

“La va” sono due parole, la e va.  La è un articolo. Ad esempio “la finestra”, “la mamma”, “la pizza” eccetera, quindi è l’articolo femminile singolare. La versione maschile è “il”  o anche “lo”, mentre il plurale di “la” è “le”: le finestre, le mamme e le pizze.

“Va” invece è il verbo andare. Io vado, tu vai,  lui va, noi andiamo, voi andate, loro vanno. Quindi posso dire “lui va” o anche “lei va”,  ad esempio lui va al mare, lui va a casa eccetera. Ma “la va”, non significa proprio nulla dal punto di vista della grammatica. La grammatica non aiuta in questo caso. Infatti “la va” ha un significato idiomatico, ed ha un senso solamente in questa espressione che stiamo spiegando oggi “o la va o la spacca”. “La va” in questo caso significa semplicemente “funziona”. Ok allora vediamo: o funziona o la spacca.

Se una cosa va, vuol dire che funziona, che va bene. Anche al passato posso usarla: “è andata! ” è una esclamazione: “è andata”, cioè “è andata bene”, “ha funzionato”: si usa spesso in italiano:  se devo dare un esame, ad esempio, e dopo qualcuno mi chiede: com’è andata? Io posso rispondere: “è andata bene!”, oppure semplicemente “è andata”, cioè “ce l’ho fatta”, “ci sono riuscito”.

OK quindi “o la va” vuol dire o ci riesco,  o funziona, o ce la farò, o ci riuscirò, oppure? Qual è l’alternativa? L’alternativa è che non ce la farò, non ci riuscirò, non funzionerà, o anche,  posso dire che “la spacca”.

Quindi questa è una frase che si usa quando c’è una sfida da superare, e quando non sappiamo come andrà a finire, non conosciamo il futuro.

E  nonostante noi non conosciamo il futuro, nonostante questo dubbio che abbiamo, noi ci proviamo lo stesso e diciamo: “o la va o la spacca”. Capite quindi che si usa dire questa frase quando vogliamo sfidare il destino, quando non ci importa come andrà a finire. O la va o la spacca, cioè o andrà bene oppure no, non mi importa!

Facile no?

Resta però aperta una domanda: perché si dice “la spacca”?

A dire la verità non lo so!

Non so perché si dice così, ho sempre saputo che questa espressione di usa quando devo esprimere questo sentimento, quando c’è qualcosa che bisogna fare senza aver paura di come andrà, perché vogliamo rischiare, forse perché non avremo altre occasioni, forse perché questa è l’unica occasione che abbiamo è quindi siamo obbligati a provare o forse perché amiamo il rischio e ci piace rischiare, ci piace sfidare noi stessi. “la spacca” infatti non significa nulla. La frase poteva essere “o la va o la non va”, ma non si usa dire così, si usa invece dire “o la va o la spacca” ; si usa quindi il verbo “spaccare” che vuol dire rompere, distruggere, quindi è un verbo forte che in questo caso si usa perché vogliamo dire che andrà male, che non funzionerà: o la va o la spacca, cioè o funziona oppure pazienza, anche se il risultato sarà negativo non mi importa, ed è come se questo risultato negativo fosse come qualcosa che si rompe, che si spacca, e quando qualcosa si spacca non si può più tornare indietro, non si può più riparare, è distrutto per sempre!

Un’immagine molto negativa quindi!

Facciamo qualche esempio: mi piace una ragazza e vorrei dirglielo che mi piace, anche se c’è il rischio che io non piaccia a lei. Allora dico a me stesso: basta, adesso glielo dico, non mi importa come andrà, sono disposto a correre il rischio: o la va o la spacca!

Credo sia una espressione molto melodica, che va dritta al punto: si capisce credo abbastanza intuitivamente il significato, ed infatti Leonardo che mi ha proposto questa spiegazione mi ha detto che credeva di aver capito ma che aveva bisogno di qualche esempio per essere sicuro.

