853 La Madonna

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Trascrizione

L’episodio di oggi riguarda la Madonna. Non sarà però un episodio della madonna, ma solamente sulla Madonna!

Adesso vi spiego meglio!

Sapete tutti, credo, che sto parlando di Maria, la mamma di Gesù. Il termine “Madonna” è un cosiddetto epiteto (un termine nuovo per voi?) di Maria di Nazareth, madre di Gesù Cristo. Un epiteto cos’è?

Un epiteto serve a identificare, a volte a chiamare una persona, altre a apostrofarlo, anche! E’ simile cl concetto di “soprannome” o “nomignolo”.

Ebbene, questo epiteto (madonna, con la iniziale generalmente minuscola) è entrato nel linguaggio comune e si usa in tante occasioni diverse che non hanno più a che fare con la madre di Gesù Cristo.

Esiste ad esempio l’espressione “tirare le madonne“, o anche “smadonnare“, ancora più informale, che ha un senso simile a bestemmiare, imprecare, non direttamente contro la Madonna (con la M maiuscola) ma è sufficiente riferirsi a divinità e santi.

Si sta nominando impropriamente il nome di qualche santo per sfogare la propria rabbia.

Questo è il concetto di smadonnare e tirare le madonne..l

Se vogliamo, quando si smadonna possiamo dire che si stanno chiamando impropriamente in causa alcuni santi, che, poverini, non c’entrano nulla con le nostre disgrazie o disavventure.

E’ nelle cose che ogni tanto quel che ci accade non sia sempre di nostro gradimento o non vada a nostro favore.

Si usa generalmente il verbo “imprecare“, e in questo caso non ci rivolgiamo necessariamente contro un santo,. Imprecare è più diffuso e sta per “pronunciare parole con rabbia contro qualcuno o qualcosa”, parole offensive o blasfeme.

Spesso si impreca contro le persone. Non è necessario prendersela con la Madonna o con i santi.

Per imprecare si può anche semplicemente urlare contro la sfortuna o contro sé stessi o contro dei “mali” riconosciuti da tutti come la miseria o la morte.

“Porca miseria” o “mannaggia alla miseria” o “mannaggia alla morte” sono tra le imprecazioni più pacate che esistono.

Queste però forse è meglio chiamarle esclamazioni di disappunto. Ce ne siamo già occupati in un episodio passato.

Se invochiamo la Madonna, con una frase analoga, entriamo però nel campo delle imprecazioni e delle bestemmie. Meglio evitare…
Smadonnare e “tirare le madonne” sono comunque due modalità del linguaggio popolare per riferirsi al fatto che una persona inizia a imprecare per la rabbia e se la prende con qualcuno che non può neanche rispondere. Non è carino.
Ma dobbiamo per forza parlare o strillare?
Avere un pessimo umore, seppure restando in silenzio, è indicato con l’espressione “avere le madonne“.
Ovviamente per tirare le madonne, bisogna innanzitutto averle…
Si tratta sempre di un’espressione popolare. Non potrebbe essere altrimenti.
Oggi mi sono alzato col piede sbagliato“. Questa frase, probabilmente più nota a tutti, è del tutto simile a “oggi ho le madonne“. Hanno un significato simile, ma generalmente se si chiamano in causa “le madonne” c’è un motivo particolare, legato a qualcosa di accaduto che ha provocato questo pessimo umore.
Es:
Lascialo perdere, oggi ha le madonne per colpa di una multa che gli hanno fatto!
I miei figli mi hanno fatto venire certe madonne che non ti dico.
Anche l’espressione “avere un diavolo per capello” ha lo stesso significato di “avere le madonne“.

Ovviamente quando mi arrabbio, cioè quando mi accorgo di avere le madonne, potrei anche dire che “mi sono venute le madonne” oppure che “mi sono prese le madonne“.

In pratica le madonne (solo al plurale mi raccomando) possono venire, si possono prendere, avere e tirare.

