Il verbo articolare

Il verbo articolare (scarica audio)

episodio 1259

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo del verbo articolare, un verbo molto interessante e piuttosto elegante della lingua italiana.

È un verbo che si incontra spesso nei giornali, nei discorsi politici, negli ambienti professionali e perfino nella medicina. Proprio per questo vale la pena conoscerlo bene. Devo dire che i ragazzi non lo usano quasi mai. Sono in grado però di capirlo perché si usa in molti contesti diversi. Potrei dire che se molti non lo usano è solo perché se ne può fare a meno,nel senso che è facilmente sostituibile con verbi simili. Però è elegante come verbo, quindi vale la pena di impararlo.

Partiamo dall’origine.

Il verbo deriva dal sostantivo articolazione, che a sua volta deriva dal latino articulus, cioè “piccola giuntura”.

Pensate alle articolazioni del corpo umano: il gomito, il ginocchio, il polso. Sono punti che collegano parti diverse permettendo il movimento.

Da questa idea di collegamento e organizzazione nascono tutti gli usi del verbo articolare.

Partiamo da articolare un discorso. Cos’è l’articolazione di un discorso?

Questo è probabilmente l’uso più frequente.

Articolare significa, in questo caso, esprimere qualcosa in modo ordinato, strutturato e comprensibile.

Se una persona ha molte idee in testa ma non riesce a esprimerle chiaramente, possiamo dire:

Giovanni oggi ha difficoltà ad articolare il proprio pensiero. Sarà ubriaco?

Oppure:

Il ministro ha articolato le sue proposte durante il dibattito.

In questo caso articolare non significa semplicemente parlare, ma parlare in modo organizzato.

Una persona agitata, ad esempio, potrebbe non riuscire ad articolare una risposta.

Alla domanda del giornalista, il sindaco riuscì a malapena ad articolare poche parole.

Qui il verbo assume il significato di pronunciare o formulare verbalmente qualcosa.

Possiamo però anche articolare un progetto, un piano o una strategia
In ambito professionale e organizzativo.

Significa suddividere e organizzare in più parti coordinate tra loro.

Abbastanza simile all’articolazione di un discorso.

Ad esempio:

Il progetto è articolato in tre fasi.

L’iniziativa si articola su diversi livelli di intervento.

Abbiamo articolato il corso in dieci lezioni.

In questo caso il concetto è quello di struttura.

Ad esempio, un progetto ben articolato è un progetto ben organizzato.

La forma riflessiva è molto usata: articolarsi.

Partendo dall’ultimo esempio, se dico che abbiamo articolato il corso in dieci lezioni, possiamo anche dire che il corso si articola in dieci lezioni.

Quando diciamo che qualcosa si articola in varie parti, significa che è composto da più elementi collegati tra loro.

Il programma si articola in cinque moduli.

La conferenza si articola in due giornate.

Il romanzo si articola attorno alla figura del protagonista.

Quest’ultimo esempio introduce una costruzione molto frequente:

articolarsi attorno a

cioè svilupparsi intorno a un elemento centrale.

Passiamo ai suoni, cioè alla fonetica e alla linguistica.

Qui articolare significa produrre un suono mediante l’uso degli organi della parola, come lingua, labbra, denti e palato.

I linguisti parlano di:

  • Articolare una consonante;
  • Articolare una vocale;
  • Un punto di articolazione;
  • Un modo di articolazione.

Per esempio la lettera “p” viene articolata chiudendo e riaprendo rapidamente le labbra.

È un uso tecnico ma molto interessante.

Allora si può articolare anche una parola?

Certo. Il significato è vicino al precedente.

Quando una persona parla in modo chiaro possiamo dire:

Articola bene le parole.

Al contrario:

Parla troppo velocemente e non articola.

In questo caso il verbo indica una pronuncia nitida e comprensibile.

Quindi quando si parla, articolare ha due sensi diversi. Articolare un discorso ha il senso dell’organizzazione, articolare una parola o una lettera si riferisce alla pronuncia nitida, comprensibile.

Molti insegnanti di lingue invitano gli studenti a articolare meglio i suoni italiani.

Comunque si può articolare anche una parte del corpo.

Questo uso deriva direttamente dal significato originario.

In anatomia articolare significa collegare due o più ossa mediante un’articolazione.

Ad esempio:

Il femore si articola con il bacino.

Le dita sono articolate da numerose piccole giunture.

È un uso prevalentemente medico o scientifico. Normalmente,intendo le persone comuni non lo usano così questo verbo.