Allora facciamo un secondo esempio: immaginiamo che io sia uno studente che studia la lingua italiana, e che io debba fare un esame di italiano molto importante entro una settimana. È  l’ultimo esame universitario, quindi  se supererò questo esame sarò laureato, altrimenti farò una brutta figura.  Ho solamente una settimana di tempo per studiare, altrimenti dovrò aspettare un anno prima di poter provare nuovamente a fare l’esame. Cosa faccio? Ci provo? Rischio di fare una figuraccia oppure rinuncio? Se scelgo di rischiare potrei farcela ma è rischioso…

Allora alla fine decido di rischiare e dico a me stesso: mi butto!  O la va o la spacca!

Decido quindi di rischiare, mi butto! Si dice anche così normalmente in italiano: è la stessa cosa che dire “o la va o la spacca”, mi butto, provo, rischio, tento la fortuna, provo a sfidare il destino. Sono tutte espressioni equivalenti. Anche “mi butto” è molto usata: buttarsi è il verbo usato. Buttarsi significa buttare se stessi, cioè provare tentare.  C’è anche un’ultima espressione equivalente anch’essa molto usata in Italia: “tentar non nuoce“. Tentar significa tentare, mentre non nuoce significa “non fa male”: provare non fa male. Facile ed intuitiva come frase.

Questa forse è anche più elegante e la potete usare veramente con tutti senza problemi.  Infatti o la va o la spacca è più familiare e più adatta con gli amici  invece “tentar non nuoce”  la potete usare anche negli affari o col vostro insegnante. Non abbiate paura di utilizzare queste espressioni perché tutti vi capiranno e nessuno si stupirà di questo.

Bene spero che ora sia tutto chiaro.

Provate a ripetere ora dopo di me:

O la va o la spacca.

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

Ciao amici. Grazie a tutti per il vostro tempo che mi avete dedicato. Alla prossima!

Grazie Manel.

Manel: grazie a te!

Da quando in qua 

Audio

Descrizione

La spiegazione dell’espressione “da quando in qua”, con esempi di applicazione, tono da utilizzare e un esercizio di ripetizione.

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Italiano Professionale – Lezione n. 9: problemi e fallimenti

Descrizione della lezione

Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: come cercarli, evitarli, risolverli e gestirli. Quindici espressioni tipiche italiane: informali, formali e giornalistiche.

Lunghezza: 17 pagine

Durata prima parte: 21 minuti e 4 secondi

Durata seconda parte: 18 minuti e 28 secondi

Per scaricare la lezione occorre essere membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

Lezioni collegate: problemi sul lavoro 

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: cercarli, evitarli, risolverli e gestirli.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas: buscarlos, evitarlos, resolverlos y administrarlos.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes: comment les chercher, les éviter, les résoudre et les gérer.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions of problems: search it, avoid it, solve it and manage it.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير على المشاكل: تجنبها، حلها وإدارتها
russia Мы говорим о идиомы по проблемам: избегать их, решать их и управлять ими.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen: vermeiden sie, lösen sie und verwalten.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα: αποφυγή, επίλυση και διαχείρισή τους.

Prenota il corso: https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

Trascrizione

  1. Introduzione

Ciao io sono Giovanni.

Ramona: Ed io sono Ramona, benvenuti nella nona lezione di Italiano Professionale: lezione numero nove.

Nella lezione di oggi io e Ramona, ragazza libanese laureata in italianistica all’università di Beirut, oltre che membro della redazione di Italiano Semplicemente – spero che anche questo giovi al tuo curriculum Ramona! – vi illustreremo alcune espressioni italiane che hanno a che fare con i problemi: problemi, fallimenti, errori; e vedremo le emozioni collegate ai problemi e come le espressioni italiane siano in questo caso molto colorite. Poi nella seconda parte della lezione vediamo le espressioni che si usano quando non c’è più nulla da fare, quando cioè un problema non ha nessuna soluzione, cioè quando non si può più risolvere.

Ramona: anche qui la lingua italiana è molto varia in questo campo Giovanni.