Es:
Quando ho visto la mia auto distrutta dopo l’incidente mi sono venute certe madonne!

Se non volete nominare impropriamente e direi anche indebitamente la Madonna, potete comunque dire che vi sono venuti i nervi, che siete diventati molto nervosi, o che vi siete arrabbiati.

Ci sono mille modi per arrabbiarsi e come ricorderete li abbiamo visti in un episodio passato.

La modalità di oggi meritava un trattamento a parte 🙂

Un altro modo di usare il termine madonna è nell’espressione “della madonna“. Qui la rabbia non c’entra.
Non stiamo parlando però di qualcosa che a appartiene alla Madonna (e quindi che è “della Madonna”). Stiamo invece parlando di qualcosa di molto grande o intenso.
Es:
Fa un freddo della madonna.
Oggi fa un caldo della madonna
Mi è arrivata una multa della madonna
Ho una fretta della madonna

Si parla di qualcosa di particolarmente grande o intenso. Il freddo è molto intenso, oppure fa molto caldo, caldissimo, un caldo bestiale, e una multa della madonna è una multa molto elevata.

Analogamente una fretta della madonna è molta fretta, una fretta esagerata.

Anche qui abbiamo un’alternativa meno blasfema:
Un freddo della miseria
Un caldo della miseria
Una fretta della miseria
Una multa della miseria
Ecc..
Se poi dico solamente “madonna!!!”, questa è una esclamazione di stupore o di dispiacere o anche di preoccupazione. Il tono è molto importante in questo caso.
Hai pagato un caffè 7 euro? Madonna!! Come è possibile?

Mio figlio non è ancora rientrato e sono le due di notte. Madonna, gli sarà successo qualcosa?

O Madonna, ma perché ti preoccupi sempre così tanto?

La Madonna, con la M maiuscola, si può fortunatamente anche invocare.

Invocare significa rivolgersi a qualcuno con un tono di preghiera, con affetto, con fede, soprattutto per ottenere aiuto o conforto. Si può invocare la Madonna, Dio e i Santi.

Nel vocabolario esistono poi termini particolari come “il madonnaro”. Si tratta di una persona che produce o vende immagini della Vergine. In particolare chi si dedica alla raffigurazione di soggetti sacri (soprattutto Madonne, appunto), facendo disegni con dei gessetti colorati, sul pavimento di piazze o strade. I madonnari dunque sono artisti che solitamente disegnano a terra nelle strade.

Spiegazione terminata.

Adesso voglio un ripasso con i fiocchi, quindi mi rivolgo ai membri dell’associazione che stanno cercando di fare passi in avanti con la lingua italiana. Sicuramente non faranno grossi errori e quindi non mi faranno venire le madonne. 🙂

Mary: Serve un ripasso? Dopo una notte in bianco, piena delle solite pippe mentali notturne, per tutta rispostapassami il termine – ti volto le terga.

Harjit: quali preoccupazioni ti hanno fatto passare la notte insonne? Ti ronzavano tante cose per la testa? Scommetto che è per colpa di quella pratica burocratica arzigogolata che devi ancora sbrigare. Ricordi che pappardella della madonna che che mi hai fatto l’altro ieri?

Rafaela: caro Gianni, il tuo appello ha avuto una risposta in men che non si dica, ma con un non so che di sfrontato! Cara Mary, dopo aver sostenuto in modo indefesso l’associazione per tanto tempo devi essere esausta! Stai attenta alle querele!

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847 Per tutta risposta

Per tutta risposta

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Trascrizione

Una locuzione interessante da usare quando si descrive la reazione di una persona è “per tutta risposta“.

Si tratta di situazioni in cui c’è una reazione inaspettata, inattesa e spesso provocatoria da parte di una persona.

Si può parlare di una discussione o di un confronto tra persone, ma la risposta di cui si parla è la conseguenza di una divergenza di opinioni e se usiamo questa locuzione non parliamo solitamente di una risposta a parole, ma di una risposta diversa.

