Giovanni : episodio n. 150 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente“, per dare manforte agli stranieri che non sanno come fare per migliorare il loro italiano.
Allora oggi vediamo insieme la parola “Manforte” formata dalle due parole mano, ma senza la lettera finale o, e forte.
La parola manforte forma un binomio indissolubile con il verbo dare. Dove vedete manforte si deve sempre usare il verbo dare.
Dare una mano è una espressione che sicuramente conoscete tutti vero?
Allora vi starete sicuramente chiedendo se la frase “dare una mano” , cioè aiutare, possa essere sostituita da “dare manforte” . Non è esattamente la stessa cosa.
Quando date manforte ad una persona, è vero che la state aiutando, che le state dando una mano, ma è un aiuto decisivo, lo state sostenendo in modo importante. Si tratta di un sostegno, di un grosso aiuto anche morale non solo materiale. Questo è il senso di “forte”.
Oggi gioca la Roma quindi vado allo stadio a dare manforte alla squadra.
Questo è chiaramente un sostegno psicologico, importante perché il tifo aiuta la squadra spesso in modo decisivo. In questi casi non potete usare dare una mano, che si usa solo se l’aiuto è materiale. In questo caso potete usare anche supportare, o dare supporto. Anche confortare e dare conforto sono aiuti morali, ma solo in caso di delusioni o sconfitte. anche aiutare non è adatto. “Manfortare” invece è un verbo che non esiste.
Vado a dare manforte a mio padre che sta pulendo il giardino
Questo invece è un aiuto materiale. Un aiuto importante.
Quando realizzo gli episodi di Italiano semplicemente spesso i membri dell’associazione mi danno manforte per fare esempi più chiari per tutti.
Avete capito anche che non si dice dare “una” manforte, ma semplicemente “dare manforte”, e se volete potete anche separare le due parti man e forte, potete quindi scrivere manforte in una sola parola oppure due parole separate. Ma la man rimane man senza la o finale.
Ora una frase di ripasso:
Ulrike (Germania 🇩🇪):
Non si può *essere di diverso avviso* sul valore delle frasi di ripasso. Esse servono a a *destreggiarsi* sempre meglio con la lingua italiana. Quindi *rompo gli indugi*, e, come faccio ogni tanto, inizio a *scervellarmi*, sperando du ricevere il *beneplacito* di Giovanni. Spesso però, -a dire la verità, *ogni due per tre*- *finisco per incartarmi* e *non vedo* come possa *salvarmi in calcio d’angolo*. Poi *mi vedo costretta* a ricominciare da capo. È quello il momento in cui mi dico: prima di *prendere una brutta piega* e diventare *un’anima in pena*, rilassati, *che vuoi*, stai imparando, fai con calma qualche frase, mandala a Giovanni che, *bontà sua*, la correggerà. Così non *vengono a galla* tutti i miei errori, almeno non in pubblico 😉
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Giuseppina: episodio n. 149 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente“, per tutti gli stranieri che sono desiderosi di aumentare il loro vocabolario.
Oggi vediamo insieme la parola “ripicca” con due c. La ripicca, una ripicca, ripicche al plurale.
Si tratta di un dispetto, di uno sgarbo fatto da una persona ad un’altra.
Molto comune nel linguaggio colloquiale, quello di tutti i giorni, ma non è dialettale. E’ molto comune perché è legato agli atteggiamenti delle persone, che quando agiscono, quando si comportano in un certo modo possono farlo “per ripicca“.
Ma cosa significa?
Sapete che le persone spesso agiscono mossi dall’orgoglio, o magari sono semplicemente arrabbiate con qualcuno, spesso per questini di poca importanza.
Allora in queste circostanze, una persona potrebbe credere di aver ricevuto un torto, e in questi casi, parecchie persone possono agire per ripicca.
Questo accade quando il loro comportamento è una reazione al torto che credono di aver subito, e non per altri motivi: non perché è normale comportarsi in quel modo, perché è razionale, non perché hanno un carattere particolare e agiscono sempre allo stesso modo, non perché sono pazzi, non perché non hanno capito bene o per qualsiasi altra ragione, ma solo per ripicca: sono arrabbiati, e agendo per ripicca, in qualche modo si sfogano, vogliono dimostrare che hanno subito un torto, non sono d’accordo con una decisione presa, oppure agiscono per ripicca perché sono molto orgogliosi, o perché se la prendono, si offendono facilmente e non sanno nascondere la loro delusione e la loro arrabbiatura. Spesso si tratta di persone impulsive.
Non è positivo fare qualcosa semplicemente per ripicca, perché potrebbe essere illogico, e si rischia di non fare neanche i propri interessi per via del nostro orgoglio che prende il sopravvento sulla razionalità.
Perché oggi non parli? La tua è solo una ripicca, ammettilo! Smettila di fare il bambino!
“Per ripicca” equivale a “per dispetto“, ma un dispetto dovuto ad un presumibile torto subito. Come avrete immaginato, fare una ripicca o agire per ripicca spesso è giudicata come una cosa infantile.
Dai, non essere così esagerato, non puoi non invitare Giovanna al nostro matrimonio solo per ripicca. E’ una nostra amica da sempre!
Il vigile fa una multa a Marco che poi per ripicca danneggia l’auto dello stesso vigile!
Un ragazzo, lasciato dalla fidanzata, per ripicca ha pubblicato le loro foto intime su Instagram!
Ora ascoltiamo una frase di ripasso delle espressioni precedenti.
Giovanni: sì, grazie mamma, ascoltiamo una frase di ripasso da uno dei membri dell’associazione. Chi si offre? Nessun volontario?
Giovanni: Benvenuti nell’episodio n. 148 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, la rubrica per migliorare, per affinare il proprio italiano giorno per giorno, attraverso termini nuovi da imparare, verbi particolari ed espressioni che normalmente gli stranieri non utilizzano, almeno fino ad oggi.
Allora, ieri abbiamo parlato del verbo tallonare, e abbiamo detto che è simile al verbo incalzare. Vedete che siamo partiti dal calcagno, e dal verbo accalcarsi, con un significato completamente diverso da tallonare, sebbene il tallone e il calcagno rappresentino la stessa parte del piede, quella posteriore. Anche la calza, o le calze hanno a che fare con i piedi, poiché le calze si indossano.
Incalzare a volte si usa come tallonare, nel senso che abbiamo già visto insieme: stare dietro ad una persona, non mollarla, pressarla, sia fisicamente sia mantenendo un controllo stretto sulle sue attività, per controllarla o per ricordarle qualcosa da non dimenticare, o per spingerla a fare un’azione. Potete usare incalzare questa persona come anche tallonare questa persona. “Stare alle calcagna” di questa persona è un’altra modalità ancora di esprimere questo concetto.
C’è un caso però, anzi ci sono due casi, anzi ce ne sono tre di casi, del tutto specifici in cui il verbo incalzare trova esclusiva applicazione. In questo caso non si usa tallonare. Si parla nel primo caso di quando facciamo delle domande o delle richieste ad una persona. Queste domande e richieste sono però insistenti, senza tregua, sono richieste che fanno venire l’ansia chi le riceve:
Ehi, vacci piano, mi stai incalzando di domande una dietro l’altra, dammi il tempo di rispondere!
Il giornalista incalza di domande il politico intervistato!
Sono richieste che vengono fatte con insistenza, con urgenza di risposte, una dietro l’altra, senza dare tregua, mettendo pressione alla persona che le riceve. La “pressione” quindi accomuna il verbo tallonare e il verbo incalzare, ma in modo diverso in alcuni casi come questo. In questo caso stiamo pressando, stiamo sollecitando qualcuno con delle richieste.
Il secondo caso in cui incalzare trova applicazione, è quando si vuole indicare qualcosa che sta arrivando, che si sta avvicinando, qualcosa che è imminente, che sta proprio per arrivare, è solo una questione di tempo: oddio che ansia!
la morte incalza (mamma mia!)
il pericolo incalza
la recessione incalza
Anche qui c’è la “pressione“, l’ansia delle conseguenze che possono arrivare da un avvenimento, quindi bisogna fare qualcosa, bisogna agire, perché il pericolo incalza ad esempio, il pericolo sta arrivando, non si ferma, non ci aspetta e bisogna fare qualcosa. Non c’è mai una buona notizia quando uso incalzare in questo modo!
Poi, non posso usare tallonare in questo caso, che si usa solo quando una persona insegue fisicamente o mette pressione ad un’altra, le sta dietro, la tallona, le mette pressione.
Il terzo caso è quando gli avvenimenti o le notizie incalzano, delle cose che accadono una di seguito all’altra, velocemente: si susseguono rapidamente, in modo inarrestabile, obbligando perciò, anche in questo caso, a decisioni immediate da prendere.
Qualche esempio e poi chiudiamo:
I professori incalzarono lo studente durante l’esame
Il giornalista ha incalzato il presidente di domande
Gli eventi incalzano e manca il tempo per fare qualcosa
Siamo sotto pressione per il lavoro incalzante di questi giorni
Le notizie si susseguono ad un ritmo incalzante
Un’avvertenza finale: non confondete incalzare con incazzare e incazzarsi, mi raccomando!
Ora una frase di ripasso:
Lejla (Bosnia Erzegovina): Può darsi amici che fra di noi vi sia qualcuno che non se la sente di seguire questa rubrica ogni giorno. Magari pensa di poter ingranarecon la lingua italiana con i libri di grammatica e quando cerchiamo di convincerlo, quel tale si sente perfino tallonatoda noi. Che volete, siamo in tanti che ci accalchiamoogni giorno per non mancare all’ascolto della nuova puntata. Questa persona però non riesce a capacitarsidi come ci sipossa destreggiarecome si deve senza lo studio della grammatica. Lasciamolo ancora cincischiareun po’. In fondo ci vuole poco tempo per mostrargli i nostri progressi. Ho sentore che questo comunque sarà il momento giusto, e noi siamo pronti ad accoglierlo di buon gradofra di noi.
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Giovanni: Benvenuti nell’episodio n. 147 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, la rubrica per migliorare, per affinare il proprio italiano giorno per giorno.
Ieri abbiamo parlato del verbo accalcarsi e abbiamo visto come il calcagno e il tallone siano la stessa parte del piede, la parte posteriore del piede. I due termini hanno lo stesso significato ma tecnicamente il calcagno è il nome dell’osso del piede, mentre il tallone è la parte esterna; potete comunque usare tallone o calcagno nello stesso modo nel linguaggio comune.
Ora, il verbo tallonare, che deriva da “tallone”, non ha lo stesso significato di accalcare o accalcarsi. Tra l’altro tallonare non è un verbo riflessivo.
Il verbo tallonare si usa con un senso di fastidio, di pressione, che una persona fa nei confronti di un’altra.
Si usa in diversi contesti. Nello sport significa “inseguire da vicino“, e lo usano spesso i commentatori televisivi e radiofonici.
Quindi se c’è una squadra seconda in classifica ad un punto o due punti rispetto alla squadra prima in classifica, posso dire che la squadra seconda in classifica tallona la prima, e che la prima è tallonata dalla seconda.
Questo verbo è particolarmente adatto quando la seconda squadra riesce a stare al passo della prima, che non riesce quindi a staccarla in classifica, non riesce a distanziarla di un numero maggiore di punti. La seconda squadra, restando appena dietro, ed inseguendo da vicino la squadra capolista, rimanendo a brevissima distanza, tallona la prima squadra, tallona la capolista.
Si vuole dare l’immagine dell’inseguimento ravvicinato: il tallone della squadra capolista è attaccato alla squadra che segue.
Ci sono diversi modi colloquiali per esprimere questo concetto: “avere il fiato sul collo” è uno di questi, oppure usando il verbo “incalzare“, un sinonimo di tallonare.
Se usciamo dal mondo dello sport, vuol dire sempre inseguire, stare vicino, ma l’obiettivo non è agonistico, non è superare l’avversario, poiché non c’è nessuna gara, nessuna competizione in questo caso.
Al lavoro ad esempio, tallonare qualcuno (linguaggio informale) o anche incalzarlo, indica lo “stare dietro“, seguire da vicino. Quindi seguire, oltre che inseguire. Può essere un seguire col corpo ma anche sotto forma di pressione psicologica.
Ad esempio se mi serve urgentemente un documento e lo devo chiedere ad un lavoratore dell’ufficio X, a volte c’è bisogno che questa persona venga tallonata, incalzata, per fare in modo che questa persona faccia velocemente, quindi bisogna chiamarla spesso, starle dietro, fare in modo che non si dimentichi. C’è il senso della vicinanza stretta che trasmette un senso di fastidio, come dicevo. Quando si tallona una persona c’è un fastidio che viene avvertito dalla persona che viene tallonata, che viene incalzata, perché la persona tallonata deve rispondere.
C’è in realtà una leggera differenza tra questi due verbi, perché incalzare si usa spesso con le domande, ma questo verbo lo vediamo meglio domani.
Adesso qualche esempio sul verbo tallonare e poi una frase di ripasso delle espressioni precedenti.
Il governo viene continuamente tallonato dall’opposizione sulla questione della dei migranti
L’attaccante viene tallonato dal difensore
I giornalisti tallonano gli attori famosi
Bogusia (Polonia): Ah, qual buon vento , ciao Gianni. Mi spiace ma non posso darti una mano adesso. Ho avuto parecchi contrattempi e figuratiche persino la lavastoviglie ha smesso di funzionare. Al momento mi trovo ancora a scuola e sono impegnata di buona lena con i ragazzi. Hai presente, gli alunni hanno bisogno di un insegnamento individualizzato. Tornerei alla carica nel pomeriggio però, qualora non si impallasseil cellulare , visto che tutto mi dice proprio male oggi…
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Giovanni: Due minuti con Italiano semplicemente, episodio n. 146. Un percorso graduale verso un italiano sempre migliore giorno dopo giorno.
Oggi ci occupiamo del verbo accalcarsi che significa stare molto stretti. Indica che molte persone o molti animali si trovano in uno spazio insufficiente, troppo piccolo e quindi sono molto vicine tra loro queste persone, tanto vicine che sono quasi una sull’altra. Un numero maggiore di persone non sarebbe possibile nello stesso spazio.
Allora com’è stato il concerto?
Bello ma c’era troppa gente e stavamo tutti accalcati.
Quindi a questo concerto c’erano molte persone, moltissime, tanto che stavano tutte accalcate, tutte attaccate tra loro. Era evidentemente un luogo affollato, e la gente stava accalcata. Si dice anche che c’era una certa ressa, oppure che era una calca di persone o che le persone erano stipate. Molte parole nuove oggi.
Tra l’altro accalcarsi non è neanche molto salutare. Ci si ammala facilmente e si rischia anche che qualcuno ti calpesti i piedi con i calcagni. Il calcagno è la parte posteriore del piede, anche detto il tallone. Ma è curioso che tallonare ed accalcare hanno due significati diversi. Domani vediamo tallonare.
Vi faccio un altro esempio con accalcarsi:
Al teatro c’era la gente che si accalcava per acquistare il biglietto.
E il ragazzo alla cassa diceva:
Calmi, non vi accalcate per favore, venite uno alla volta, c’è posto per tutti.
Adesso ripassiamo alcune espressioni e termini che abbiamo spiegato negli episodi passati con l’aiuto di un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.
Apriamo una parentesi artistica parlando di illuminismo e di romanticismo. Ve la sentite?
Non me la sento di dire molto sull’illuminismo e il romanticismo, sennonché che ci sono da fare alcuni importanti distinguo. Il primo distinguo da fare è che nell’illuminismo la ragione aveva la meglio sulle emozioni.
Un secondo distinguo è che se l’Illuminismo è legato alla scienza, alla fisica e alla matematica, il Romanticismo abbandona senza remorel’ausilio della scienza per guardare più alle arti e alla musica.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: comunque anche “senonché” con una enne sola, può andar bene lo stesso!
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Giovanni: Due minuti con Italiano semplicemente, episodio n. 145.
Allora, oggi voglio parlarvi di una congiunzione, ma che sia una congiunzione non ci interessa affatto visto che qui non ci occupiamo di grammatica.
Sto parlando di sennonché, con l’accento sulla e.
Si scrive tutto attaccato quindi è un’unica parola, sebbene si possa usare, qualche volta, anche divisa in tre parti: “se non che”.
Questo infatti è un primo possibile utilizzo, in cui è preferibile staccare le tre parole.
In questo caso significa “salvo il fatto che”, o in altre parole “solo che”, “solamente che”, “ad eccezione di una cosa”. Salvo nel senso di “ad eccezione di”.
Ad esempio tra due fidanzati in crisi, uno dei due può dire:
C’è poco da dire, se non che siamo a un passo dalla rottura definitiva.
Una situazione catastrofica questa, avrei potuto trovare esempi migliori, più simpatici, come ad esempio:
Non c’è niente di strano nel mio aspetto, se non che io sia vestito da donna!
Quindi “se non che” (meglio staccato) vuol dire “soltanto questa cosa”, “salvo questa cosa”, “salvo il fatto che”.
Altre volte però è meglio scrivere tutto attaccato in una sola parola.
Questo quando?
Quando sennonché equivale a ma, però, con un valore avversativo, cioè quando c’è una frase finale che ha un senso contrario o che limita o che restringe: come accade con: ma, però, nondimeno, tuttavia.
Prima dite una frase e poi mettete un “ostacolo”, chiamiamolo così. Ad esempio.
Stavo uscendo per andare al cinema, sennonché (con due ENNE si scrive, mi raccomando) avevo dimenticato di avere un appuntamento con l’idraulico a quell’ora.
La ragazza era incinta, sennonché il destino gli ha negato la gioia di diventare madre
(ancora un esempio non molto positivo!)
Sarei caduto dall’albero, sennonché c’era mio fratello che mi ha dato una mano a mantenere l’equilibrio (questo va meglio!).
Quindi sennonché serve a mettere un “ostacolo” nella maggior parte dei casi, come dire: avrei fatto questo, ma è accaduto quest’altro; se non fosse accaduta questa cosa, tutto sarebbe andato come previsto.
In definitiva si usa in due casi. nel primo caso meglio staccare le tre parole quando si vuole aggiungere qualcosa prima di terminare un discorso, come abbiamo visto.
Nel secondo caso (tutto attaccato) per introdurre un ostacolo, un inconveniente (per questo mi veniva naturale fare esempi poco gradevoli), ma anche per dire che non si è verificato un evento, non è successo qualcosa, non è andata come sembrava perché è intervenuto, all’improvviso, un qualcosa che ha cambiato gli eventi.
Avrei voluto terminare questo episodio in due minuti, in conformità col nome della rubrica, sennonché il mio desiderio di essere chiaro mi ha spinto a sforare col tempo, come al solito!
Ripassiamo adesso alcune espressioni precedenti.
Bogusia (Polonia):Un poliziotto, lavoratore indefesso, tentava di parlare con un ragazzino al telefono. Purtroppo il bambino, essendo troppo sconvolto, si incartavaogni due per tre e non riusciva a dire niente, tranne il suo indirizzo. Il poliziotto aveva sentore che poteva trattarsi del peggiore dei casi e in men che non si dica mandò due macchine della polizia a casa del ragazzo. I poliziotti, presi alla sprovvista , incontrando il ragazzino davanti alla porta, chiesero semplicemente: “Cosa succede? Cosa succede? “ “È la mia sorellina. “Rispose finalmente Il ragazzino senza remore . Non me la sentivo più di abbozzare “ continuò, mentre accompagnava i poliziotti nel soggiorno. Lì c’era una bambina seduta su una sedia, con tanta grazia. “Lei vuole sempre avere la meglio su di me. I poliziotti ancora non si capacitavano del problema. Poi il ragazzo chiosò : “Ha imbrogliato mentre giocavamo a scacchi, e adesso fa la finta tonta!
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Giovanni: Due minuti con Italiano semplicemente, episodio n. 144, il numero cresce di giorno in giorno e crescendo si impara, potremmo dire. Come i bambini.
A proposito di “crescendo“. Crescendo è il gerundio del verbo crescere, come l’ho appena utilizzato io: “crescendo si impara”. Però esiste anche “un crescendo“.
Vediamo qualche esempio:
Lo spettacolo è stato un crescendo di emozioni!
La manifestazione è iniziata pacificamente ma poi c’è stato un crescendo di tensione e di scontri tra i partecipanti.
La mia attività non andava bene all’inizio, ma dopo un paio d’anni di difficoltà c’è stato un crescendo di successi e di guadagni.
La partita si è conclusa in un crescendo di fischi per la squadra che non dava spettacolo.
Avete capito che c’è sempre qualcosa che cresce. Ogni volta c’è un graduale aumento d’intensità: un crescendo d’applausi, di urla, di fischi, di emozioni, di tensioni, di violenza eccetera.
“Un crescendo di” qualcosa. Se volete che sia chiaro il concetto del graduale aumento di intensità, dovete mettere “un” davanti, oppure “il”.
Uno spettacolo bellissimo, dove il crescendo di sensazioni ha dato grosse emozioni al pubblico.
Il crescendo della criminalità è dovuto all’aumento della povertà.
Dopo il crescendo della squadra che si è visto nella sfida contro la Juventus, nella partita successiva la prestazione non è stata delle migliori.
Leggendo il libro, ho apprezzato il crescendo delle scene emozionanti.
“Un crescendo” è come dire “una crescita”.
Un crescendo di emozioni = una crescita di emozioni.
“il crescendo” equivale invece a “la crescita“, quindi ad esempio “la crescita della criminalità” equivale al “crescendo della criminalità”.
Il crescendo, rispetto alla crescita, è però un po’ più coinvolgente, si usa per sollecitare le emozioni, mentre la crescita è un linguaggio più tecnico e in alcuni casi non è sostituibile con “il crescendo“. Ad esempio:
La fase della crescita dei bambini;
La crescita dello spread;
La crescita dei guadagni.
La crescita della popolazione mondiale
Non c’è molta emozione in queste frasi: si vuole trasmettere l’idea di una crescita fisica o numerica. Niente a che fare con le emozioni e con il coinvolgimento emotivo.
Diverso è se dico:
I bambini sono stressati perché sono cresciuti in un crescendo di tensioni.
Bisogna arrestare il crescendo dello spread.
L’azienda va benissimo, ed il crescendo dei guadagni non sembra arrestarsi
Il riscaldamento globale sta attraversando una preoccupante fase di crescendo.
Ora ripassiamo le espressioni passate con l’aiuto di Ulrike da Berlino.
Ulrike: Allora, vuoi di nuovo un ripasso Gianni. Ti devi capacitare però che un ripasso come si deve non è fatto in men che non si dica. Siamo studenti, cominciamo appena ad ingranare con la lingua italiana. Volentieri ti tenderei la mano, ma si dà il caso che io debba lavorare ora.
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Giovanni: Due minuti con Italiano semplicemente, episodio n. 143, un numero abbastanza elevato:
Si paventano giornate difficili per coloro che non hanno ascoltato le spiegazioni precedenti.
Paventare è il verbo a cui dedichiamo questo episodio. Nessuno straniero conosce questo verbo (credo) poiché nel linguaggio comune si usa poco. Ma lo trovate abbastanza spesso sui giornali e nelle notizie su internet.
Il verbo paventare è simile a spaventare vero? C’è solamente una esse in meno!
Anche il significato è simile comunque. Un primo significato infatti è proprio “aver paura“, “sentirsi intimorito“, provare timore.
Però ovviamente voi volete sapere quando usarlo e qual è la differenza con spaventare.
Allora, intanto devo dirvi che in questo senso non si usa molto. Difficile ascoltare frasi come:
Io pavento per la mia vita
Che sarebbe come dire
Io ho paura per la mia vita
L’uso più frequente e quello che vale la pena di ricordare è quello legato al possibile verificarsi di eventi futuri, eventi negativi, spaventosi comunque, ma per qualcun altro. Quindi paventare qualcosa, nel senso di mostrare qualcosa come una possibilità futura, rendere un pericolo reale o immediato parlando di qualcosa che potrebbe accadere.
Ad esempio:
Il leader del partito dell’opposizione tenta di paventare le paure più nascoste degli italiani.
Si paventa il rischio di una nuova crisi finanziaria.
L’azienda potrebbe chiudere. A paventare questa possibilità è stato il direttore.
L’inquinamento è arrivato ad un punto insostenibile tanto da paventare un disastro ambientale.
In questi esempi è chiaro che quando si paventa qualcosa, quando viene paventato qualcosa, si vuole mostrare la possibilità che possa accadere qualcosa in futuro, qualcosa di negativo, uno scenario non positivo, non auspicabile, non desiderabile.
Volete dei sinonimi? Prospettare ad esempio, che però è neutro, nel senso che non spaventa nessuno!
Avere timore che qualcosa accada,temere. Così va meglio direi. O anche “ipotizzare un pericolo“. Anche “minacciare” è simile perché ci si riferisce al futuro, ma la minaccia viene dalla persona che parla, mentre in paventare non c’è il coinvolgimento di chi parla.
Il contrario invece è augurare, auspicare, che si usano per un futuro migliore, non peggiore!
Adesso è più chiaro vero?
Bene, allora possiamo ripass alcune espressioni passate con l’aiuto di Doris dall’Austria, uno dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vai Doris.
Doris (Austria):
Un ripasso di nuovo? Questo mi ha colto davvero alla sprovvista. Ma senza remore ed ovviamente di buon gradodarò seguito all’invito di tirare fuori alcune frasi con i fiocchi e come si deve. Rompere gli indugi senza cincischiare troppo ci dà solitamente una sensazione di soddisfazione e in men che non si dica. Il mio sarà un tentativo sicuramente comprensibile per chi ha ascoltato gli episodi precedenti. Magari qualche espressione dovrete rivederla, ma che vuoi, qualcosa può sempre sfuggire. Dopo tutto siamo studenti con tutti gli annessi e connessi. Se ci diamo alla pigrizia, certo, prima o poi vengono a galla le nostre lacune, ma ti dirò che questo è sottinteso. Non sono mai stata annoverata tra i migliori studenti, quindi magari potrei essermi incartata: in questo caso armatevi di pazienza perché spesso sono dura di comprendonio.
Giovanni: e brava Doris! Non sei affatto dura di comprendonio e credo che tu abbia fatto un tentativo molto ben riuscito. Ciao a tutti.
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Giovanni: Vi faccio una domanda: tutti i siti internet in cui si insegna la lingua italiana sono uguali oppure bisogna fare dei distinguo?
Io qualche distinguo lo farei!
Infatti i siti non sono proprio tutti uguali. Cambia il metodo usato per insegnare molto spesso. Inoltre pochi siti usano file audio a supporto delle loro lezioni. Qualche distinguo è necessario!
Ad esempio dove lo trovate un sito che spiega la parola distinguo come si deve?
Il dizionario dice che un distinguo è una distinzione, una precisazione, per lo più pedante e pignolesca, insomma, un cavillo.
Quindi un distinguo è una distinzione? E’ qualcosa che si distingue, che si differenzia da qualcos’altro?
La mamma quindi non fa distinguo, non fa alcun distinguo tra i figli. Questo vuol dire che la mamma tratta i figli tutti allo stresso modo, tutti alla stessa maniera, senza fare distinguo, senza fare distinzioni tra un figlio e l’altro.
La parola distinzione va bene, è un sinonimo sempre utilizzabile, e sicuramente è più usata. Distinguo è più formale ed effettivamente a volte è più pignola, come dice il dizionario.
Quando si fa un distinguo molto spesso si va a cercare un motivo molto particolare per fare una distinzione, per non considerare due cose, o due persone, alla stessa stregua, nello stesso modo.
Una mamma che non fa distinguo tra i suoi figli quindi in nessun modo tratta i propri figli diversamente. E’ anche una questione di piccole cose dunque.
Un altro esempio:
Se in una azienda si dice che i lavoratori sono tutti inefficienti, che non lavorano abbastanza, che sono dei lavativi, qualcuno potrebbe dire:
Eh no! A questo punto iniziamo a fare dei distinguo! Ci sono alcuni lavoratori che lavorano moltissimo e che meriterebbero una promozione!
Fare un distinguo pertanto (o, al plurale “fare dei distinguo“) ha uno scopo preciso: quello di far emergere delle differenze importanti, quello di estrarre dal mucchio., dalla massa, dal gruppo, degli elementi diversi, che si differenziano, si distinguono dagli altri.
Il termine “precisazione“, citata dal dizionario, è ugualmente vicino a questo concetto, benché la precisazione serva a precisare, ad andare nel dettaglio, a specificare ciò che fino ad ora non è stato specificato abbastanza. Il concetto è abbastanza simile perché precisando emergono delle distinzioni, delle differenze. La precisazione fa emergere le differenze. E’ attraverso delle precisazioni che è possibile fare dei distinguo.
La paola distinguo si usa quasi sempre con il verbo fare: nel “fare un distinguo” c’è la volontà di dividere un gruppo in almeno due parti, attraverso una precisazione delle caratteristiche dei singoli componenti.
A volte si usa “operare dei distinguo“. L’uso di “operare” serve a essere più precisi ancora, più pignoli. La pignoleria è una eccessiva scrupolosità, una esagerata precisione.
A volte è semplicemente più formale (le leggi operano sempre dei distinguo ad esempio), altre volte ci sono entrambe le componenti: formalità e pignoleria.
Ad esempio:
La legge italiana opera alcuni distinguo tra le coppie eterosessuali e le coppie omosessuali.
E’ giusto operare dei distinguo? Oppure è meglio farli? Più o meno è la stessa cosa, forse però quando si crede che un distinguo sia giusto, più spesso troverete il verbo fare.
I distinguo spesso sono anche “sottili“, almeno quando si vuole sottolineare una eccessiva o anche sbagliata distinzione.
Rauno (Finlandia): Come sono i tuoi alunni Giovanni?
Giovanni: Beh, tutti abbastanza bravi direi.
Rauno: Ma c’è qualcuno più bravo degli altri?
Giovanni: Rauno, non credo sia il caso di perdersi in sottili distinguo. Sono tutti bravissimi, e adesso ve lo dimostro con questa frase di ripasso da parte di Bogusia, uno dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente che ci parla con l’occasione di Michelangelo.
Bogusia (Polonia):Forse qualcuno di voi può pensare che io studi solamente italiano, ma si dà il caso che in questo momento stia rileggendo una biografia di Michelangelo. Come di consueto esordisco con questa espressione: si dà il caso: ha un non so che di affascinante. Allora, stavo dicendo che rileggendo questo libro, di punto in bianco mi balza agli occhi qualcosa: non esiste più la “casa di Michelangelo” a Roma. Ma come sarebbe a dire? Un personaggio di questo spessore che ci ha vissuto nientepopodimeno che 30 anni, e precisamente in Piazza Macel de’ Corvi; uno che ha sfoderato i capolavori che addobbano l’intera città, possibile non si meriti di avere un museo in quella che fu la sua dimora? Possibile? Ce la sentiamo di fare un torto di questo tipo a questo artista? E’ mai possibile fregarsene in questo modo? Non si fa così, cari romani. Mi vedo costretta di ricordare infatti che la piazza e la stessa umile casa di Michelangelo sono state demolite nel 1902. Ora solo una lapide ricorda l’artista. Questo potremmo anche chiamarlo il colpo di grazia alla memoria di Michelangelo.