Forse perché di problemi ne abbiamo parecchi in Italia. Comunque state tranquilli perché inizieremo dalle frasi più facili e come sempre spiegheremo tutto dettagliatamente.

Ramona: poi faremo anche il solito esercizio di pronuncia alla fine, non ce lo dimentichiamo.

Sì, infatti, ma prima dell’esercizio dobbiamo parlare anche dei rischi legati alla pronuncia ed all’utilizzo delle frasi. Anche questa è una cosa che facciamo sempre nelle lezioni di italiano professionale, perché nel lavoro fare brutte figure non è una cosa buona Ramona, e chi non si sente sicuro a parlare italiano, è bene che sappia non solo pronunciare bene una frase, ma anche sapere cosa succede se sbaglia la pronuncia. Molte volte può essere molto pericoloso. Vediamo dopo il perché.

Iniziamo allora a parlare di problemi Ramona. Sei d’accordo vero?

Ramona: sì, iniziamo, e dobbiamo dire che questa lezione è strettamente collegata alla precedente lezione, in cui si è parlato di risultati.

Hai ragione Ramona, se c’è un problema, il risultato sicuramente non arriva. Per ottenere un risultato occorre risolvere questo problema. Oggi quindi parliamo dei problemi ma parliamo anche di risultati che non arrivano. Che ne dici Ramona?

  1. Le espressioni sui problemi

Ramona: certo Gianni, non voglio sicuramente metterti i bastoni tra le ruote!

Mettere i bastoni tra le ruote è proprio la prima espressione di oggi.

Creare problemi. È questo il semplicissimo significato di questa espressione.

Sapete tutti che se mettete dei bastoni tra le ruote, e precisamente tra le ruote di una bicicletta, rischiate seriamente di cadere.

Ramona: sicuramente create un bel problema al ciclista!

Infatti, il ciclista non gradirebbe sicuramente. Questa frase è semplice e universale: potete sempre utilizzarla, in ogni circostanza; tutti vi capiranno e vi capiterà molte volte di ascoltarla proprio perché è diffusissima.

Se mettete i bastoni tra le ruote di qualcuno gli state quindi creando un problema, quindi è un’espressione che si usa quando è stato ben identificato il problema e soprattutto quando è chiaro il responsabile, la persona che ha creato il problema, cioè che ha “messo” i bastoni tra le ruote.

Quindi “mettere i bastoni tra le ruote” serve ad identificare il colpevole, l’artefice del problema: colui che ha messo i bastoni tra le ruote è la persona che ha creato il problema. Invece sulla persona penalizzata dal problema, la persona che ha subito il danno, e che quindi non potrà ottenere dei risultati, o avrà dei problemi ad ottenere dei risultati, cosa possiamo dire di questa persona? Ebbene, quando arriva, o capita un problema, e questo capita all’improvviso, senza preavviso, se il problema è abbastanza grave, si può dire che questo problema è “arrivato tra capo e collo”.

– spezzone musicale tratto dalla canzone ”mentre nevica” della rock band “Caminada”, contenente l’espressione “tra capo e collo”

Non importa chi sia stato a causare il problema, non importa chi sia il colpevole. Se è un grave problema, difficile da risolvere si dice che a questa persona sia arrivato un problema tra capo e collo. Il capo è la testa, la testa della persona; il collo invece sta immediatamente sotto la testa; il collo sostiene la testa.

Ramona: perché si dice così?

La frase ha a che fare con il dolore fisico. Immaginate di ricevere una botta, una bastonata ad esempio, o comunque un colpo, e di ricevere questo colpo tra la testa ed il collo, cioè esattamente dietro la testa e sotto la testa, cioè alla base della testa.

Evidentemente questo colpo è doloroso e quindi la persona che lo riceve potrebbe anche morire, e dà l’idea di una morte improvvisa, immediata, ed anche inattesa. Se qualcuno arriva da dietro e ci dà un colpo tra capo (cioè la testa) e collo noi non lo vediamo e quindi riceviamo una sorpresa.