Vediamo qualche esempio:

Durante la lezione di italiano, alcuni studenti chiesero al professore di spiegare nuovamente il congiuntivo. Il professore, per tutta risposta si alzò e abbandonò l’aula.

Indubbiamente il professore ha dato una “risposta” agli studenti, non è così?

Si può comunque anche indicare una risposta a voce, tipo:

Il professore, per tutta risposta, disse che quegli studenti che hanno fatto quella domanda sarebbero stati bocciati!

Anche questa è una risposta!

La cosa importante è che questa risposta sia una reazione e che sia inaspettata, dunque che stupisce. Può accadere anche che questa reazione sia la dimostrazione di uno scontro, o come dicevo, di una divergenza di idee, ma è comunque qualcosa di esagerato e che solitamente mette fine a una discussione.

Es:

Il ladro ha provato a rubare la borsa alla vecchietta, che per tutta risposta lo ha colpito ripetutamente e il ladro è finito in ospedale.

Il ragazzo, dopo essere stato sgridato dal padre, per tutta risposta gli ha bucato le gomme dell’automobile.

Vedete che c’è sempre una reazione di un certo tipo: esagerata, inattesa, provocatoria. In caso contrario non è il caso di usare questa locuzione. Negli altri casi si può usare “come risposta” o “in risposta a”. In questi casi non c’è sorpresa, non c’è emozione e non c’è neanche una vera reazione; solo una semplice risposta fatta a parole o con altro.

Es:

Questo episodio è in risposta a coloro che mi hanno chiesto il significato della locuzione di oggi.

Questo episodio non è da interpretare come risposta ad una domanda

Il mio capo mi ha chiesto di licenziarmi. Che ne dite, come risposta potrebbe andar bene un semplice “no, grazie”?

Adesso è il momento del ripasso. Rispolveriamo qualche episodio precedente.

Karin: oggi al lavoro ho dovuto leggere un centinaio di email. Manco fossi il dirigente! Che diamine!

Peggy: beh comunqueè segno chesei una persona molto importante, a prescindere dal tuo stipendio

Danielle: immagino che tu abbia comunque dovuto rispondere a tutte le email anche a costo di fare tardi in ufficio.

Harjit: anch’io ricevo svariate email ogni giorno , ma leggo solo lo stretto indispensabile per dare una risposta.

Hartmut: Mi dà veramente sui nervi chi scrive più di 10 righe da leggere.

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Caspita!

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Trascrizione

Qual è la seconda parola che un non madrelingua impara della lingua italiana?

“Ciao” è sicuramente la prima. Per la seconda, credo che in molti casi si tratti di “cazzo”.

Le parolacce hanno evidentemente un fascino irresistibile per chi impara una nuova lingua.

Se però non volete dire parolacce, in tutte le occasioni potete usare una parolina molto più gentile.

Si tratta di “caspita“.

La si può usare ad esempio come singola esclamazione per esprimere stupore o meraviglia, e rispetto alla parolaccia di cui sopra, la si può usare in modo più appropriato quando si tratta di cose positive e non solo brutte notizie:

Caspita, come ti sta bene questo vestito!

Hai saputo che Giovanni ha avuto 7 figli?

Risposta: caspita!

Si può esprimere anche impazienza e in questi casi si aggiunge “che” per far capire che non sono stupito ma irritato e questa è veramente un’alternativa alla parolaccia:

Che caspita! Quanto ci mette per prepararsi la tua ragazza! Siamo già in ritardo per la cena!

Oppure si esprime offesa, risentimento, sempre con “che”:

Che caspita! sono due volte che mi rispondi male. La prossima volta prendo e me ne vado!

Si può usare anche all’interno di una frase per sottolineare la propria irritazione e contrarietà:

Che caspita ha detto il professore? Non ho capito un’acca della sua spiegazione.

