La scocciatura e il verbo scocciare (ep. 941)

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Trascrizione

Giovanni: oggi esploriamo il verbo ‘scocciare’ e il sostantivo ‘scocciatura’. Si usano molto nel linguaggio di tutti i giorni.

Dopo aver parlato dei rodimenti, non ci allontaniamo di molto col verbo scocciare e col sostantivo scocciatura.

Dal nervosismo, che prevale nel rodimento, ci spostiamo su un sentimento più simile al fastidio. Inoltre il rodimento è spesso la conseguenza di invidia o di qualcosa che non riusciamo a “digerire”, nel senso di sopportare. Spesso poi il rodimento è silenzioso, avviene dentro di noi e preferiamo non mostrarlo. Invece la scocciatura spesso si manifesta. Generalmente si manifesta sbuffando.

Perché sbuffi? Sei scocciato?

Questo è un tipico esempio di utilizzo del verbo scocciare.

Questo verbo viene comunemente usato proprio per esprimere fastidio, noia o irritazione. Si tratta di qualcosa di più semplice e meno importante del rodimento.

Quando qualcosa o qualcuno “ci scoccia“, significa che ciò che sta accadendo o la persona che interagisce con noi sta diventando fastidiosa o noiosa. Per esempio, potremmo dire:

Mi scoccia aspettare il bus sotto la pioggia

o

Mi scoccia quando le persone interrompono una conversazione

Il verbo “scocciare” può essere utilizzato in vari contesti.

Ad esempio, se state parlando di un film che non vi è piaciuto affatto, potreste dire:

Quel film mi ha proprio scocciato!

Oppure, se state raccontando di una lunga attesa in coda alla posta, potreste esclamare:

Stare in fila mi scoccia da morire!

A volte può indicare una perdita della pazienza. Immaginiamo un professore che si è stancato che uno studente parla continuamente durante la lezione:

Adesso mi hai proprio scocciato! Vai fuori della porta!

Ora, passiamo al sostantivo “scocciatura” che è molto simile a “rompimento“.

Questo termine deriva dal verbo “scocciare” (simile a rompere) ed è utilizzato per indicare qualcosa di fastidioso, seccante o irritante.

Ad esempio, potremmo dire:

Andare al supermercato il sabato mattina mi scoccia da morire.

Spendere altri soldi per riparare questa vecchia auto mi scoccia proprio

Ti scoccia se ti chiedo di accompagnarmi a casa?

Ecco alcuni esempi che mostrano come utilizzare il sostantivo “scocciatura“:

Non vedo l’ora che questa scocciatura finisca!

o

Le pulizie di primavera sono sempre una grande scocciatura.

Ora che abbiamo esplorato il significato e l’uso del verbo “scocciare” e del sostantivo “scocciatura“, voglio fornirvi alcuni verbi alternativi che potete utilizzare per esprimere la stessa idea.

Questi verbi possono arricchire il vostro vocabolario e darvi più opzioni durante la conversazione.

Invece di dire “mi scoccia“, potreste utilizzare “mi infastidisce”, “mi dà fastidio” o “mi urta” o anche “mi rompe”.

Allo stesso modo, per sostituire il sostantivo “scocciatura“, oltre a rompimento, molto informale, potreste usare “fastidio”, “seccatura” o “irritazione”.

Ricordate, l’uso dei sinonimi vi permette di variare il vostro linguaggio e di esprimere le vostre sensazioni in modi diversi, aggiungendo sfumature alla comunicazione.

Per esempio, al posto di dire “Mi scoccia aspettare il bus sotto la pioggia”, potreste dire “Mi infastidisce aspettare il bus sotto la pioggia” o “Mi irrita aspettare il bus sotto la pioggia”, Mi dà proprio fastidio aspettare il bus sotto la pioggia”, eccetera.

Se c’è una cosa che mi dà sui nervi è aspettare il bus sotto la pioggia.

Spesso si usa anche il verbo “seccare“, soprattutto nel nord Italia:

Vi secca se vi chiedo una favore?

Anche “seccante” si sente abbastanza di frequente.

È veramente seccante quando non puoi iniziare una riunione per via dei soliti ritardatari.

Queste modalità alternative vi offrono più possibilità di esprimere il vostro stato d’animo e di comunicare in modo più preciso. Un altro esempio:

Rifare tutto il lavoro daccapo è una scocciatura che non avrei voluto affrontare.