Flora (italia): un distinguo, due distinguo, cento distinguo: Attenzione perché al plurale non cambia. Resta invariato.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Figlio: Sì però non si vede sangue o scene macabre.
Papà: Ma pensi di avere la meglio di tutti?
Figlio: Questo non è molto probabile, ma credo di avere la meglio su almeno una decina di persone
Papà: E alla fine qualcuno avrà anche la meglio su di te?
Figlio: Sì
Papà: Davvero?
Figlio: Si.
Papà: Accidenti, non voglio assistere a quando avranno la meglio su di te. Ti saluto!
Figlio: Ciao.
Giuseppina: Avere la meglio significa vincere, significa uscire vincitori da una sfida. C’è chi ha lameglio e chi ha lapeggio. Il primo vince e il secondo perde.
Ma non si tratta sempre di sport o di battaglie o di guerre, come quando si gioca a fortnite.
Si può avere la meglio anche in una sfida non sportiva ed anche se non siamo in guerra.
Se avete un’influenza o un raffreddore sperate di averelameglio sul raffreddore il prima possibile. Anche al lavoro ed in altri ambienti si può avere la meglio su qualcosa o qualcuno.
Si usa la preposizione su.
Abbiamo avuto la meglio sui nostri rivali alle elezioni.
Vorrei avere la meglio sul mio avversario a tennis almeno una volta.
Se tu avrai le meglio sul tuo capo avrai l’aumento di stupendio.
Anna non ha mai avuto la meglio con me a scacchi.
Giocate voi due e chi avrà la meglio giocherà con me.
Ripasso.
Sofie (Belgio 🇧🇪):
Ogni due per tre Giovanni ci chiede di fare una frase di ripasso ma non si capacita del fatto che spesso non ce la sentiamo perché abbiamo una fifa che non ti dico! Cominciamo a scervellarci ma poi andiamo in tilt in men che non si dica. Dobbiamo farcene però una ragione e fregarcene di tutto quello che potrebbero pensare gli altri. Allora occorre soltanto riavviare il nostro cervello impallato, tenere a bada le nostre paure e provare a sfoderare qualche bella frase. Spero di esserci riuscita a fare un po’ po’ di frase di ripasso!
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Oggi ci occupiamo dell’espressione “di buon grado“, molto simile alla parola “volentieri“, che conoscete, ed anche a “benaccetto” che abbiamo già incontrato Nell’episodio 119 della rubrica “due minuti con italiano semplicemente“.
Volentieri sicuramente l’avete vista utilizzare molte volte, perché si usa anche da sola come esclamazione. È una forma di ringraziamento spesso accompagnata da “grazie“.
Vuoi una fetta di torta?
Volentieri, grazie.
Oppure se dite:
Al mare ci vado volentieri. Invece la montagna non mi piace molto. Non ci vado volentieri. Vale a dire che ci vado malvolentieri.
Volentieri esprime un piacere di qualsiasi tipo, e quindi si usa per esprimere un gradimento verso un gesto o una cortesia.
Accetto volentieri un passaggio fino a casa;
Mangio molto volentieri frutta secca a colazione.
C’è una circostanza particolare però, in cui è possibile usare anche “di buon grado” e spesso è preferibile anche.
Questa espressione si usa quando si tratta di accettare qualcosa, o di accogliere qualcosa o qualcuno.
Accettare e accogliere accompagnano quasi sempre questa espressione. Quando una cosa è benaccetta, invece, il verbo accettare è già contenuto nella parola stessa.
In queste occasioni posso sempre usare volentieri, e se utilizzo “di buon grado” solitamente si parla di altre persone che accettano con piacere qualcosa, quindi non sto parlando direttamente con la persona che mi ha fatto un piacere o mi ha offerto qualcosa che ha incontrato il mio gradimento.
In altre occasioni si tratta di eventi esterni, accadimenti, e non di persone; eventi che hanno comportato qualcosa di gradito per me, ma tra l’altro, non è richiesto il mio permesso.
Posso dire ad esempio che:
I contadini hanno accolto la pioggia di buon grado perché era un po’ di tempo che non pioveva.
La TV ha detto che il prezzo della benzina probabilmente si abbasserà nei prossimi giorni. Questa notizia sicuramente sarà accolta di buon grado dai camionisti o dai pendolari, coloro che usano molto spesso la macchina per lavoro.
Ho accettato di buon grado la decisione di mia figlia di sposarsi.
Perché non uso “volentieri” in queste occasioni?
Potrei anche farlo, ma in realtà non c’è una persona che ha offerto qualcosa direttamentea me. Ai contadini ha fatto piacere la pioggia, l’hanno accettata volentieri, posso dirlo, ma la pioggia non ha chiesto loro il permesso. Ciò non toglie che per loro sia una bella notizia.
Anche ai camionisti ha fatto piacere la notizia del calo della benzina, l’hanno accettata con favore, hanno gradito la notizia, posso anche dire così, usando il verbo gradire, ma se loro non fossero d’accordo, se cioè l’accettassero malvolentieri, non cambierebbe nulla.
Passiamo a mia figlia che ha deciso di sposarsi. A me ha fatto piacere la sua decisione di sposarsi, mi aggrada (un modo più formale questo) ma non è un favore che lei ha fatto direttamente a me, nonostante tutto la notizia ha incontrato il mio gradimento, quindi l’ho accettata di buon grado.
Attenzione infine perché gradire ed accettare di buon grado non sono proprio uguali. Sono entrambi soddisfazioni legate a motivi di ordine pratico, ma gradire qualcosa è più delicato, più educato e si usa maggiormente quando si è coinvolti direttamente.
Gradisce una tazza di tè?
La gradisco molto volentieri grazie.
Ho gradito molto i suoi complimenti;
Gradirei un maggiore silenzio, grazie
Nell’accettare di buon grado invece c’è meno coinvolgimento personale e anche meno intensità emotiva.
Ora ripassiamo le espressioni precedenti con l’aiuto di Bogusia.
Bogusia (Polonia 🇵🇱):
Se non ve ne siete accorti, si dà il caso che il Natale sia alle porte. In tutte le famiglie si fissa un tetto di spesa per i regali, considerata la non infinita disponibilità finanziaria. A volte in effetti si supera facilmente tale limite. Ma non è solo questo il problema. Ho sentore che sia il limite del peso quello che preoccupa maggiormente. Sfido chicchesia a non avere fifa di superare questo limite. C’è però qualcosa che può tendervi la mano durante il periodo goloso. Non vi tengo sulle spine e vi dico che potete dimagrire in men che non si dica con lo zenzero. Mangiate senza remore dunque: potete darvi ai bagordi perché lo zenzero è perfetto per perdere peso grazie al gingerolo. È il principio attivo che accelera il metabolismo e stimola l’eliminazione dei grassi in eccesso. Valutate voi se prendere con le molle questo consiglio. Potete anche dare un’occhiata sulla rete se non vi fidate di me tanto da dare seguito ai miei consigli.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Buongiorno ragazzi, io sono Giovanni, ed oggi ci divertiamo un po’ col verbo essere.
Tranquilli, questa non sarà una lezione noiosa, infatti userò come pretesto questa lezione, apparentemente grammaticale, per ripassare le espressioni spiegate sul sito italianosemplicemente.com. Le espressioni fanno parte della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente“, quindi si tratta di brevi episodi. Queste espressioni non verranno rispiegate nuovamente, questo è sottinteso, altrimenti sarebbe un episodio di 10 ore. Metterò dei link comunque che vi riporteranno alle spiegazioni singole se volete ripassare o approfondire.
Il verbo essere lo vediamo in tutte le sue possibilità di utilizzo.
Iniziamo dall’indicativo presente, il più semplice. Potete se volete, arrestare l’ascolto e ripetere la frase, oppure cambiarla al femminile, oppure provare ad anticipare la frase successiva. Iniziamo.
Indicativo presente
Io sono: io sono sicuro che oggi mi si impallerà il PC.
Tu sei: tu sei soggetto a controllo da parte del tuo dirigente. Non dimenticarlo!
Lui era: la scorsa settimana era parecchio indisposto con me.
Noi eravamo: ieri noi eravamo indecisi se venire, ma alla fine siamo arrivati in men che non si dica.
Voi eravate: Ieri eravate sicuri che non ci fosse scelta. Ci avevate detto o così, o pomì. Vi ricordate vero?
loro erano: i ragazzi erano lì a cincischiare, quando è arrivato il loro capo che li ha sgridati.
Indicativo passato prossimo
Io sono stato: sono stato molti giorni senza fare nulla prima di rompere gli indugi.
tu sei stato: sei stato pronto ad esordire non appena il mister ti ha detto di entrare
Lui è stato: Mario è stato sgridato dalla professoressa perché aveva un fare un po’ prepotente a suo dire.
Noi siamo stati: Si dà il caso che (noi) siamo stati impegnati al lavoro fino a tardi, ecco perché non siamo venuti a cena con voi.
voi siete stati: siete stati bravi a prefiggervi di finire entro le 10.
loro sono stati: sono stati i primi a parlare con me dopo l’incidente. Mi hanno detto: ci voleva tanto a stare più attenti? A me questa è sembrata una domanda retorica!
tu eri stato: mi raccontavi che eri stato eletto il più affascinante della tua classe. Non eri bello, ma avevi un certo non so che di interessante. Lo dicevano tutti.
lui era stato: Il ragazzo, come ricostruito dai carabinieri, in passato era stato affidato ai nonni. Però qualcosa non mi torna: ma i nonni non erano morti tutti? Mi sbaglio?
noi eravamo stati: eravamo stati primi a sforare con i tempi. Quindi non potevamo lamentarci del ritardo degli altri.
voi eravate stati: Vi siete trovati in un posto per la prima volta ma siete sicuri che sia un luogo in cui eravate già stati? In questo caso non è una cosa strana, non siete pazzi, accade a tutti, non vedo perché nasconderlo.
loro erano stati: i brasiliani erano stati onesti ad ammettere che il calcio di rigore a loro favore fosse inesistente, prima che l’Italia segnasse il gol vittoria. Questo si chiama fair play, ma il rovescio della medaglia è che il Brasile ha perso la partita.
Passato remoto
io fui: nel 1944, durante la guerra, ricordo che fui risparmiato dal nemico, quindi non fui ucciso. Però presi un bel rovescio per aver cercato di scappare di prigione.
tu fosti: Tutti, dicevano: Sarà dura scappare di prigione. Tu fosti l’unico che disse qualcosa di diverso. E infatti riuscimmo a scappare. Eri un vero dritto!
lui fu: Quella volta fu lui a tirarci quel tiro mancino, ti ricordi?
noi fummo: dopo che la casa crollò, fummo costretti a ricostruila immediatamente. Non fu facile riuscire a destreggiarsi in mezzo a tutta quella polvere!
voi foste: non appena iniziò a crollare la casa, voi foste indecisi se scappare o nascondervi sotto il tavolo. Avete dovuto valutare tutti gli annessi e connessi in un paio di secondi.
loro furono: i mie fratelli furono presi in giro per via delle numerose foto osè presenti sulla loro pagina Instagram personale.
Trapassato remoto
io fui stato: Nel 2008 fui stato tradito dai miei amici e ricordo che soffrii molto. Ma oggi è diverso. Con l’età ci si abitua a tutto… o quasi.
tu fosti stato: quando tuo figlio era piccolissimo non fosti stato capace di proteggerlo. Riesci a capacitartene?
lui fu stato: Il giocatore firmò un contratto biennale, e il costo complessivo dell’operazione fu stato pari a circa 10 milioni di euro. Voi vi ci mettereste nei suoi panni?
voi foste stati: voi foste stati avvisati solo quando ormai era tardi. La cosa ovviamente vi colse alla sprovvista.
loro furono stati: quella del 7 novembre 2010 fu la notte in cui i due carabinieri furono stati aggrediti dai ragazzi ubriachi. Ora tocca al giudice decidere sulla loro sorte.
Futuro semplice
io sarò: se mi travesto da donna balzerò agli occhi di tutti. Sarò fortunato se non mi prenderà in giro nessuno.
tu sarai: prima di continuare fammi aprire una parentesi sulle tue responsabilità: sarai tu che dovrai pagare perché tu sei il responsabile. Ok, chiusa parentesi. Ora posso riprendere col discorso di prima.
noi saremo: saremo in grado di vincere veramente? Non dire subito di sì perché ci sono io nella nostra squadra che sono il più bravo, il più forte eccetera eccetera. Non fare il solito ruffiano!
voi sarete: sarete espulsi dalla scuola di punto in bianco se provate a non rispettare le regole.
loro saranno: non saranno le voci false e tendenziose che ho sentito a scoraggiarmi. Io vado avanti!
Futuro anteriore
io sarò stato: Ho dovuto maltrattare il mio collega Giovanni. Sarò stato troppo cattivo con lui? Non lo so, ma stavolta non si salverà in calcio d’angolo con la solita scusa!
tu sarai stato: Non conta se sarai stato il migliore, se sarai arrivato per primo, ma conta il fatto che hai provato a combattere. Questa è la cosa piu importante. Eccome se è questa!
lui sarà stato: Vedremo alla fine chi sarà stato il migliore. Perché il migliore, alla fine, vince senz’altro.
noi saremo stati: saremo stati felici di avervi a cena, mi spiace molto che avete un impegno così importante. Nessun problema comunque, che volete, può capitare.
voi sarete stati: immagino sarete stati felici di incontrare i vostri vecchi amici vero? In queste occasioni vengono rispolverati tutti i ricordi più belli.
loro saranno stati: no so perché sono arrivati tardi all’appuntamento. Saranno stati impegnati, non saprei. Magari quanto ti ci troverai a tu per tu, puoi chiedere loro maggiori spiegazioni.
Condizionale Presente
io sarei: (io) sarei interessato a questi pantaloni. So che vanno per la maggiore tra i giovani.
tu saresti: saresti disponibile a fare delle ripetizioni di matematica a mio figlio? Non vorrei prenda una brutta piega quest’anno…
lui sarebbe: lui sarebbe disposto ad aiutarmi. Dice seriamente, è una persona generosa, non si tratta di un pro forma.
noi saremmo: non saremmo mai riusciti a fare pace se non ti avessi detto questa piccola bugia: ma prometto che si è trattato solo di uno strappo alla regola.
voi sareste: voi sareste riusciti ad ingranare se solo vi foste impegnati di più nello studio.
loro sarebbero: loro sarebbero anche disposti ad aiutarti, ma cerca di abbozzare un po’, non puoi sempre alzare la voce.
Condizionale Passato
Io sarei stato: sarei stato infelice tutta la vita senza di lei, ma lei, bontà sua, mi ha concesso di sposarla!
tu saresti stato: saresti stato contento se ti avessero bocciato? Non ti dico!
lui sarebbe stato: sembrava un’anima in pena quella sera. Sarebbe stato meglio non fargli quello scherzo.
voi sareste stati: sareste stati contenti se dopo aver trascurato la forma, aveste scoperto che la forma è sostanza? io no!
loro sarebbero stati: loro sarebbero stati a sballarsi in discoteca stasera se la madre non gli avesse impedito di prendere la macchina.
Congiuntivo Presente
che io sia: che io sia maledetto se non riesco a finire questo esercizio. Sono disposto a scervellarmi piuttosto!
che tu sia: non ho dubbi che tua sia capace a guidare senza prendere delle lezioni, ma i soldi non sono un problema, sebbene spesso ne sia sguarnito.
che lui sia: che lui sia prevenuto non ci sono dubbi. Lo conosciamo ormai!
che noi siamo: mi sembra che noi siamo molto stanchi stasera. Meglio andare a letto prima che vengano a galla i tuoi problemi col nervosismo da stress!
che voi siate: Siete stati derubati? Beh, è facile pensare che voi, così giovani, siate stati ingannati da quell’uomo. Io però sono vostro padre e mi vedo costretto a non darvi più soldi in contanti per il futuro.
che loro siano: sono molto felice che loro siano riusciti a superare l’esame. Vuoi che non sia contento?
Congiuntivo Passato
che io sia stato: Non mi sembra che io sia stato così sgarbato nei suoi confronti. Mi sono sempre comportato come si deve.
che tu sia stato: non ho dubbi che tu sia stato vittima di un inganno, ma avrei preferito sentirlo da te, non per interposta persona.
che lui sia stato: Sembra che durante una delle tappe del suo viaggio, Giovanni sia stato coinvolto in un incidente.
che noi siamo stati: Quel giorno Elena lavorò così di buona lena che sembra che noi stessi siamo stati sorpresi da questo!
che voi siate stati: si dice che voi siate stati un po’ ingenui a non farvi aiutare da Giovanni. Lui la mano ve l’aveva tesa.
che loro siano stati: impossibile che loro siano stati ubriachi quella sera. Non c’è nessuna attinenza tra l’incidente e il fatto che siano stati in discoteca. Fidatevi.
Congiuntivo Imperfetto
che io fossi: Giovanni si aspettava che io fossi più chiaro, soprattutto quando ho parlato dei suoi diritti. Si è arrabbiato, ed oltrettutto non mi parla più. Accidenti!.
che tu fossi: non sapevo che tu fossi votato alla cucina, altrimenti ti avrei lasciato preparare il pranzo senza problemi.
che lui fosse: ho aspettato che fosse più tranquillo prima di offrirgli un caffè e poi un ammazza-caffè!
che noi fossimo: Piero credeva fossimo arrabbiati per il conto al ristorante, in realtà eravamo solo preoccupati perché avevamo dimenticato di pagare il coperto!
che voi foste: Pamela non si aspettava che foste voi a cercarla per telefono, credeva fosse la polizia, così si è data subito alla fuga appena ha sentito squillare il telefono.
che loro fossero: non volevo che i nostri amici fossero insultati liberamente, così ho voluto dare seguito alla storia con una bella denuncia alla polizia!
Congiuntivo trapassato
che io fossi stato: Giuseppina non credeva che io fossi stato così bravo nel compito in classe di italiano. In realtà ti dirò che potevo anche andare meglio.
che tu fossi stato: temevo veramente che tu quella sera fossi stato convolto in una rissa. La tua irrequietezza mi preoccupa, e prima o poi ne pagherai lo scotto.
che lui fosse stato: credevo fosse stato più attento in quanto adulto e responsabile. Adesso sarà lui a rispondere di questo furto in azienda.
che noi fossimo stati: la nonna era felice che noi fossimo stati a trovarla. E’ un po’ depressa ultimamente, quindi vorrei aiutarla senza lasciare nulla di intentato.
che voi foste stati: nonostante foste stati bocciati all’esame, non vi siete arresi, così siete tornati alla carica il mese successivo.
che loro fossero stati: mi sembrava che i ragazzi fossero stati attenti a preparare il discorso con attenzione, invece si sono subito incartati quando gli hanno fatto una domanda.
Imperativo Presente
–
sii: sii felice di aver vinto: sei finalmente annoverato tra i pochi ad aver battuto gli italiani nella preparazione della pizza. Mostra la tua felicità senza remore.
sia: bisogna che lui sia più convinto delle sue potenzialità! Anche se ha la zeppola può riuscire a comunicare senza problemi. Ma ce la farà , si è sempre impegnato indefessamente.
siamo: ragazzi mi raccomando: la prossima volta siamo precisi, senza restare sul vago! Vedrete che faremo una grossa impressione sulla platea.
siate: su cosa verte il discorso di oggi? Siate concisi per favore!
siano: di cosa si lamentano? Siano soddisfatti, almeno del fatto che non abbiano un capo a cui debbano sottostare.
Infinito presente
Essere: Essere pazienti o ascoltare l’istinto? Sempre meglio armarsi di pazienza secondo me.
Infinito passato
Essere stato: mi fa piacere essere stato il tuo unico uomo, ma il mio piacere lascia il tempo che trova se tu non sei felice ora.
Participio presente
Essente: Il participio presente del verbo “essere” per alcuni è “ente”, secondo altri invece è “essente”, per altri ancora non esiste. Qual è la verità? Io ho cercato di sforzarmi di fare almeno un esempio con “essente”, ma evidentemente non ho capito come si usa. Sarò forse duro di comprendonio?
Participio passato
Stato: quello che è stato, è stato ormai, Scordiamoci il passato, freghiamocene.
Gerundio presente
Essendo: essendo già andato in tilt una volta, meglio non fare tardi al lavoro anche stasera. Anche il tuo dirimpettatio si arrabbierebbe del rumore che fai quando rientri a casa.
Gerundio passato
Essendo stato: capisco i tuoi problemi, essendo stato anche io in passato nelle tue stesse condizioni. Pertanto non me la sento di criticarti più di tanto.
Oggi non me la sento di andare al lavoro, mi gira un po’ la testa.
Me lo sentivo che oggi sarei stato male, ieri infatti ho usato troppo l’aria condizionata.
L’argomento di oggi è la differenza tra “me la sento” e “me lo sento“. Cambia solamente una lettera: “la” oppure “lo“. I due verbi sono sentirsela e sentirselo, molto vicini a “sentire“, ma le orecchie a volte non c’entrano nulla.
Vediamo.
Prima ho detto: “oggi non me la sento di andare al lavoro, perché mi gira un po’ la testa”
Sentirsela è il verbo di cui stiamo parlando.
Io me la sento
Tu te la senti
Lui se la sente
Noi ce la sentiamo
Voi ve la sentite
Loro se la sentono.
Qui ho usato sempre “la”. In questi casi si aggiunge solitamente qualcosa dopo:
Non me la sento di lavorare
Non te la senti di fare l’esame
Non se la sente di andare a scuola
Eccetera.
Se mettiamo “la” (sentirsela) un primo significato è considerarsi, credersi, ritenersi. Sto parlando di cosa si pensa di sé stessi, del giudizio che diamo.
Te la senti di fare questo lavoro?
Cioè: ti consideri in grado di farlo? Ti credi capace di fare questo lavoro? Ti ritieni abbastanza preparato?
Un secondo significato è avere voglia o coraggio di fare qualcosa.
Te la senti di portare il cane a fare una passeggiata anche se piove?
Quindi è come dire: ne hai voglia? Ti va? Cosa senti dentro di te? Credi che puoi farlo?
“Sì, me la sento“, oppure “no, non me la sento” sono due risposte, opposte ovviamente.
“Me la sento” significa: sì, mi va, ne ho voglia, oppure ne sono capace.
“Non me la sento” invece è come dire: “no, non mi va”, “non ne ho voglia”, oppure “non ne sono capace”, “non mi ritengo in grado di farlo”, “ritengo di non saperlo fare”.
Quindi se mettiamo “la” il verbo è “sentirsela”: significa farcela, riuscirci, credere di essere capaci, oppure avere voglia di fare qualcosa.
E se invece mettiamo “lo“? Parliamo di “me lo sento“, “te lo senti“, eccetera.
In questo caso il verbo è “sentirselo“, e il significato è sempre molto vicino al verbo sentire.
Parliamo sempre di qualcosa che si avverte, che si percepisce dentro di sé, ma in un momento precedente, prima di un certo avvenimento. Non c’entra nulla la voglia o la capacità di fare qualcosa.
“Me lo sento” è molto simile a “avere sentore” di cui ci siamo già occupati nell’episodio n. 118.
Come andrà domani il tuo esame?
Sento che mi andrà bene: me lo sento! Ma so che sentirselo non è sufficiente!
Quindi: immagino che andrà bene, credo che andrà bene… magari “spero”.
Non se ne può avere certezza ovviamente. E’ una percezione. Sentirselo non è sufficiente!
Posso usarla anche al passato, dopo che quel momento è passato:
Ecco, piove anche oggi, me lo sentivo! Per questo ho portato con me l’ombrello!
Accidenti, mi hanno bocciato un’altra volta. Me lo sentivo però, dovevo studiare di più!
Capite adesso la differenza tra “sentirsela” e “sentirselo“? Prova a fare un esempio, te la senti?
Ripassiamo alcune espressioni precedenti:
Se non te la senti di fare un esempio, ci provo io se ti sta bene: mentre sto parlando, butto un occhio sulla lista delle espressioni. Credo di potervi impressionare abbastanza se vi dico che una volta ascoltato ciascun episodio riesco subito a memorizzarlo? Non devi essere accondiscendente, dimmi pure la verità senza tenermi sulle spine. Mentre aspetto la tua risposta (spero affermativa, bontà tua) ordino un caffè e pure un ammazza-caffè.
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Una strana risposta vero? Non più di tanto? Cosa vuol dire? Dunque vediamo: fare tanto sport vuol dire fare molto sport. Più di tanto sarebbe tantissimo Quindi “non più di tanto” vuol dire “non tantissimo” . Facile no?
“Non faccio tantissimo sport” quindi sarebbe una risposta equivalente.
Beh ma non fare tantissimo sport, detto così, sembra abbastanza giusto perché la parola tantissimo indica un livello più che alto, direi un livello esagerato diciamo.
In realtà “non più di tanto” è molto più vicino a “poco” che a “non tantissimo” Somiglia a “qualche volta“, e anche a “potrei fare di più“, o “potrei farne di più (di sport)” oppure a “si ma non molto”.
Un’espressione che potete usare quando non siete molto soddisfatti o quando parlate di qualcosa che non vi soddisfa pienamente, che è ad un livello appena sufficiente.
Khaled (Egitto): Tuo figlio va benissimo a scuola. Dimmi: studia molto?
Ulrike (Germania): Mah, ti dirò, non più di tanto!
Bogusia (Polonia): Tuo marito ti aiuta nelle faccende domestiche? Il mio non più di tanto
Ulrike: Ah, Il mio per niente invece. Sii soddisfatta!
Khaled: Dimmi una cosa: Giovanni riesce a stare nei due minuti con questi brevi episodi di questa rubrica?
Sofie (Belgio): A dire il vero non più di tanto, ma ci divertiamo lo stesso!
Adesso ripassiamo alcune espressioni precedenti:
Ulrike:Il figlio del mio dirimpettaio, un ragazzino di 5 anni, ha la zeppola. A me piace il suo modo di parlare, che volete, ha proprio un certo non so che. Suo padre però non lascia nulla di intentato per cambiarlo, si è prefisso di farlo parlare come si deve. Capisco che si preoccupi dei possibili stuzzicamenti da parte dei futuri compagni di classe, ma vedo anche il rovescio della medaglia. Lo corregge continuamente mentre parla e questo non lo aiuta ad ingranare, anzi: il ragazzino non osa più parlare liberalmente. Balza agli occhi chiaramente la sua sofferenza. Ho sentore che il piccolo prenderà una brutta piega se suo padre continuasse così. Io purtroppo non posso fare niente, il mio dirimpettaio è un tipo da prendere con le molle, casomai io dovessi parlargli gli proporrei di chiedere consiglio ad un specialista. Lui sicuramente mi direbbe: vuoi che non sappia cosa sia utile per mio figlio? Temo allora di dover abbozzare.
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Forse voi non lo sapete, ma probabilmente – non è sicuro però – avete un dirimpettaio.
Chi è il vostro dirimpettaio? Magari è una dirimpettaia, chi lo sa!
Ad ogni modo se abitate in un condominio o in un palazzo, se avete dei vicini di casa, persone che quindi abitano vicino a voi, e se uno di questi vi abita proprio di fronte, cioè vi abita dirimpetto, allora si tratta proprio del vostro dirimpettaio!
Il dirimpettaio è non solo il vostro vicino, ma è colui che abita, che vive nella casa o nell’appartamento di fronte a voi, o di faccia. Com’è il vostro dirimpettaio? Rumoroso? Oppure totalmente gentile e affidabile che una copia delle vostre chiavi di casa le tiene lui in custodia?
Io un dirimpettaio ce l’ho. I miei dirimpettai sono una intera famiglia. Ovviamente anche io sono la loro dirimpettaia; io infatti vivo proprio dirimpetto rispetto a loro.
Volete sapere perché si dice dirimpettaio e dirimpetto? Il nostro “petto” è la parte anteriore del nostro corpo: dietro c’è il dorso e davanti c’è il petto. quindi chi ci sta di fronte sta proprio davanti al nostro petto, e quindi è il nostro dirimpettaio.
Volendo anche il vostro collega di stanza, al lavoro, se ha la scrivania di fronte alla vostra, potete chiamarlo così, poiché è posto proprio dirimpetto a voi.
In genere comunque si usa per chi abita di fronte a voi, quindi a parte il vostro vicino o al massimo il vostro collega, di solito non si usa il termine dirimpettaio. Si dice invece “la persona che sta di fronte” o anche “il negozio di fronte” eccetera.
A volte si usa anche in altri contesti, per indicare ad esempio lo sfidante nello sport. Lo sfidante infatti viene sfidato, quindi i due atleti o le due squadre si fronteggiano, si dice.
Oppure si può chiamare così il socio di affari o al limite anche i capi di partito di una stessa coalizione possono chiamarsi dirimpettai.
Qualche esempio?
Calcio: oggi si fronteggiano Barcellona e Real Madrid. Il tecnico del Barcellona schiererà la formazione migliore, mentre il suo dirimpettaio (cioè il tecnico del Real Madrid) dovrà fare a meno di molti giocatori infortunati.
Dei ladri rubano in un appartamento. Il furto è stato scoperto dal dirimpettaio, che ha notato rumori sospetti venire dall’appartamento.
I due capi partito della colazione si sono incontrati per scrivere il programma di governo, ma i due dirimpettai non sono ancora d’accordo sulle politiche migratorie.
Ora ripassiamo alcune espressioni passate:
Ulrike (Germania): Su cosa verte il ripasso di oggi? cosa vi racconto? Allora…domani sera avrò qualche amico a cena e ancora non so cosa preparare da leccarsi i baffi, perciò sono veramente un po’ combattuta. Ci vorrebbe un po’ po’ di fortuna per trovare dei bei funghi porcini. Sì dà il caso che già da un po’ mi prefigga di esordire con una ricetta di Giuseppina: le sue famose fettuccine ai funghi porcini. Ma cosa fare se non troverò dei porcini come si deve? Beh spero di organizzarmi in tempo, altrimenti sembrerò un’anima in pena alla ricerca di funghi! Guarderò un po’ in giro e magari qualcosa mi balzerà agli occhi. Comunque mi fido dei consigli del mio fruttivendolo. Gli amici saranno contenti, eccome se saranno contenti! In caso contrario, e non potrebbe essere altrimenti, ne risponderei personalmente!
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Siamo già all’episodio n. 136 della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente”. Impressionante! Vi ho impressionato?
Non fa impressione? Attenzione però perché impressionare ha diversi significati.
Se vi siete impressionati alle mie parole, in questo caso siete stupiti:
Davvero siamo al n. 136? Avete sentito o visto qualcosa che vi ha stupito, vi ha meravigliato, o vi ha emozionato. Anche.
Anche qualcosa che accade ma non credevate possibile impressiona. Queste cose ti fanno dire: oddio, davvero? Veramente? Sogno o son desto?
Vi siete impressionati per lo stupore, per la meraviglia.
Ma anche qualcosa di spaventoso è impressionante, non perché stupisce, ma perché fa impressione, ti mette agitazione, ti provoca un disturbo.