Quindi quando si ha un grande problema inatteso, che ci prende alla sprovvista, di sorpresa, si dice che questo problema ci è arrivato tra capo e collo. Si può usare anche il verbo capitare: capitare tra capo e collo. Infatti se qualcosa “capita” dà più l’idea della sorpresa rispetto al verbo arrivare, rispetto ad “arriva”.

Ramona: Ok quindi finora abbiamo parlato di problemi ed i problemi impediscono di raggiungere dei risultati; ma poi non ci sono solamente i problemi. Non è solo per via dei problemi che non si raggiungono risultati. Infatti credo che un’altra cosa che impedisca di raggiungere risultati siano gli errori.

Gli errori. Hmmmm.. io non faccio mai errori… ok ok, anche io ne faccio, ma errare è umano.

Ramona: sì, errare è umano, ma perseverare è diabolico!

Infatti: errare è umano, perseverare è diabolico. Questa è la prossima frase, molto utilizzata dagli italiani. Errare è umano, quindi sbagliare è umano (errare = sbagliare). Tutti sbagliano, tutti possono sbagliare, quindi tutti possono fare errori; errare è umano, è nella natura umana. Ma continuare a sbagliare non va bene, non si può sbagliare sempre: si dice che perseverare nell’errore, cioè continuare a sbagliare, sia diabolico. Perseverare è diabolico significa che non è umano, ma è sovrannaturale, è come se ci fosse il diavolo, una creatura maligna. Se nell’errore, nello sbaglio c’è il diavolo, allora perseverare nell’errore è diabolico.

In altre parole, sbagliare è comprensibile, può capitare, ma se si continua a sbagliare, se si persevera nell’errore, questo è contrario alla natura umana, perché non ci si può non accorgere che si sta continuando a sbagliare.

Bene, perseverare è diabolico dunque, e cosa possiamo dire di quelle persone che creano spesso dei problemi e li creano a se stessi?

Vediamo un’espressione che si utilizza proprio per descrivere queste persone. Ramona ci sono persone particolarmente adatte a trovare dei problemi.

Ramona: Sì Gianni, questa è una dote particolare. Ci son persone che si vanno a cercare i problemi col lanternino.

Questa, cara Ramona, è una caratteristica di molti italiani.

Ci sono persone che non sono molto attente, neanche nel lavoro, e creano sempre problemi. Se non ci sono situazioni difficili, se le vanno a cercare. Si dice così. Chi “se le cerca”, o “chi se le va a cercare” è una persona che cerca i problemi. La parola “problemi”, anche se non compare nella frase, è scontata: “andarsele a cercare” si riferisce ai problemi: andare a cercare i problemi; andare a cercare i problemi per se stessi, infatti si dice “andarsele a cercare”. In particolare si dice: “cercare col lanternino”; “andarsele a cercare col lanternino”.

Il lanternino è una lanterna, cioè una luce, una luce però molto debole, che si usava qualche anno fa. Evidentemente era difficile cercare qualcosa col lanternino. Eppure c’è qualcuno che riesce a trovare dei problemi anche col lanternino.

Questa ovviamente è una frase ironica quindi, e si usa quando c’è qualcuno che persevera nell’errore e questi producono degli effetti negativi su chi compie gli stessi errori.

Ramona: Bene Gianni, adesso vediamo di andare avanti con le frasi idiomatiche, oggi stiamo battendo la fiacca!

Ramona ha appena utilizzato un’altra delle espressioni legate ai risultati. “Battere la fiacca”. Prima si parlava di errori. E si diceva che errare è umano. Battere la fiacca non è un vero e proprio errore. Battere la fiacca significa andare lentamente. Battere la fiacca significa anche “non ottenere molti risultati”, non essere molto produttivi. “La fiacca” è quel senso di debolezza, quel senso di “voglia di far niente” che a volte, nel lavoro può capitare.