Mi infastidisce dover sopportare senza potermi lamentare.

Ricapitolando, “scocciare” è un verbo che esprime fastidio o noia, mentre “scocciatura” è il sostantivo che indica qualcosa di fastidioso o irritante o noioso.

Abbiamo anche esplorato alcuni verbi alternativi come “infastidire“, “irritare” e “seccare“, “rompere“, che possono essere utilizzati al posto di “scocciare”.

Anche la seccatura è ugualmente molto usata ed è un’ottima alternativa a scocciatura.

Ci stiamo avvicinando tra l’altro al linguaggio formale.

Prima di vedere le alternative formali, credo sia bene anche chiarire una cosa. Come possiamo chiamare la persona che ci causa una scocciatura?

Scocciatore è una possibilità. Al femminile diventa scocciatrice. Seccatore e seccatrice sono un’alternativa. Es:

Non fare lo scocciatore! Stavo uscendo dall’ufficio proprio adesso e mi dici che c’è del lavoro urgente?

Ti ha cercato quella scocciatrice di Alessandra. Buon per te che non c’eri.

Si usa anche seccante, tra l’altro non solo parlando di persone.

Non mi chiamare seccante, ma mi passeresti il sale?

Questa situazione è veramente seccante! Possibile che non posso prendere tutto il mese di agosto come ferie?

Seccante” (che si usa sia per i maschi che per le femmine) viene spesso utilizzato per descrivere una persona ma anche quindi una situazione che provoca fastidio, noia o irritazione.

Può indicare qualcosa che è ripetitivo, tedioso o che richiede attenzione e impegno costante. Ad esempio, un compito che richiede molte attenzioni o una persona che chiede sempre aiuto possono essere descritti come “seccanti”.

Tuttavia, “seccante” può anche essere utilizzato in modo più generico per indicare qualcosa che è fastidioso senza specificarne la causa precisa.

Seccatore e scocciatore indicano invece solamente una persona che è fastidiosa, irritante o che crea disturbo in modo prolungato. Può implicare un comportamento importuno, invadente o molesto.

Si parla di una persona che disturba ripetutamente gli altri, che non rispetta i confini personali o che causa disagio con le sue azioni o richieste.

Nel linguaggio formale, esistono diverse alternative che si possono utilizzare al posto di “scocciatura” e “scocciare” per rendere il linguaggio più elegante. Ecco alcuni suggerimenti:

Incomodo” e “incomodare“:

Esempio:

Il compito di compilare tutti quei documenti è un incomodo che vorrei evitare.
Vorrei chiederti un favore, ma non voglio incomodarti. Se hai il tempo e la disponibilità, potresti revisionare il mio progetto?

Turbamento” o “disagio“:

Esempio:

La presenza di estranei durante la riunione causa un notevole turbamento nell’ambiente di lavoro.

Non vorrei procurare alcun disagio agli ospiti. Mi raccomando.

Noia“:

Esempio:

Risolvere questo problema tecnico è una noia che richiede tempo e pazienza.

Volendo, anche disturbare e disturbo sono alternative a scocciare e scocciatura.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando degli effetti dell’alcol.

Irina: personalmente non lascio mai che l’alcool mi annebbi il cervello.

Peggy: Non vorrei sembrare allarmista, ma vi rendete conto di quali e quanti sono i postumi dell’abuso dell’alcol?

Carmen: L’alcol è quello che è, una droga appunto. Però una droga ben accettata dalla società. Difficile rimettersi subito in sesto dopo una sbornia, che va evitata, allora. È sempre la dose che fa la differenza.

Estelle: Senza contare gli impatti sulla gravidanza. In questo caso il verdetto è chiaro, nessun alcolico è consentito!
Dobbiamo prendere tutte le debite precauzioni per la salute dei bambini.

Albéric: «In vino veritas» dicono gli anziani romani da illo tempore. Ragion per cui si può alzare il gomito senza remore. Peccato che oggi ci si deve sorbire tutti questi discorsi sulla moderazione e come darsi una regolata in tutto. Che vadano a quel paese tutti quelli con il loro latte d’avena o altri frullati! Come diceva Baudelaire: «Il vino può rivestire i luoghi più sordidi di un lusso miracoloso». Questo è quanto! Altro che storie!