Sapete che si può articolare anche un ragionamento complesso.

Qui il verbo assume una sfumatura molto apprezzata in ambito accademico e professionale.

Non basta esporre un’idea.

Bisogna svilupparla, argomentarla e collegarla ad altre idee.

Il sindacato ha articolato una critica molto convincente al direttore.

L’avvocato ha articolato una difesa dettagliata delle proprie posizioni.

Un ragionamento articolato è ricco di sfumature e ben costruito.

Per finire vediamo alcune espressioni utili e molto usate.

Un fiscorso articolato, che è un discorso complesso ma ben organizzato.

Una struttura articolata (di un’azienda,di un’organizzazione, di un libro ecc) è composta da molte parti collegate.

Un sistema articolato è un sistema complesso, diciamo non elementare.

Invece articolare una risposta vuol dire formulare una risposta, in genere convincente.

Articolare una proposta significa presentarla in modo dettagliato.

Non bisogna confondere comunque articolare con complicare.

Una cosa articolata non è necessariamente complicata.

Un progetto può essere molto articolato e allo stesso tempo perfettamente chiaro.

Anzi, spesso articolare serve proprio a rendere più comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe confuso.

Quando articoliamo un discorso, una proposta o un progetto, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che fanno le articolazioni del nostro corpo: mettiamo insieme parti diverse affinché possano muoversi in modo armonioso.

E da che mondo è mondo, chi riesce ad articolare bene i propri pensieri ha sempre qualche possibilità in più di essere compreso dagli altri.

Per finire, meglio specificare che l’articolo non ha niente a che fare col verbo articolare. E neanche l’articolo di giornale.

Se leggete un articolo, non state necessariamente articolando qualcosa! E neanche se scrivo l’articolo “il” davanti ad una parola state articolando!

Se scrivete il tavolo, la casa o gli amici, non state articolando proprio niente!

Adesso nel ripasso di oggi vi invito a parlare di problemi alle articolazioni.

Danielle: Come siete messi con le ginocchia ragazzi?

Anne Marie: Non me lo dire! Ad oggi sono ancora alle prese con un problema annoso. Salire le scale è diventato pressoché un’impresa. C’è di che preoccuparsi, direi.

Marcelo e Hartmut: A chi lo dici! Io ho già dato con le articolazioni delle mani. Allorché mi alzo la mattina, mi sembrano di legno.

Ulrike: La nota dolente sono le dita, vero? A ben vedere, è nelle cose: superati gli anta, qualche acciacco arriva, vuoi o non vuoi.

Katherine: non mi dirai che dobbiamo rassegnarci tout court. Io passeggio tutti i giorni. Correre non è proprio cosa alla mia età

Julien: Ben fatto! Anch’io ho ripiegato su attività meno gravose. Prima mi fiondavo a giocare a calcetto ogni giovedì. Adesso preferisco nuotare.

Carmen: Che volete che vi dica? Io ho provato di tutto. Un pannicello caldo qua, un palliativo là. Ma gli strascichi sono rimasti. Forse ho iniziato tardi a curarmi.

Edita: Le avvisaglie le avevi avute già tempo fa, se non vado errata, però hai tirato dritto, imperterrita. E adesso ne paghi i risvolti.

Karin: basta coi cazziatoni però! Non è molto edificante come lezione! Questo doveva essere un Innocente ripasso e invece, come al solito, abbiamo degenerato.

3 giorni in Italia – Lezione 18: lamentarsi al ristorante

Audio

Trascrizione

Sei in Italia, seduto al ristorante. Hai fame, hai ordinato con entusiasmo… e finalmente arriva il piatto. Lo guardi, lo assaggi… e qualcosa non va.

È freddo. È troppo salato. O magari non è nemmeno quello che avevi ordinato.

E adesso?

Oggi vediamo proprio questo: come lamentarsi al ristorante in italiano… senza sembrare maleducati.

Perché sì, gli italiani si lamentano, eccome se si lamentano… ma spesso lo fanno con una certa eleganza, senza attaccare direttamente.

Mettiamoci subito in una situazione concreta.

Ti arriva un piatto diverso da quello ordinato.

La prima reazione potrebbe essere dire: “Questo è sbagliato”.
Ma in Italia è molto più naturale dire:

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Adesso ripeti la frase. Ti lascio il tempo per farlo.

—————————-

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Hai sentito quella parola? “Forse“.
È piccola, ma cambia tutto. Rende la frase più morbida, meno aggressiva. Possiamo usare anche “probabilmente” al posto di “forse”.