– spezzone musicale tratto dalla canzone “capitano uncino” di Edoardo Bennato, contenente l’espressione “battere la fiacca” –

È una espressione di origine militare, ma ormai si usa spesso quando c’è qualcuno che ozia, cioè che lavora poco volentieri, che lavora controvoglia.

Può capitare che se stai al lavoro, e stai prendendo un caffè, un tuo collega ti incontri e ti dica:

“si batte la fiacca oggi?”

Molti italiani in effetti battono la fiacca quando sono al lavoro, altri invece lavorano molto bene. Battere la fiacca è molto colloquiale come espressione.

Quindi c’è chi sbaglia e continua a sbagliare, chi cioè persevera nell’errore, poi c’è chi lavora poco, cioè chi batte la fiacca. Questi sono due ostacoli al raggiungimento dei risultati.

Ramona: Ma non finisce qui. Infatti c’è anche chi non sa cosa fare. In questi casi abbiamo una frase ad hoc: “brancolare nel buio”

Brancolare nel buio. In effetti le persone che brancolano nel buio magari non sono persone che sbagliano, e non sono neanche persone che battono la fiacca. Però potrebbero essere persone che, non sanno cosa fare. Perché non sono preparate, oppure perché il problema che è capitato è molto difficile.

La frase brancolare nel buio si usa soprattutto quando c’è un crimine, un omicidio ad esempio, o anche un furto, e chi deve indagare, cioè la Polizia, che deve fare le indagini, oppure i Carabinieri, non sanno chi è stato, non sanno chi ha commesso il furto o l’omicidio, non sanno chi ha commesso il reato e non hanno nessuna traccia, nessun indizio. Allora si dice che la polizia brancola nel buio.

Il buio infatti è l’assenza di luce. Di giorno c’è la luce e di notte c’è il buio. Se tenete gli occhi chiusi vedete tutto nero, state nel buio quindi, e se provate a camminare nel buio, state esattamente brancolando nel buio. Quando camminate e non c’è luce attorno a voi, è normale camminare con le mani in avanti, perché potreste sbattere contro qualcosa. Ecco, questo è “brancolare nel buio”, e la polizia quando non sa cosa fare, si dice che brancola nel buio.

Ma non si usa soltanto con i reati, con i crimini, si usa in effetti anche quando c’è qualcuno che deve prendere una decisione e non sa proprio cosa fare. Questa persona è come se camminasse al buio: sta brancolando nel buio, sta cercando l’orientamento, sta procedendo con incertezza, si muove alla ricerca di una soluzione. Insomma, sicuramente non sta ottenendo alcun risultato.

Chi brancola nel buio può provare a fare qualcosa, ma c’è il rischio di sbagliare, di fare dei grossi errori. C’è il rischio di fare un bel buco nell’acqua.

Fare un buco nell’acqua. Questa è un’altra espressione simpatica. Un buco nell’acqua. Come si fa a fare un buco nell’acqua?

Un buco si può fare nel legno, nel ferro, ma anche nell’acqua. Se lo fate nell’acqua cosa succede? Succede che l’acqua immediatamente ricopre il buco, e il buco sparisce. Se ne deduce che fare un buco nell’acqua vuol dire fare qualcosa di inutile. Fare un tentativo inutile, che non serve a nulla.

In ambito lavorativo si fanno spessissimo buchi nell’acqua. Se avete un’attività e volete attirare nuova clientela con un annuncio pubblicitario, se l’annuncio pubblicitario non funziona per niente, avete speso dei soldi inutilmente e potete dire di aver fatto un buco nell’acqua.

Qualsiasi tentativo può rivelarsi un buco nell’acqua. Come potete immaginare questa è un’espressione utilizzata in ogni lavoro, più o meno importante.

Dunque vediamo adesso cosa succede quando non sapete a chi dare la colpa quando un problema vi impedisce di raggiungere degli obiettivi, di raggiungere dei risultati.

C’è dunque un problema, e spesso non sappiamo chi sia il colpevole. Chi è il colpevole? Chi deve pagare per aver procurato il problema?