Hartmut : in vino veritas? Allora non hai ancora bevuto abbastanza! Ma guarda tu se nel 2023 ancora dobbiamo sentire queste stupidaggini.

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Il verbo vessare (ep. 940)

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Trascrizione

Giovanni:

Molti di voi, amanti della lingua italiana non madrelingua, probabilmente non avete mai usato il verbo vessare. Tranquilli, siete come molti italiani – direi almeno il 30 percento della popolazione.

Questa però è un’occasione propizia per me per parlarvi di molti altri verbi simili che si possono usare. C’è da dire che ogni verbo in realtà ha il suo perché, e se esiste ci sarà un motivo!

Vediamo allora cosa significa e quali sono le occasioni migliori per usare il verbo vessare.

Vessare significa sottoporre a continui maltrattamenti materiali o morali.

Quindi è molto simile a maltrattare, trattare male.

Maltrattare è molto usato da tutti, ma si usa nel senso di sgridare, far notare qualcosa di sbagliato che si è fatto.

Ad esempio i genitori maltrattano spesso i figli quando sbagliano:

Questo non si fa! Non voglio ripeterlo una seconda volta, chiaro?

I “maltrattamenti” però riguardano anche questioni più serie. Un termine questo che si usa per indicare anche delle crudeltà. Possiamo parlare di una imposizione di prove avvilenti o dolorose, oppure di atti di arroganza, prepotenza, violenta, sopraffazione.

Spesso un maltrattamento può costituire anche reato.

Cercando tra le notizie di Google ad esempio, si trovano episodi di maltrattamento degli animali, o di un datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti.

Vessare però è un po’ diverso, perché è più una forma di oppressione, una tormenta, una insistenza in un comportamento che crea angoscia o comunque conseguenze negative, anche economiche. Si tratta sempre di ingiuste oppressioni nelle intenzioni di chi parla.

Se una persona mi dice continuamente, ripetutamente di fare qualcosa che io non ho voglia di fare, posso dire:

“Non mi opprimere”, “non mi tormentare”, “non mi rompere così tanto”, ma anche “non mi vessare”, “basta con queste continue vessazioni”.

Il contesto non è dei più adatti però.

Il verbo vessare è più adatto in altri contesti:

Vessare i cittadini con eccessive tassazioni.

La legge prevede pene severe per coloro che commettono atti di vessazione sul luogo di lavoro.

Il giornalista ha denunciato le vessazioni subite da alcuni cittadini da parte delle forze di polizia.

Durante il periodo scolastico, alcuni ragazzi vessano costantemente il compagno più timido (in questi casi si parla più spesso di bullismo)

Il datore di lavoro è stato accusato di vessare i dipendenti tramite discriminazioni e minacce costanti.

L’organizzazione per i diritti umani si batte per porre fine alle vessazioni subite dai prigionieri politici.

L’uso del verbo “vessare” può essere quindi preferibile rispetto ai termini “maltrattare” o “opprimere” in contesti in cui si desidera enfatizzare il carattere reiterato e continuo degli atti di persecuzione o molestie.

Si è visto quindi che quando si parla di bullismo è preferibile usare vessare. L’uso del verbo “vessare” può descrivere meglio l’azione ripetitiva e continua di tormento subita dalla vittima.

Anche in un ambiente di lavoro, Se si vuole sottolineare un comportamento di molestie, discriminazioni o intimidazioni persistenti nei confronti di un dipendente, l’uso del verbo “vessare” può rendere più chiaro l’aspetto di durata e ripetitività delle azioni.

In contesti legali e giuridici, “vessare” e “vessazioni” possono essere utilizzati per riferirsi a comportamenti di persecuzione sistematica e continuata che possono costituire reati o violazioni dei diritti umani.

Quando parliamo di politica, giornalismo o siamo in altri contesti pubblici, si possono mettere bene in luce azioni di persecuzione o molestie croniche perpetrate da individui o gruppi.

In definitiva vessare è un verbo abbastanza formale che è preferibile (ma non obbligatorio) usare in contesti più seri.

Ora mi rivolgo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente ai quali chiedo un ripasso degli episodi precedenti. Non dite che vi sto vessando perché lo faccio per voi!