Vedete una persona malata?
Vedere una persona molto malata fa spesso impressione, perché provoca turbamento, turba i sensi, scuote l’umore, dà fastidio insomma. Ti viene da chiudere gli occhi e non di aprirli come con lo stupore.
Lo stesso vale se vedete un incidente stradale: impressionante!! Meglio girarsi dall’altra parte per quanto impressiona.
Stupore, emozioni, turbamento e anche “fare una buona impressione“. Infatti se conoscete il fidanzato di vostra figlia, se vi piace, allora potete dire che vi ha fatto una buona impressione o magari un’ottima impressione.
Lo stesso se fate un colloquio di lavoro.
Anche in questo caso sperate di fare una buona impressione. Se invece farete una pessima impressione sicuramente non otterrete il lavoro.
Ripassiamo alcune espressioni passate.
Bogusia (Polonia 🇵🇱):
Eccome se ogni due per tre vengono a galla ed anche a iosa direi, pretesti per non fare i compiti. I ragazzi cercano pretestuosamente di sottrarsi ai loro impegni ogni due per tre. Non tutti ovviamente 😅. Senzaremore* si inventato delle storielle coni fiocchi. A volte si arrampicano un po’ sugli specchi però, oppure fanno i fintitonti. E gli insegnanti, bontà loro, di tanto in tanto chiudono un occhio. I ragazzi capita che si incartino talmente tanto però che non riescono a sfoderare/delle scuse credibili. Gli insegnanti , a loro volta, non possono dare sempre il loro beneplacito, soprattutto di fronte a bugie troppi fantasiose. quelle che non vanno quindi per la maggiore sono da sconsigliare. Che vuoi, non possono mica abbozzare troppo. I ragazzi devono ingranarecome si deve. Gli insegnanti invece devono tendere loro la mano non lasciando nulla di intentato. Bisogna armarsi di pazienza altrimenti, senz’altro ne pagheranno lo scotto loro.
Giovanni: ah… non vi ho parlato del verbo impressionare nella fotografia… ma questo magari non vi servirà molto.
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Parliamo di stanchezza quindi. Ma non è questa la parola del giorno,
Volevo solo dirvi che quando una persona non si stanca mai si dice instancabile. Questo probabilmente lo sapete già.
Una persona instancabile è una persona che non si stanca mai.
In realtà però si usa anche un altro aggettivo quando dobbiamo descrivere una persona che non si stanca mai di fare qualcosa.
Potrei parlare di un lavoratore instancabile ad esempio.
Si tratta di un lavoratore che non si stanca mai.
Oppure potrei dire che questa persona è un lavoratore indefesso.
Questa è la parola del giorno.
Un lavoratore indefesso è un lavoratore instancabile, ma c’è qualcosa in più.
Questo lavoratore lavora assiduamente, cioè lavora con assiduità. E’ un lavoratore assiduo. Cioè? Anche questa è una parola complicata per gli stranieri.
Siamo di fronte ad una persona perseverante, cioè che cioè persevera, che insiste, che non si arrende, una persona costante, spesso diligente. Chi lavora con costanza, cioè costantemente, senza fermarsi, senza arrendersi, chi lavora con diligenza, cioè con precisione, con scrupolo, con attenzione, sicuramente è un lavoratore indefesso.
Lavora indefessamente quindi, cioè lavora in modo indefesso. C’è più della mancanza della stanchezza: c’è coraggio, c’è abnegazione: questo lavoratore crede in quello che fa,
Indefesso (o indefessa) potete usarlo non solo riferito ai lavoratori, ma a qualsiasi attività. Si stanno descrivendo persone o comportamenti impeccabili, o si descrive una persona per farla apparire inattaccabile da ogni accusa oppure per sottolineare i meriti e il suo impegno in un certo ambito.
Greta Thunberg è una indefessa sostenitrice della lotta ambientale
Personalmente ho una indefessa speranza che Greta non si arrenda mai.
Il Papa difende indefessamente i più deboli.
Ci sono persone che hanno un impegno civile coraggioso ed indefesso.
A proposito di ambiente, ripassiamo adesso alcune espressioni passate:
Andrè (Brasile):Alla fine del mese di agosto una marea nera è emersa sulle coste del nordest brasiliano, e anche se siamo ormai a novembre, nessuno è riuscito ancora a capacitarsi di come questa tragedia sia potuta accadere! Si dà il caso però che il governo sia indisposto verso le questioni ambientali. Lo dimostra il fatto che ad aprile il presidente brasiliano abbia abolito il comitato esecutivo sulle catastrofi di questo tipo. Nell’attesa di trovare chi risponderà di quanto accaduto, possiamo già dirvi chi ne paga le conseguenze. I più colpiti da questo disastro sono stati i pescatori, le vendite di frutti di mare e pesce e il turismo locale, comunque siamo un po’ tutti noi a pagarne lo scotto! Per ora i cittadini sono solamente arrabbiati, ma quanto bisogna sopportare ancora? Quando sarà colma la misura?
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Allora potete dire che il vostro professore via ha detto di studiare la grammatica e siccome è una cosa noiosa voi non avete studiato.
Questo è un buon pretesto direi!
Avete già capito che il “pretesto” è l’argomento dell’episodio n. 134 di “due minuti con Italiano Semplicemente”, la rubrica più seguita di Italiano Semplicemente.
Un pretesto è un motivo, una giustificazione che voi date per spiegare un proprio comportamento con lo scopo però di mascherarne i veri motivi.
Si tratta di una scusa, di un falso motivo. Serve solamente a giustificarsi.
Giovanni aveva fretta, così se ne andò con un pretesto
Quale pretesto? Con quale pretesto se ne andò Giovanni?
Disse che aveva da fare!
Scusate, ho da fare, me ne devo andare!
Ecco, questo è un pretesto. Una sola parola per indicare qualcosa di più o meno falso che viene detto per mascherare un comportamento, per giustificare un’azione. Una scusa insomma.
I ragazzi che non fanno i compiti spesso cercano pretesti per non studiare:
Avevo la febbre!
Sono stato male!
Ho dimenticato di scrivere i compiti!
Questi ragazzi cercano pretestuosamente di sottrarsi ai loro impegni! Devono studiare ma cercano sempre dei pretesti per non farlo.
Queste ragioni sono pretestuose!
I motivi per cui non hai fatto i compiti sono pretestuosi!
Potrebbe dire la professoressa come risposta! E con queste parole, la professoressa intende dire che le parole del ragazzo costituiscono (cioè “sono”) un pretesto per nascondere le vere motivazioni.
Il loro obiettivo era non studiare, ed hanno cercato un pretesto per poterlo raggiungere.
La parola pretesto è abbastanza irrispettosa, attenzione. Dietro ad un pretesto c’è una bugia, c’è la volontà di nascondere le proprie vere intenzioni. Fate attenzione quando usate il termine “pretesto” e “pretestuosamente“.
Vuoi raggiungere un obiettivo ma non sai come giustificare la tua azione? Allora devi cercare un pretesto, qualcosa di credibile. Ma non sempre sarai credibile: in tal caso ti diranno che sei pretestuoso… buona fortuna!
Ripassiamo alcune espressioni viste in precedenza.
Andrè (Brasile 🇧🇷):Alla fine del mese di agosto una marea nera è emersa sulle coste del nordest brasiliano, e anche se siamo ormai a novembre, nessuno è riuscito ancora a capacitarsi di come questa traggedia sia potuta accadere! Si dà il caso però che il governo sia indisposto verso le questioni ambientali. Lo dimostra il fatto che ad aprile il presidente brasiliano abbia abolito il comitato esecutivo sulle catastrofi di questo tipo. Nell’attesa di trovare chi risponderàdi quanto accaduto, possiamo già dirvi chi ne paga le conseguenze. I più colpiti da questo disastro sono stati i pescatori, le vendite di frutti di mare e pesce e il turismo locale, comunque siamo un po’ tutti noi a pagarne lo scotto! Per ora i cittadini sono solamente arrabbiati, ma quanto bisogna sopportare ancora? Quando sarà colma la misura?
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Andrè (Brasile 🇧🇷): due minuti con italiano semplicemente. Episodio 133.
Giovanni: Lo so, dopo 132 episodi della rubrica “due minuti con italiano semplicemente” state pensando di dedicare meno tempo allo studio della grammatica italiana, ed iniziate a pensare che l’ascolto e la ripetizione, oltre che l’utilizzo dei tempi morti possa esservi di migliore aiuto.
Io allora vi consiglio di ascoltare questo suggerimento senza remore. Fatelo senza remore.
Questo è l’argomento di oggi. Le “remore”, plurale di “remora” è un termine che si usa quasi sempre al plurale, quindi remore. Quando si usa? Che significa?
Ogni volta che c’è da prendere una decisione, quindi praticamente sempre, in ogni occasione della nostra vita, possiamo teoricamente farlo senzaremore, o senza alcuna remora.
Significa senza esitazione, senza indugiare, senza alcun indugio, senza esitare, senza esitazioni.
Come al solito ci sono diverse modalità per esprimere una scelta decisa. Ma perché allora usare le remore?
Le remore si possono usare sempre, ma in particolare quando siamo di fronte a delle decisioni sofferte da un punto di vista morale, decisioni che pertanto vanno prese ma potremmo essere frenati nel farlo, o potremo pentircene in futuro.
Se sono un imprenditore e la mia azienda è in crisi, potrei essere costretto a licenziare alcuni lavoratori per salvare l’azienda. Questa non è una bella notizia per coloro che perderanno il lavoro, pertanto questa si potrebbe considerare come una decisione da prendere senza remore, senza pentirsi.
Avresti delle remore a riguardo?
Beh, io qualche remora io ce l’avrei, non è facile comunicare a una persona che ha perso il lavoro.
Ecco, le remore si usano soprattutto in contesti di questo. Potrei anche usare la parola remora per indicare l’assenza di un freno morale, l’assenza della volontà di opporsi ad un fenomeno moralmente negativo.
Ad esempio:
Non ci sono più remore all’evasione fiscale.
Quindi questo vuol dire che nessuno si crea più problemi nell’evadere le tasse, nessuno si sente frenato, nessuno ha esitazioni ad evadere. Ed evadere è moralmente sbagliato.
Quindi “avere remore” somiglia molto anche a “crearsi dei problemi“:
Se i genitori fossero più severi, il figlio si farebbe maggiori remore nel disobbedire.
Il figlio quindi ci penserebbe bene prima di disobbedire, e così facendo si farebbe maggiori remore nel disobbedire.
Ora, so che siete felici di aver imparato una nuova parola, ma devo chiudere questo episodio senza remore, perché sono già andato oltre i due minuti.
Giusto il tempo di ripassare alcune espressioni che abbiamo già visto nelle puntate precedenti.
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23 ricordate dell’espressione “mi sta bene“? Si tratta del’episodio n. 129. in quell’occasione abbiamo parlato in generale del tema dell’assenso e dell’approvazione abbiamo. Abbiamo anche visto il benestare e il placet, concetti molto simili relativi all’approvazione.
Quando si parla di questo argomento capita spesso di sentire o leggere il termine “beneplacito“, che inizia sempre con “bene”, proprio come benestare e termina con placito, molto simile a “placet“.
Qual è la differenza? Intanto è sempre un’approvazione. Un beneplacito è una approvazione, un consenso: c’è sempre qualcuno a cui sta bene qualcosa, questo qualcuno è d’accordo, concorda con voi, con una opinione espressa, con un giudizio dato eccetera.
C’è ovviamente una differenza, perché il beneplacito è sì un’approvazione ma quando questa è concessa a un inferiore. Cioè? Cioè assomiglia molto ad un permesso e ad una autorizzazione
Con “soggetto inferiore” si intende qualcuno che ha meno potere, qualcuno che ha meno importanza, o meglio che ha meno potere decisionale; ad esempio un Re è più importante del popolo in questo senso, perché le decisioni importanti le prende il Re.
Il dirigente di un ufficio è più importante di un semplice lavoratore, analogamente un genitore è più importante del figlio eccetera.
In questi casi allora possiamo dire che quando un soggetto inferiore chiede qualcosa ad uno superiore, quest’ultimo può concedere, può dare, può fornire il suo beneplacito.
La parola deriva dalla combinazione di bene e piacere. E’ una sorta di permesso, autorizzazione, ma non esattamente. Anche le autorizzazioni si concedono, ma con le autorizzazioni siamo in un ambito più formale, burocratico direi. Il permesso invece è una facoltà concessa, spesso sotto forma di licenza (Permesso di caccia, di pesca, di circolazione stradale ecc.), quindi sempre una tipologia di autorizzazione, altre volte semplicemente si chiede “il permesso di entrare”: posso? E’ permesso? C’è il verbo “permettere” che si usa nei contesti più svariati.
Il beneplacito esprime invece la volontà da parte di un soggetto superiore. Si usa solo quando si vuole esprimere l’approvazione da parte di un soggetto che ha il potere di negare o di approvare una decisione oppure di approvarla.
Qualche esempio:
Quando si pubblicano foto di minorenni sui social network occorre il consenso di entrambi i genitori. Serve cioè che i genitori diano il loro beneplacito, il loro assenso dunque.
Qualora ci sia il beneplacito da parte di un solo genitore possono esserci seri conseguenze.
Quando cadde il muro di Berlino, moltissime persone attraversarono il confine con il beneplacito dei soldati che stavano di guardia. I soldati avevano il potere di negare, in teoria, il loro beneplacito,
Un terrorista entrato in Italia col beneplacito del governo
“Con il beneplacito” è la formula probabilmente più utilizzata in questi casi.
Ripassiamo alcune espressioni passate parlando proprio del Muro di Berlino:
Ulrike (Germania): La costruzione del muro di Berlino avvenne quando l’economia della Germania Democratica (DDR) entra in crisi e il governo comunista corre ai ripari chiudendo tutte le vie di fuga dal paese. 28 anni dopo, nel 1989, quando cadde il muro di Berlino, i soldati fecero passare la folla perché avevano una fifa blu delle conseguenze di un mancato beneplacito da parte loro. Qualcuno dice che la caduta del muro sia stato il colpo di grazia al comunismo. Può darsi, ma non permettiamo più a chicchessia di costruire muri: teniamo fede alla nostra natura di esseri umani e non disumani.
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Padre: Emanuele, sono già 5 volte che ti dico che devi smettere di giocare e iniziare a fare i compiti?
Figlio: cosa devo fare papà?
Padre: i compiti! Non fare il finto tonto!
Se ti dicono che stai facendo il fintotonto, o che non devi fare lo gnorri o l’indiano, ti stanno dicendo che stai fingendo di non capire, che ti stai comportando come se non capissi, come se fossi “tonto”, appunto. Un tonto non capisce nel senso che è mentalmente ottuso, è lento di riflessi. Insomma ha un problema intellettivo, è stupido, potremmo anche dire.
Ma un finto tonto fa finta di essere tonto, finge di esserlo, e lo fa per un motivo preciso: perché questo giova ai propri interessi, perché ne trae un vantaggio personale. Finge di non capire perché gli conviene. Quindi dire a qualcuno che sta facendo il finto tonto è abbastanza pesante. Si tratta di egoismo. Si usa spesso coi bambini, quando fanno finta di non sentire i genitori. Vero Emanuele?
Emanuele: cosa papà?
Ecco, ci risiamo…
Ripassiamo le espressioni precedenti:
Elettra (Italia 🇮🇹): Come faccio a fare l’indiano se non sono un indiano? Basta fare il finto tonto! Scherzi a parte, quando fai lo gnorri, se ti dice bene non verrai scoperto, altrimenti per giustificarti con loro puoi sempre dire che sei duro di comprendonio, ma può darsi che non sarai creduto, ed allora, per non lasciare nulla di intentato, puoi accusare loro di essere prevenuti nei tuoi confronti. Però così si corre il rischio di rimanere sguarniti di risposte credibili. Insomma volete un consiglio? Non fate i finti tonti!
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La scuola italiana ha un problema. Forse ne ha più di uno, ma uno dei più evidenti è che ci sono classi troppo numerose. Avere 25-30 alunni in classe non aiuta di certo i docenti a individualizzare l’insegnamento.
In questa frase c’è il verbo individualizzare: individualizzare l’insegnamento. Attenzione a non confondere questo verbo con individuare, che significa “trovare” o “identificare”.
In entrambi i verbi c’è la parola “individuo” che è quasi come “persona”.
Si parla di individuo e non di persona quando c’è una collettività, composta da individui, cioè da persone, ma la persona ha una faccia e un nome e un cognome, mentre l’individuo non ha un nome e una faccia, ma ha una storia, una personalità, un percorso di vita, ha dei diritti e dei doveri e fa parte di una collettività. Un individuo è parte di una collettività.
Quindi individualizzare l’insegnamento significa insegnare a tutti ma in modo che ogni singolo individuo possa capire. Non tutti siamo uguali, ogni individuo è diverso dall’altro, e gli alunni hanno bisogno di un insegnamento individualizzato, che ha lo scopo di far sì che certi traguardi siano raggiunti da tutti gli studenti.
Cosa si può individualizzare? Solo l’insegnamento?
Beh, anche l‘alimentazione può essere Individualizzata a seconda delle preferenze, delle intolleranze di ogni individuo eccetera.
Anche nella medicina, in caso di malattia è importante individualizzare il trattamento, la cura, che potrebbe essere diversa cioè caso per caso.
Naturalmente il verbo “personalizzare” è molto simile ad individualizzare, ma personalizzare fa più riferimento alla singola persona isolata mentre individualizzare fa riferimento alla persona che fa parte di un gruppo. Inoltre non è detto che stiamo parlando di persone.
Magari stiamo parlando di associazioni o di aziende, o magari di animali.
Non tutti i gatti riescono a digerire gli stessi cibi. Bisogna individualizzare la loro dieta.
Adesso ripassiamo le espressioni passate:
Andrè (Brasile): Le donne arrabbiate sono da prendere con le molle! Attenzione Giovanni! Prova a dare un’occhiata al galateo, può esserti di ausilio. Ovviamente spero che i miei consigli siano ben accetti.
Si hai ragione Andrè, poi ogni donna è unica, quindi c’è bisogno di un approccio individualizzato!
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Giovanni: Ti sta bene se spedisco questo documento al tuo capo?
Bogusia (Polonia): Sì, fai pure ma controllalo prima, altrimenti se ci sono degli errori ti sgrida un’altra volta e ti sta bene!
Giovanni: Eh, va bene, lo controllo, lo controllo. Nervosetta eh? Credo sia colpa di quel vestito che non ti sta bene!
Giovanni: Ti sta bene, mi sta bene, ci sta bene, le sta bene: questo è l’argomento dei due minuti di oggi.
Ci sono tre significati di questa frase, questa espressione particolare.
Primo significato.
Ti sta bene se spedisco questo documento al tuo capo?
Ti sta bene in questo caso significa “sei d’accordo?”, “per te va bene”, o semplicemente “ok?”, “va bene?”. la risposta: “sì, mi sta bene” è quindi un segnale di assenso, di “benestare“. Attenzione a questa parola: il “benestare”, cioè quando ad una persona sta bene qualcosa, cioè quando è d’accordo con qualcosa. Si tratta di un’approvazione, spesso abbastanza formale.
Ad esempio una legge che riceve il benestare dei sindacati.
Si usa spesso anche la parola “placet” al posto di benestare: è un’approvazione, un consenso, un permesso.
Facciamo un esempio però legato alla vita quotidiana. Un ragazzo chiede ai genitori:
Siete d’accorso se stasera rientro a casa dopo mezzanotte?
La richiesta di rientrate dopo mezzanotte può ricevere il benestare dei genitori, quindi in questo caso ai genitori sta bene che il figlio o la figlia rientri a casa dopo mezzanotte. Oppure i genitori non danno il loro benestare al figlio, quindi a loro non sta bene che il figlio rientri così tardi: non gli sta bene.
Secondo significato:
Se ci sono degli errori ti sgrida un’altra volta e ti sta bene!
Quindi “ti sta bene” in questo caso significa “te lo sei meritato”, “è giusto”, quindi questo significato è completamente diverso dal primo. Si tratta di una critica dovuta ad un errore fatto per pigrizia, mancanza di attenzione eccetera.
Non hai fatto i compiti e hai peso un brutto voto? Ti sta bene, così impari a studiare!
Terzo significato:
Quel vestito non ti sta bene!
Cioè quel vestito ti sta male, cioè non fa per te, sei brutta con quel vestito, oppure sembri più grassa, oppure ha dei colori che non sono adatti a te. Una frase quindi che si usa per giudicare la bellezza di un qualunque capo di abbigliamento indossato da una persona, che può star bene oppure male, dipende!
Ci sarebbe anche un quarto e un quinto significato, ma senza il pronome personale “mi”, “ti” eccetera. Semplicemente “sta bene” o “non sta bene” che si riferisce alla salute di una persona (come sta? sto bene grazie!) oppure si riferisce all’educazione: non sta bene appoggiare i gomiti sulla tavola; non sta bene interrompere una persona mentre parla. Quindi vuol dire che “non è educato“.
Bogusia: comunque non sta per niente bene criticare l’abbigliamento di una signora!
Ripasso espressioni precedenti:
Bogusia:Ho ascoltato l’Angelus di Papa Francesco, quello di domenica scorsa. E di punto in bianco mi è venuto una frase di ripasso. Come sarebbe a dire? Vorresti ingranare la lingua italiana tramite il Vangelo? Anche il Vangelo può andar bene? Eccome se va! Tutto fa brodo, appunto. Ecco la storia: Zaccheo era annoverato tra i più dritti dell’epoca, in quanto ricco, capo dei pubblicani a Gerico e poiché tirava un tiro mancino dopo l’altro in quanto affamato di denaro. Inoltre, votato alla curiosità qual era, aveva anche lui adocchiato quel Gesù di cui tutti parlavano. Un giorno gli ha detto proprio male però: la folla a Gerico era enorme e si dà il caso che Zaccheo fosse troppo basso per riuscire a vedere Gesù, ed allora corse ai ripari e si arrampicò all’albero di sicomoro, così finalmente riuscì a buttare l’occhio su Gesù. Questa sua curiosità gli ha sicuramente cambiato la vita come si deve. Che ne dite, curiosiamo anche noi?
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Giovanni: Accidenti, è la millesima volta che provo a giocare alla lotteria ed è la millesima volta che non vinco. Certo che mi dice proprio male!
Ma cosa significa “mi dice male”?
È una delle numerose modalità per esprimere il concetto di sfortuna. Mi dice male, o mi ha detto male, se parlo di me stesso, al presente o al passato.
Se mi dice male perdo anche oggi.
Vale a dire: se sarò sfortunato perdo, perderò anche oggi.
È una modalità utilizzatissima a livello informale per esprimere la malasorte, cioè la sfortuna. Possiamo dirlo in molti modi diversi a seconda del contesto. I più formali probabilmente sono :
La fortuna mi è stata avversa
La fortuna non mi ha assistito
Ma se parliamo con amici e familiari si sentono spesso frasi come:
Se ci dice male piove anche oggi
Speriamo non mi dica male anche stavolta e riesca a trovare il Direttore in stanza.
Ti ha detto male, mi spiace… L’aereo è già partito.
Espressioni di questo tipo si usano quasi sempre in episodi casuali, dove è esclusivamente una questione di fortuna o sfortuna. A volte si usano proprio per imputare alla sfortuna, cioè alla sorte un evento sfavorevole, che magari invece è stato causato da una disattenzione personale.
Naturalmente esiste anche “dire bene” che invece fa riferimento ad episodi fortunati.
Speriamo ci dica bene anche oggi e riusciamo a trovare un nuovo episodio di italiano semplicemente.
Si sì, tranquilli, vi ha detto bene anche oggi.
Ora ripassiamo alcune espressioni passate.
Bogusia (Polonia 🇵🇱): Ho *sentore* e anche una *fifa matta* che la mia lavastoviglie non durerà più molto a lungo. A quel punto anch’io *andrò in tilt* Rimanere senza questo attrezzo non sarebbe affatto *benaccetto* e bisogna sempre *prendere con le molle* le persone che dicono “è indistruttibile”. Per ora funziona ancora nonostante rumori non *conformi* con quelli tipici della lavastoviglie che io conosco. Per questo sono costretta a rimanere a casa quando la uso, per poter *correre ai ripari* se necessario.
Non posso quindi *fregarmene*. Credo conunque che il mio *tetto di spesa* annuale per elettrodomestici sarà superato molto presto, nonostante che io *sia restia* a fare eccezioni alle regole 😳
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Giovanni: Ascolta Emanuele vai a dare un’occhiata in cucina per vedere se c’è la luce accesa, poi visto che sei in cucina butta un occhio sopra il tavolo, se c’è ancora del dolce coprilo. Occhio che se c’è quel golosone del gatto se lo potrebbe mangiare, l’ho visto ieri che lo aveva adocchiato. E daiun occhio anche al frigo dopo per vedere se è rimasto aperto.
Emanuele: tutto ok papà, luce spenta, frigo chiuso. Il gatto all’inizio non l’avevo visto ma poi per sbaglio mi è cascatol’occhio sul pavimento e… c’era il gatto che aveva mangiato tutto il dolce..
Giovanni: lo sapevo! Me lo sentivo! Ma adesso ..
Emanuele: no papà abbi un occhio di riguardo per lui, è solo un animale goloso.
Avete capito tutto? Si tratta di alcune espressioni che contengono la parola “occhio“.
Adocchiare l’abbiamo già visto ieri.
Dare un’occhiata significa vedere velocemente, quasi sempre a scopo informativo, simile a dare un occhio che si usa però per controllare, verificare, fare un veloce controllo.
Buttare un occhio invece indica guardare volontariamente qualcosa ma sempre abbastanza velocemente. Cascare l’occhiosu qualcosa invece è farlo senza volontarietà, quindi guardare per caso, casualmente, senza volerlo.
Notate che rispetto ad adocchiare che abbiamo visto nell’episodio 126, in queste frasi c’è più che altro lo sguardo veloce, a volte per fini di controllo, volontario o meno, ma sempre veloce. Invece nell’adocchiare c’è soprattutto interesse, come quello del gatto che si è mangiato il dolce. Evidentemente l’aveva adocchiato già da un po’ di tempo.
L’occhio può anche essere usato da solo in una frase:
Occhio al gatto!
Occhio al gradino!
Occhio che se sbagli sono guai!
Oppure solamente:
Occhio!
Queste frasi hanno il significato di “stai attento”, fai attenzione.
Invece del tutto diverso è: avere un occhio di riguardo per qualcosa o qualcuno che significa trattarlo bene, avere cura di lui, non trattarlo come gli altri ma con maggiore cura.
Ripassiamo adesso le espressioni passate.
Andrè (Brasile 🇧🇷):Sono appena tornato dall’italia, dove ho trascorso 15 giorni di vacanza, e anche se penso di aver fatto un viaggio assolutamente comesi deve, mi vedo costretto a dirvelo: 15 giorni in Italia passano in men che non si dica!
Ci sono tanti posti da visitare, tante cose che balzano agli occhi che è impossibile conoscerle tutte in così pochi giorni! senz’altro, dico che è stata la migliore vacaza che io abbia mai avuto! Tutto è andato quasi perfetto, direi che solo quando abbiamo visitato i musei vaticani abbiamo dovuto armarci di pazienza a causa del gran numero di turisti che c’erano, ma chi se ne frega! Un’altra cosa che mi ha reso molto felice: non ho avuto grandi problemi con la lingua, credo che me la sono cavata molto bene con l’italiano. A proposito, tutte le volte che ho avulto qualche problema in merito, gli italiani mi hanno teso la mano sia parlando più lentamente che chiarendomi i dubbi. Sarebbe retorico dirvi che ho mangiato benissimo durante queste due settimane, tutti lo sanno; L’Italia e il mangiare bene sono un binomioinscindibile! Ho chiaramente un sentore che ci tornerò il prima possibile, quindi Flora e Gianni i vostri consigli mi saranno molto benaccetti!
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Ho adocchiato una ragazza che lavora al supermercato. Molto carina Chissà se è fidanzata
A dire la verità ho anche adocchiato un bel vestito da comprare ma sto aspettando che i prezzi si abbassino. Anche mia figlia ha adocchiato un bel pantalone che forse acquisterà.
È sempre difficile parcheggiare al centro di Roma ed appena si adocchia un parcheggio bisogna immediatamente andare a parcheggiare prima che arrivi qualcun altro
Adocchiare è l’oggetto dell’episodio di oggi il n. 126 della rubrica due minuti con italiano semplicemente
Guardare con interesse, questo significa adocchiare. Quando adocchiate qualcosa o qualcuno avete un interesse verso questa cosa o persona. Magari volete acquistarla o magari anche rubarla. State attenti dei malintenzionati adocchiano la vostra macchina.
Un uomo vi ha adocchiato? Non sempre è una brutta notizia, magari vuole conquistarvi. Se è un venditore però potrebbe pensare che voi potete acquistare qualcosa da lui.
Ci sono dei modi analoghi ma non proprio identici per dire la stessa cosa: prendere di mira, prendere sott’occhio, dare un’occhiata, buttare l’occhio, dare un occhio, andare/cascare l’occhio, oppure semplicemente “occhio!” .
Nel caso di adocchiare quello che conta è l’interesse, qualunque esso sia. Nei prossimi giorni vedremo le espressioni simili.
Nel frattempo ripassiamo le espressioni passate parlando di internet. Ce ne parla Doris dall’Austria.
Doris (Austria 🇦🇹): La Russia stacca la spina. L’ultima notizia della Russia verte sull’intenzione di farsi una rete Internet indipendente. L’indipendenza dalla rete globale sarebbe per ragioni di sicurezza nazionale. Una dichiarazione che ho preso con le molle perché poco credibile: non credo sia facile isolare il più grande paese al mondo senza problemi. Il rovescio della medaglia sarà sopratutto che parecchi programmi provenienti dagli Stati Uniti non funzioneranno più e questo può avere ripercussioni terribili sull’economia nonché sui cittadini che non possono più muoversi nella rete in modo libero per scambiarsi globalmente informazioni come prima. Si tratterebbe quindi di un tiro mancino ai cittadini russi insomma, ma negli ultimi anni l’Occidente ha trascurato i rapporti con la Russia e questo progetto, che costa più di 600 milioni di euro, sarebbe una risposta a questa trascuratezza. Secondo me non si sono valutati tutti gli annessi e connessi di qussta scelta.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giuseppina: Se una persona, vedendomi, incontrandomi, mi dice questa frase, qualcuno potrebbe chiedersi? Cosa significa?
Il vento. Iniziamo dal vento, il movimento orizzontale dell’aria rispetto alla terra, determinato da differenze di pressione atmosferica tra aree geografiche adiacenti, cioè vicine.
Il vento, soffiando, può portare con sé la sabbia del deserto, la polvere e quando la sua intensità aumenta può trasportare anche le persone.
Qual buon vento ti porta?
Questa frase ha esattamente questo significato. Possiamo anche dire semplicemente “qual buon vento?”
Vale a dire: come mai sei qui? Qual è il motivo che ti ha portato qui? Come mai da queste parti?