Ti ho tradito? Che caspita stai dicendo!

In questi casi potremmo anche togliere caspita e la frase sarebbe meno colorita ma avrebbe lo stesso senso.

Esiste anche il diminutivo “caspiterina” che si può usare in tutti i modi visti finora. Certo, quando esprimiamo contrarietà o irritazione, non si raggiunge così lo stesso livello di rabbia ma l’obiettivo è proprio questo. Il senso è leggermente attenuato anche quando siamo stupiti.

Caspiterina, oggi l’episodio è durato veramente poco! Se volete però ne abbiamo un altro simile in cui ci siamo occupati di disappunto.

Vi parlo di disappunto perché ad esempio alcuni episodi presenti sul sito di italiano semplicemente potrebbero farvi esclamare espressioni come diamine! Oppure maledizione, accidenti, mannaggia. Questo perché non tutti gli episodi sono disponibili per tutti ma solo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

In questi casi potete usare anche “caspita” , ma avendo l’accorgimento di usare “che caspita”. Solo in questo modo trasmettete irritazione e non solo stupore.

Se poi volete evitare di arrabbiavi invece basta diventare membri. È facile, economico e, come se non bastasse, vi farete tanti amici. Ti aspettiamo!

740 Non mi dirai che…

Non mi dirai che… (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto la locuzione “mi dirai che“, oggi aggiungiamo un “non” all’inizio.

Ciò che otteniamo è un’altra tipica locuzione che però non rappresenta la semplice negazione di “mi dirai che“.

Sarebbe troppo facile!

Quella di oggi è più semplice da capire e da usare, in quanto esprime meraviglia, curiosità ed allo stesso tempo si esprime qualcosa che si è intuito e che potrebbe risultare vero.

Può trattarsi sia di qualcosa di positivo che di negativo.

Es:

Non mi direte che pensavate che aggiungere “non” a una frase servisse solo per esprimere una negazione?

In senso letterale è così, ma purtroppo o per fortuna non lo è mai.

Vediamo qualche esempio:

Entro in casa e vedo mia figlia che ascolta Beethoven. Le dico subito:

Non mi dirai che ti piace la musica classica!

C’è meraviglia, curiosità. È comunque una domanda che richiede una risposta:

Perché, che c’è di strano?

Questa potrebbe essere la risposta di mia figlia di fronte allo stupore mostrato da me.

Un po’ irritata come risposta?

Può darsi.

In effetti la mia domanda può provocare una reazione irritata.

Non è detto, ma a volte è così, perché spesso c’è ironia in questa locuzione, e questa ironia potrebbe derivare da una contraddizione da cui deriva la meraviglia.

Nell’esempio che vi ho fatto, potrebbe essere accaduto che in passato mia figlia non abbia mai mostrato apprezzamento per la musica classica o che addirittura l’abbia criticata. Questa potrebbe essere la contraddizione di cui parlavo, in questo caso.

A volte non si usa il futuro, ma non cambia nulla se uso la forma presente:

Non mi dire che ti piace la musica classica!

Un altro esempio:

Vedo una mia amica dopo tanto tempo e noto che ha un po’ di pancetta. Meravigliato e incuriosito le dico:

Ciao Emanuela, non mi dirai che sei incinta!

Spesso è qualcosa che non ci si augura, perché per chi parla non sarebbe una cosa positiva se confermata.

Es:

Sento un mio amico per telefono e mi dice che ha qualche problema al lavoro per via del green pass. Io subito gli chiedo:

Non mi dirai che sei un no-vax!

Il mio amico potrebbe irritarsi per la mia meraviglia e ironia. Ha anche intuito che io invece sono favorevole ai vaccini.

Potrebbe rispondermi:

E tu, non mi dirai che sei a favore!

Questa locuzione si usa sempre in questo modo, tranne quando è preceduta dal termine “fino” o “finché”

Non ti parlerò più fino a quando non mi dirai che hai sbagliato!