Komi: essendo reduce da una settimana lavorativa intensa, pensavo di prendermela comoda questa mattina. Eppure c’è il nostro presidente a supplicarci per un ripasso. Non mi entusiasma dirlo, ma se continua ad insistere, il presidente potrebbe incorrere in disappunto o quantomeno essere oggetto di scherno da parte mia.

Anthony: supplicarci? Mi pare un parolone! Se c’è qualcosa in cui potrebbe incorrere, casomai è un motivato rodimento per il tuo disappunto! Ma guarda tu!

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“Lasciare che”: esortare, consigliare e chiedere un permesso (Ep. 939)

“Lasciare che”: esortare, consigliare e chiedere un permesso (scarica audio)

Giovanni: ragazzi, lasciate che oggi vi spieghi una locuzione interessante: “lasciare che”.

La locuzione “lasciare che” viene generalmente utilizzata per esortare o permettere a qualcuno di fare qualcosa o per chiedere un permesso. Viene seguita da un verbo al congiuntivo. Possiamo anche usare la negazione “non lasciare che“).

Riguardo al verbo esortare, significa incitare, spronare o spingere qualcuno a fare qualcosa in modo enfatico. Quando si esorta qualcuno, si cerca di influenzare le sue azioni o decisioni, incoraggiandolo a fare qualcosa in particolare. Il fine è spingere una persona ad agire. Comunque la locuzione si usa anche per dare suggerimenti o consigli. Quando si consiglia qualcuno, si offre un parere o un consiglio su un determinato argomento o situazione, cercando di fornire indicazioni o suggerimenti utili. Infine dicevo che si potrebbe trattare di una forma di permesso o concessione. Vorremmo cioè che sia concesso qualcosa.

Ecco alcuni esempi di come puoi utilizzare “lasciare che” e “non lasciare che

  1. Lascia che ti aiuti con i bagagli.
  2. Lascia che ti spieghi io come funziona.
  3. Non possiamo lasciare che si mangino tutto gli altri, dai, mangiamo qualcosa anche noi!
  4. Lascia che Giovanni ti aiuti con i compiti.
  5. Non lasciate che i vostri figli tornino a casa da soli
  6. Lascia che Maria ti mostri come si fa.
  7. Lascia che dicano ciò che vogliono. Chi se ne importa!
  8. Lascio che voi mi facciate vedere il vostro progetto. Non ne sono convintissimo!
  9. Lascia che loro ti diano un consiglio
  10. Non lasciare che qualcuno ti tratti male.
  11. Non lasciate che sia qualcun altro a decidere la vostra vita
  12. Lascia che ti spieghi perché questa cosa è così importante.

Esistono altre modalità alternative per esortare o consigliare qualcuno, alcune delle quali includono:

  1. Ti consiglio di…
  2. Dovresti…
  3. Ti suggerisco di…
  4. Prova a…
  5. Potresti…
  6. Ti raccomando di…
  7. Ti incoraggio a…
  8. Perché non …

Queste espressioni possono variare leggermente nel tono e nell’intensità del consiglio o dell’esortazione, ma tutte comunicano l’idea di suggerire o consigliare qualcosa a qualcuno. C’è meno il concetto del permesso o della concessione.

Volendo poi si potrebbe anche evitare il “che“:

E’ abbastanza comune utilizzare direttamente il verbo all’infinito. Es:

  1. Lascia che ti spieghi. → Lasciami spiegare.
  2. Lascia che Giovanni ti aiuti. → Lascialo aiutarti
  3. Lascia che ti mostri. → Lasciami mostrarti.
  4. Lascia che ti diano una mano. → Lasciati aiutare da loro.

In questi casi, il significato rimane lo stesso: si sta chiedendo o concedendo il permesso di fare qualcosa oppure si sta dando un consiglio o una esortazione. La forma senza il “che” è più informale e colloquiale, ma è altrettanto valida.

L’uso del verbo lasciare può far pensare ad una particolare forma di “resistenza” o di “opposizione“. Non sempre così. Spesso è semplicemente una forma più cortese per dare un consiglio o per chiedere un permesso. Altre volte invece siamo vicini a una forma di resistenza.

Es:

So che non ti fidi di nessuno, ma per una volta lasciati aiutare (lascia che ti aiuti).

lasciati aiutare” indica un invito a permettere che qualcuno dia un aiuto nonostante la possibile diffidenza. In questo caso quindi c’è – o meglio – ci potrebbe essere una resistenza o un’opposizione: questa frase è quindi un incoraggiamento a superare una possibile diffidenza per accettare l’aiuto.