Oppure:

Ci dev’essere stato un piccolo errore

Dev’esserci stato un piccolo errore

Se diciamo “dev’esserci stato” o “ci deve essere stato” (sono due forme equivalenti) stiamo ugualmente esprimendo un dubbio, o quantomeno una certezza camuffata da dubbio, tanto per non essere aggressivi.

Proviamo a continuare.

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Qui non stai accusando nessuno.
Stai semplicemente esprimendo un dubbio: mi sembra. È un modo molto italiano di parlare. Ancora una volta, magari ne siamo sicuri che quella sia una amatriciana e non una carbonara, ma meglio esprimersi in questo modo.

Andiamo avanti.

Immagina che il piatto sia freddo.
Dire “questo piatto è freddo”, “questa pasta è fredda” , può suonare un po’ troppo diretto.

Molto meglio dire:

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo? Non è molto caldo.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo Non è molto caldo.

Hai notato? Non solo segnali il problema, ma proponi anche una soluzione.

Questo rende tutto più civile, più collaborativo.

Adesso entriamo in un campo un po’ delicato: il gusto.

Il piatto è troppo salato.

Dire “È troppo salato” può ancora sembrare un giudizio forte.
Un italiano, spesso, direbbe:

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…
Quel “per i miei gusti” è fondamentale.

Non stai criticando il piatto in assoluto. Stai parlando di te.

E questo, nella comunicazione italiana, è molto importante.

Un altro caso tipico.

Non ti piace il piatto.

Molti stranieri dicono: “Non mi piace”.

Non è sbagliato, ma può suonare brusco.

Meglio dire:

Mi scusi, mi spiace ma questo piatto non è proprio di mio gusto.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, mi spiace ma ma questo piatto non è proprio di mio gusto

Oppure:

Non è come me lo aspettavo.

Ripeti.

Sono frasi più sfumate, più diplomatiche.

E poi c’è un’espressione molto utile, quasi universale.

Mi scusi, c’è qualcosa che non va in questo piatto

Ripeti.

—————————-

È vaga, sì, ma proprio per questo è perfetta per iniziare.

Non entri subito nel dettaglio, lasci spazio al dialogo.

Il cameriere potrebbe replicare: Cosa c’è che non va?

È un po’ troppo salato per i miei gusti.

E se vuoi essere ancora più cortese, puoi iniziare così:

Mi scusi se disturbo…

Ripeti.

—————————-

salato

È una formula tipicamente italiana.

Anche se, diciamolo, non stai disturbando: sei un cliente!

Ancora. Vediamo se hai imparato:

Mi scusi, questa birra ha troppa schiuma!

Meglio dire:

Scusi, per i miei gusti, questa birra ha troppa schiuma. È possibile averne una con meno schiuma?

Ripeti

—————————-

birra con schiuma

Ancora.

Scusi, il caffè è freddo.

Meglio dire:

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po’ freddo.

Ripeti

—————————-

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po' freddo

Alla fine poi, quello che conta davvero non è solo la frase, ma il tono.

Parole come “forse”, “mi sembra”, “per i miei gusti” servono proprio a questo: a rendere la comunicazione più morbida, più umana. Se accompagnate tutto con un sorriso, ancora meglio, ma questo vale in tutte le lingue…

In Italia, lamentarsi è normale.
Ma farlo bene… è un’arte.

E a conti fatti, basta davvero poco per passare da una critica brusca a una richiesta educata.

Questa poi!

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questa poi

Nomi collettivi: tutti per uno, uno per tutti!

Nomi collettivi

Audio in preparazione

episodio 1229

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una cosa curiosa della lingua italiana: i nomi collettivi.

Sapete cosa sono?
Sono parole che indicano un insieme di cose o di persone, ma usando una sola parola.

In altre parole, invece di nominare tante cose una per una, l’italiano preferisce fare economia. Come se dicesse: perché fare la fatica di contarle tutte, quando possiamo racchiuderle in una sola parola?

Facciamo qualche esempio.

Se vedete una sola ape, direte semplicemente:

Guarda, un’ape!

Ma se le api diventano tante, ronzano tutte insieme e cominciano a girare nell’aria… a quel punto non parliamo più di api singole.
Parliamo di uno sciame. lo so, potremo usare semplicemente il plurale: le api, ma posso usare il nome del gruppo, e un gruppo di api si chiama sciame.

Ora immaginiamo una scena in un negozio. Entra un cliente. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Dopo un po’ il negoziante potrebbe dire:

Ultimamente i clienti sono aumentati.