Io avrò speranza di stare con te fino a quando non mi dirai che è finita per sempre!

Starai in punizione fino a quando non mi dirai che sei pentito!

In questi casi si parla di qualcosa che continuerà fino ad un momento preciso, ossia fino a quando io non sentirò dalle tue parole che hai sbagliato (1° esempio), o che sei pentito (3° esempio), o che è finita per sempre (2° esempio).

Un non madrelingua può trovare strano l’uso della negazione “non” in questi casi.

La questione credo meriti di essere trattata in un prossimo episodio.

Spiegazione odierna terminata.

Adesso ripassiamo. Non mi direte che vi eravate dimenticati del ripasso!

Irina: ci penso io a iniziare questo ripasso, non scomodatevi; non fosse altro che per mettermi alla prova con qualche espressione che mi dà molto filo da torcere. Se poi qualcuno vuole aggiungere qualcosa è benaccetto, sempre che non abbiate paura di sbagliare!

Harjit: ok, raccolgo volentieri la provocazione. Per quanto mi senta abbastanza sicura di ciò che sto dicendo, ciò non toglie che una castroneria da parte mia può sempre scapparci!

Albéric: castroneria dici Harjit? Invece la sai lunga tu! Sai anche come suscitare l’interesse per l’apprendimento dell’italiano! Poi non potrei mai dire che dici castronerie. Resti pur sempre un’amica e non ti offenderei mai. Poi lo so che lo fai per il meglio di tutti noi!

Ulrike: È risaputo, Albéric, che Harjit è particolarmente portata per buttare giù in men che non si dica una frase di ripasso tanto concisa quanto divertente. Vai a capire come le vengono queste idee estemporanee. Io invece devo sempre scervellarmi di brutto per poi uscirmene con una frasina poco edificante. Tra l’altro spesso non trovo mai un modo molto ortodosso per terminare un ripasso.

718 Cosa ne è, cosa ne fu, cosa ne è stato, che ne sarà

Cosa ne è, cosa ne fu, che ne è stato, che ne sarà (scarica file)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un uso particolare della particella ne.

Ne abbiamo parlato già varie volte di questa particella, ma più se ne parla, meglio è. Che ne pensi? Ne convieni? (cioè sei d’accordo?)

Alla fine dell’episodio metterò anche dei collegamenti ai passati episodi in cui abbiamo utilizzato questa particella, ma l’uso di cui vorrei parlare oggi è nelle locuzioni “cosa ne è”, “cosa ne fu”, “cosa ne è stato” e “cosa ne sarà”.

Ricorderete che “ne” si utilizza spesso per sostituire qualcosa nella frase, allora se io dico:

Quanti anni hai?

Posso dire: 50, oppure “ho 50 anni”, oppure “ne ho 50“.

Non c’è bisogno di ripetere la parola “anni“.

Volendo però posso dire:

Ne ho 50 di anni

Di anni ne ho 50

In questi casi, sebbene non ci sia bisogno di ripetere “anni” (perché già sappiamo di cosa si parla) a volte sentiamo il bisogno di specificare e se lo facciamo dobbiamo usare le preposizioni di, delle, degli, eccetera.

Questo non era l’esempio più adatto, ma se io chiedessi: quanti figli hai?

Potrei rispondere: di maschi ne ho due, mentre di femmine ne ho tre.

Sto specificando.

Anche nelle domande a volte si usa questa particella, e alcune volte si specifica:

Io ho 50 anni. Tu invece quanti ne hai?

E quanti ne hai di figli?

Qui, in quest’ultimo caso, sono costretto a specificare altrimenti non si capisce di cosa stia parlando.

Insomma avete capito che anche se uso la particella ne, a volte devo specificare, altre volte è solo un’opzione.

Un altro caso in cui si specifica è quando usiamo “ne” per ricordare qualcosa, per richiamare qualcosa dal passato.