Adesso ripassiamo. Parliamo del nostro cibo preferito.

Sofie: Una ricetta che a me piace molto è quella con gli asparagi, quelli bianchi, quelli grossi, che vanno accompagnati da burro fuso e cosparsi da uova mimosa e prezzemolo. A me fanno venire l’acquolina in bocca e se non fosse che questa ricetta contiene così tante calorie mangerei gli asparagi ogni giorno. Purtroppo non si può fare a meno del burro perché per gli asparagi è la morte loro!. Siccome il periodo del raccolto degli asparagi è brevissimo (solo due mesi e mezzo) se ne deve fare incetta quando possibile!

Marcelo: A me piace molto la pizza! Per non sapere né leggere né scrivere in cucina, la faccio semplice semplice, con gli ingredienti che ho a portata di mano.
Non la faccio sempre ma solo quando mi prende lo schiribizzo e ovviamente con la birra, che è congeniale al mio stile, anche senza avere i rudimenti della buona cucina!

Peggy: Dal momento che ora vivo in Italia (da un pezzo ormai), parlo del mio piatto preferito italiano, ossia i “carciofi arrostiti” con olio, prezzemolo, aglio e sale. Ogni boccone che assaporo suscita in me una felicità indescrivibile. Alle volte sorseggio anche un po’ della mia bevanda preferita, ovvero il vino, e quelle volte volo fino in paradiso. Dopo questo discorso, direi che un tavolo colmo dei piatti menzionati da tutti noi ci voleva proprio, nevvero?

Mary: grazie ragazze! Farò tesoro di queste ricette per spacciarmi per una vera cuoca!

André: Per carità, Gianni! Non ce la farei mai a scegliere un solo piatto. Tuttavia quando verrò a casa tua potrai servirmi la parmigiana di melanzane!

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Tuttavia o eppure? (Ep. 938)

Tuttavia o eppure? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ragazzi, qualche tempo fa, uno di voi mi ha chiesto la differenza tra tuttavia e eppure. Ne abbiamo parlato nel gruppo WhatsApp dell’associazione, ricordate? Ci facciamo un episodio, che ne dite?

Tuttavia” e “eppure” sono avverbi che possono essere utilizzati per indicare un contrasto rispetto a ciò che è stato detto precedentemente.

Entrambi esprimono un’opposizione, un contrasto o una contraddizione, ma con sfumature un po’diverse.

La parola “tuttavia” può essere considerata una parola più neutrale, utilizzata per presentare un fatto o un’idea che è contrario a quanto ci si aspetterebbe sulla base delle informazioni precedenti. Ad esempio:

– Ha lavorato duramente, tuttavia non è stato promosso.
– Il prezzo sembrava ragionevole, tuttavia la qualità del prodotto era scarsa.

Tuttavia, sebbene più formale, somiglia molto a “nonostante questo” e “ma/però“.

D’altra parte, “eppure” viene utilizzata per introdurre una frase che presenta un contrasto inaspettato o sorprendente rispetto a quanto ci si aspetterebbe.

Può essere considerata una parola spesso più emotiva o anche più colloquiale. Anche il tono è importante.

Ecco alcuni esempi:

Mi aveva promesso di venire, eppure non si è presentato all’appuntamento.

Qui, “eppure” implica un senso di sorpresa e incertezza riguardo al motivo per cui la persona non si è presentata, nonostante avesse promesso di farlo.

Ha fatto molti errori, eppure è stato promosso. Come te lo spieghi?
Era esausto, eppure ha continuato a lavorare. Pensa che volontà che ha dimostrato!

Un’altra differenza è che “tuttavia” tende ad essere un termine più assertivo e diretto, mentre “eppure” può introdurre un elemento di dubbio o mettere in discussione in modo più forte quanto affermato precedentemente.

Es:

Giovanni è stato bocciato all’esame perché non ha fatto abbastanza esercizi. Eppure lo avevo avvertito che era necessario farne tanti.

In questo caso con “eppure” si esprime stupore o anche una critica verso Giovanni. Se nella stessa frase uso “tuttavia” non emerge alcun elemento emotivo. La frase risulta più fredda,

Lo stesso se dicessi:

Nonostante lo avessi avvisato, Giovanni è stato bocciato all’esame perché non ha fatto abbastanza esercizi.