Ma “qual buon vento” ha qualcosa in più. C’è maggiore stupore nel vedere una persona che non si aspettava di vedere in quel luogo. Questo inatteso incontro è anche molto gradito: il vento è un vento buono. Questa frase si pronuncia solitamente con un bel sorriso sincero stampato sulle labbra.
Dunque qual è il buon vento che ti ha portato qui. È una bel modo di salutare una persona e allo stesso tempo manifestare stupore e gradimento.
Siete contenti di vederla, e la domanda non è neutra emotivamente come: Come mai qui? Toh, chi si vede! Qui c’è al massimo dello stupore, senza alcun segnale di gradimento.
Ripassiamo adesso alcune espressioni passate.
Bogusia (Polonia 🇵🇱):L’autunno, bontàsua, quest’anno ci ha regalato un tempo straordinario, almeno dalle mie parti. Posso preparare il mio giardino come si deve, prima che arriverà l’inverno. Lavoro di buona lena ogni giorno godendomi il sole splendente. Vidirò che questo ha anche molta attinenza col mio stato d’animo. Non lascio nulla di intentato per averlo bello quando arriverà la primavera. Ogni tentativo di tenermi a casa da parte dei miei famigliari, lascia il tempo chetrova. Sono restia a rinunciare al giardinaggio e al buon umore ad esso collegato.
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Khaled (egitto) e Lejla (Bosia): Due minuti con Italiano Semplicemente, episodio n. 124.
Giovanni: Oggi parliamo di molle. sapete cosa sono le molle? Innanzitutto molle si pronuncia con la o aperta: mòlle. Le molle, plurale di molla sono degli oggetti metallici che servono a fare varie cose: in generale una molla si deforma, si deve deformare, deve accorciarsi e allungarsi, deve diventare lunga e poi corta. Pensate al “materasso a molle”, un materasso, quindi che serve per dormire, con dentro delle molle, moltissime molle, che evidentemente servono per stare comodi. Quindi la funzione delle molle è quella di piegarsi. Si usano anche nelle macchine e nelle moto, e servono ad ammortizzare, cioè a far rimbalzare la macchina o la moto se si prende una buca nel terreno.
Ora, vi parlerò dell’espressione “prendere con le molle“, che si usa quando c’è una questione delicata, molto delicata, quando bisogna stare attenti alle conseguenze di un’azione.
Si può usare in moltissime occasioni diverse, ogni volta che siamo di fronte a qualcosa che dobbiamo prendere con le molle, cioè trattare con molta cautela, con prudenza, attenzione. Non parliamo di oggetti quindi: le molle sono solamente un’immagine figurata. Se prendete una buca con la macchina e le molle degli ammortizzatori non funzionano potete rompere tutto! Lo stesso accade con tutte le situazioni in cui bisogna stare attenti. Infatti se non si presta la necessaria attenzione potrebbero accadere dei guai seri, dei danni. In queste occasioni potete usare prendere con le molle.
Ad esempio nello sport, se c’è una partita difficile, a cui prestare attenzione e non sottovalutarla, possiamo dire che:
La partita va presa con le molle, perché l’avversario può essere molto pericoloso, quindi sarà una gara da prendere con le molle.
Parliamo di razzismo? ok, ma stiamo attenti, perché su certi argomenti è opportuno andarci con le molle, sono argomenti da prendere con le molle.
Si usa anche in questo modo: “andarci con le molle” cioè “andarci piano“, cioè stare attenti.
Informalmente si dice spesso: hei, vacci piano!
Vale a dire “stai attento!”
Vacci piano con i bambini piccoli, stai attento a come li prendi perché puoi fargli male.
Prendere con le molle è molto simile ma si usa maggiormente in situazioni meno materiali, sempre nelle questioni difficili da affrontare ma “vacci piano”, “andiamoci piano” eccetera è anche più informale e usato nella lingua di tutti i giorni.
Sapete quando si usa anche? Questo è un secondo utilizzo di “prendere con le molle“, Quando si ascolta qualcosa, un’affermazione da parte di una persona e si ha il dubbio che questa informazione, questa dichiarazione non sia credibile, attendibile e di conseguenza che sia meglio non credere a quanto si dice prima di aver fatto un’attenta verifica.
Le dichiarazioni di Marco sono sempre da “prendere con le molle” cioè occorre verificarle, perché Marco non sempre è affidabile nelle sue affermazioni. In questo caso parliamo di dubbi legati alla credibilità di una persona.
Ora ripassiamo le espressioni passate parlando di credibilità:
Cristine (Brasile): Sto imparando a ballare, ed il mio obiettivo è riuscire a muovermi con grazia. Cosa non facile però, perché dovrei anche dimagrire un po’. Dieci chili in meno sarebbero sicuramente benaccetti. Oltretutto in questo modo riuscirei anche ad indossare uno di quei vestitini un po’ osé che mi piacciono tanto. Credo che dovrò ricorrere all’ausilio di un nutrizionista.
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Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo detto che la grazia può essere data, ed in questo caso dare la grazia significa salvare (o perdonare) una persona che è stata condannata a morte o alla prigione. Anche in Italia esiste questo tipo di grazia, che può essere data (o meglio concessa) solo dal presidente della Repubblica nei confronti di un individuo. Si tratta di un cosiddetto provvedimento di clemenza individuale: ad una persona condannata ad una certa pena viene “condonata” la sua pena, anche completamente.
Ora, se questo è dare la grazia, è evidente che a ricevere la grazia è il condannato.
E’ evidente che dare la grazia è un atto di clemenza, direi un atto di bontà, cioè si fa qualcosa di positivo, si perdona una persona, e lo si fa per il suo bene.
A volte però, si può fare del bene ad una persona anche uccidendola.
Ecco allora che dare la grazia diventa “dare il colpo di grazia“. Normalmente un colpo di grazia è un colpo dato ad una persona che sta soffrendo, perché è ferita, oppure perché ormai è incapace di difendersi, non ha più difese.
Cosa possiamo fare per questa persona? Possiamo solo accorciare le sue sofferenze, ed allora le diamo il colpo di grazia. “Il” colpo di grazia: è importante usare “il” e non “un” perché il colpo di grazia è solamente uno, quello che grazia il condannato, quello che dà fine alle sue sofferenze.
Quante volte abbiamo dato il colpo di grazia magari ad un insetto che stava soffrendo?
Una volta ho visto dare il colpo di grazia ad un cavallo che si era rotto la schiena e stava soffrendo molto. Si tratta di un atto di pietà, ed in passato si usava nei confronti di un combattente ferito sul campo di battaglia.
Ora ovviamente non si usa più, ma rimane il senso di “colpo finale”.
Ogni tanto capita di ascoltare questa espressione anche parlando di argomenti futili: una squadra di calcio che gioca male in un certo periodo può ricevere il colpo di grazia se i suoi migliori giocatori si ammalano o si infortunano tutti assieme nello stesso periodo.
Un partito politico che non sta passando un buon momento può ricevere il colo di grazia da dalle elezioni,
Possiamo anche dire che se gli Stati Uniti mettessero i dazi (cioè le tasse) sui prodotti alimentari italiani che vengono esportati, questi dazi darebbero il colpo di grazia all’economia italiana, che no sta passando proprio un bel periodo.
Ripassiamo adesso le espressioni passate parlando di dazi.
Lejla (🇧🇦 Bosnia):
dazi faranno male molto all’economia italiana, L’agroalimentare Made in Italy pagherà un conto salatissimo e bisognerà correre presto ai ripari. Conoscendo la politica di Trump, si poteva anche avere sentore di una decisione di questo tipo. A pagare lo scotto però saranno anche i palati degli americani, che dovranno sostituire il parmigiano reggiano con qualche altro formaggio made in USA, e magari compreranno meno pasta italiana, meno olio extravergine d’oliva e più hamburger di fast food con maionese. Si prevedono pasti con i fiocchi! Buon appetito al presidente.
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Giuseppina: Avere grazia. Avere la grazia. Che differenza c’è? Per scoprirlo dobbiamo parlare di grazia (con la g minuscola, essendo anche un nome di donna) e dobbiamo anche parlare della grazia.
Partiamo da “avere grazia“. Vi ricordate di Michel Platini? Tutti lo ritengono un giocatore che si muoveva con grazia all’interno del campo. La grazia con cui si muoveva Platini stava nelle sue movenze, nel suo stile inconfondibile nel passare la palla. Una certa eleganza nel palleggio, nel modo in cui si muoveva in campo.
Anche Falcao secondo me aveva una grazia abbastanza simile. Entrambi accarezzavano la palla, la toccavano con classe ed eleganza. Ecco, l’eleganza, la classe sono legati alla grazia di un giocatore, che si nota solamente quando un giocatore è in movimento.
La stessa cosa avviene nella danza: la grazia è probabilmente la virtù migliore di una ballerina. Una ballerina che ha grazia, che si muove con grazia, è aggraziata.
Invece la ballerina non aggraziata non è bella da vedere, è rigida nei movimenti, sembra più pesante, fa persino più rumore quando si muove.
La grazia sta nella bellezza, nella leggiadria, nella delicatezza, nella sensazione di leggerezza. Questo è avere grazia.
La grazia però non è solo quella dei movimenti, ma è anche una specie di perdono. Avere o ricevere la grazia significa infatti essere perdonati da Dio, o da un potente, che ci risparmia la vita. Siamo stati condannati a morte perché abbiamo fatto qualcosa di molto grave?
Possiamo sempre ricevere la grazia da parte di qualcuno, un re, un imperatore, un’autorità religiosa ad esempio che decide che siamo perdonati. Abbiamo avuto la grazia, siamo stati graziati. Si dice anche così.
La parola grazia si usa in molti contesti diversi e si usa in molti modi, ma è interessante che ricevere la grazia, cioè essere graziati è completamente diverso dall’essere aggraziati.
In uno sport come il calcio, ad esempio, un portiere, che difende la porta, può essere “graziato” se l’attaccante della squadra opposta sbaglia una facile occasione da rete. L’attaccante, sebbene aggraziato nei movimenti, può pertanto graziare la squadra avversaria, e questa non è una buona notizia per lui, poiché poteva fare un gol ma non c’è riuscito. La grazia dei suoi movimenti non l’ha aiutato in quanto ha graziato il portiere avversario, quando invece avrebbe potuto dargli il colpo di grazia.
Ma questo lo vediamo domani.
Adesso ripassiamo alcune espressioni passate.
Mariana (Brasile 🇧🇷): Cosa fare se un virus entra nel nostro computer? Sicuramente dobbiamo correre subito ai ripari, ricorrendo all’ausilio di un tecnico informatico, il cui aiuto sarà senz’altro benaccetto. Una volta mi è successo e solo grazie ad un po’ pò di esperto informatico ho potuto mettere a posto il pc. Avevo una fifa matta di perdere tutti i dati e sarei andato in tilt se fosse successo.
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Correre ai ripari è l’espressione di oggi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Correre lo conoscete tutti, significa procedere velocemente, avanzare con andatura veloce, o camminare in fretta. Per la frase di oggi ciò che serve ricordare è la fretta.
Bisogna fare qualcosa in fretta, ok, ma cosa? e Perché soprattutto?
Quando si corre ai ripari, bisogna fare in fretta per riparare.
Ma riparare cosa?
Riparare cosa significa? Se pensiamo ad un oggetto, o ad uno strumento, se questo si rompe, se non funziona più, allora lo dobbiamo rimettere a posto eliminando i guasti e i difetti. Però riparare significa anche coprire, per proteggere, quindi posso ripararmi dalla pioggia con un ombrello se piove- Posso anche riparare una persona nel senso che la proteggo se qualcuno la offende.
Posso anche riparare ad una offesa fatta a qualcuno chiedendo scusa.
In generale riparare si usa per rimediare, per limitare i danni. é vero, anche per riportare al funzionamento qualcosa di rotto o danneggiato, ma se lo usiamo in senso figurato, che è quello che ci interessa oggi, riparare significa fare qualcosa che ovviare a un danno ricevuto o causato, o a un errore fatto da me o da altre persone.
Ecco quindi che “correre ai ripari” è esattamente questo: fare qualcosa per portare una situazione a non peggiorare, fare qualcosa velocemente (ecco perché uso “correre”) per ovviare, per riparare una situazione negativa.
E’ un’espressione molto usata dagli italiani, più all’orale che allo scritto.
Allo scritto si usa un semplice verbo: “provvedere” che però non trasmette il senso dell’urgenza. Inoltre provvedere ha anche altri significati.
Es:
Oddio, si è allagata casa!! Bisogna immediatamente correre ai ripari!
Abbiamo giocato malissimo oggi, bisogna correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
La temperatura mondiale sta salendo! I governi devono correre ai ripari attraverso misure adeguate!
In caso di terremoto, bisogna subito correre ai ripari.
Insomma correre ai ripari è cercare di rimediare a una situazione grave, difficile.
Attenzione perché si corre ai ripari solo dopo che è successo un evento negativo, mentre prima ci si mette al riparo (riparo, al singolare), che è un’altra, simile ma non identica.
Si dice anche “metterci una pezza“, espressione quasi identica, questa, che significa risolvere una questione in qualche modo, diciamo con il minore dei danni. Il senso della pezza è figurato ovviamente.
La pezza indica in questo caso un pezzo di stoffa (chiamato informalmente “pezza”), come se avessimo solo quello quando ad esempio abbiamo un tubo che perde acqua in casa.
Oddio, si sta allagando casa, c’è un buco sul tubo dell’acqua, cosa ci metto?
L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Buongiorno cari amici del sito italiano semplicemente. Sono di nuovo qui. Mi chiamo Bogusia, sono un membro dell’associazione italiano semplicemente. Si dà il caso che la rubrica che si chiama “due minuti con italiano semplicemente” abbia sorpassato la soglia, nientepopodimeno che di 100 episodi. Tutti realizzati con i fiocchi ovviamente.
Hai visto mai che qualcuno si arrabbi se lo dico, ma penso che un bel ripasso di alcune di queste belle espressioni non sia affatto un’idea peregrina.
Ho deciso di tornare alla carica con la rubrica delle meraviglie di Roma. Ho un po’ una fifa blu di non riuscire a sfoderare qualcosa di avvincente, spero e credo di sì, ma può darsi che ci sarà qualcuno di diverso avviso e per questo mi scuso in anticipo. Non vorrei tenervi sulle spine e inizio senza cincischiare. Il mio racconto di oggi verte su Piazza Navona.
Come di consueto, sono restia nel raccontarvi delle bellezze o della storia. Non che io me ne freghi, piuttosto sono votata ad andare fino in fondo e soprattutto mi interessano le leggende e le cose che sfuggono a tanti visitatori dei luoghi storici. Che vuoi, ho preso questa brutta piega ed ormai sono affezionata a questo mio modo di fare. Mi sono prefissa però di rispolverare un po’ di informazioni su Piazza Navona in quanto ben conosciuta da tutti, essendo tappa fissa di diversi itinerari turistici. È una delle più belle piazze d’Italia. Oltre alla prestigiosa opera di Gian Lorenzo Bernini, che balza subito agli occhi, cioè la Fontana dei quattro fiumi, la piazza offre molte altre possibilità per ammirarla.
C’è anche la Fontana del moro e quella di Nettuno. C’è poi la bella Chiesa di Sant’Agnese, opera del Borromini: anche questa forma un binomio inscindibile con la piazza. Piazza Navona fa parte del cuore pulsante del centro della capitale e nei suoi pressi sorgono ristoranti, bar e locali per il divertimento tanto diurno quanto notturno. Con i pasti buonissimi sempre da completare con un bell’ammazza caffè.
A volte, si sfora un po’ con l’alcol e, vista la misura colma, sfuggono le cose piccole da ammirare che hanno sempre un certo non so che. Adesso tocca a me raccontarvene una di queste.
Eccovi la storia della testa di marmo e dell’oste chiacchierone.
In pochi notano questa piccola testa di marmo affacciata su Piazza Navona. Si trova sulla parete di un palazzo. Aguzzando la vista, stropicciandovi gli occhi, provate a cercarla voi. Mi vedo costretta a darvi un indizio però: cercate su un muro al di sopra dell’insegna di un ristorante. Quella maschera marmorea, sembra quasi un uomo che tenta di uscire a tutti i costi e anche di buona lena, dal muro.
Chi era quell’uomo? Io che mi ci sono trovata a tu per tu vi dico: era un oste di una taverna in cui forse una volta siete già stati oppure dove un giorno, prima o poi, pranzerete.
Alla fine del ‘500, al soglio pontificio salì Sisto V, che si preoccupò molto della sicurezza e della giustizia, tant’è che le esecuzioni pubbliche, in soli 5 anni di pontificato si moltiplicarono a dismisura. È pur vero che la Roma dell’epoca era tutto tranne che una città sicura: voci false e tendenziose, ladri di ogni genere, poveri affamati che non lesinavano di usare armi bianche per estorcere cibo e denaro.
Papa Sisto V, da buon amministratore di un’area vasta ed essendo anche lui un dritto non solo si preoccupava, ma siccome ne andava pure della sua reputazione, pare che amasse uscire in incognito, vestendosi come la gente povera, ed ascoltare ciò che il “popolino” aveva da dire. Un giorno si recò in una taverna di Piazza Navona e cominciò a parlare con l’oste, il quale non lo riconobbe e gli disse sinceramente il suo parere, come si deve, andando dritto al punto, senza restare sul vago, appunto. Sono così venute a galla, in men che non si dica, tutte cose poco lusinghiere, giudizi molto taglienti e critici sul modo di gestire le cose a Roma da parte del pontefice. Di questo l’oste, poveraccio, dovette risponderne e pagarne lo scotto. Nessuno strappo alla regola.
Il giorno dopo infatti l’oste vide sistemato davanti al suo negozio, un patibolo. Mai avrebbe pensato che quello fosse destinato proprio a lui. Era duro di comprendonio? Che ne so io? Direi che era troppo sbadato forse, oppure che fu preda degli eventi. L’oste chiese perdono ovviamente, ma nessuno, né tanto meno Sisto V glielo concesse.
Tutte le richieste di perdono lasciarono il tempo che trovarono. Fu così che l’oste venne di punto in bianco impiccato per le sue parole.
Pare, infine, che i suoi amici, affissero sul muro davanti alla taverna, questa testa in marmo raffigurante l’oste. Un ricordo di un uomo che disse semplicemente ciò che pensava ma forse alla persona sbagliata… Oggi la testa è ancora lì, per qualcuno rappresenta un ammonimento a non parlare in modo sconsiderato, per altri il ricordo del coraggio di chi è morto pur di non rinunciare alla libertà di espressione? Sfido chicchessia a pensare, soffermandosi sulle proprie emozioni. Finita la storia.
Qualora abbiate abbozzato a lungo e le mie storielle vi abbiano fanno venire il latte alle ginocchia, non abbiate timore di chiosare contro di me.
Non c’è bisogno di essere sempre accondiscendenti o sottostare alle idee altrui.
In ogni caso, il racconto non è stato sguarnito delle espressioni di due minuti con italiano semplicemente, ed inoltre non c’è stato bisogno di ricorrere a racconti osé per attirare la vostra attenzione. Tanti abbracci, ciao e alla prossima.
Giuseppina: Ok ragazzi oggi in questo episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente vi spiegherò una parola che vi sarà di aiuto, anzi vi sarà di ausilio.
La parola è proprio questa: “ausilio” molto simile alla parola “aiuto” .
Ma allora perché dovremmo usare ausilio se c’è già la parola aiuto?
Beh è vero ma solo in parte perché si tratta di un linguaggio un po’ più formale spesso usato in ambito medico.
Ad esempio posso dire che l’oculista, il medico degli occhi si avvale dell’ausilio di molti strumenti elettronici.
Quindi l’ausilio è un supporto. Sì, un aiuto, è vero ma aiutare si usa spesso con le azioni dell’uomo:
ti voglio aiutare a risolvere questo problema.
Non esiste il verbo “ausiliare” (che invece è un sostantivo, significa aiutante) ma esiste essere d’ausilio.
Equivale ad aiutare, ma aiutare ha un senso più umano, l’aiuto prevede empatia e un bisogno da parte di chi lo riceve.
L’ausilio è invece molto tecnico come termine.
Di conseguenza una persona può anche offrire il proprio aiuto dicendo:
Posso esserti d’ausilio?
Ma non significa necessariamente che si ha bisogno di aiuto perché c’è un problema. Quello che si sta offrendo è un supporto, un aiuto più tecnico.
Qualcosa che agevola, che facilita.
Dicevo che avvalersi è un verbo spesso usato in questi contesti. Lo abbiamo visto bene anche nel corso di italiano professionale, in cui abbiamo dedicato un episodio a questo verbo. Quindi:
Io ti sono d’ausilio e tu ti avvali del mio ausilio
La strumentazione tecnica è di ausilio al medico, che si avvale quindi dell’ausilio di questi strumenti.
Si usa anche quando si parla di cose solenni come nella religione:
Solo l’ausilio divino ci può salvare!
Vale a dire che solo se Dio ci aiuta possiamo salvarci.
Terminiamo queato episodio grazie al consueto ausilio di un membro dell’associazione Italiano Semplicemente che ci propone una frase di ripasso di alcune delle precedenti 119 espressioni.
Sofie (Belgio 🇧🇪):in Italia, ma anche in molti altri paesi europei l’omeopatiava per la maggiore, però c’è chi dice che l’omeopatia è una cura che lascia il tempo che trova. Secondo questi ultimi sarebbe una terapia che tende la mano a chi non vuole lasciare nulla diintentato.
Fatto sta che l’omeopatia è soggetta a discussioni infinite e che la dimostrabilità della sua efficacia terapeutica resta sul vago.
Khaled (Egitto 🇪🇬) e Martine (Francia 🇫🇷): Noi stranieri spesso crediamo di doverci avvalere dell’ausilio di regole grammaticali per evitare che vengano a galla le nostre carenze linguistiche. Se però avete sentore che non sia esattamente così, e l’idea di non studiare la grammatica vi risulterà meno peregrina, allora il metodo utilizzato da italiano semplicemente vi risulterà ben accetto.
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Conoscete tutti il verbo accettare vero?
Bene, allora sapete anche coniugare il verbo al presente indicativo:
Io accetto
Tu accetti
Lui accetta
Eccetera.
Accettare è il contrario di rifiutare. Anche questo lo sapete. Facile.
Bene, allora dovete sapere che però quando accettate qualcosa, ci sono vari modi per farlo. O meglio a seconda che siate soddisfatti o meno potete usare modalità diverse per dire che questa cosa è accettata da voi. Che vuol dire?
A volte si ingoia un rospo. Accade quando accettate qualcosa ma non siete affatto favorevole: si tratta di sopportare oltre che di accettare. Questo è ingoiare il rospo.
A volte si accetta amalincuore, e questo accade quando accettate dimalavoglia. Si dice anche così.
È un sentimento meno forte rispetto al rospo che si ingoia (in senso figurato ovviamente).
Se invece siete felici di accettare qualcosa, allora potete dire che questa cosa è accettata di buon grado, cioè accettata volentieri o, riferendovi all’oggetto, che questo è benaccetto. Com’è questo oggetto? È benaccetto. Lo accettate volentieri.
A dire il vero benaccetto significa sia accettato volentieri, sia gradito, cioè che procura piacere.
Si scrive tutto attaccato in una sola parola, ma volendo anche staccato in due parole: “ben accetto“.
Il contrario è una cosa malaccetta, ma si usa molto meno a dire il vero.
Ben accetto e ben accetta sono invero molto usati.
Es.
Le mie preghiere sono benaccette a Dio.
Quindi Dio le gradisce, lui ha piacere che io preghi, accetta le mie preghiere quindi.
Sono stato benaccetto dal gruppo dei ragazzi della scuola calcio.
Qui ha più il senso di accettato, non respinto, gradito, certo, anche così posso dire.
Calcio: Un pareggio con il Barcellona sarebbe ben accetto.
D’altronde quale squadra di calcio non gradirebbe un pareggio con il Barcellona? Io lo accetterei di buon grado.
Se volete imparare l’italiano con l’associazione italiano semplicemente sarete benaccetti.
Adesso ripassiamo le espressioni passate.
Bogusia (Polonia 🇵🇱): per noi noi i due minuti con italiano semplicemente vanno per la maggiore. Non c’è bisogno di scervellarsi troppo. Sono sempre là, sul sito che ci tendono la mano, tutti realizzati con i fiocchi. Ho sentore che nei prossimi giorni ne arriveranno alcuni ancora più belli. A volte Gianni ci tiene sulle spine. Vidirò che di regola, riesce a sfoderare spiegazioni chiarissime. Sennò, boh, quando accadrà di non riuscire a capire, sarà l’eccezione che conferma la regola.
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Avere sentore è un’espressione che potete usare per esprimere una sensazione. Quando una persona ha un sentore significa che ha una percezione vaga, sente qualcosa ma non sa esattamente da dove venga o cosa sia questa sensazione. Come quando si sente un vago odore di qualcosa.
Avere un sentore è come avere un sesto senso (oltre i cinque sensi che abbiamo tutti), è come conoscere in qualche modo qualcosa che può essere un fatto accaduto, o il motivo per cui è accaduto, o che qualcosa accadrà.
Solitamente, a seconda del caso, si usa anche avere lasensazione, o avere la percezione, avere il sospetto, oppure avere un presentimento, una premonizione o un presagio.
Si tratta sempre di una sensazione che non vi sapete spiegare su due piedi, ma che probabilmente deriva dall’esperienza, da uno sguardo che avete notato o semplicemente dal vostro intuito. È forse più informale rispetto ai suoi sinonimi ma il sentore si usa spesso.
Potete allora avere sentore che qualcuno vi stia seguendo, o che qualcuno vi abbia tradito, ma si può avere anche il sentore di tappo se aprite una bottiglia di vino
In questo caso si fa riferimento all’olfatto vero e proprio. Ma sempre di una sensazione, in questo caso di un odore, non forte ma piuttosto vago. Entrate in una casa ed avete un sentore di alcool ad esempio. Spesso si toglie l’articolo e diventa “avere sentore” in questi casi si parla quasi sempre di sensazione e più raramente di odore, di olfatto. Infine potete usare anche il verbo avvertire al posto di avere.
Ora, se avvertire il sentore che i due minuti siano passati immagino che abbiate ragione.
Adesso ripassiamo alcune espressioni passate parlando di odori:
L’olfatto è il mio senso preferito. Provate a chiudere gli occhi e farvi guidare dal vostro naso. Una volta provato, puòdarsi che vi piacerà. Ho questo sentore.
A me piace l’olfatto anche se non lo uso per sballarmi usando droghe. Si dà il caso che io ci tenga alla mia salute. Eccome se ci tengo!
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C’era una volta un professore di italiano che cercava di insegnare la lingua agli stranieri dicendo loro che non bastava ascoltare solo una volta, ma diverse volte. Poi, una volta ascoltato, non è male provare a ripetere con la propria voce. Una volta non esisteva italiano semplicemente. Ma oggi non è più come una volta.
La parola volta ha molti significati, direi anche moltissimi, ma oggi volevo parlarvi di “una volta” quindi sicuramente il cerchio si restringe.
Ho cercato di usare tutti i diversi utilizzi di “una volta” nella frase che avete ascoltato prima. Ripetiamola allora in alcuni punti e spieghiamola.
C’era una volta un professore di italiano…
C’era una volta è esattamente come la frase inglese “once upon a time“, una frase quindi che si usa quando si raccontano le storie ai bambini. Si usa “una volta” nel senso di “molto tempo fa”, senza specificare quando esattamente. Attenzione perché nelle storie per bambini le storie iniziano spesso con questa frase “c’era una volta”, e non possiamo dire “una volta c’era“, che si usa invece quando si fa un confronto tra la situazione attuale e tanto tempo fa. Ad esempio.
Oggi i film vengono visti su internet o su una penna USB, invece una volta c’era il VHS. Vi ricordate del VHS?
Non bastava ascoltare solo una volta, ma diverse volte
In questo caso “una volta” indica un semplice numero. Si fa riferimento alla ripetizione. Quante volte? Una volta. E’ sufficiente ascoltare una sola volta? No, una volta non basta. Niente a che fare col tempo quindi.
Poi, una volta ascoltato, non è male provare a ripetere con la propria voce.
In questo terzo caso “una volta ascoltato” è analogo a “una volta che avrai ascoltato” cioè “dopo che avrai ascoltato”. Quindi “una volta” sta per “dopo“. l’obiettivo è segnare un confine, un limite, per dire cosa accade dopo un determinato momento o evento. In questi casi si usa sempre “una volta“, ed inoltre spesso si mette subito il verbo se il senso è ugualmente chiaro. Ad esempio:
Una volta che avrai deciso, non potrai più tornare indietro
Una volta deciso, non non potrai più tornare indietro
Se non è ancora chiaro:
Una volta baciata, una persona l’hai conquistata!
Passiamo alla prossima frase:
Una volta non esisteva italiano semplicemente. Ma oggi non è più come una volta.
In questi due casi “una volta” , come all’inizio, significa “un tempo“, cioè molto tempo fa.
Ora ripassiamo le espressioni passate parlando del “cielo”, anche detto “la volta celeste“, perché? Perché esiste solo una volta celeste!
Il “cielo” si scrive con la lettera i, ma ci si potrebbe chiedere perché invece il verbo celare (che significa “nascondere”) si scrive senza la lettera i. Purtroppo la pronuncia non cambia però. Voi potreste dirmi: Come sarebbe a dire che la pronuncia non cambia? Purtroppo sì, questo non accade quasi mai nella lingua italiana, è quindi la classica eccezione che conferma la regola.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Qual è il metodo più veloce ed efficace per imparare l’italiano?
Io lo so…
Io lo so, ma adesso vi sto tenendo sulle spine, vero?
Dai Giovanni, non ci tenere sulle spine, dicci questo metodo! Non ci tenere sulle spine!
Ebbene allora smetto di tenervi sulle spine, continuate a seguire la rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente e vedrete che questo è il metodo più veloce, a patto che rispettiate le sette regole d’oro: che ripetiate l’ascolto più volte, che proviate anche voi a ripetere le frasi più difficili, ed a patto che l’argomento di cui si parla vi interessi. Queste sono alcune delle sette regole d’oro per imparare l’italiano, alcuni dei segreti.
Tenere sulle spine è l’argomento di oggi, di questo episodio numero 116 della rubrica.
Cosa significa? Vediamo:
Come si sta sulle spine? Come si sta seduti sulle spine ad esempio, che sensazione si prova? Si sta comodi? Oppure scomodi? Le spine cosa sono? le rose hanno le spine ad esempio, ed anche i cactus ce le hanno.
vedete le spine? – Photo by Markus Spiske temporausch.com on Pexels.com
Credo che stare sulle spine, o essere sulle spine, ad esempio stare seduto sulle spine sia molto scomodo, perché le spine pungono, fanno male, e viene voglia di saltare, di cambiare posizione per cercare una posizione migliore. Sono più o meno gli stessi movimenti, questi, che fanno le persone quando sono agitate perché vogliono sapere una cosa molto importante: la volete sapere ma qualcuno ve lo impedisce: qualcuno vi tiene sulle spine, ed allora vi agitate, vi sedete e vi rialzate, fanno dei giri su voi stessi, fate avanti e indietro eccetera.