La locuzione di oggi, a parte il tempo (passato, presente o futuro) si usa solo per fare domande.

Esempio:

Marito e moglie parlano del loro passato e la moglie si lamenta col marito perché il loro rapporto non è più quello di tanti anni fa. Secondo lei non c’è più l’amore di un tempo:

Cosa ne è stato del nostro amore?

Cosa ne è stato degli occhi con cui mi guardavi?

Che ne è stato delle nostre cene romantiche, dei nostri discorsi fino alle tre di notte, dei nostri sogni e delle nostre promesse?

Il marito a questo punto, dopo qualche secondo di interminabile silenzio, inizia a sudare…

Il senso di queste frasi è simile a:

Che fine ha fatto il nostro amore?

Che fine hanno fatto gli occhi con cui mi guardavi?

Perché non mi guardi più come prima? Neanche le nostre cene sono romantiche come prima, e non parliamo più fino alle tre di notte, e i nostri sogni e le nostre promesse? Qualcosa è cambiato.

Così è molto meno romantico però, meno malinconico, meno sentimentale, meno drammatico (anche per il marito…).

Anche in questi casi siamo costretti a specificare, perché non stiamo rispondendo a nessuna domanda. Siamo noi a fare le domande.

Si ricorda qualcosa che non c’è più, qualcosa che è scomparso, mentre invece non doveva scomparire.

È una domanda, ma quasi sempre somiglia ad una esclamazione, dunque a una domanda retorica.

Questo tipo di espressioni si usano ovviamente non solo con l’amore, ma ogni volta che ci si lamenta, si contesta qualcosa, qualcosa che ci si aspettava (spesso da altre persone) e invece questa cosa oggi non c’è.

Siamo solitamente in polemica con qualcuno. Altre volte invece si ricorda il passato con tristezza e con rimpianto.

Si usa spesso anche in politica:

Che ne è stato delle promesse del sindaco?

Con questa frase si stanno chiedendo spiegazioni.

Come mai il sindaco aveva promesso tante cose e adesso non se ne parla più?

Che fine hanno fatto le sue promesse?

Cioè:

Che ne è stato delle sue promesse

Oppure:

Che ne è stato dei politici di una volta, quelli che amavano la politica?

Si ricorda il passato con rimpianto: oggi non ci sono più i politici di un tempo.

È l’uso del verbo essere che dà questo particolare senso alla frase.

A volte non si tratta di domande retoriche e allora si esprime semplicemente stupore, meraviglia.

Immaginatevi una persona a New York il 12 settembre 2001, il giorno successivo all’attacco alle twin towers. Una persona che si risveglia dopo 24 ore di sonno, che non si è accorta di nulla, si affaccia alla finestra e esclama:

Scusate, ma cosa ne è stato delle torri gemelle?

Una domanda per niente retorica in questo caso.

In tutti i casi, è bene chiarire che si può anche invertire la posizione degli elementi della frase e il senso non cambia:

Cosa ne è stato delle sue promesse?

È identico a:

Delle sue promesse cosa ne è stato?

Lo stesso vale per tutti gli altri esempi.

Riguardo ai tempi, finora ho usato il passato prossimo.

Si possono usare anche altri tempi comunque.

Se ad esempio uso il futuro:

Che/cosa ne sarà di noi?

Che ne sarà di tutti i nostri progetti futuri?

Stavolta sono pessimista riguardo al futuro.

Esprimo un forte pessimismo e questo accade quando c’è un grosso cambiamento che mette in discussione i miei progetti. Qui c’è una forte emotività. Il futuro è in dubbio.

Cosa ne sarà dei nostri figli dopo la pandemia?

Potranno andare a ballare come abbiamo fatto noi?

Cosa ne sarà di loro se ci saranno altre pandemie?

Sia al passato che al futuro comunque il messaggio è sempre negativo. Al futuro c’è apprensione. Vogliamo chiamarla paura?