Questo significa che quando si parla di questioni tecniche e in tutte le situazioni dove non si vuole né criticare, né dissentire, né far emergere stupore ma semplicemente far notare un contrasto, “eppure” non è adatto.

Es:

I vecchi condizionatori funzionavano meglio dei nuovi, tuttavia adesso abbiamo un minore consumo energetico.

Si evidenzia così un pregio degli uni e degli altri, niente di più.

Dicevo che “eppure” è più adatto di “tuttavia” per esprimere e sottolineare un elemento di dubbio. Es:

Tutti credono che sia lui l’assassino, eppure c’è qualcosa che non mi convince!

La frase indica che nonostante la convinzione diffusa che sia lui l’assassino, io ho dei dubbi in merito.

L’uso di “eppure” enfatizza il contrasto tra la credenza comune e le riserve personali del sottoscritto (le “riserve” sono i dubbi. Ne abbiamo parlato in una lezione di Italiano professionale dedicata ai dubbi).

Mario era sicuro di aver chiuso la porta di casa, eppure quando è tornato era spalancata.

In questo caso, l’uso di “eppure” sottolinea l’incredulità e il dubbio di Mario che non riesce a capire come la porta potesse essere aperta nonostante la sua certezza di averla chiusa.

Abbiamo studiato a lungo per l’esame, eppure i risultati sono stati deludenti.

In questo caso, “eppure” suggerisce un senso di perplessità e dubbio rispetto alla connessione tra l’impegno profuso nello studio e i risultati ottenuti.

Potrei anche usare “tuttavia” ma non emergerebbe così forte questo contrasto.

La torta sembrava buonissima, eppure il sapore era piuttosto insipido.

Qui, l’uso di “eppure” esprime un dubbio riguardo alla discrepanza tra l’aspetto invitante della torta e il suo sapore deludente.

Mi ha raccontato la sua versione dei fatti, eppure non sono ancora sicuro di poter credere alle sue parole.

Anche in questo esempio, c’è del dubbio e incertezza riguardo alla veridicità delle informazioni fornite, nonostante la spiegazione ricevuta.

Adesso chiedo aiuto ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che invito a usare qualche espressione già spiegata rispondendo alla seguente domanda: chi o cosa vorreste eliminare dalla faccia della terra?

Ulrike: Difficile dare una riposta a questa domanda. Sono tante le persone che lasciano il tempo che trovano su questa terra.

Albéric: Gianni non ha mai nascosto di voler far fuori i puristi della grammatica. “Non se ne parla proprio di trattare argomenti esclusivamente grammaticali”, ha sempre detto.
Non ce l’avrà a male se gli dico che la sua è una eccessiva fisima o fissazione, che dir si voglia.

André: dacché me lo chiedi se io potessi farei scomparire dalla terra tutti i razzisti!

Estelle: quanto a me, ne ho fin sopra i capelli dei bugiardi e di quelli che gli confidi qualcosa e loro spargono la voce a destra e a manca. Mi hai fornito un assist e io non solo lo raccolgo, ma non ne ho proprio per nessuno. Una volta per tutte: se non riescono a scomparire dalla faccia della terra, che stiano almeno alla larga dalla mia!

Marcelo: ragazzi, si è detto “eliminare dalla faccia della terra”. Riporto il virgolettato perché mi sembra un tantino forte. Io, a differenza di voi, mi sono ripromesso di non giudicare nessuno e tantomeno demonizzarlo. Non me ne volete.

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Ci voleva o non ci voleva? (Ep. 937)

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non ci voleva

Trascrizione

L’espressione “Non ci voleva” è interessante perché è usata spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni. Si usa quando accade un problema, ma non un grande problema. parliamo di un inconveniente, un contrattempo, un ostacolo che può provocare un disagio. Spesso la conseguenza è un ritardo in una attività. Nell’espressione “non ci voleva” si utilizza l’imperfetto del verbo volere. Questo perché stiamo commentando un evento già accaduto.

Non ci voleva” è dunque un’esclamazione che viene utilizzata per esprimere un senso di irritazione o frustrazione quando si verifica qualche cosa che si temeva potesse accadere oppure che arriva del tutto inaspettata.