Se sono io il colpevole, se cioè sono io a non rivelarvi questa notizia importante allora si dice che son io a tenervi sulle spine, sono io cioè che vi devo dire qualcosa ma non lo faccio: vi tengo sulle spine, e voi allora sembrate anime in pena, vi agitate, non state tranquilli per colpa mia. Altri esempi?
Chi ha vinto la partita? Dai, dimmelo, non tenermi sulle spine!
Sono sulle spine perché non vedo l’ora di sapere l’esito delle elezioni in Italia.
Il professore ha corretto il compito di italiano ma non dice agli studenti come è andato.
Dai prof. non ci tenere sulle spine!
Ci sono alcune frasi equivalenti, come ad esempio “tenere sulla corda” e “tenere sui carboni”. Il senso è sempre lo stesso: i carboni sono quelli del fuoco, quindi scottano, e la reazione è la stessa delle spine. La corda invece probabilmente indica la tensione. La tensione della corda (cioè quanto la corda è tesa, cioè tirata, rigida) è probabilmente messa in relazione alla tensione umana, intesa come preoccupazione, nervosismo
E adesso ripassiamo alcune espressioni passate parlando di fiori (che spesso hanno le spine):
Sofie (Belgio): A me i fiori piacciono molto, e a volte quando sono io a regalarli a mio marito. Lo so che di regola è il contrario ma a me piace fare strappi alle regole. L’amore ha bisogno anche di cambiamenti e per alimentarlo ogni giorno non bisogna lasciare nulla di intentato. Non ti dico la faccia di mio marito quando ogni due per tre gli faccio queste sorprese! E così il nostro rapporto non prende mai una brutta piega!
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CACTUS con le spine – Photo by Scott Webb on Pexels.com
Lia (Brasile 🇧🇷): Se rispetti le regole, non c’è motivo di avere fifa se incontri la polizia. Comunque se ti capita e ti dicono di fermare la macchina, ti devi fermare, non te ne puoi fregare, altrimenti ne risponderai con la legge, a cui tutti noi dobbiamo sottostare. Se invece sei particolarmente votato alla trasgressione delle regole, stavolta credo che ne pagheresti lo scotto.Che vuoi, in fondo alcune regole devono essere rispettate in un paese democratico.
Giovanni: Tutti conoscete le regole vero? le sapete rispettare? Ok, ma la parola “regola” si usa anche in altri modi, non è solo legata agli obblighi, non è solo una norma da seguire, una legge ad esempio, o anche le regole grammaticali. Scommetto che queste le conoscete!
La regola invece indica anche (tra le altre cose) la costanza dei fenomeni, cioè le cose che succedono normalmente, o il modo usuale, normale di comportarsi.
Ad esempio posso dire che i miei figli vanno a scuola tutti i giorni dal lunedì al venerdì; questa almeno è la regola; questo è ciò che avviene di regola, o di norma.
Regolarmente (posso dire anche così) o normalmente vanno sempre a scuola. Poi se stanno male non ci vanno, o se hanno delle visite mediche, o se decidono che non devono andare perché hanno una interrogazione e non sono preparati… vabbè, comunque di regola vanno sempre a scuola.
Questa è la regola. Il che non significa che questa è la norma, intesa come legge, obbligo. E’ ciò che avviene “di solito”, “normalmente”, nella maggioranza dei casi. Non sempre quindi. Ci sono delle eccezioni ovviamente, quelle che vi ho detto: malattie, visite, interrogazioni…
I due concetti di regola comunque son abbastanza vicini, perché le regole (le leggi ad esempio) vanno rispettate, di regola!
Ebbene, se pensiamo a questo significato della parola regola, c’è un proverbio, o un modo di dire italiano che dice che “l’eccezione conferma la regola“.
Questa espressione indica che il fatto che ci sia una eccezione, cioè l’esistenza di una eccezione non significa che la regola non sia quella, non significa che la regola non sia confermata. Anzi!
In alcuni casi si dice che l’eccezione conferma la regola, cioè che l’esistenza di una eccezione rafforza la regola, la conferma, la rende cioè ancora più valida. Come a dire che ogni regola ha la sua eccezione.
Solitamente l’eccezione è una solamente. Ma può capitare che ci siano più eccezioni di una. Il senso è che a volte infatti riconoscere un caso come strano, bizzarro, anomalo, risulta persino utile alla comprensione della bontà della regola, che è valida per la generalità dei casi. Questo è il senso della che si usa nel linguaggio comune. E si usa in senso molto ampio.
Ad esempio se in tutta Europa c’è una crisi economica tranne che in un paese, ad esempio la Spagna, possiamo dire che la Spagna è l’eccezione che conferma la regola; la regola che l’Europa sta vivendo un momento di crisi economica.
Se tutte le donne dicono che sono simpatico e una solamente dice il contrario questa è l’eccezione che conferma la regola.
Di regola a questo punto facciamo sempre una frase di ripasso: questa è la regola, ma stavolta l’abbiamo fatta all’inizio! Non ci fate l’abitudine però: questa è l’eccezione che conferma la regola.
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L’eccezione che conferma la regola. Photo by Pixabay on Pexels.com
Oddio! Oggi ho un’esame di lingua italiana. Non mi sento molto preparato, ho una fifa!!
Ho una fifa che non ti dico! Se il professore si accorge che non ho studiato, mi mette un bel 4!
Sicuramente tutti prima o poi hanno provato questa sensazione di cui vi parlo oggi: la fifa.
Non sto parlando della Federazione Internazionale di Football, che si chiama sempre FIFA, ma della fifa intesa come paura! La paura! La fifa non è che la paura!
Ovviamente è linguaggio scherzoso, familiare, ma la parola fifa è usata da tutti gli italiani in occasioni speciali: quando ti tremano le gambe per un appuntamento amoroso, quando c’è un esame importante, quando un topolino ti passa tra le gambe, quando in generale si ha paura di affrontare una situazione potenzialmente pericolosa. In questi casi spesso si aggiunge anche un aggettivo che serve a amplificare il concetto di paura: una fifa matta, tremenda, pazzesca, o anche “blu”.
Da qualche giorno sono molto agitato e ho una fifa matta!
Ho una fifa blu dei piccoli animaletti!
Attenti però, non si usa mai nei discorsi molto seri. La fifa in questi casi diventa la paura, o anche il terrore quando è molto forte. Nella maggior parte dei casi è semplicemente paura, ma per alcune circostanze è meglio usare panico (quando non si riesce a pensare):
se l’ascensore si ferma vado in panico!
Spavento (una reazione emotiva improvvisa davanti ad un pericolo):
Oddio che spavento!
Timore (che è meno intenso; è uno stato d’animo ansioso):
Non bisogna aver timore di sbagliare la pronuncia!
Batticuore (stare col batticuore cioè stare in ansia):
Starò col batticuore finché Giovanni non mi chiamerà!
Spesso si usa Strizza, lo fanno soprattutto i giovani (molto informale e simile a fifa):
Che strizza, un cane mi ha rincorso fino a casa!
Tremarella (un’agitazione, un’apprensione):
Davvero ti ha rincorso un cane? Se ci penso mi viene la tremarella!
Ora ripassiamo alcune espressioni passate parlando di Coraggio.
Ulrike Germania 🇩🇪: Finalmente ho fatto l’esame di Italiano. Vuoi saper se ho paura di essere bocciato? Credo di aver fatto un esame coi fiocchi, ma è nientepopodimenoche la quinta volta che faccio questo esame. e se sbaglio anche questa volta sarei annoveratatra i peggiori studenti di sempre e oltretuttomi sentirei un fallimento. Oddio, che fifa blu che mi sta venendo! ma non v’è modo di sapere com’è andata?
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Questo è ciò che io spero che voi pensiate dopo aver ascoltato un qualsiasi episodio di Italiano Semplicemente.
Speriamo allora che anche questo sia un episodio con i fiocchi!
Ma cosa significa con i fiocchi? È una espressione che ha a che fare con la qualità.
Abbiamo già visto la locuzione “come si deve” che riguarda ugualmente la qualità: un giudizio, una valutazione personale.
Quando qualcosa è di alta qualità, a volte ma non sempre possiamo usare questa espressione: con i fiocchi.
Miltidi voi conoscono i fiocchi di neve, che cadono dal cielo altri conoscono i fiocchi di avena che si mangiano a colazione. No, non parliamo di questi fiocchi. Ma se parliamo dei fiocchi dei regali, allora ci stiamo avvicinando. Infatti quando si fa una confezione regalo spesso si avvolge il pacco con del 🎀 nastro colorato e quando si va ad annodare a fare il nodo del nastro si fa un bel fiocco.
Questi fiocchi sui pacchi servono ad abbellire il pacco.
Veramente un pacco con i fiocchi!
Questa frase può anche indicare un pacco ben fatto, bello a vedersi. Ma qualsiasi cosa può essere fatta con i fiocchi, non solo i pacchi regalo.
Ovviamente il senso è figurato e siamo non linguaggio informale, familiare.
Eccellente, magnifico, meraviglioso, eccezionale ed atri aggettivi di questo tipo sono equivalenti.
Dicevo che non sempre è indicato parlare di qualcosa con i fiocchi, ma questo modo di esprimere la qualità va bene se siamo in un contesto familiare e soprattutto se parliamo di qualcosa di realizzato, qualcosa che è opera di qualcuno, fatto da qualcuno.
Il mio vicino ha un giardino coi fiocchi.
Un bel giardino dunque, perfetto!
Il verbo fare, proprio perché si parla di opere dell’uomo, spesso si usa insieme alla locuzione.
Hai fatto un esame coi fiocchi!
Mia madre ha fatto un pranzo coi fiocchi!
Nella partita di oggi, i calciatori hanno fatto una prestazione veramente coi fiocchi.
Una bellezza (quella di una donna ad esempio) invece non può essere con i fiocchi, essendo merito della natura, ma il trucco applicato sul viso può essere fatto coi fiocchi: un trucco potremmo dire perfetto, impeccabile, senza alcun difetto.
Adesso ripassiamo alcune espressioni passate parlando di fratelli e sorelle.
Ho sentito un amico che, con un fare poco simpatico, parlava di una ragazza carina che gli piace tanto. Poi ha detto: non ha però una buona famiglia.
Si dail caso che quella ragazza sia mia sorella!Allora io ho detto: come sarebbe a dire scusa? Lui era in imbarazzo ma ha sfoderato un bel sorriso e ha chiesto scusa. Si è salvatoin calcio d’angolo, altrimenti l’avrei messo a posto!
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Stamattina mi ricordo tutti i sogni che ho fatto. Durante il dormiveglia mi succede sempre.
E a voi succede di ricordare i sogni che fate durante il dormiveglia? Anche a me succede spesso durante il dormiveglia, anche se non sono dei veri sogni quelli.
Questo mi accade la mattina, proprio quando sono mezzo sveglio e mezzo addormentato. Oppure la sera prima di addormentarmi.l, sempre durante la fase di dormiveglia.
Questo è il dormiveglia: è quando vi trovate in una condizione incerta tra l’essere desto, cioè sveglio e l’essere addormentato. In quel momento avete un sonno leggero, probabilmente avete già dormito e vi state svegliando oppure vi state addormentando. La parola dormiveglia parla da sola, esprime bene il significato.
La veglia è la piena attività dei vostri centri nervosi. Quando siete svegli siete desti, il vostro cervello è attivo, è sveglio, desto, funziona perfettamente insomma.
Invece durante il dormiveglia siete mezzi addormentati e la mente inizia a vagare, è fuori dal vostro controllo.
Non è una parola strana il dormiveglia, si usa sempre per indicare questa condizione tra il sonno e la veglia.
Adesso ripassiamo alcune espressioni già imparate nei precedenti episodi parlando di sogni.
Hartmut (Germania 🇩🇪) e Lia (Brasile 🇧🇷): Qualcuno dice che sia possibile decidere quali saranno i propri sogni notturni. Può darsi, ma a me questa sembra proprio un’idea peregrina. Sono decisamente restio a credere ad una cosa del genere. Se si mettesse a punto una tecnica per riuscire a fare questo, tutti preferirebbero dormire. Insomma a me questi sembrano discorsi che lasciano il tempo che trovano. E a voi?
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Hei, hai visto che po’ po’ di macchina che si è comprato Marco?
Ulrike (Germania): Dopo anni di stagnazione su un livello basso, due anni fa, che po’ po’ di fortuna di aver trovato italiano semplicemente!
Tutte queste frasi contengono l’espressione po’ po’: che po’ po’ di macchina, che un po’ po’ di casa, che po’ po’ di sito.
Si scrive normalmente con due parole: po’ po’, ma a volte potreste trovare anche una sola parola: popò. La pronuncia in effetti è la stessa. Attenzione pero perché popò: la popò è semplicemente la cacca, almeno nel linguaggio familiare. Si usa spesso con i bambini: Hai fatto la popò? Si papà, si mamma, ho fatto la popò. Si usa con i bambini molto piccoli.
Qui stiamo parlando di tutt’altra cosa.
Allora cosa significa un po’ pò di qualcosa, quando po’ po’ sono due parole uguali ma separate?
È un’espressione informale che si usa per indicare o una quantità abbondante di qualcosa:
Guarda che po’ po’ di piatto di pasta che ho mangiato in Italia.
Che significa guarda che grande, che enorme piatto di pasta! Un piatto molto abbondante.
Oppure indica qualcosa di grandioso, qualcosa da ammirare, o da invidiare.
Tu sei molto ricco e con quel po’ po’ di soldi che hai chissà quante cose puoi acquistare.
Con quel po’ po’ di soldi, cioè con tutti quei soldi: sono molti e vorrei averli io tutti quei soldi: ammirazione quindi.
Po’ po’ a volte significa “addirittura“, quindi esprime stupore, ma in questo caso si trova all’interno della frase:
Niente po’ po’ di meno, o nientepopodimeno, tutto unito in una sola parola. È come dire: “niente poco di meno che”
Giovanni fino ad oggi ha realizzato nientepopodimeno che 600 episodi con Italiano Semplicemente.
Ho acquistato una macchina e ho a acquistato nientepopodimeno che una Ferrari! Addirittura una Ferrari.
Anche qui linguaggio informale, si usa prevalentemente all’orale ma può capitare che lo troviate scritto.
Ora ripassiamo le espressioni passate parlando sempre di stupore :
Natalia (Colombia):
Mio figlio è molto bravo a scuola, sono veramente contento e anche stupito. Ogni tanto sfodera frasi molto profonde.
Solo a casa è un po’ indisciplinato. Devo essere un po’ più accondiscendente con lui. Anche perché ha detto che a volte a scuola lo prendono in giro per via della sua zeppola nella pronuncia. Non permetto a chicchessia di fare questo. Ne parlerò col preside. Chi lo prende in giro deve risponderne personalmente: ha bisogno di una punizione come si deve.
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Fidanzata: Giovanni, io credo che… dobbiamo parlare un attimo. Devo dirti una cosa importante
Fidanzato: prego, dimmi pure, ti ascolto.
Fidanzata: credo di non amarti più!
Fidanzato: Cosa? come sarebbe a dire che non mi ami più?
Giovanni: l’espressione di oggi è “come sarebbe a dire?”
E’ una domanda, questo lo avete capito, ed è una domanda che riflette un forte stupore, uno stupore che viene da qualcosa che si è appena ascoltato.
Una persona dice una cosa e l’altra dice: come sarebbe a dire?
Oppure: come sarebbe a dire che… ripetendo poi la frase ascoltata che ha suscitato stupore.
Una frase, una domanda che si sente e si pronuncia spesso in famiglia e tra amici, e questo accade quando non solo c’è un forte stupore, ma questo è anche un modo per chiedere spiegazioni, delle spiegazioni ulteriori.
E’ come dire: scusa, Cosa hai detto? Ho capito bene? potresti spiegare meglio?
Ovviamente è una frase informale. Non è una domanda retorica, perché questo è un modo per chiedere spiegazioni di fronte a qualcosa che stupisce, qualcosa che coglie alla sprovvista, che coglie di sorpresa. Una domanda quindi che manifesta incredulità: è quello che si prova quando non si crede a qualcosa. Spesso si usa anche come risposta piccata, cioè risentita, ad una frase che si ritiene offensiva, come nel dialogo che avete ascoltato all’inizio. Ad esempio:
Cosa? Come sarebbe a dire che io non faccio parte della società?
Come sarebbe a dire che non mi aumentate lo stipendio?
Come sarebbe a dire che sono licenziato?
Notate due cose:
Primo: “sarebbe” è il condizionale del verso essere. Non pensate a questo, l’uso del condizionale serve solo a mettere forse in dubbio quanto ascoltato, a manifestare incredulità.
Seconda cosa: a dire si pronuncia come se ci fosse la doppia d. E’ una regola della pronuncia: non bisogna staccare ma pronunciare come se ci fossero due “d”: addire. Se siete interessati date un’occhiata all’episodio in cui parliamo di questa regola: il rafforzamento.
Ora ripassiamo le espressioni passate parlando sempre di incredulità:
Liliana (Moldavia): papà, voglio una macchina nuova!
Liliana (Moldavia): questo è un tiro mancinopapà. Cos’è, sei indispostooggi? Sai bene che è tanto tempo che voglio una macchina. Se non ti tornano i conti è un tuo problema. Io i soldi ce li ho sul mio conto in banca, Eccome se ce li ho!
Khaled (Egitto): il tuo conto in banca? Avevo dimenticato il tuo conto in banca! Allora hai visto mai che bastano anche per la mia nuova bicicletta!
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Giovanni: Oggi ragazzi mi impegnerò molto, mi sento molto in forma; hai visto mai che riesca a rientrare nei due minuti di durata!
L’episodio di oggi riguarda la frase “hai visto mai!“, un’espressione informale che nessuno vi ha mai spiegato prima.
Si tratta di un’esclamazione di speranza. Fondamentalmente esprime speranza e fiducia nello stesso tempo. Ma quando si usa?
Attenzione innanzitutto all’ordine delle tre parole: “hai visto mai” è diverso da “hai mai visto“. Infatti quest’ultima è la forma che si usa normalmente per fare una domanda. Ad esempio posso chiederti:
Hai mai visto una donna così bella?
Hai mai visto un sito come Italiano Semplicemente?
Hai mai visto un gorilla?
Invece io sto cercando di spiegarvi “hai visto mai“. Vediamo qualche utilizzo, hai visto mai che sia la migliore spiegazione!
Primo esempio:
Volete sapere il segreto per avere successo con le donne? Bisogna provarci con tutte. Hai visto mai qualcuna ci sta!
Ecco, in questo esempio dico che per avere successo con le donne – non è il mio pensiero ma molti uomini la pensano così – bisogna provare o provarci con tutte. In questo modo qualcuna potrebbe accettare la mia offerta. Ho cercato di farvi capire il concetto usando parole comprensibili, ma “hai visto mai che qualcuna ci sta” esprime molto meglio la fiducia e la speranza che almeno una ragazza accetti le mie avances.
Secondo esempio: mi trovo solo su un’isola deserta e decido di cercare di chiedere aiuto scrivendo un messaggio in una bottiglia per poi gettare la bottiglia in mare. E penso:
Hai visto mai che qualcuno la raccolga e legga il messaggio. Solo così mi posso salvare.
Terzo esempio:
Acquisto un biglietto della lotteria e dico:
Lo so che ci sono poche probabilità di vincere, ma hai visto mai! La speranza è l’ultima a morire!
E’ un modo informale e utilizzatissimo in tutta Italia per esprimere una speranza. Si può usare la forma indicativa o anche il congiuntivo, che sarebbe più corretto poiché si parla di speranza, cioè di desideri:
Es:
Ciao Mamma, io esco, hai visto mai, dovessi incontrare la mia anima gemella!
Oppure anche:
Ciao Mamma, io esco, hai visto mai che incontro la mia anima gemella!
Usatelo senza problemi in entrambe le forme, ma solo all’orale o nelle conversazioni in chat. E’ molto simile a “speriamo” e anche “non si sa mai” e quindi capite bene che si usa soprattutto per esprimere una speranza e quasi mai una preoccupazione. Tuttavia potrebbe accadere di ascoltare frasi come:
Prendo l’ombrello, hai visto mai che piove!
Prendo l’ombrello, hai visto mai, dovesse piovere!
Ed ora ripassiamo le espressioni passate parlando proprio di speranza:
Junna (Cina): Mi piacerebbe avere una macchina nuova, ma ho già superato il tetto di spesa consentito quest’anno. Ma ieri ho giocato alla lotteria, e hai visto mai che vinco! Può darsi che questa sia un’ipotesi veramente peregrina ma sognare non costa nulla. Oddio! Avrò sforato anche oggi?
Giovanni: è colpa mia! Abbiamo sforato per colpa mia!
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Oggi Cristiano Ronaldo ha sfoderato una prestazione strepitosa!
L’episodio di oggi riguarda il verbo “sfoderare“. Sapete cos’è la fodera? e il fodero? e la federa? Sono tutti oggetti abbastanza simili.
Tutti voi, se dormite usando un cuscino per appoggiare la testa, sapete che ogni cuscino ha una “federa” che avvolge il cuscino. La federa ha una funzione igienica e serve a proteggere il cuscino, Parliamo della federa. Ma esiste anche la fodera e il fodero. Una giacca ad esempio ha la fodera, ma è interna, è un tessuto di rivestimento interno. Anche altri indumenti hanno la fodera.
Anche un materasso (dove dormiamo) ha una ricopertura, una fodera, e anche un divano ha una fodera, sempre esterna come la federa del cuscino.
Anche un libro o un quaderno possono avere una fodera, fatta di carta stavolta, o anche di plastica. Si chiamano foderine in questo caso. Servono e proteggere la copertina del libro e del quaderno, per non farla rovinare.
Esiste anche al maschile: il fodero. Una spada ha il fodero, un coltello può avere il suo fodero: è la sua custodia, è dove va riposto per non rovinare la lama della spada o del coltello. Si chiama anche guaina in questo caso, ed è esterna, ovviamente.
un bel coltello con il suo fodero – Photo by Aidan Nguyen on Pexels.com
Ma “sfoderare“, come verbo, cosa significa?
Significa togliere la fodera, privare della fodera. Quindi sfoderare una giacca, sfoderare la spada, hanno il significato di togliere la fodera della giacca e togliere la spada dal fodero. Si dice anche sguainare la spada in questo caso.
Sfoderare però si usa anche in senso figurato, e si usa nel senso di estrarre non un oggetto, ma di estrarre, esibire, mostrare a volte inaspettatamente, altre volte proprio al momento opportuno, al momento giusto.
Cosa può essere sfoderato? Una bella prestazione, come nell’esempio che abbiamo sentito all’inizio. Una bella prova, una bella partita eccetera. Si tratta sempre di un qualcosa di positivo che ha a che fare con le abilità di una persona.
Così come cristiano Ronaldo può sfoderare una grande prestazione, allora un cantante può sfoderare una voce meravigliosa, e un allenatore può sfoderare una formazione a sorpresa, decidendo di far giocare dei giocatori che nessuno si aspettava.
Una donna può sfoderare i suoi gioielli indossandoli durante un matrimonio;
Sempre nello sport, si può sfoderare un tiro fortissimo, oltre che una prova fenomenale, una prestazione fantastica. Abilità insomma, ma a volte quando si sfodera qualcosa lo si fa anche solo per mostrare, per far vedere che si ha questa abilità, per vantarsi quindi:
Guardate quanto sono bravo!
Guardate quanto sono bello!
Guardate tutti quanto sono ricco!
In questo caso si usa di più il verbo sfoggiare o anche ostentare. Se sono molto colto ad esempio posso sfoderare la mia cultura, e cose di questo tipo, ma meglio dire “sfoggiare“, o fare sfoggio della cultura, o “dare sfoggio” che è la stessa cosa.
Adesso un membro dell’associazione darà sfoggio della sua abilità sfoderando una bella frase di ripasso delle espressioni precedenti:
Liliana (Moldavia): Ok, allora non vedo come io possa tirarmi indietro: certo, dare sfoggio delle mie abilità ha un rovescio della medaglia, poiché tutti penseranno che sono vanitosa ed esibizionista. Ma non è vero, io sono anche molto modesta. Sono senz’altro migliore di tutti voi, cari ascoltatori ed ascoltatrici ed oltretutto verrà presto a galla anche che sono la più brava in italiano. Che volete, quando si nasce fortunati…
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“Per il calabrese medio il tetto di spesa è di centodiciannovemila euro.”
L’episodio di oggi riguarda il “tetto di spesa“. Avete ascoltato questa frase in cui si parla del “tetto di spesa“. Cos’è?
Dunque: si parla di soldi, di denaro, di spesa: quanto possiamo spendere? Qual è la somma che abbiamo a disposizione? Quanti soldi possiamo permetterci di spendere? Qual è, o quanto è il nostro limite massimo di spesa, cioè il nostro tetto di spesa?
Non parliamo della “spesa” al supermercato, al supermarket, per acquistare generi alimentari. E’ di quella spesa di cui si parla quando si dice: “vado a fare la spesa”, “c’è bisogno di fare la spesa“.
Il “tetto” – Photo by Matheus Bertelli on Pexels.com
Quando si parla di “tetto di spesa” si parla invece semplicemente di quantità di denaro che si può spendere, che può essere spesa. Le spese: sono ciò che esce dalle nostre tasche, e sono anche chiamate “uscite“, per questo motivo. All’opposto ci sono le entrate, cioè tutto ciò che entra nelle nostre tasche. Questi termini: entrate e spese sono usati normalmente nella finanza e negli uffici quando si parla di “movimenti finanziari”.
Allora il “tetto di spesa” rappresenta la cifra massima che possiamo spendere. Il tetto sapete cos’è?
Il tetto si trova sulle case, sulle abitazioni, è la copertura di un edificio, di un palazzo, di una casa. E dove sta il tetto? Sta in alto, quindi la casa termina col tetto. Non si può andare più in alto. Quindi in modo figurato, quando si parla di denaro, il “tetto” indica la cifra massima. E il tetto di spesa indica la cifra massima che si può spendere.
La parola “tetto” si usa anche in altri contesti: è sempre il punto più alto di qualcosa: ad esempio il tetto della carriera è il livello massimo del nostro percorso lavorativo (la carriera.
Quando si usa il tetto di spesa?
Si usa quando si parla di questioni lavorative o decisioni che riguardano la spesa di un comune, di un ministero, di un’azienda eccetera.
Si parla spesso anche di “Budget“, termine che non appartiene propriamente alla lingua italiana ma si usa molto. Il termine budget equivale proprio a “tetto di spesa”. Si usa anche “disponibilità finanziaria” ma questo è più tecnico.
Indica la cifra che è disponibile per essere spesa; quindi il badget è esattamente, o quasi la stessa cosa.
Dico quasi perché il budget ha un senso anche più ampio in termini finanziari.
Allora per non avere dubbi che si sta parlando proprio della cifra massima che non si può superare nella spesa, meglio parlare di “tetto di spesa”.
Ma si usa “il tetto di spesa” o il tetto di qualsiasi altra cosa? Si usa, si usa. Eccome se si usa.
In Italia molti dirigenti pubblici hanno superato il tetto stabilito per gli stipendi dei dipendenti dello Stato
Occorre fissare un tetto per le emissioni di CO2 delle aziende
Il governo ha deciso il tetto di spesa per i farmaci che possono essere rimborsate dallo Stato
Ripassiamo le espressioni passate:
Carmen (Germania): Attenzione a non confondere il tetto con “la tetta“, al femminile. Occorre usare sempre il maschile poiché si dà il caso che se usiamo il femminile stiamo parlando del seno femminile, Attenzione quindi: il tetto e non “la tetta” o “le tette”, appunto. Balzerebbe subito agli occhi che non avete capito la differenza, e voi potreste essere oggetto di scherno, cioè qualcuno potrebbe prendervi in giro.
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Giovanni: allora, tutti sapete cos’è un’ipotesi. Un’ipotesi è una possibilità, una eventualità. Rappresenta una costruzione mentale che riguarda qualcosa che potrebbe accadere e si usa questo termine quando vogliamo pensare alle conseguenze di questi fatti eventuali, queste ipotesi appunto.
Provate ad immaginare cosa sarebbe la lingua italiana se, per ipotesi, Dante Alighieri non fosse mai nato. Io userei le stesse parole adesso per spiegare questo episodio?
Una ipotesi può essere verosimile, cioè poco lontana dalla realtà oppure molto fantasiosa, molto lontana dalla realtà. In questo caso possiamo parlare di ipotesi strana, bislacca o bizzarra, termini simili a “fantasiosa”.
A volte, quando si parla di ipotesi, si sente anche l’aggettivo “peregrina”, un’ipotesi peregrina, per indicare che questa ipotesi questa possibilità questa eventualità è veramente poco probabile. Peregrina si associa spesso anche ad un’idea: un’idea peregrina con lo stesso significato: poco realistica, lontana dalla realtà.
Ma come ti vengono in mente queste idee peregrine?
Peregrina viene da pellegrino, cioè uno straniero che viene da lontano. I pellegrini sono coloro che vengono almeno da fuori città insomma persone che non si sono mai viste prima.
Allora anche un’ipotesi o un’idea quando è molto strana, possiamo chiamarla peregrina ma con la erre e non con la doppia elle di pellegrino. L’ipotesi e l’idea sono femminili quindi si usa peregrina, al femminile.
Ad un’ipotesi, questo è importante, deve seguire una conseguenza, qualcosa che avverrebbe se l’ipotesi fosse vera. Senza una conseguenza l’ipotesi potrebbe essere chiamata “esempio“.
Facciamo l’ipotesi che italiano semplicemente non esistesse. Cosa farei io per divertirmi?
Emanuele: Questa è veramente un’ipotesi peregrina papà!
Adesso ripassiamo le espressioni passate.
Khaled (Egitto 🇪🇬 ): C‘è chi dice che non esistono altri mondi abitati nell’universo. Io sono restio/a a credere che siamo gli unici esseri viventi mai esistiti. Questo discorso attiene anche alla religione in cui si crede. Com’è difficile e misterioso l’universo; nessuna ipotesi è abbastanza peregrina secondo me. Forse un giorno qualcuno, bontà sua, ci spiegherà tutto.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: avete appena ascoltato un papà troppo accondiscendente. Questa è la parola del giorno che viene dal verbo accondiscendere anche senza la a iniziale: condiscendere. Cioè? Cioè dire sempre di sì dire troppe volte sì.
Quindi una persona accondiscendente è una persona che accondiscende, cioè è arrendevole, cede troppo facilmente alle richieste degli altri.
Io sono stato troppo accondiscendente verso mio figlio. Si potrebbe dire anche accomodante. Ad ogni modo chi si mostra accondiscendente lo fa perché cerca di evitare di litigare di evitare le controversie.
Si può usare accondiscendente verso qualcuno oppure nei confronti di qualcuno.
Non si usa mai in modo positivo comunque.
Non essere sempre così accondiscendente!