Ma se usiamo il nome del gruppo diciamo:

Ultimamente la clientela è aumentata.

Qui non si parla di un cliente preciso, ma di tutti i clienti nel loro insieme.

Passiamo ai fiori. Un fiore è bello, certo.
Ma se qualcuno vi regala molti fiori insieme, non vi porta venti fiori uno per uno dicendo:

“Questo è un fiore, questo è un altro fiore…”

Oppure:

Questi sono i fiori!

Meglio ancora dire che vi porta un bel mazzo di fiori.

Poi ci sono le foglie. Una foglia, due foglie, tre foglie… ma quando sono tantissime, magari tutte cadute a terra in autunno, possiamo parlare di fogliame.

La lingua italiana qui diventa quasi poetica. Pensate a una passeggiata nel bosco:

Il sentiero era coperto di fogliame.

Non state contando le foglie. State guardando l’insieme.

Andiamo avanti. Una isola è una sola. Ma quando ci sono molte isole vicine tra loro, formano un arcipelago.

Poi abbiamo una parola molto interessante: biblioteca.

Un libro è un libro.
Ma una biblioteca è un luogo pieno di libri. Una specie di regno dei libri.

Passiamo al mare. Una nave naviga da sola.
Ma se molte navi viaggiano insieme, magari militari, allora formano una flotta.

Oggi però questa parola non si usa solo per il mare: anche gli aerei di una compagnia o gli autobus di una città possono formare una flotta.

Sulla terraferma invece possiamo trovare una sola pecora.
Ma se le pecore sono tante e camminano tutte insieme dietro al pastore, allora parliamo di un gregge.

E quando ci sono molte persone in uno stesso luogo, magari davanti a un concerto o allo stadio?

Non diciamo necessariamente: “C’erano molte persone”.

Possiamo dire semplicemente:

“C’era una folla.”

Nel bosco invece troviamo un pino. Ma tanti pini insieme formano una pineta.

Sul campo di battaglia troviamo un soldato.
Ma molti soldati insieme diventano un esercito.

Guardiamo il cielo. Una stella è una stella.
Ma quando più stelle formano un disegno nel cielo, allora abbiamo una costellazione.

E nel cielo possiamo vedere anche uno stormo di uccelli.

Infine andiamo in campagna. Una vite è una pianta d’uva.
Ma tante viti insieme formano un vigneto.

Avete notato che molti animali hanno nomi collettivi molto particolari?

Per esempio, quando i lupi stanno insieme si parla di branco.
I pesci invece formano un banco.
Gli uccelli che volano insieme formano uno stormo.
E i cani da caccia possono formare una muta.

La cosa interessante è che queste parole non si possono scambiare.

Non diremo mai uno stormo di lupi, né un branco di pesci.
Ogni animale ha, per così dire, il suo gruppo ufficiale.

Un’altra curiosità riguarda gli alberi e le piante. Molti nomi collettivi indicano anche un luogo. Pensiamo a parole come pineta, vigneto, uliveto, castagneto.

In questi casi spesso compare il suffisso -eto o -eta, che suggerisce proprio l’idea di un luogo pieno di qualcosa. Un vigneto è quindi un luogo pieno di viti, mentre un uliveto è un terreno pieno di ulivi.

Infine esistono parole che sono collettive senza che ce ne accorgiamo.

Pensate a parole come gente, popolo o bestiame. Sono parole grammaticalmente singolari, ma dentro di loro si nasconde una moltitudine.

Quando diciamo “la gente parla molto di questa storia”, in realtà ovviamente stiamo pensando a tantissime persone.

Insomma, i nomi collettivi ci mostrano una cosa molto interessante: quando gli elementi diventano numerosi, la lingua cambia prospettiva. Non guarda più il singolo individuo, ma l’insieme.

Una pecora diventa un gregge.
Un uccello diventa uno stormo.
Una nave diventa una flotta.

Insomma, è un po’ lo spirito dei moschettieri: uno per tutti, tutti per uno.

Bene, direi che per oggi possiamo fermarci qui.

Ma adesso vi propong una serie di frasi per verificare se avete davvero capito bene. Un quiz che potete ascoltare con le soluzioni dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente e che quindi diventa, come al solito, anche un bel ripasso degli episodi precedenti. A proposito! Quale nome usare per indicare i membri dell’associsazione? Beh, avete varie possibilità:

  • il gruppo dei membri

  • la comunità dei membri

  • la squadra (più informale)

  • la famiglia di Italiano Semplicemente (molto caloroso)

Io preferisco la famiglia!

Nomi collettivi