Il verbo essere gioca un ruolo particolare, e se cambiamo il verbo molto spesso non c’è un senso negativo. Se dico:

Che ne hai fatto dei soldi che ti ho dato ieri?

Resta un senso di accusa e polemica ma questa è una vera domanda.

Il senso altre volte cambia completamente:

Cosa ne pensi di me?

Cosa ne sai di me?

Anche qui si tratta di vere domande.

In realtà se uso il verbo rimanere e restare trasmettono un senso quasi identico rispetto ad essere e spesso si tratta di domande meno retoriche:

Cosa ne resta della nostra casa dopo il terremoto?

Cosa ne rimane di tutti i soldi che abbiamo guadagnato?

Vediamo adesso che al presente si usa praticamente con lo stesso senso del passato prossimo.

Che ne è delle promesse del sindaco?

Come a dire:

Cosa ne resta oggi di quelle promesse?

Oggi cosa abbiamo di quelle promesse?

Nella pratica ha lo stesso senso di:

Che fine hanno fatto quelle promesse?

Col passato remoto invece (che/cosa ne fu) si usa parlando di un passato, appunto, remoto, cioè di tanto tempo fa. Semplicemente.

Cosa ne fu delle tre persone che entrarono nelle acque contaminate di Chernobyl?

Cioè: cosa ne è stato, che fine hanno fatto? Si parla però di qualcosa di molto indietro nel tempo, senza più legami col presente.

Adesso vi dico anche che, a proposito dell’importanza della particella ne, a volte (abbastanza raramente) si omette e il senso non cambia.

C’è da dire però che la particella dà alla frase più forza, oltre che maggiore chiarezza, soprattutto se si tratta di una polemica o di paura (al futuro).

Quindi posso dire:

Cosa è stato del nostro amore?

Cosa sarà di noi?

Cosa fu di nostra nonna quando il nonno partì per la guerra?

Al presente invece non si usa omettere la particella ne.

Vi vorrei ricordare, prima di congedarmi, che c’è un episodio interessante in cui abbiamo parlato dei vari modi che esistono per “dispiacersi del passato“. Un episodio che vi potrebbe aiutare ad aumentare ancor più il vocabolario.

Parlare del passato e del tempo che passa vi mette ansia? Ma è sempre meglio che non si fermi, no?

In proposito, abbiamo un bel ripasso:

Marguerite: posso proporvi un soggetto di riflessione? I cinesi dicono che i giorni trascorrono molto velocemente. Che ne pensate? Avete questa sensazione?

Albéric: Un detto valevole di approfondimento perché gli antichi greci dicono a loro volta che il tempo si può paragonare a una ruota che ricomincia ogni volta da capo.

Peggy: Pur avendo contezza che la durata dei giorni è quello che è, cioè sono sempre 24 ore, mi rendo conto che con l’avanzare dell’età vi è questa preoccupante sensazione che i giorni passino in men che non si dica.

Marcelo: Ma Peggy, “domani è un altro giorno” come dicono i francesi.

Anne France: Anche se è sempre meglio non ridursi all’ultimo se hai in programma di fare qualcosa di importante.

Chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde.

Questo è un altro bel proverbio all’insegna della saggezza.

Rauno: I giapponesi a loro volta dicono: se parli di domani i topi nel soffitto avranno ben donde di ridere. Per dire che nessuno sa di cosa il domani sarà fatto e meglio non fare voli pindarici in merito.

Hartmut: Ragion per cui occorre non perdere troppo tempo e non tirarla troppo per le lunghe.

Marguerite: Ma anche io volevo dire la mia! Forse non è che il tempo si acceleri. È che noi siamo sempre più lenti. Io allora mi domando e dico: Ma come fare a essere un po’ meno lenti sicché la ruota giri più piano?

Ho una voglia smodata di chiudere con una poesia che ci sta perfettamente:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non v’è certezza

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