Di solito, considerata la bassa portata del problema, viene usata in modo scherzoso o ironico per commentare una situazione spiacevole o sfortunata che si è manifestata.

Ecco alcuni esempi di come puoi utilizzare l’espressione “Non ci voleva“:

  1. Immagina che tu stia guidando in macchina e, improvvisamente, una ruota inizia a sgonfiarsi. Potresti dire: Oh no, non ci voleva! Proprio quando dovevo arrivare in tempo alla riunione!
  2. Se stai lavorando col computer e, ad un certo punto, il PC si impalla. Potresti esclamare: Ecco, non ci voleva! Ora come faccio a finire il lavoro?
  3. Se stai organizzando una festa all’aperto e improvvisamente inizia a piovere, potresti dire: No! Non ci voleva proprio questa pioggia! Avevamo preparato tutto per un giorno di sole.

In sostanza, l’espressione “Non ci voleva” viene utilizzata per sottolineare che la situazione indesiderata o sfortunata che si è verificata era qualcosa che sarebbe stato meglio evitare o di cui non si aveva bisogno in quel momento. Le conseguenze non sono gravi ma comunque la cosa ci provoca un certo malumore.

E’ importante sottolineare che in caso di grossi problemi o grossi eventi negativi, anche se improvvisi, non ha senso usare “non ci voleva“. Se facciamo un incidente stradale, se una persona si sente male, se c’è una guerra, un terremoto o accadono altri eventi molto gravi, è ridicolo commentare con “non ci voleva”. In tali casi, se proprio dobbiamo commentare, sarebbe opportuno qualcosa come “è una tragedia”, “si tratta di un evento drammatico”, “è un disastro” eccetera.

Chiaramente esiste anche “ci voleva” (senza negazione) che si utilizza in situazioni opposte, cioè positive. In questi casi si aggiunge solitamente “proprio“. L’uso di “proprio” in questa frase serve ad aumentare la propria soddisfazione, quindi l’intensità dell’affermazione, enfatizzando l’importanza di ciò che si sta dicendo.

Ci voleva proprio questa bella giornata di sole!

Mi ci voleva proprio questa bella notizia!

Ironicamente si potrebbe comunque dire:

Ecco, piove ancora! Ci voleva proprio!

Oppure quando si fa presente che sarebbe stato necessario qualcosa:

Ci voleva più coraggio per affrontare questa situazione

Si tratta sempre di qualcosa che è già accaduto

Si può usare quindi quando ci si rammarica, ci si dispiace per una situazione che poteva essere salvata o che poteva andare diversamente. In questi casi in genere non si usa “proprio“.

Forse è il caso di fare un chiarimento sull’uso della particella “ci”.

“Ci voleva” e “non ci voleva”, di cui vi sto parlando in questo episodio non si riferiscono a “noi”, tipo:

Lei (non) ci voleva offendere!

Lui (non) ci voleva dire questo

Quindi la particella “ci” non fa riferimento a “noi” ma alla situazione, al contrattempo, alla cosa positiva o negativa che è accaduta. Il “ci” si riferisce a questo.

Infine, non ci sono modalità del tutto equivalenti che possono usarsi in sostituzione di “ci voleva” e “non ci voleva” ed è proprio questa caratteristica che la rende così utilizzata. Si tratta di una sintesi informale che se non utilizzassimo saremmo costretti a pronunciare una frase spesso molto più lunga e articolata, tipo, nel caso di “non ci voleva“:

Anthony: Accidenti, questo inconveniente rischia di crearmi un sacco di problemi! Avrei preferito evitarlo! Vabbè, vorrà dire che ricomincerò daccapo!

Ulrike: Noooo! Lo sapevo che sarebbe potuto accadere questo! Un bel problema che avrei volentieri evitato! Senza contare che adesso dovrò passare la notte in ufficio per rimediare!

Marcelo: Mi spiace per questo inconveniente! Anche se si poteva immaginare potesse accadere, sarebbe stato meglio non fosse accaduto! Adesso dovrai fare appello a tutta la tua professionalità per recuperare il tempo perso.

Insomma, in tutti questi casi si fa prima a dire “non ci voleva“.

Negli esempi appena visti abbiamo inserito anche delle espressioni di ripasso, quindi per oggi ci possiamo ritenere soddisfatti.

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