Solitamente quando c’è un grosso problema e non si conosce il colpevole, si cerca qualcuno a cui dare la colpa, si cerca cioè il “capro espiatorio”.

Ramona: questa non è un’espressione molto facile Gianni

Ne sono consapevole, ma è interessante conoscere l’origine di questa espressione.

Il capro espiatorio era un capro, cioè un animale, una capra, stavolta utilizzato al maschile (capro) che veniva utilizzato anticamente, molti anni fa, durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme, ed il “capro”, questo animale, veniva mandato nel deserto e fatto precipitare da una rupe, da un precipizio, insomma veniva ucciso. In questo modo tutti i peccati commessi, è come se sparissero, i peccati sono stati perdonati da Dio grazie al capro espiatorio. Il capro aiuta ad espiare i peccati, dove espiare significa riparare ad una colpa scontandone la pena. Il capro pagava per tutti e pagava con la sua vita.

Cosa c’entra col lavoro?

Beh, il capro espiatorio, in senso figurato, è un individuo, o anche un gruppo, un’organizzazione, scelto per addossargli una responsabilità o una colpa per la quale può anche essere innocente. Quando si trova un capro espiatorio vuol dire che si trova qualcuno a cui dare la colpa, anche se la colpa non è la sua.

– spezzone musicale tratto da “Gemitaiz – Non ti rivedo più” contenente le frase “capro espiatorio”

Cosa diciamo quando arriva qualche problema nel lavoro?

Ramona: beh, se non è un grande problema possiamo dire che qualcosa va storto, altrimenti, in caso contrario, va tutto liscio.

Va liscio oppure va storto. Proprio così. Nel primo caso, se tutto va liscio, vuol dire che non c’è nessun problema. Si usa il verbo andare. Tutto va liscio, tutto è andato liscio, tutto andrà liscio, dipende dal contesto, se parliamo al presente, passato o futuro. Si dice che va “liscio” – una cosa è “liscia”, come ad esempio un pavimento, o una qualsiasi superficie, è “liscia” quando è piatta, quando non ci sono imperfezioni, increspature. Una superficie liscia è una superficie che se viene toccata non si sentono imperfezioni, non si sentono bozzi, buchi, o cose che pungono eccetera.

In senso figurato invece vuol dire senza difficoltà, senza problemi.

Si usa spesso con gli esami, con le prove in generale:

Come è andato l’esame di matematica?

Ramona: Molto bene grazie, è andato tutto liscio, tutto liscio come l’olio!

Brava, si dice infatti anche così: tutto liscio come l’olio, cioè senza nessuna difficoltà.

Se invece l’esame è andato male posso dire che è andato tutto storto!

Attenzione perché si usa dire “è andato tutto storto”, oppure “qualcosa è andato storto”. Raramente si usa dire “è andato storto”. È più facile che ascoltiate “è andata male”, o “è andato male”.

In senso ironico si può utilizzare un’espressione molto comune. Come va Ramona?

Ramona: tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, cioè tutto ok, equivale a “tutto liscio”, cioè “non ci sono problemi”: “Tutto è a posto”, e “niente è in ordine”. Due frasi dal significato opposto quindi, infatti tutto a posto è il contrario di “niente è in ordine”. È chiaro quindi che la frase si usa per scherzare. Evidentemente ci sono dei piccoli problemi e questi piccoli problemi causano dei malumori, quindi non possiamo dire che tutto è ok, che tutto è a posto, ma in fondo di problemi gravi non ce ne sono. Finisce qui la prima parte della nona lezione di Italiano Professionale. Nella seconda parte vedremo più da vicino le espressioni che si utilizzano quando, tutto sembra perduto, quando non c’è più nulle da fare. A seguire nella seconda parte vedremo i rischi legati alla pronuncia di tutte le espressioni viste nella prima e seconda parte e alla fine l’esercizio di ripetizione.

Ramona: un saluto dal libano

Fine prima parte

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