Sei sempre troppo accondiscendente nei confronti di tutti.
Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di educazione dei figli.
Bogusia (🇵🇱 Polonia): tuo figlio esprime un desiderio ma tu sei di diverso avviso hai tre possibilità: accondiscendere anche se non sei d’accordo, tagliare corto e dire di no senza discutere, senza permettere a chicchessia di intervenire, ed infine tendere la mano a tuo figlio dicendo: può darsi che il tuo desiderio sia esaudito: se farai tutti i compiti e se metterai a posto la tua cameretta, che è molto disordinata.
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No? Certo, forse non l’hanno fatto usando la lingua italiana, ma questa è una frase che si usa di frequente (cioè spesso, frequentemente) soprattutto al lavoro.
Fa parte comunque del linguaggio informale, quello parlato.
In poche parole è un invito a accorciare un discorso, un invito a velocizzare una comunicazione: una persona sta parlando, sta spiegando una cosa, una qualsiasi cosa, sta dando una qualsiasi comunicazione ma sta impiegando molto tempo, parla molto, si sta dilungando. Allora se si sta dilungando con le spiegazioni, in questo caso si può chiedere di “tagliare corto”:
Taglia corto Giovanni! Non abbiamo molto tempo!
E’ un invito un po’ brusco, fate attenzione. Non è molto educato rivolgersi in questo modo ad una persona e se non la conoscete vi sconsiglio di usarla. Potrebbe essere offensivo. Dipende anche dal tono che usate comunque.
Poi l’espressione “tagliare corto” si usa anche per spiegare il comportamento di una persona, che, al contrario, anziché dedicare del tempo a qualcosa di importante, anziché spiegare bene una cosa, anziché cioè dedicare tutto il tempo necessario ad una conversazione, quando parla con una persona, ebbene questa persona “taglia corto” ,cioè interrompe bruscamente la conversazione per far capire che non ha voglia di parlare o di dedicare del tempo in più alla persona con cui parla. Ad esempio dice:
Ok, poi ne riparliamo!
E’ un po’ maleducato “tagliare corto” quando si parla con una persona, perché questa espressione esprime la voglia di liquidare questa persona, cioè di liberarsi di lei il prima possibile.
Il verbo tagliare ovviamente indica la volontà di accorciare la comunicazione, di tagliarla, la volontà di usare meno parole, di “arrivare subito al dunque”.
Questa è un’altra espressione, quasi del tutto equivalente a “tagliare corto”.
Un’altra alternativa è: “farla breve”. Sempre molto informale comunque. “Breve” significa che dura poco.
Se si vuole invitare a essere più brevi comunque, si può chiedere di “arrivare al nocciolo della questione”, o “arrivare al fulcro del discorso”: è molto più educato di “falla breve!” o “taglia corto!”
Quindi posso dire, in modo confidenziale:
Giovanni, cerca di farla breve, poiché non abbiamo molto tempo!
oppure, sempre tra amici:
Giovanni, cerca di tagliare corto, poiché non abbiamo molto tempo!
Oppure, più educatamente:
Giovanni, cerca di arrivare al nocciolo della questione, poiché non abbiamo molto tempo!
Spesso si usa anche “tagliar corto” senza la “e” finale del verbo tagliare. Forse proprio perché si deve dare subito un buon esempio, ed allora iniziamo a tagliare subito il verbo!
Ok la faccio breve anche io, per tener fede al nome della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di strategie comunicative.
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Giovanni: Io credo che bisogna fare qualcosa per la terra, per l’ambiente e ridurre le emissioni di anidride carbonica. Questa è la mia opinione.
E tu, di che avviso sei?
Ti hanno mai fatto questa domanda?
Beh, se ti fanno una domanda di questo tipo, sappi che il termine “avviso” può essere un sinonimo di “opinione“: in pratica chi fa questa domanda (di quale avviso sei?) vuole sapere cosa ne pensi, vuole sapere la tua opinione, vuole conoscere di quale avviso tu sia. Il verbo essere è importante per riconoscere questo particolare significato di “avviso“.
Ci sono molti modi diversi in realtà, anche più formali, per chiedere un’opinione, cioè un modo soggettivo di vedere o di considerare una cosa, ad esempio usando la parola “parere” o usare il verbo “ritenere” (io ritengo che…).
Come rispondere se vi fanno una domanda in cui chiedono il vostro avviso?
Anche per rispondere avete un’ampia gamma di scelta. Se voi siete siete d’accordo, potete rispondere (usando sempre la parola “avviso“):
A mio avviso hai ragione.
Sono del tuo stesso avviso
Se invece non sei d’accordo puoi dire:
Su questo problema sono di diverso avviso
Sono dell’avviso opposto al tuo.
“A mio avviso” quindi vuole dire: “la mia opinione è” (qui non usiamo il verbo essere) inoltre si può essere dello stesso avviso (quando si è d’accordo) oppure “si è di avviso opposto” o “di diverso avviso”
Meglio non mettere un articolo davanti alla parola “avviso” (un avviso, l’avviso, gli avvisi eccetera) altrimenti si rischia di confondere questo avviso, inteso come opinione all’avviso inteso come informazione utile, una comunicazione, un’avvertenza, tipo nella frase: “è stato appeso un avviso alla porta” (quindi un annuncio, un’informazione) oppure la frase “ti avviso che sono sposato!” (cioè ti informo).
Qui uso il verbo avvisare, che ha un altro significato: informare, appunto.
Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando sempre di ambiente con Sofie.
Sofie (Belgio): Voi, potenti del mondo, sapete cosa state facendo per salvarlo? Questa non è una domanda retorica. Niente! Avete considerato tutti gli annessi e connessi delle vostre decisioni politiche? Come vi permettete di prenderci in giro? Il mondo sta morendo, non sono voci false e tendenziose queste. Non state facendo abbastanza e siamo tutti stanchi di abbozzare. Stanno venendo a galla tutte le conseguenze delle vostre scelte, delle quali tutti noi stiamo rispondendo con la vita, con le malattie e con il riscaldamento globale. Oltretutto sembra anche che non ve ne rendiate conto.
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Ulrike: Ciao amici di italiano semplicemente. Benvenuti ad un’altra puntata della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Ho il permesso di Giovanni, il creatore del sito, di spiegarvi la locuzione può darsi/può darsi che.
Giovanni: infatti, permesso accordato. Abbiamo preso un’ottima abitudine sai?
Ulrike: Può darsi, si vede subito, è composto da due verbi: vediamo la terza persona singolare del verbo potere che esprime la facoltà di fare, di agire secondo la propria volontà, poi il verbo dare nella sua forma riflessiva, darsi appunto.
Giovanni: sai una cosa? Non avevo pensato che la parola darsi, nella frase “può darsi” fosse il verbo dare. Si scopre sempre qualcosa…
Ulrike: Il verbo dare lo conosciamo bene (a parte Giovanni, si fa per scherzare) e lo usiamo spesso. Nel senso proprio significa “passare qualcosa”: dare la mano, dare una mela, ecc. Poi di sono tantissimi locuzioni con il verbo dare/darsi. Vi Ricordate ad esempio di alcuni episodi di questa rubrica di due minuti come “dare seguito a“, “darsi a” e anche “si dà il caso che“? Cogliete l’occasione per una ripetizione!
Il verbo riflessivo “darsi” viene usato con significati diversi, spesso col senso di dedicarsi completamente, con intensità (darsi allo studio, darsi alla carriera) o anche dichiararsi (darsi per vinto/a, darsi per malato/a) o col senso di “esserci” come nella locuzione “si dà il caso che“.
Nell’ espressione di cui parliamo oggi, “darsi” viene usata come avverbio nella forma può darsi che. Un avverbio, come sapete, ci serve a modificare, determinare o accentuare un verbo. Può darsi che si usa per esprimere che una determinata cosa potrebbe accadere, che c’è un certo grado di probabilità che la cosa di cui parliamo si verificherà o accadrà. Si usa anche come conferma di un’opinione o affermazione altrui, una conferma un po’ tiepida, incerta però.
Vi faccio qualche esempio:
Può darsiche mi sbagli, ma pare che tu sia arrabbiato con me.
Può darsi che tu non mi creda, ma è proprio la verità.
Tu mi dici di aver trovato la soluzione del nostro problema? Beh, io non so, ma può darsi che tu abbia ragione.
Negli esempi potrei sostituire può darsi con le parole “possibilmente”, “èprobabile/probabilmente“, “forse”
Chiaro? Fate attenzione però: usata in modo corretto la locuzione richiede l’uso del congiuntivo.
Potrei chiedervi ora se la mia spiegazione vi abbia dato una mano per comprendere l’espressione e voi potreste rispondermi: può darsi! E questo è il secondo modo di usare può darsi cioè come risposta secca ad una domanda, come interiezione.
Ci rivedremo qui un’altra volta? Può darsi!
Ciao amici, può darsi che io abbia sforato i due minuti. Abbiate pazienza!
Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di mariti, di mogli, e di passione… sì… quella per il calcio:
Junna (Cina): Se tuo marito ancora non ha messo la testa a posto a posto e si ostina a giocare a calcetto nonostante l’età, allora può darsi, anzi è sicuro che sia un po’ duro di comprendonio! In tali casi si consiglia alla moglie di non chiosare frasi offensive contro di lui. Armatevi di pazienza e quando toneranno a casa con un piede rotto, saranno meno restii ad accettare che anche loro devono sottostare alla legge del tempo che passa, e che se non lo fanno sono proprio loro a pagare lo scotto.
Hartmut (Germania): Va bene, è vero. Comunque mi resta sempre il calcio in TV! Così potrò vederlo tutti i giorni!! Non vi dico quanto sarà contenta mia moglie!
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Giovanni: “chicchessia” è un termine molto interessante. Uno di quei termini che si usano quando si è arrabbiati! E’ facile ascoltarlo in una discussione, in un dibattito televisivo, soprattutto quando ci si difende. Quando una persona è sulla difensiva, cioè quando questa persona si sta difendendo, allora può pronunciare la parola “chicchessia”.
Ad esempio, se dico che la mia opinione è importante, allora posso aggiungere:
Non permetto a chicchessia di dire che la mia opinione non sia importante
In pratica: non lo permetto a nessuno. Ok, quindi chicchessia vuol dire “nessuno”.
Ma perché chicchessia? E’ anche difficile da scrivere e da pronunciare per qualcuno. Chicchessia, una sola parola, viene da chiunque sia, cioè chiunque sia questa persona. Nell’esempio quindi, non importa chi sia questa persona, io non le permetterò di dire che la mia opinione non è importante. Semplice vero?
Si usa più spesso però in frasi negative:
Ti dico un segreto, ma non parlarne con chicchessia.
Cioè non parlarne con nessuno, neanche tua madre, neanche una persona della tua famiglia, insomma: chiunque sia questa persona, non rivelare questo segreto con nessuno.
Come termine è molto usato, ma ovviamente si usa molto più spesso il termine “nessuno“, ma questa rubrica serve ad aumentare il vocabolario. O no?
Sfido chicchessia a dire il contrario!
Come vedete “sfido chicchessia” ha il senso di “sfido tutti”, cioè “sfido chiunque”, non importa chi sia questa persona, quindi il termine “nessuno” non sempre è il più adatto a rappresentare chicchessia. A volte è meglio “tutti”, altre volte “chiunque“.
Si dice anche “qualsivoglia persona” in alcune circostanze.
Infatti sempre a delle persone ci si riferisce, questo è chiaro: si parla di persone. Non possiamo usare chicchessia per parlare di oggetti o cose diverse dalle persone.
In questo caso meglio dire “qualunque” (che sostituisce il chiunque delle persone) o anche “qualsivoglia” (che vuol dire “qualunque si voglia”, cioè “qualunque sia” o semplicemente “qualsiasi“, “qualunque“.
Per sentirmi soddisfatto e felice di Italiano Semplicemente a me basta un qualsivoglia commento positivo da parte dei visitatori.
Adesso ripassiamo le espressioni passate.
Sofie (Belgio) e Natalia (Colombia): Non importa il metodo che seguiate per imparare l’italiano. Qualsivoglia metodo può essere produttivo se c’è la volontà e la passione e se non si è restiiall’ascolto. Ovviamente se non c’è tempo le cose si complicano. Fortunatamente qualcuno ha messo a puntouna tecnica efficace, basata su alcune semplici regoline (7 semplici regole), che possono aiutare chicchessia a migliorare il suo livello. Qualcuno potrebbe chiosare: “è impossibile senza studiare la grammatica”, ma voi potreste fregarvene. Comunque, a prescindere dal metodo, una volta trovato quello giusto per voi, meglio concentrarsi su questo, altrimenti potreste andare in tilt.
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L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Flora: la locuzione “mettere a posto qualcosa” significa collocarla nel suo giusto ordine e, per estensione, aggiustare, riparare, rimettere in efficienza, riferito a macchine, meccanismi e similia, ma anche a singole parti del corpo: hai messo a posto la televisione?
devo far mettere a posto i fari dell’automobile
quando ti deciderai a farti mettere a posto i denti?
vado a farmi mettere a posto i capelli
In senso figurato, mettere la testa a posto, rinsavire, mettere giudizio; mettere a posto le cose, mettere a posto ogni cosa, mettere tutto a posto, sistemare definitivamente, risolvere problemi, questioni, situazioni complesse, appianando ogni difficoltà, chiarendo eventuali malintesi, ecc.
Mettere a posto qualcuno, dargli una sistemazione economica, procurargli un impiego redditizio.
Analogamente, mettersi a posto, trovare una sistemazione conveniente, farsi una casa, una famiglia, ecc.
Con altro significato, invece, costringere all’osservanza dell’educazione, al rispetto, chi non si comporta in modo adeguato: se non obbedisci, ti metto a posto io!
La frase “saper stare al proprio posto” indica l’avere una buona educazione e, quindi, essere in grado di muoversi, comportarsi, opportunamente in ogni ambiente.
Ho avuto l’ordine di mettere a posto la barca.
Di sicuro potrebbe fare qualche telefonata e mettere a posto questa situazione.
Mi scusi, signora, se non serve altro, finisco di mettere a posto in cucina e vado via.
Piccola postilla: In italiano esiste anche la parola “apposto”, scritta con due P. Si tratta del Participio Passato del verbo apporre. Rispetto alla locuzione “a posto” ha ben altro significato: collocare, mettere accanto, aggiungere, mettere sotto o sopra:
Spero che tu ed Antonio non confabuliate per apporre cambiamenti all’itinerario del nostro prossimo viaggio, perché così è stato deciso dal gruppo.L
‘artigiano che mi restaurò un’antica edizione della “Divina Commedia” del Dorè, intercalò al testo alcune pagine in bianco, per potervi apporre note.
Mi venne chiesto di apporre la firma su alcuni documenti.
Ricordati di apporre il bollo sulla fattura del medico!
Prima di apporre il cappotto nell’armadio portalo in lavanderia!
Giovanni: adesso dopo aver ascoltato le parole della nostra Flora, una ragazza a posto ve lo posso garantire, adesso ripassiamo alcune espressioni passate della rubrica due minuti con italiano semplicemente Ci aiuta Anthony.
Anthony (USA): Cercando di pronunciare frasi perfette in italiano a volte ci si deve scervellare. Ma in realtà con questi episodi di due minuti con italiano semplicemente si può, anzi si deve sempre tornarealla carica affinché funzioni. In questo modo, dopo i dovuti sforzi (si spera anche gradevoli) si comincerà ad ingranare con questa bellissima lingua.
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Giovanni: lo so ragazzi che l’italiano è una lingua difficile, ma proprio per questo esiste Italiano Semplicemente.
Ai più restii, per convincerli tutti dico che si può imparare questa bella lingua anche se non si ha molto tempo, usando le sette regole d’oro. A loro dico: ascoltate più che potete e ripetete l’ascolto.
Questo lo dico a tutti, ma soprattutto lo dico ai più restii, le persone più restie, che sono quelle più difficili da convincere, perché le persone restie hanno ancora dei dubbi.
Le persone restie, questo è l’argomento dell’episodio di oggi, non si convincono facilmente, hanno difficoltà a fare il passo successivo, quello definitivo.
Se anche tu sei ancora un po’ restio ad assimilare, comprendere e applicare le sette regole d’oro, allora puoi fare una prova di una settimana: ti scarichi qualche episodio, lo ascolti quando hai tempo, sfruttando i momenti in cui il tuo cervello non è molto impegnato e poi vediamo se dopo una settimana sarai ancora restio come prima.
Se non si è ancora capito bene, una persona si dice restia quando non è del tutto convinta di qualcosa oppure quando non è disposta a cedere alle volontà di qualcun altro oppure ad assumersi un impegno.
Esistono persone restie a credere che gli esercizi di grammatica sono essenziali, e persone che sono restie a obbedire, a lasciarsi persuadere, a lasciarsi convincere in generale. In questo caso fa parte del proprio carattere l’essere restii ad obbedire, ed abbiamo a che fare con una persona restia.
Volete sapere se anche io sono restio per natura? Beh, dipende. Restio a cosa?
Personalmente sono restio a fidarmi delle persone che credono di saper tutto. Per finire, restio, restii, restia e restie terminano sempre con due vocali e si usa la preposizione “a” o “verso“:
Sono sempre restio verso questo tipo di soluzione
Il giocatore sembra restio verso un trasferimento alla Roma
Adesso ripasso espressioni precedenti parlando di pragmatismo:
Junna (Cina) e Daria (Russia): Le persone restie all’azione spesso indispongono le persone pragmatiche, che invece amano agire per raggiungere i risultati. Queste ultime amano tener fede ai loro propositi, alle loro idee. Invece Il restio all’azione, per carattere, non amarompere gli indugi, raggiungendo in tal modo gli obiettivi che si era prefisso. Per questi (Nota: “questi” nel senso singolare: vedi articolo) c’è sempre un motivo che giustifica la non azione, e magari ne fa una questione di forma. L’altro, d’altro canto, cioè il pragmatico, ovviamente non si capacita di questo comportamento. D’altronde, che vuoi, la sostanza per lui è l’unica cosa che conta davvero.
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Giovanni: ieri abbiamo visto la parola appunto, un’unica parola che come abbiamo visto ha più significati.
La parola appunto ha la stessa pronuncia di “a punto“, due parole: a, punto. A senza lettera h: si tratta della preposizione “a”, altrimenti parleremmo del verbo pungere (io ho punto, tu hai punto, lui ha punto ecc.).
La questione della pronuncia, che non cambia, è dovuta alla regola del “rafforzamento“, a cui abbiamo dedicato un episodio molto interessante su Italiano Semplicemente. Date un’occhiata se siete curiosi.
Cosa significa “a punto” in questo caso?
Non so se avete mai sentito o letto l’espressione “mettere a punto“.
Il “punto” come singola parola ha mille significati, e uno di questi è relativo alla fine di una frase: alla fine di una frase si mette un punto.
Ma quando questa parola è preceduta dalla lettera “a”, intesa come preposizione semplice, ha un senso preciso, legato comunque alla “fine” di qualcosa.
Mettere a punto una soluzione, Mettere a punto una procedura, un sistema, un calendario di appuntamenti, un piano. o anche un apparecchio qualsiasi.
Quando si mette a punto qualcosa, che sia materiale o meno, questa cosa, dopo la messa a punto, dovrebbe essere in grado di assolvere il suo compito, quindi uno strumento, se messo a punto, poi dovrebbe funzionare.
Una applicazione per il cellulare, prima della messa a punto potrebbe avere qualche problema di funzionamento, ma dopo che questi problemi sono stati sistemati, dopo cioè che questa applicazione è stata messa a punto (dopo la messa a punto, possiamo dire), tutti i problemi dovrebbero essere risolti.
Quindi la messa a punto ha a che fare con la funzionalità, con l’efficienza di qualcosa. Prima della messa a punto c’è qualcosa che non va, ma dopo la messa a punto i problemi, anche quelli più piccoli, si presume siano stati risolti.
C’è un’idea di precisione nella messa a punto, un’idea di perfezionamento, di aggiustamento.
Il governo italiano cerca di mettere a punto il piano di rilancio economico del paese. Buon lavoro.
Nella sanità, bisogna mettere a punto cure sempre più “su misura” per il paziente.
Il mio piano ha bisogno di una messa a punto dal punto di vista della tempistica
Domanda: Posso usare un modo diverso, magari una sola parola, un solo verbo, al posto di “mettere a punto”?
Sì,m certo, posso dire “sistemare“, “perfezionare“. Il verbo migliorare non è proprio perfetto invece, perché non dà abbastanza garanzie: infatti la messa a punto, almeno in teoria, è definitiva, come il “punto” alla fine della frase.
Aggiungo che la parola “puntino” rende ancora meglio l’idea di perfezione: fare una qualsiasi cosa “a puntino” (cuocere a puntino, ad esempio) significa farla con molta precisione.
Ripasso espressioni precedenti:
Natalia (colombia): Credo che con queste frasi finali di ripasso sia stata messa a punto una bella rubrica per migliorare la lingua italiana. Anche i più duri di comprendonio finiranno per capire. Domani torneremo dunque alla carica con un altro episodio, appunto per essere conformi all’idea stessa della rubrica dei due minuti al giorno. Se siete stanchi fatevi un bel caffè. L’ammazza-caffè riservatelo per un’altra occasione.
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Giovanni: Oggi Daria, membro dell’associazione Italiano semplicemente, vi spiega la parola “appunto”. Ciao Daria.
Daria (Russia): Ciao a tutti! Mi chiamo Daria, sono russa e questo è il mio primo tentativo di creare un episodio della rubrica “2 minuti con italiano semplicemente”.
Bene. Allora esordirei con una parola semplice. Sono sicura che la conoscete tutti. La parola è “APPUNTO”.
Quando ho cercato nei vocabolari i significati della parola APPUNTO ho scoperto che si può usarla in modi diversi.
Il significato che sento più spesso è come una esclamazione: APPUNTO serve a affermare un’idea che è stata appena pronunciata o per confermare che qualcosa corrisponde al vero.
Ad esempio:
Credo che ognuno di noi possa trovare 10 minuti di tempo per telefonare ai propri genitori.
Io li chiamo appunto ogni giorno!
È simile ad “infatti” come vedete.
APPUNTO si può anche usare per confermare un’azione compiuta, ad esempio:
Era appunto Daria che ci ha ricordato di chiamare i genitori.
Non possiamo non accorgersi che appunto è simile anche a “proprio”.
Un altro esempio:
Ah, i genitori! Volevo appunto chiamarli quando ho sentito l’esempio di Daria.
Oppure:
Stavo appunto cercando il cellulare per chiamare mio papà.
Giovanni: Daria, come stanno i tuoi genitori? Li hai sentiti?
Daria: bene grazie, si li ho sentiti. Li sento ogni giorno. Stanno bene.
Giovanni: sei sicura?
Daria: certo, appunto perché li chiamo ogni giorno so che stanno bene.
Giovanni: Ah bene, è importante chiamarli.
Daria: Per l’appunto! Ci si deve prendere cura di loro.
È Interessante anche il sostantivo “appunto“, che gli studenti conoscono bene.
Ebbene, come sostantivo ha non solo il significato di una nota o un promemoria ma anche di commento critico. Provo a fare un esempio per confrontare questi due significati:
Durante la riunione l’assistente prendeva degli appunti per poterli consultare dopo e scrivere un’email riassuntiva.
Il direttore durante la riunione ha fatto un appunto a quelli che erano in ritardo e cincischiavano al lavoro.
Ovviamente, nella prima frase gli appunti presi sono le note scritte che premettono all’assistente di ricordare il discorso della riunione. Allora, in questo caso prendere degli appunti significa scrivere, fissare alcune idee, per non dimenticarle.
Invece nella seconda frase l’espressione fare un appunto serve per rimproverare i lavoratori di quello che hanno fatto. Prendere e fare sono i verbi che ci aiutano a distinguere i due casi.
Poi ci sono anche gli appunti del computer, che si usa solo al plurale: copiate un testo o un’immagine e questa finisce negli appunti, un’area di memoria temporanea.
Adesso ripasso espressioni precedenti con Andrè, che sta per venire in Italia a trovarmi.
André (Brasile) :
la notte scorsa mia figlia ha perso il sonno e poi camminava per la casa come un’anima in pena! Mi sono accorto che era troppo ansiosa perchè tra pocchi giorni partiremo per l’Italia, il viaggio che sarà il suo esordio internazionale! Mi sono visto costretto a tenderle la mano e quindi, le ho detto: calmati Ana Luiza, saremo a Roma in men che no si dica, inoltre terrò fede a quello che ti ho detto: sarà una vacanza indimenticabile e tra l’altro dobbiamo arrivarci ben riposati, non vorrei cincischiare, vorrei visitare tutti i posti dell’itinerario di viaggio che abbiamo abbozzato!
Grazie per la vostra attenzione e ci sentiamo presto. Ciao!
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Si sente abbastanza spesso al telegiornale, ascoltando le notizie del giorno, viene detto ad esempio:
Il presidente chiosa: dobbiamo reagire!
Quando una persona chiosa, si tratta quasi sempre di un commento critico, di un rimprovero, di una nota negativa. Un rimprovero verso qualcuno, qualunque persona, anche se stesso in teoria.
Non è un verbo che si utilizza nel linguaggio quotidiano, questo bisogna dirlo, infatti normalmente diremmo:
Giovanni ha detto, Giovanni ha commentato dicendo, eccetera, ma poi per rendere lo stesso significato devo aggiungere qualcosa in più, qualcosa che dia il senso negativo della critica, il senso di rimprovero o al limite di incitazione. Spesso chiosare qualcosa ha un obiettivo preciso, serve a proporre un’azione da intraprendere.
Deve essere inoltre una frase secca, che deve dare un senso immediato di azione, come a dire: qualcosa non va, dobbiamo fare qualcosa.
Ha anche un senso un po’ autoritario, spesso si usa con persone importanti.
Inoltre non si usa mai in prima persona, ma sempre quando si parla di altre persone, proprio come fanno i giornalisti.
Quando si usa chiosare, vanno sempre riportate le parole più o meno esatte, usate dalla persona di cui si parla. Questo è molto importante.
Giovanni, quando ha sentito una persona dire che c’è bisogno di più grammatica in italiano semplicemente, ha immediatamente chiosato:
“non esiste tra le sette regole d’oro, quindi non si usa la grammatica”
Ripasso espressioni precedenti:
Carmen (Germania 🇩🇪) :
Ogni volta che si disubbidisce ad un genitore, spesso lo si sente chiosare contro il figlio, che spesso è costretto a sottostare alle regole imposte dall’alto. C’è comunque chi se ne frega. Altri figli fanno finta di essereduridicomprendonio. C’è chi dice che essere rigidi con i figli lasci il tempo che trova, e che invece occorra armarsidipazienza.
Altri invece sostengono che non bisogna mai abbozzare, senza fare mai strappi alle regole con loro, e che qualche schiaffo ogni tanto sia utile per impedire loro che non prendano una brutta piega.
Io sinceramente credo che occorra essere pazienti, comportarsi con fare amorevole e solo quando si esagera, quando cioè la misura è colma, bisogna intervenire rigidamente, ma spesso, devo essere sincera, sonocombattuto tra la linea morbida e quella dura. Non è facile fare i genitori.
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Andrè (Brasile): buongiorno a tutti, sono Andre dal Brasile! Gianni mi a lanciato una sfida. Mi ha chiesto di realizzare un episodio per i “due minuti con italiano semplicemente” con un soggetto a mia scelta.
lo dovrei farlo assolutamente da solo (quasi, ovviamente 😄)! Gli ho subito risposto: stai scherzando? E’ troppo difficile, e lui: è qui che casca l’asino!
Quindi, non vi dico che agitazione che mi è presa!
Gianni: Parlo sul serio, prima o poi tutti i membri devono esordire in questa rubrica e cimentarsi nella realizzazione di un episodio da soli.
André: Va bene Gianni, cercherò di farlo come si deve, comunque non so quale argomento posso utilizzare e poi chi se ne fregherà di quello che dirò?
io me ne frego, tu te ne freghi, lui se ne frega ecc…
sapete cosa significa questo verbo che è molto usato dagli italiani in contesti informali?
Quindi questo è un verbo utilizzato per dimostrare un totale disinteresse, un disprezzo di qualcosa.
Vi faccio un esempio:
Ehi Gianni, hai visto che la Roma ha perso la seconda partita in questa stagione? Mamma mia, ogni due per tre veniamo battuti!
-beh André, e chi se ne frega?
Bravo, chi ne se frega! A volte sembra una domanda, ma in realtà è una esclamazione. Informale, è vero, e anche abbastanza sgarbata. Usatela solo con gli amici.
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Flora: Come si evince dal titolo della lezione, la parola “tilt” può andare a braccetto con tre verbi e stare in piedi da sola.
Il termine, inglese, significa: colpo, blocco, guasto.
Nel gioco del flipper, il tilt è il contatto elettrico che provoca l’interruzione del gioco e l’accensione di una spia luminosa, in seguito a una mossa scorretta da parte del giocatore che, per ottenere un migliore risultato, dà al flipper una certa inclinazione o lo scuote violentemente.
Andare in tilt fa riferimento al gioco del flipper ma, forse, non tutti sanno che in inglese “tilt” (inclinazione) indica la causa dell’interruzione della partita.
La scritta omonima si accende dopo un comportamento scorretto, ad es. quando il piano di gioco è stato inclinato o scosso, mentre l’espressione italiana “in tilt” descrive l’effetto, ovvero l’interruzione stessa, e per estensione è entrata nel linguaggio comune con il significato di “blocco improvviso difficilmente risolvibile”, discostandosi parecchio dal termine originale inglese.
Fare tilt, andare in tilt, essere in tilt sta per: cessare di funzionare, subire un guasto: la rete elettrica ha fatto tilt; il servizio telefonico, nelle ore di punta, rischia di andare in tilt.
In senso figurato, le varie versioni della frase significano: perdere il controllo, la lucidità, bloccarsi, esaurire le proprie energie:
il cervello gli è andato in tilt
durante l’esame all’improvviso ha fatto tilt e non ha aperto più bocca
È inutile far continuare la gara, ormai il concorrente è in tilt.
Ripetiamo il significato delle varie espressioni accumunate dalla parola tilt: perdere la normale lucidità mentale o il normale equilibrio; far fatica a ragionare per stanchezza, sovraffaticamento e simili.
Usato di solito in riferimento a episodi temporanei della vita di una persona.
Sto tornando a Milano proprio oggi che c’è stato il nubifragio e quello che mi hanno detto non è del tutto rassicurante.
Unica cosa vagamente curiosa (per me) è che quasi tutti i mezzi di comunicazione abbiano dato la notizia usando l’espressione: andare in tilt.
Andare in tilt è normale. Gli umani non sono macchine. Solo i grandi rimediano, però. Sanno rialzarsi dopo essere caduti.
Il denaro fa andare in tilt l’etica di un uomo.
A metà della gara, le gambe dei pallavolisti neozelandesi erano già in tilt.
Nella pallavolo serve innanzitutto tanta pazienza per affrontare lunghi ed estenuanti allenamenti.
Ripasso espressioni precedenti:
Lia (Brasile 🇧🇷): Quando ho un esame all’università mi capita che davanti al professore il cervello mi vada in tilt in men che non si dica. Le rassicurazioni da parte di mia madre lasciano il tempo che trovano, è inutile dire “ calmo, è solo un esame” . Probabilmente mi devo solo abituare agli esami, altrimenti sarò annoverata tra i più emotivi studenti del mondo.
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Ulrike: Ciao amici, sono Ulrike, membro dell’associazione italiano semplicemente. Giovanni mi ha dato il via libera per spiegarvi l’espressione essere duri di comprendonio. Grazie Gianni per avermi dato la possibilità di esercitarmi in questo modo.
Guardiamo per primo la parola duro/duri o dura, un aggettivo che conoscete bene ovviamente. Sono tante le cose che possono essere dure. Per comprendere il significato nel contesto dell’espressione aiuta l’immagine di un muro o una materia qualsiasi che non si può trafiggere facilmente. Pensate per esempio ad una parete che resiste quando provate ad appendere un quadro e il chiodo non vuole entrare.
Ho appena usato la parola comprendere, che significa “capire” e già siamo vicini alla seconda parola dell’espressione, la parola comprendonio. Il sostantivo comprendonio indica la capacità di comprendere, di afferrare con la mente, in pratica l’intelligenza.
Attenzione però, la parola comprendonio viene usato sempre in frasi negative, spesso con una connotazione scherzosa o ironica, quando una persona non capisce qualcosa. Faccio un esempio:
Immagina che tu stia con qualche amico e che tu abbia fatto una battuta. Tutti ridono, solo Giovanni – va bene prendiamo un altro nome, diciamo Marco – ti guarda con la faccia stordita, evidentemente non ha capito la battuta, che tutti gli altri avevano capito però. Tu ora potresti dire: dai Marco, sei duro di comprendonio oggi? Davvero non capisci ciò che tutti hanno capito?
Cos’ è successo allora? L’effetto finale della battuta non è arrivato a Marco, non è passato dagli orecchi fino al cervello; il cervello ha cioè opposto resistenza, possiamo dire, una dura resistenza, cioè Marco non riusciva a capire ciò che tutti avevano capito: è stato duro di comprendonio appunto.
Grazie della vostra attenzione! Se il significato dell’espressione ancora non è del tutto chiaro, di certo non è che siete voi i duri di comprendonio. Sarà invece che io non mi sono spiegata bene. Fatemi sapere.
Ripassiamo le espressioni passate con Cristine dal Brasile
Cristine (Brasile): Mi piace l’oggettodi cui vertel’episodio di oggi. Il comprendonio quindi, se ho capito, è la capacità di apprendere o di comprendere, l’intelligenza. Spero di essere morbida di comprendonio allora… ma ho la sensazione che questa frase non vada per la maggiore…
Giovanni: Infatti Cristine, sei stata arguta, hai proprio ragione!
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Eccoci qua, ciao a tutti, sono Giovanni, di Italiano Semplicemente e oggi volevo raccontarvi il primo incontro dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Allora finalmente sono qui a raccontarvi di questa prima riunione dei membri, svoltasi in Puglia dal 6 al 9 settembre dell’anno 2019.
Un appuntamento molto atteso per diversi motivi. Per quanto mi riguarda volevo da una parte tener fede alla promessa fatta, che poiera una promessa fatta anche a me stesso, beninteso.
Inoltre sono molto sensibile alle emozioni, personalmente, e ogni tanto mi piace regalarmene qualcuna. Devo dire che l’incontro non ha deluso le aspettative. Ma adesso vi racconto come sono andate le cose. Mi raccomando state attenti alle espressioni, che ho già iniziato ad usare. Nella trascrizione di questo episodio ci sono i collegamenti che vi portano alle singole espressioni spiegate. Se doveste avere qualche problema di comprensione è del tutto normale, ma qualoranon riusciate neanche a capire il senso di una frase meglio dedicare un po’ di tempo a queste espressioni, onde evitare di demoralizzarsi.
Io e la mia famiglia siamo andati in Puglia qualche giorno prima, molto vicini alla struttura che ha ospitato i membri. D’altronde è la stessa cosa che ha fatto anche qualcun altro, con cui abbiamo avuto il piacere di condividere una serata insieme, prima della riunione dei membri.
In quell’occasione abbiamo trascorso una bella serata con una bella grigliata di carne, in compagnia di qualche pianta di ulivo. Un bell’ambiente fresco nella natura. Abbiamo concluso la serata con un buon caffè ed anche con un ammazza-caffè ungherese a base di mela, sebbene l’avessimo bevuto anche all’inizio del pasto, come ci era stato raccomandato.
Poi dal giorno 6 ci hanno raggiunto anche altri membri, di diversa nazionalità: finlandese, ungherese, spagnola, russa e slovena.
Dunque, il primo giorno abbiamo esorditocon una gita in barca, e abbiamo potuto visitare la costa ionica e le sue grotte naturali. Molto interessante anche la spiegazione del chiamiamolo “barcaiolo”, o dell’autista, il conducente della barca a motore, o come vogliamo chiamarlo. Ad ogni modo ha spiegato bene, e aveva anche un fare simpatico.
i membri dell’associazione in gita a Santa Maria di Leuca (Puglia)
Peccato che ad un certo punto abbia abbandonato la barca per farsi un bagno anche lui.
Vabbè, comunque il mare era tranquillissimo e dunque, ammesso e non concesso che lui abbia pensato a questo, non è stato un vero tiro mancino verso di noi che comunque siamo stati un po’ colti alla sprovvista da questo. Io stesso ad un certo punto non vendendolo più alla guida mi sono detto: ma dov’è? Dove si è nascosto?
Comunque… chiudiamo la parentesi barcaiolo. Le ville ottocentesche, ben conservate, proprio sulla costa, arricchivano il paesaggio, molto suggestivo. Abbiamo fatto qualche tuffo nel mare blu dello ionio (ed anche un po’ freddo a tratti). Veramente un’acqua meravigliosa. Questa gita di un’ora e mezza è stata la prima occasione in cui tutti i membri che hanno partecipato all’incontro si sono conosciuti dal vivo,a tu per tu.
Ovviamente è stato un “primo incontro” particolare, perché sebbene non conoscessimo l’uno vita morte e miracoli dell’altro, almeno in parte ci siconosceva già, avendo condiviso insieme molte informazioni nel gruppo WhatsApp dell’associazione.
Abbiamo fatto anche sport insieme, pensate un po’, la mattina presto, prima di colazione.
Non voglio raccontarvi tutto ciò che abbiamo fatto, ma sono emerse in generale, durante questo incontro in Puglia, alcuni aspetti simpatici, e vale la pena fermarsi su questi un attimo.
La questione “lingua” è stata credo molto interessante, ma affrontata in modo diverso dai partecipanti. C’era chi faceva molte domande su questo aspetto, e questo mi ha fatto molto piacere, chi ne faceva un po’ meno ma ugualmente non si tirava indietro quando c’era da rispondere ad una domanda o dire la sua opinione. C’erano anche degli amici italiani che ci hanno fatto compagnia e probabilmente questo ha arricchito ulteriormente il dialogo.
A volte ho avuto la sensazione che ci fossero alcune difficoltà di comprensione, ma questo è normale perché spesso gli italiani parlano velocemente e dimenticano che ci sono stranieri che ascoltano. Speriamo che i membri, bontà loro, ci abbiano perdonato per questo, ma occorre anche abituarsi a questo in fondo, prima o poi.
Mi sembra che comunque i ragazzi si siano armati di pazienza e ci abbiano sopportato per quieto vivere, nonostante qualche momento di difficoltà sono riusciti a comprendere tutto o quasi tutto. Solo una volta mi sono visto costretto ad intervenire con gli altri italiani prima che la misura fosse colma. Sto scherzando ovviamente!
Le diversità culturali (non ce ne sono mai abbastanza secondo me, con buona pace di chi non la pensa in questo modo) hanno avuto la loro influenza, senza dubbio, senz’altro direi: in Italia, soprattutto al sud, si cena molto tardi e c’è invece chi è abituato a mangiare qualche ora prima. C’è voluto un po’ per abituarsi e un sonnellino pomeridiano ha aiutato soprattutto i finlandesi a resistere più a lungo la sera.
A proposito di abitudinie di cultura: sapete che gli italiani parlano molto, sono abituati a ridere, scherzare e parlare del più e del meno anche per ore senza stancarsi.
Allora può capitare, quello che è accaduto a noi in uno dei dopocena, durante il nostro soggiorno, che il discorso verta sulla differenza tra la mozzarella e il caciocavallo, tra la differente nella lavorazione, nel gusto, addirittura nella definizione dei termini: la vera “mozzarella” è quella di mucca o quella di bufala? Forse gli stranieri (non tutti almeno) non conoscono la mozzarella bufalina, che viene proprio dalla bufala, la femmina del bufalo. Del resto non si può sapere tutto.
Ad un certo punto qualcuno ci ha fatto notare, scherzando, che la discussione sul formaggio durava ormai da circa due ore, così abbiamo dovuto cambiare discorso, nostro malgrado. E dire che c’erano ancora delle cosette da chiarire a mio parere… Comunque non eravamo sguarnitidi argomenti, questo è certo. Avevamo solamente l’imbarazzo della scelta in realtà.
E’ stato carino fare l’assaggio delle specialità delle varie nazioni. Ognuno ha portato qualcosa di tipico dal suo paese, e il programma prevedeva che questo scambio di leccornie avvenisse solamente una sera. Non vi dico ovviamente che tutte le sere è andata a finire a tarallucci e vino. Ma questa è un’espressione che devo ancora spiegare sul sito però. Beh, che volete, mica posso aver spiegato già tutto! Un’espressione che comunque mi guardero bene dal non spiegare, potete starne certi!
Come località, la località che abbiamo scelto: Santa Maria di Leuca, la scelta è stata ottima. Credo che siamo riusciti a soddisfare i desiderata di tutti.
C’è stata qualche difficoltà logistica forse, di questo bisogna prenderne atto; difficoltà quindi negli spostamenti perché ci trovavamo nella punta estrema dello stivale, e non si può dire che sia facile raggiungere con i mezzi pubblici questa località marina: quasi tutti hanno dovuto affittare un’automobile e tra l’altroi mezzi pubblici in Italia non spaccano sicuramente il minuto. Non sno puntualissimi.
Di sicuro siamo stati in un posto bellissimo che probabilmente i membri non avrebbero mai visitato in altre circostanze poiché, sebbene molto bello, non è uno di quei posti diciamo cheva per la maggiore tra i turisti stranieri, probabilmente proprio per questo tipo di difficoltà.
Io e la mia famiglia eravamo già stati lì negli anni passati, a Santa Maria di Leuca, ma non avevamo notato alcune cose. Ad esempio, a parte i membri dell’associazione, c’erano veramente poche persone, pochi turisti di nazionalità non italiana, e in generale sembrava una località poco “pensata” alla visita di persone straniere: ad esempio i cartelli stradali erano prevalentemente solo in lingua italiana, c’erano pochi negozi per turisti vicino alla costa eccetera. Questo comunque devo dire che è piaciuto, perché probabilmente è stato conservato il vero aspetto del luogo.
Alla fine è stato un po’ triste salutarci ma si sa, prima o poi bisognava farlo. Anche gli addii sono qualcosa a cui ci si deve abituare.
Ho avuto personalmente anche l’onore di regalare i libri di Italiano Semplicemente ai partecipanti; libri che ho provveduto anche a firmare, con dedica personalizzata a ciascuno di loro.
E’ stato un piacere per me, ma credo che a tutti possa fare piacere firmare dei libri. checché ne dicano alcune persone che pensano che questo significhi darsi delle arie.
Giovanni: cosa possiamo farne del tempo una volta che l’abbiamo trovato? Vi lascio alle parole di Flora.
Flora: I due minuti odierni sono dedicati all’espressione lasciare il tempo che trova.
Ragioniamo sul significato dell’espressione: Cosa trova tempo?
Diciamolo meglio: Per che cosa una persona, la società, spende del tempo?
Per qualcuno, qualcosa di interessante, di importante, che, ovviamente, non può essere conosciuta, giudicata, svolta, effettuata, in un attimo.
Il verbo “trovare” in questa frase non deve risultarci strano, perché in italiano “trovare del tempo” significa ritagliarsi nel corso della giornata, settimana, mese, anno, etc dei momenti per fare una determinata cosa:
Quest’autunno devo assolutamente trovare del tempo per andare in palestra
Quindi, alla luce delle nostre riflessioni, deduciamo che “lasciare il tempo che trova” indica che qualcuno, qualcosa, è di scarsissima importanza per noi, per la comunità.
Di cui non ci curiamo oppure che non ha benefici reali che arrecano miglioramenti.
L’omeopatia è una cura che lascia il tempo che trova per le malattie serie. L’otite, ad esempio, si sconfigge con gli antibiotici, altro che erbe ed unguenti.
Questa sfumatura ce la dà il verbo “lasciare”. Il senso dell’espressione è:
Qualcuno, qualcosa, non occupa tempo nella mia vita, nella storia, perché essendo di scarso valore, lascia subito il tempo che gli si dovrebbe dedicare.
Meglio:
Non mi curo di qualcosa che dovrebbe avere il suo giusto tempo di esecuzione, perché la ritengo inutile, dannosa, offensiva, etc. oppure la cui azione o intervento non produce alcun effetto nella società, per me, etc.
Lasciare il tempo che trova sottolinea, anche, l’inutilità di impiegare del tempo a discutere su qualcosa o a cercare una risposta definitiva e precisa. In altre parole potremmo dire “è quasi impossibile arrivare a una conclusione certa, quindi non vale la pensa indagare oltre”.
Questo tuo piccolo slogan lascia il tempo che trova. La verità, per me, è che non hai voluto affrontare con criterio la situazione, ed ora, pensi che basti gridare allo scandalo. Tutti sapevamo che Tizio giocava d’azzardo.
La pubblicità cruenta sui cambiamenti climatici lascia il tempo che trova se tutti gli Stati non mettono in atto serie politiche per modificare questa situazione che, oggi, appare irreversibile.
Le infatuazioni degli adolescenti lasciano il tempo che trovano. Non mi preoccuperei della cotta di Giorgia per Gerardo. D’estate ci si innamora spesso. A dicembre, per Giorgia sarà solo un dolce ricordo.
Giovanni: grazie Flora, allora adesso ripassiamo qualche espressione precedente, certo del fatto che questo non lascia il tempo che trova, considerando che è proprio questo il senso della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Adriana (Bulgaria) e Martine (Francia):
Come fare per fare in modo che 2 minuti siano utili? Potrei starmene sul divano a cincischiare, mangiando qualcosa ogni due per tre davanti alla TV, oppure tener fede ai miei propositi, ed ascoltare i due minuti con Italiano Semplicemente, conformementealle mie abitudini quotidiane. Vi dirò che mi piace avere una routine quotidiana di questo tipo. Vuoi che prima o poi non mi entrino in testa questi episodi?
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Giuseppina: Armarsi è un verbo pericoloso? Sembra che abbia a che fare con la guerra, con le battaglie, con le armi e con il fuoco vero?
In effetti è proprio così. Quando un uomo è armato vuol dire che ha con sé un’arma, che può essere un fucile, una pistola, un coltello eccetera.
I poliziotti sono armati di pistola ad esempio, gli indiani sono armati di arco e frecce. Chi ha molte armi con sé possiamo dire che è armato fino ai denti, ma questa è un’espressione idiomatica. “Armarsi” però è un verbo particolare perché si utilizza non solo con le armi; o meglio, non si usa quasi mai con le armi classiche quelle che servono per difendersi contro un nemico.
Posso dire, è vero, che per difendermi contro un animale posso amarmi di un bastone ad esempio, ma in particolare la frase “armarsidi” qualcosa fa riferimento a delle “armi” intese come qualcosa di utile, come la pazienza, il coraggio la buona volontà. Sono delle armi? Beh, servono a proteggersi, servono ad evitare che accada qualcosa di male: armarsi di pazienza serve a non perdere la pazienza. Si usa come raccomandazione infatti:
Quando i bambini sono piccoli spesso combinano dei pasticci bisogna armarsi di pazienza e sopportare proprio perché sono dei bambini.
Anche in ufficio spesso occorre armarsi di pazienza perché non è facile affrontare tutte le situazioni rimanendo calmi.
Allo stesso modo per tenere pulita tutta la casa bisogna armarsi di buona volontà.
Per andare in guerra occorre armarsi di coraggio, come anche quando di deve dire alla propria fidanzata che non la amiamo più.
Si usa anche in senso materiale quando devo prendere alcune cose:
per fare un esame scritto di lingua italiana venire armati di carta e penna, occorre armarsi di tutto ciò che serve per fare l’esame.
Adesso ripassiamo le puntate precedenti:
Andrè (Brasile): Spesso mi capita di sbagliare a pronunciare delle parole italiane. Ti dirò che a volte è scoraggiante ma bisogna tornare alla carica con entusiasmo senza pensare troppo agli errori. Tappa dopo tappa si migliora il proprio livello. Bisogna solo tenere un po’ a bada le frustrazioni. Ogni errore in realtà è un passo in avanti.
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Ulrike: se vuoi migliorare il tuo italiano, fai come me, ascolta i due minuti di italiano semplicemente.
Giuseppina: vi piace sottostare alle regole? Oppure amate la libertà e non vi piace essere soggetti a delle regole da rispettare?
C’è chi è costretto a sottostare al proprio direttore, ed allora deve obbedire a lui, è subordinato al direttore ed alle sue decisioni. Possiamo anche dire che questa persona è sottoposta a lui, che occupa in ruolo di minore responsabilità rispetto al direttore. Si deve in questo sottostare alle sue decisioni ma anche il direttore ha alcune regole a cui deve sottostare, regole che cioè è costretto anche lui a rispettare
Sottostare, lo avrete capito, viene da “stare sotto”. Un’unica parola però: sottostare Verbo che si usa anche in senso fisico, come ad esempio:
il garage sottostà al mio appartamento
Quindi sta sotto fisicamente, si trova al di sotto dell’appartamento.
Ma quando si parla di regole e di gerarchie o di ordini si usa moltissimo il verbo sottostare.
In questo albergo bisogna sottostareagli orari decisi dalla direzione
Nella scuola bisogna sottostarealle decisioni del preside
È il direttore che comanda, e tutti devono sottostarealle sue direttive.
L’Inghilterra esce dall’unione europea per non sottostarealle regole decise a Bruxelles
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Ripassiamo le espressioni precedenti:
Carmen (Germania): Si dice che per riuscire a parlare in pubblico senza vergogna un bicchiere di vino può aiutare, magari solo per rompere gli indugi. Con due bicchieri si rischia di incartarsi, con tre bicchieri si potrebbe dimenticare il soggetto su cui verte la discussione, con quattro bicchieri sicuramente si pagherebbe un forte scotto in termini di reputazione, e se aumentiamo ancora con i bicchieri dovremmo risponderne con qualcuno per il nostro comportamento.
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Giuseppina: su cosa vertono i due minuti di oggi? L’episodio di oggi verte su un verbo molto usato in Italia, ma non nel linguaggio colloquiale e confidenziale piuttosto nella lingua formale e scritta. Sto parlando del verbo VERTERE che ho già utilizzato due volte già.
VERTERE è anche molto usato nelle scuole, alle università e nelle comunicazioni professionali.
È un verbo che si usa quando si deve spiegare l’argomento di cui si parla, o il motivo per cui è stata organizzata una riunione.
Quindi anziché dire:
L’argomento di cui si parla nella conferenza è la moda italiana
Possiamo dire
La conferenza verte sulla moda italiana
Quindi un incontro può VERTERE sull’immigrazione se durante questo incontro si parlerà di immigrazione. Se sarà questo l’argomento principale.
Si usa spesso anche “VERTERE principalmente” proprio quando vogliamo indicare il soggetto più importante di cui si parlerà.
La discussione verte principalmente intorno a questioni grammaticali.
Quindi la discussione, o il dialogo, il confronto, il dibattito, verte principalmente su, oppure intorno un argomento che è quindi l’argomento principale.
La discussione tratta, riguarda principalmente un argomento principale Trattare e riguardare sono verbi simili.
Una cosa c’è da dire. VERTERE si usa praticamente sempre al presente indicativo. La riunione verte o al massimo verterà se mi riferisco al futuro. Non si sente mai “la riunione ha vertuto su questi argomenti”.
Un verbo che vi consiglio di usare comunque perché è molto professionale e adatto alle riunioni ed incontri di lavoro.
Ripassiamo le espressioni precedenti:
Monica (Spagna) oggi alcuni membri dell’associazione sono insieme a festeggiare in Italia Sicuramente a tu per tu verranno a galla differenze culturali che renderanno molto interessante il confronto. Che vuoi, non siamo tutti uguali al mondo.
Attenzione perché ho usato il singolare zeppola e non il plurale “zeppole“ altrimenti vi parlerei della ricetta delle zeppole.
Invece oggi vorrei parlarvi della zeppola che non si mangia ma ha sempre a che fare con la bocca e la lingua.
Infatti la zeppola è il nome che si usa normalmente per indicare un difetto di pronuncia delle lettere esse e zeta.
La zeppola tecnicamente si chiama sigmatismo, e alcune persone soffrono, loro malgradodi questo piccolo difetto che è causato da un problema “fisico” che porta a pronunciare la lettera s o la lettera z in modo sbagliato: esce un suono simile a quello di un “th” della lingua inglese.
Quindi “io sono zia Giuseppina” diventa “io thono thia Giuseppina”.
Un suono, quello del th inglese, che non esiste nella lingua italiana, quindi spesso accade che chi ha questo problema venga preso in giro soprattutto se si tratta di bambini.
Ma la cosa difficile sapete quale sarà per noi?
Sarà cercare di ripassare questa parola nei prossimi episodi della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”, come facciamo sempre alla fine di ogni episodio.
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Ripassiamo le espressioni passate:
meglio avere la zeppola oppure incartarsi quando si fa un discorso in pubblico? Nel primo caso saresti annoverato tra i più coraggiosi dei presentatori, nel secondo caso dovrai risponderedi poca chiarezza con il pubblico. Secondo me meglio la zeppola, nella speranza che la sostanza del discorso ne faccia dimenticare la forma.
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Il sostantivo vago indica qualcosa che è mobile o instabile e si muove liberamente qua e là: fiume vago; animale vago e randagio; vaghe stelle; fama, fortuna vaga.
Altresì indica ciò che è incerto, indefinito, poco chiaro: notizie, sensazioni vaghe; fare un vago accenno a qualcuno o a qualcosa: discorsi, indizi, sospetti, presentimenti vaghi; perdere ogni più vaga speranza; ho il vago sentore che le cose non vadano come dovrebbero; sono desideri e progetti molto vaghi; c’è una vaga somiglianza fra voi due.
Quella sfera del vago e del misterioso, dove regna la poesia” (F. DE SANCTIS).
La frase: restare / rimanere nel / sul vago vuol dire dare una risposta generica, non precisa, evasiva.
Non fornire risposte specifiche, definite su un argomento, prevalentemente allo scopo di non compromettersi, non prendere posizione, non rischiare errori, non farsi nemici.
Oppure parlare in maniera imprecisata, indeterminata, per poca conoscenza: un discorso che cade nel vago; tenersi, restare nel vago.
Giulio, durante l’interrogazione, rispose rimanendo sul vago, sperando che il professore di biologia non capisse che era impreparato.
Se non capissi questo tentativo di rimanere sul vago, non sarei un granché come investigatore.
Flora ha raggiunto quell’età in cui si iniziano a fare molte domande, e non so più cosa rispondere per rimanere sul vago.
Resteremo sul vago, evitando i dettagli cruenti e focalizzandoci sul miracoloso ritorno di Teresa.
Ripasso espressioni precedenti:
Ulrike (Germania 🇩🇪 ):Oggi mi vedo costretta a tornare alla carica. C’è chi dice, che ci siano ancora amanti della lingua italiana con un fare scettico che continuano a cincischiare anziché prefiggersi di seguire i due minuti con italiano semplicemente regolarmente. Questo non mi torna e spero si tratti solo di voci false etendenziose, Allora amici, state con noi ogni giorno e vi prometto che niente resterà sul vago, anzi che iniziarete ad ingranare,in men che non si dica con il vostro italiano. Ora tocca a voi!
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Giovanni: mamma cosa mi dici del verbo annoverare?
Giuseppina: il verbo annoverare non viene mai usato dagli studenti stranieri, per questo dedichiamo i due minuti di oggi proprio a questo verbo. È molto usato quando si parla di imprese, di gesta, quando una persona fa qualcosa di importante.
Esempio:
Lo scienziato Einstein è sicuramente da annoverare tra i più grandi di sempre
La vittoria di oggi è da annoverare tra le più belle del campionato.
È lungo annoverare tutti i successi ottenuti dalla Juventus.
Ti annovero tra i miei migliori studenti
Gli esempi fanno capire che si parla sempre di successi, di ottime prestazioni, di performance positive, sebbene annoverare si possa anche usare nel caso opposto volendo. In realtà però questo avviene raramente.
Comunque in b tutti i casi c’è un elenco, come un elenco di successi, o una lista di persone o di vittorie o una categoria particolare. quindi quando si annovera qualcosa si sta cercando di far entrare questo qualcosa in una lista speciale: i migliori studenti, le vittorie più belle, le persone più intelligenti eccetera. Questa categoria, questa lista, questo gruppo si chiama anche “novero”.che posso usare al posto di annoverare, però dobbiamo usare un verbo tipo includere, inserire, appartenere eccetera:
Lo scienziato Einstein è sicuramente da inserire nel novero dei più grandi scienziati di sempre
La vittoria di oggi è da inserirenel novero delle più belle del campionato.
È lungo elencare il novero di tutti i successi ottenuti dalla Juventus.
Sei stato incluso del novero dei miei migliori studenti.
Ripasso espressioni precedenti:
Anthony (Stati Uniti 🇺🇸): Se sei carente in italiano continua ad ascoltare i due minuti quotidiani di italiano semplicemente, e vedrai che presto inizierai ad ingranare. Anche questa spiegazione attiene a questa rubrica. È solo uno dei modi per tendere la manoa chi non vuole lasciare nulla di intentato.
Giovanni: infatti, e senza studiare la grammatica poi; con buona pace di coloro che credono che non se ne possa fare a meno.
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Giuseppina: i due minuti di oggi sono dedicati al verbo incartarsi.
Cosa si può incartare? Sapete che i verbi riflessivi spesso sono ingannevoli, cioè vi possono ingannare, possono trarre in inganno.
Anche in questo caso c’è un tranello infatti.
Incartarsi, proprio come incartare, contiene la parola carta con la quale possiamo avvolgere un alimento, o un oggetto qualsiasi con della carta o anche plastica o carta stagnola.
Incartare quindi significa mettere una protezione attorno a qualcosa, quasi sempre per proteggerlo, o per non farlo sporcare.
Invece incartarsi ha a che fare con le parole e con i discorsi logici.
Quando una persona cerca di spiegare qualcosa ma non ci riesce, si dice spesso che si confonde, si imbroglia. Quest’ultimo ha un uso colloquiale. Posso anche dire, sempre in modo colloquiale, che questa persona si incarta.
In questi casi spesso ai chiede scusa:
Scusate, mi sono confuso
Volevo dire un’altra cosa in realtà, mi sono imbrogliato (come una matassa di lana)
Mi dovete scusare mi sono un pò incartato.
Incartarsi, come se il senso delle parole fosse rimasto intrappolato, chiuso in un involucro, senza uscire e quindi senza riuscire ad esprimere il significato voluto. Si dice così quando si ascoltano discorsi troppi complicati che sembrano non portare da nessuna parte.
Io mi sono incartato durante il discorso
Tu ti sei incartato nella conferenza
Lui si è Incartato mentre parlava
Noi ci siamo incartati
Voi vi siete incartati
Loro si sono incartati
Ripassiamo le espressioni precedenti:
Ulrike (Germania 🇩🇪): Se vi incartarete mentre fate una dichiarazione d’amore, forse è colpa del vestito osé che indossa la ragazza. Allora meglio tornare alla carica un altro giorno. La cosa da evitare assolutamente comunque sono le dichiarazioni d’amore fatte per interposta persona.
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Flora: i due minuti di oggi sono dedicati al l’espressione TORNARE ALLA. CARICA.
È un’espressione italiana che indica il provare ad insistere più volte per ottenere qualcosa: Giorgio è tornato alla carica per avere l’aumento. La frase significa che Giorgio già, precedentemente, a questa, altre volte aveva chiesto l’aumento. Non accontentato, ci ha riprovato, ha insistito. L’espressione indica il rientrare in una discussione con nuovi argomenti, ripetere un tentativo rimasto senza effetto, chiedere nuovamente con insistenza ciò che è già stato negato.
Per convincere i suoi genitori a mandarlo negli Stati Uniti in vacanza studio, Giovanni le ha tentate tutte. Ogni giorno tornava alla carica con nuovi argomenti. Secondo me, ha preso i genitori per sfinimento.
Non ero convinta della spiegazione di Andrea. Dopo aver approfondito l’argomento, sono tornata
alla carica per dimostrargli che la mia tesi era fondata.
La pubblicità, cioè il suo essere persuasiva, si fonda su tanti valori. Il più importante è il tornare alla carica con messaggi convincenti e ben costruiti.
L’ho calmata, per ora, ma devi sapere, che potrebbe tornare alla carica.
Non preoccuparti Gilberto, se l’inverno dovesse tornare alla carica, ho già pronta una buona riserva di legna in cantina.
La nostra delegazione è pronta a tornare alla carica qualora le nostre istanze non saranno ascoltate. La nazionale italiana deve essere testa di serie. Non possiamo affrontare subito i nostri cugini tedeschi.
Ripassiamo le espressioni passate:
Carmen (Germania 🇩🇪): Oggi c’è stato un terremoto in Italia. Senz’altro non è una novità, ma quando di punto in bianco la terra inizia a tremare è sempre una bella paura. Non è stata una scossa come si deve, fortunatamente, altrimenti sarebbero tornate a galla le debolezze delle nostre abitazioni. Qualcuno ne avrebbe dovuto rispondere e, come al solito, tutti si sarebbero salvati in calcio d’angolo.
Gianni: ed anche i ladri gli sciacalli degli appartamenti sarebbero tornati alla carica.
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Nulla di intentato
La parola “intentato” è un aggettivo e significa “non tentato”: mezzi, esperimenti finora intentati. La si usa soprattutto nelle espressioni: Non lasciare nulla d’intentato o alcuna cosa intentata, cioè fare tutti i tentativi, ricorrere a tutti i mezzi possibili per cercar di raggiungere uno scopo: Non abbiamo lasciato nulla d’intentato pur di salvarlo. La frase vuole intendere, quindi, “ fare tutto il possibile per qualcuno o qualcosa”, “ provarle tutte per risolvere qualcosa”.
Mia madre per farmi guarire dalla brutta allergia che, ogni primavera, mi perseguitava, non ha lesinato alcuna cura. Non ha lasciato nulla di intentato, seguiva ogni prescrizione medica.
Per riuscire ad entrare in un vestito di Giorgio Armani che le piaceva tanto, Flora non ha lasciato nulla di intentato. Andava in palestra ogni giorno ed in piscina tre volte a settimana.
Per raggiungere i propri sogni non bisogna lasciare alcuna cosa intentata.
Poiché quando ero una bambina non mangiavo niente, mia zia, che viveva in campagna, non lasciava alcuna cosa intentata per farmi crescere: mi portava addirittura, ogni giorno, le uova dalla campagna per preparami lo zabaione.
Una mia cara amica è in crisi con il marito. Mi ha chiesto se fosse giusto non lasciare nulla di intentato per salvare il suo matrimonio.
Ripasso espressioni precedenti:
Rauno (Finlandia 🇫🇮):Oggi mi sono alzato di buona lena fortunatamente e allora mi posso dare al cambio di stagione! Non sono mai stato votato a questo tipo ti attività di cui si occupa sempre mia moglie, ma da quando ha iniziato a lavorare non posso più farne a meno. Che vuoi, o così o pomì!
Carmen (Germania 🇩🇪):ne risponderai direttamente se poi non riesco a trovare i miei vestiti
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Giovanni: Rispondere, come sapete, è il contrario di domandare. Io posso domandare a te di farmi una cortesia, e tu potresti rispondermi di sì. Ho usato appositamente la preposizione “di” perché rispondere a volte ha utilizzi particolari a seconda della preposizione che segue.
In questo breve episodio ci occupiamo della preposizione “di” che segue al verbo rispondere: può anche essere del, o della, o anche dello. A volte ha un significato particolare: in pratica “rispondere di qualcosa” dove questo qualcosa è un fatto accaduto.
Stiamo quindi parlando di responsabilità. Non è l’uso classico del verbo rispondere: io domando e tu rispondi, dove si usa la propria voce per rispondere.
Rispondere di qualcosa di accaduto significa essere la persona responsabile di quella cosa accaduta. C’è qualcosa in più però: significa anche pagare le conseguenze di qualcosa che è accaduto, di un evento accaduto.
Spesso si tratta di episodi accaduti di cui si sta cercando il responsabile, e questa persona responsabile, non solo è responsabile, ma deve dare una risposta, deve fornire una risposta, perché lei è la persona deputata a questo. Deve spiegare perché questa cosa è accaduta, deve proporre soluzioni ed eventualmente pagare le conseguenze, o anche pagare lo scotto di quanto accaduto, per riprendere l’episodio di ieri.
Insomma non c’è nessuno che fa una domanda, ma è successo qualcosa, e qualcuno, qualche responsabile dovrà dare spiegazioni e eventualmente essere punito: qualcuno deve rispondere di questo fatto accaduto.
Forse il modo migliore alternativo per descrivere questa modalità è “rendere conto“.
Accade qualcosa e chi deve rendere conto di quanto accaduto?
Chi deve rispondere di quanto accaduto?
E’ la stessa cosa. C’è un fatto, un evento, un’azione attribuita a una persona, quindi è colpa sua se è accaduta, oppure se non è colpa sua questa persona comunque è obbligata a subirne le conseguenze.
Chi risponde dell’incendio dell’Amazzonia?
Chi deve rendere conto agli italiani dell’aumento delle tasse? Chi risponde di questo? Chi è il colpevole? Chi deve pagare per questo?
Direi che è un po’ formale come modalità per far assumere una responsabilità ed è molto usata dai giornalisti e dai professionisti.
Poi c’è, e concludo, anche “rispondere di me stesso“. Si parla sempre di responsabilità, ma stavolta nelle proprie azioni:
Se mi fanno un torto non rispondo più di me stesso,
Il che significa che non rispondo delle mie azioni, dimentico ogni senso di responsabilità, perché non so cosa potrebbe succedere in questo caso, potrei anche perdere la calma o la pazienza.
Ripasso espressioni precedenti:
Lia (Brasile 🇧🇷): Se dovesse accadere qualcosa a mio figlio, giuro che non abbozzereiun solo istante e non risponderei delle mie azioni. Qualcuno pagherà lo scotto quando verrà a galla il nome del colpevole. Inutile darsi alla fuga, io vi prenderò. Che vuoi, purtroppo sono soggetto a scatti di rabbia e ti dirò che neanche mi dispiace più di tanto.
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“ne rispondo io“, sembra dire questo ragazzo. Photo by rawpixel.com on Pexels.com
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Giovanni: Ancora un’espressione figurata. L’espressione di oggi è “pagare lo scotto“.
Allora, vi faccio un esempio e poi vi spiego l’espressione.
I giovani che iniziano a usare droghe di qualsiasi tipo, prestissimo pagheranno lo scotto per questo.
Allora il verbo “pagare” si utilizza in senso figurato. Non si tratta di pagare con del denaro, con i soldi. I soldi non c’entrano nulla con questa espressione. Si sta parlando di “pagare le conseguenze” di qualcosa, cioè di subire le conseguenze di qualcosa. Quando si fa, quando si compie un’azione sbagliata, arrivano prima o poi delle conseguenze negative. Nel caso dei giovani che assumono droghe, le conseguenze negative sono la dipendenza dalle droghe, il peggioramento della salute, problemi economici anche, problemi sociali, problemi che anche la famiglia deve affrontare. Insomma a pagare lo scotto saranno molte persone.
Ma perché lo scotto? Cos’è lo scotto?
Stiamo parlando di una scelta sbagliata, e solo in questi casi si paga lo “scotto”. Lo scotto viene dal francese e significa “tassa“, come le tasse che si pagano allo Stato. Qui si usa nel senso di contropartita, come conseguenza di una scelta.
Ma lo scotto fa pensare anche al verbo “scottare” o “scottarsi“. Quando una persona si scotta (verbo scottarsi) significa che si brucia col fuoco, si procura una bruciatura, un’ustione, ma in senso figurato vuol dire subire una delusione, subire un danno.
Quindi ad esempio posso dire che:
Col gioco d’azzardo, cioè col poker ad esempio, si rischia di scottarsi
Cioè il gioco d’azzardo può provocare danni gravi; soprattutto economici in questo caso.
Analogamente posso dire che:
Chi gioca d’azzardo rischia di pagare lo scotto
Posso fare altri esempi:
Qual è lo scotto da pagare se brucia l’Amazzonia?
A pagare lo scotto degli incendi nella foresta amazzonica saranno tutti gli esseri viventi sulla terra.
I giovani di oggi pagheranno lo scotto delle scelte fatte dai giovani di ieri sulle politiche ambientali.
Se la Juventus vende i suoi giocatori più forti il prossimo anno pagherà lo scotto
Ripasso espressioni precedenti:
Carmen (Germania): Quando vado in Italia a mangiare in un ristorante, sono disposto a pagare il coperto. Nessun problema. In teoria c’è anche il pericolo di pagare lo scotto per aver sbagliato ristorante, come è successo ad un mio amico che ha avuto una intossicazione, ma vi diròche a me non è mai accaduto neanche fuori dall’Italia.
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Giovanni: allora, che te ne pare di questi episodi brevi della durata di due minuti?
Andrè (Brasile): Guarda, ti dirò che non non sono niente male questi episodi. Mi sto affezionando.
Giovanni: grazie, mi fa piacere che hai cambiato idea, perché all’inizio non eri molto convinto infatti eh?
Adesso allora posso spiegare a tutti quando si usa questa espressione che hai appena utilizzato: “ti dirò“. Dirò è il verbo dire, e “ti dirò” indica, o sembrerebbe indicare che sei tu la persona alla quale dirò qualcosa.
Ma questo non ci fa capire in realtà quando e perché si usa questa espressione.
E’ vero che posso sempre dire:
Ti dirò cosa farò appena sarò a casa
Ti dirò i miei segreti
Domani ti dirò cosa farò
Invece l’espressione di oggi ha un uso e un senso diverso.
E’ una modalità colloquiale utilizzatissima dagli italiani, ma difficile che la troviate scritta da qualche parte.
Si usa però moltissimo nel parlato, nella lingua di tutti i giorni.
Si usa quando siamo stati positivamente colpiti da qualcosa nonostante la nostra idea fosse inizialmente diversa, o comunque si usa in tutte le occasioni in cui la persona che ascolta si aspettava una sensazione diversa, un’opinione diversa; si aspettava di ascoltare qualcosa di diverso.
Ad esempio se vado a fare un viaggio a Roma e mi hanno raccontato che i romani sono molto scortesi con i turisti, al mio ritorno a casa se qualcuno mi chiede: allora com’è andata? I Romani sono veramente maleducati e scortesi con i turisti?
Ti dirò che non me l’aspettavo. Che cortesia i romani!” Confesso che anch’io sono molto sorpreso!
Quindi c’è un cambiamento di idea, uno stupore per aver verificato qualcosa di diverso dalle aspettative di chi parla o di chi ascolta.
Possiamo fare altri esempi di questo tipo:
Allora, com’era quella ragazza che hai conosciuto sulla chat? Bruttina come le altre?
Mah, ti dirò che stavolta invece non era niente male! Una bella ragazza!
Che mi dici del concerto rock a cui hai dovuto accompagnare tuo figlio? Brutta musica vero?
Ti dirò che invece mi è piaciuto, non me l’aspettavo.
Facile confondere a volte questa espressione con il semplice uso del futuro del verbo dire. Se vi può aiutare l’espressione si usa sempre in senso affermativo (quindi la forma “non ti dirò” non esiste con questo senso), inoltre spesso ci sono alcuni termini che possono aiutarvi a riconoscere l’espressione, tipo “credevo“, “invece“, “non me l’aspettavo“, ed altri termini che aiutano a capire lo stupore e la modifica che c’è stata nell’opinione iniziale.
Questa espressione infine non si usa quando siete entusiasti, contentissimi della vostra esperienza, ma quando semplicemente non confermate la cattiva opinione che avevate prima; solo uno stupore positivo, senza eccessi, altrimenti meglio usare altre espressioni più entusiastiche.
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Giovanni: ancora un’espressione che utilizza il verbo “dare”: “dare seguito a“.
Molto usata in ambito professionale, soprattutto nella forma scritta.
Vediamo qualche esempio:
Occorre dare seguito alle dichiarazioni fatte dal direttore Marketing
Voglio dare seguito alle mie parole con dei fatti.
Il presidente dia seguito alle promesse fatte in campagna elettorale.
Avete capito che “dare seguito” ha a che fare con il tempo. La parola seguito ci suggerisce questo infatti.
La parola “seguito” (attenti alla pronuncia) indica una successione dj eventi; riguarda ciò che accade “dopo“; riguarda cioè che segue, ciò che viene dopo, quello che accade successivamente. Questo è il seguito: indica lo sviluppo degli eventi, ciò che accade in un momento successivo:
“Ne parleremo in seguito” vuol dire “ne parleremo dopo”. Semplice.
“Ha piovuto due giorni di seguito” invece vuol dire che non ha smesso di piovere per due giorni.
La parola seguito si usa in moltissimi casi, ma in questo breve episodio voglio farvi riflettere sulla frase “dare seguito a” qualcosa, che indica due azioni, una che segue l’altra. Due azioni successive. Le due azioni sono legate logicamente, anzi riguardano la stessa questione.
Quando si dà seguito a qualcosa, vuol dire che dopo la prima azione, ne segue un’altra analoga, un’altra che è la conseguenza della prima. Molto spesso per compiere un’azione occorre fare più passi, bisogna percorrere più tappe.
Si usa spesso nella politica, nel linguaggio dei giornali, al lavoro, per indicare quando delle azioni sono collegate. Si usa molto quando si parla di coerenza delle decisioni, come quelle politiche o aziendali: quando ad esempio:
Si dà seguito a delle dichiarazioni con dei fatti:
Se un politico dice: “Domani mi dimetterò!”
Poi il giorno dopo il politico si dimette veramente. Allora posso dire che questo politico ha dato seguito con i fatti alle sue parole.
Se invece il politico non si dimette, allora è un bugiardo, ed allora possono dire che:
Alle sue parole non sono seguiti dei fatti concreti
oppure, usando la frase di oggi, che:
Il politico non ha dato seguito alle sue parole con dei fatti concreti
Oppure ancora – attenti – che:
Le parole del politico non hanno avuto seguito
Qui ho usato avere seguito: le parole non hanno avuto seguito.
Quindi “dare seguito” e “avere seguito” possono usarsi in ogni frase di questo tipo: quando due azioni sono collegate.
Ripasso espressioni precedenti:
Andrè (Brasile): Giovanni, hai appena dato seguito a quanto avevi detto ieri, quando ci avevi promesso che ci avresti spiegato questa espressione. Quindi sai tener fede alle promesse fatte. Se lo avessi detto ieri sarei stata accusato di essere un ruffiano. Meno male, altrimenti mi sarei visto costretto a cambiare idea su Italiano Semplicemente e credo che mi sarei anche dato alla ricerca di un altro corso di italiano!
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Giovanni: Buongiorno a tutti, oggi Flora ci spiega una bella espressione in cui si utilizza il verbo darsi. Sicuramente molti di voi conoscono alcune espressioni tipo “darsi da fare“, che significa impegnarsi, mettersi con impegno a fare qualcosa. Ma Flora oggi si è data da fare per spiegarci il verbo darsi ma seguito da un’altra preposizione semplice. La preposizione “a”.
Flora: i due minuti odierni sono dedicati all’espressione “darsi a“.
È un’espressione che indica il dedicarsi o l’abbandonarsi a qualcuno o a qualcosa:
Darsi allo studio, darsi alla politica, darsi alla carriera diplomatica.
darsi alla disperazione, al bere, al vizio, al gioco, ai bagordi, alla pazza gioia
seguito da un verbo significa: cominciare, intraprendere qualcosa: darsi a correre, darsi a fare un lavoro .
con un sostantivo: darsi alla fuga, darsi alla latitanza
Esempi:
Clara, dopo la fine della scuola, si è data alla cura del giardino di casa sua.
Per raccontare le sue molte avventure, Giovanni si è dato a scrivere un libro.
La Commissione deciderà sul seguito da darsi a tale domanda.
Darsi anima e corpo, alla cura del proprio fisico e benessere è possibile solo se si ha tanto tempo a disposizione.
Dopo aver ascoltato, alla televisione, che gli stravizi alimentari fanno male alla salute, Costante ha deciso di darsialciclismo per perdere peso.
L’essersi dato al gioco d’azzardo è costato caro a Sante il bandito. La polizia l’ha arrestato in una bisca clandestina.
Giovanni: Quindi darsi a significa proprio daresestessi, donarsi, impiegare se stessi in una attività specifica. Ma attenzione all’esempio che ha fatto Flora prima: il seguito da darsi a qualcosa. Questa è un’eccezione, in questo caso l’espressione è dareseguitoa qualcosa, che spiegheremo domani.
Ripasso espressioni precedenti:
Lia (Brasile): grazie Flora che ci hai spiegato questa espressione. Essendo votata all’insegnamento dell’italiano, per te è oltretutto un piacere e si sente dalla tua voce la passione che vi metti.
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Giuseppina: se andate a cena o a pranzo in un ristorante italiano, o anche una pizzeria o una trattoria o in qualsiasi altro locale dove potete mangiare seduti al tavolo, scoprirete che oltre a ciò che mangerete e che berrete, il menu conterrà una voce che si chiama “coperto“.
Cos’è il coperto? Il nome non aiuta molto a comprendere. Una cosa è sicura però: il coperto non è un piatto. Il coperto nin si mangia né si beve
Ogni persona che mangia, che consuma un pasto in un locale, ad ogni modo, usa una sedia, un tavolo, una tovaglia di carta o di stoffa, dei piatti, delle posate, cioè coltello, forchetta (spesso più di una), cucchiaio e bicchieri.
Inoltre ogni persona viene servita da un cameriere. Ecco, tutte queste cose costituiscono ciò che nel conto viene indicato come “coperto”.
Probabilmente si chiama così perché il tavolo sul quale si mangia viene “coperto” (verbo coprire) con la tovaglia che poi viene apparecchiata con piatti e tutto il resto.
Infatti prima che i clienti arrivino si preparano i coperti in modo che tutto sia pronto in ciascun posto.
Il coperto solitamente viene 1 euro, al massimo 2 o tre nei migliori ristoranti, e nel conto lo trovare indicato come prima o ultima voce. Nel menù solitamente si trova all’ultimo posto.
Poi a volte nel menu troverete la voce “servizio” al posto di coperto, oppure “pane è coperto”. Ed in effetti il pane che accompagna il pasto e che viene servito in un cestino fa parte di questa voce. Il pane quindi o i grissini o spesso anche una focaccia cioè una pizza con solo dell’olio d’oliva non li troverete nel conto ma fanno parte del cosiddetto “coperto“.
Ripasso espressioni precedenti:
Guy (Camerun 🇨🇲) : Se non ti tornano i conti al ristorante e ti vedicostretto a rifare la somma, potrebbe essere per via del coperto che non avevi calcolato. Un’abitudine soprattutto italiana. Ora però non ti coglierà alla sprovvista e non ti scervellerai più.
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Giovanni: se andate in un ristorante italiano, dopo aver cenato oppure pranzato, cioè dopo aver consumato la cena o il pranzo, cosa si può consumare? Cosa possiamo mangiare
Possiamo consumare un dolce, ma se vogliamo restare leggeri potrebbe bastare un semplice caffè.
Sicuramente nessun italiano prenderà un cappuccino, che si consuma solamente per colazione. Un caffè invece è sempre un buon modo di terminare un pasto, almeno per gli adulti.
E dopo il caffè? Cosa può seguire al caffè? Solitamente il pasto termina col caffè, ma per molti italiani, e quasi sempre si tratta di maschi adulti, dopo il caffè si prende un ammazza-caffè.
Un ammazza-caffè è un cosiddetto “amaro” , si chiamano anche così gli ammazza-caffè, cioè un liquore. Ma cos’è un liquore? si tratta di una bevanda alcolica, dalla gradazione di almeno 20 gradi ma solitamente intorno ai 40 gradi e aromatizzata con erbe oppure frutta o anche vegetali.
Mi porta un ammazza-caffè per favore?
Il cameriere vi risponderà: vuole il nostro liquore della casa? Oppure abbiamo l’amaro Montenegro l’amaro Lucano, oppure se vuole abbiamo anche l’amaro del Capo, il mirto, il limoncello la sambuca ed anche altri liquori.
Ma perché si chiama Ammazza-caffè? Si chiama così perché ammazza il sapore del caffè, cioè toglie di bocca il sapore del caffè. Il verbo ammazzare è molto forte, perché come forse sapete significa uccidere, ma qui nel senso di eliminare. Una funzione simile viene svolta dal “sorbetto al limone“, un dolce molto freddo, denso, simile al gelato, che spesso si serve tra una portata di pesce ed una di carne e, proprio come l’ammazza-caffè, serve ad ammazzare un sapore, ma stavolta quello del pesce oppure quello della carne.
Mi raccomando allora, dopo il caffè, non ci sta male un Ammazza-caffè.
Ripasso espressioni precedenti:
Sheila (stati Uniti 🇺🇸): Se al ristorante vi chiedono se volete ammazzare il caffè, non è una domanda retorica. Ed allora anche se siete a dieta potreste fare uno strappo alla regola. Chiedete il liquore che va per la maggiore se siete ccombattuti sulla scelta oppure ne chiedete uno come si deve. Il cameriere dirà: ci penso io e voi sicuramente non ve ne pentirete.
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Giuseppina: essere votato a. Oggi vi spiego questa frase.
Il verbo “votare” è abbastanza diffuso in Italia, anche perché più o meno ogni anno cambia il governo in Italia, quindi c’è bisogno di votare nuovamente, c’è bisogno cioè di andare al voto, di decidere chi deve governare l’Italia. Votare è questo: con il voto si esprime la propria preferenza, la propria opinione. Votare è segno di democrazia, nella speranza che tutte le votazioni siano regolari,che si tratti di un referendum, di un’assemblea o il governo.
Ma in modo riflessivo molto spesso il significato dei verbi cambia. Quindi votarsi è diverso da votare. Posso anche votare me stesso in una elezione, questo è vero, e quindi posso usare votarsi in questo modo.
Ad esempio:
Alle ultime elezioni il presidente ha votato per se stesso.
Quindi il presidente si è votato.
Se invece sono io a votarlo posso dire che il presidente è stato votato da me.
Ma votarsi ed essere votato ha anche un altro significato.
Ad esempio se dico che mio figlio è votato allo studio voglio dire che mio figlio si dedica allo studio, che a mio figlio piace studiare e quindi si impegna con tutte le sue forze, con abnegazione allo studio mio figlio dedica tutto se stesso allo studio. Quindi il suo destino è quello di studiare, lui deve fare questo, deve studiare. Quando dico che una persona è votata a qualcosa ad una attività, normalmente voglio dire che è come se avesse fatto una promessa. Possiamo anche usare il verbo consacrarsi, proprio per sottolineare l’importanza della promessa, come se fosse qualcosa di sacro, di religioso.
Questo senso di promessa, di impegno, di predisposizione e di destino può cambiare però cambiando l’attività di cui stiamo parlando. Spesso poi non si tratta di attività.
Posso essere votato alla Madonna se provo un sentimento di profonda ammirazione e devozione verso la Madonna la madre di Gesù, ed è a lei che mi dedico completamente in segno di rispetto e devozione.
È comunque una promessa legata alla fede.
Se invece sono votato alla morte allora sono stato offerto in voto alla morte. È una frase che si usa quando c’è un pericolo molto forte a cui ai va incontro con un’alta probabilità di morire. Ad esempio i soldati in guerra, almeno quelli in prima linea che combattono col nemico, sono votati alla morte.
Infine, se mi impegno molto per qualcosa, posso sempre dire che sono votato ad una causa. Si usa la parola causa per indicare uno scopo, non esattamente proprio, ma di un’organizzazione: ad esempio ci sono molte persone votate alla causa di un partito politico, o che sono votate alla causa umanitaria, perché fanno beneficenza, eccetera.
Mio figlio Giovanni ad esempio è votato alla causa di italiano semplicemente.
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Giovanni: Come facciamo a capire la differenza tra oltretutto, soprattutto e al di sopra di tutto? Apparentemente sembrano modi equivalenti di esprimere lo stesso concetto vero? Infatti sopratutto, una sola parola che si può scrivere con una sola t oppure con due t, significa particolarmente, in particolare, specialmente: è come mettere una cosa, un aspetto, al di sopra degli altri per importanza.
Ok, ma “al di sopra” si usa in molti contesti diversi. Vediamo qualche esempio con la bella voce squillante di Flora, che, oltretutto, ci farà esempi anche con la parola “oltretutto”
Flora: Si crede al di sopra di tutti, nonostante non riesca a portare avanti alcun lavoro.
Il sentiero che conduce al bosco si trova al di sopra del fiume.
Flora ha guardato al di sopra delle sue possibilità economiche.
Essere al di sopra di ogni sospetto.
Per ogni uomo, al di sopra della propria vita, dovrebbe esserci la dignità e l’onestà.
Mi auguro soprattutto che stiate tutti bene.
Sono abituato a mangiare poco, soprattutto a cena.
Mi piace la pizza, soprattutto quella ai peperoni.
Mi piace molto dipingere, raffiguro soprattutto paesaggi.
La colazione è splendida e ricca, ma soprattutto genuina.
Il suo comportamento oltretutto non mi è sembrato corretto.
Non voglio fare sport: oltretutto non ho neppure tempo per farlo.
Ho visto dei monili argentati molto carini, oltretutto a prezzi molto bassi.
Penso che, oltretutto, dovrebbe essere riconoscente per tutto ciò che ho fatto.
Non mi importa davvero dove vai, ed oltretutto ho Ulrike che mi tiene compagnia.
Giovanni: Ah dimenticavo che Flora è membro dell’associazione Italiano Semplicemente e oltretutto è anche insegnante della lingua italiana.
Ripasso espressioni precedenti:
Andrè (Brasile 🇧🇷): facciamo un gioco, potresti descrivere te stessa usando pochissime parole?
Cristine (Brasile 🇧🇷): ok, allora io sono bella, ricca, famosa e oltretutto sono anche modesta.
Gema (Spagna 🇪🇸): beh, grazie, ma io direi che sei soprattutto modesta! Viene subito agalla questa tua qualità da queste poche parole.
Cristine: certo, lo so, vuoi che non lo sappia? Che vuoi, quando c’è l’intelligenza, c’è anche tutto il resto.
Ulrike (Germania 🇩🇪): mmmmm… a me sembrava una rispostasibillina veramente! Oltretutto voce 3 ha sempre un fare molto ironico.
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Questo episodio attiene alla rubrica “due minuti con italiano semplicemente.
L’attinenza è l’argomento di oggi, lo avete letto anche dal titolo. Il termine attinenza è legato evidentemente al verbo attenere Quando usate questo verbo oppure il termine attinenza c’è sempre un legame logico tra due cose.
Prima ho detto che questo episodio attiene alla rubrica due minuti con italiano semplicemente, ed infatti è il settantatreesimo episodio di questa rubrica. L’episodio appartiene a questa rubrica, l’episodio riguarda questa rubrica. C’è ovviamente un legame tra le due cose
Come si chiama questo legame logico? Si chiama attinenza. Attinenza è un sinonimo di “legame” ma si usa in senso più ampio.
il temine “legame” infatti si usa di più per le relazioni affettive e i rapporti sociali:
tra me e mia figlia c’è un legame familiare ed affettivo.
Il nostro legame è molto forte siamo molto legati l’uno all’altra.
Anche l’amicizia è un legame. Insomma il legame riguarda i sentimenti, la parentela, la fedeltà, il sangue. E l’attinenza? Questo termine si deve usare solo quando il legame è logico.
Gli stranieri non usano mai l’attinenza perché in fondo si capisce lo stesso se diciamo “legame” e neanche il verbo attenere, facilmente sostituibile col verbo “riguardare“. Vediamo qualche esempio:
Non c’è nessuna attinenza tra il mio passatempo preferito, cioè insegnare la lingua italiana agli stranieri e gli studi che ho fatto all’università. Infatti è proprio così. La mia laurea non c’entra nulla con l’insegnamento di una lingua. Posso anche dire che la mia laurea non attiene all’insegnamento della lingua italiana, cioè non serve a questo.
“Nonc’entra nulla” è una modalità diffusissima ma informale per esprimere lo stesso concetto di legame logico C’è anche “nulla a che vedere con”, “nulla a che fare con”
Quando due cose sono molto diverse posso dire che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, oppure che una cosa non ha nulla a che vedere con un’altra o nulla a che fare con un’altra. L’attinenza conunque è più formale come modalità espressiva.
Che attinenza c’è tra la letteratura e la storia? Beh potremmo dire che senza la storia non ci sarebbe la letteratura o che gli eventi storici sono fortemente legati alla letteratura, hanno cioè influito sulla letteratura e che probabilmente anche la letteratura ha influito sulla storia C’è anche la storia della letteratura. Quindi ci sono molte attinenze tra la storia e la letteratura. Spesso possiamo usare anche la parola “affinità“, molto simile ad attinenze, o anche “similitudini“, o “analogie” ma queste tre parole si usano quando ci sono caratteristiche in comune, e meno con i legami logici:
La lingua francese ha molte similitudini con quella italiana, stesso modo di costruire la frase eccetera. Molte analogie, affinità anche grammaticali. Quindi si parla di caratteristiche comuni mentre se volete sottolineare il legame logico meglio usare l’attinenza.
Emanuele: sai papà che gli gnocchi al ragù di nonna erano proprio buoni?
Giovanni: Ma che c’entrano gli gnocchi al ragù di nonna? Non c’è alcuna attinenza tra gli gnocchi di nonna e l’episodio di oggi, Emanuele.
Ripasso episodi precedenti:
Monica (🇪🇸Spagna): che attinenza c’è tra soprattutto ed oltretutto? Rauno (🇫🇮Finlandia): domani Flora ci spiegherà annessi e connessi tra queste due parole, stai tranquillo. Natalia (🇨🇴 Colombia): sarà sicuramente una spiegazione come si deve.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
Domande Esercizio Nº 73
1. L’ATTINENZA è legata al verbo ATTENERE o TENERE?
2. Quando c’è un legame logico tra due cose possiamo dire che c’è A _ _ _ _ _ _ _ A tra queste due cose
3. ATTINENZA ha a che fare con il L _ _ _ _ _ tra due concetti
4. Usare il verbo attenere nella seguente frase:
Per quanto _ _ _ _ _ _ _ alla gestione dell’azienda, non abbiamo domande da fare.
5. Trova il termine più lontano dal concetto di attinenza: connessione, inerenza, legame, nesso, differenza, pertinenza, rapporto, relazione, affinità, somiglianza.
6. Trova il contrario di ettinente tra i seguenti termini: pertinente, estraneo, simile.
Tendere la mano. È questa l’espressione di oggi. Ma non si tratta di un’espressione idiomatica. Oppure sì? Diciamo che può essere un’espressione idiomatica ma spesso non lo è. Dipende.
Molti di voi hanno pensato che tendere la mano significa dare una mano, nel senso di aiutare, dare un aiuto, fornire aiuto, prestare soccorso a qualcuno. In realtà tendere la mano non è esattamente come dare una mano.
Infatti chi tende la propria mano verso qualcuno verso cioè una persona, dimostra la propria disponibilità all’aiuto.
L’aiuto quindi viene dopo, dopo che la persona verso la quale la mano è stata tesa ha accettato l’aiuto. Prima si tende la mano e poi eventualmente la mano viene afferrata da chi ha bisogno di aiuto.
Tendere la mano infatti indica una mano che si mostra ad una persona in segno d’aiuto.
Se tu hai bisogno d’aiuto, io posso tenderti la mano: allungo la mia mano verso di te, te la mostro, quindi ti tendo la mia mano.
In effetti “tendere” ha diversi significati, ma indica sempre qualcosa che si trasforma. Se ad esempio un elastico si tende, allora l’elastico si allunga, diventa più lungo.
Riferito a tutti gli oggetti che sono flessibili o estensibili, come gli elastici, è lo stesso: allungare, stendere. Se un oggetto viene teso, come una corda, un filo o un elastico, allora questo oggetto viene allungato.
Gli estremi si allontanano. Una mano non è elastica, ma tendere una mano indica comunque un movimento della mano.verso una direzione.
Quindi, se un tuo amico cade a terra, puoi tendergli una mano per mostrargli la tua disponibilità ad aiutarlo. In senso figurato è lo stesso, ma l’aiuto non è fisico. Qualunque difficoltà abbia una persona, c’è sempre bisogno di qualcuno che gli tenda una mano, qualcuno che sia disposto ad aiutarlo, a socccorrerlo.
Questa mano tesa ha solo bisogno di essere afferrata, ed è un grande gesto di amicizia, ma può essere un grande gesto di umanità, di generosità eccetera, dipende dal contesto.
Il verbo tendere ha anche altri significati ma per ora meglio non andare oltre con le spiegazioni perché il tempo tende ad essere considerato prezioso per gli appassionati della rubrica due minuti con italiano semplicemente.
Ripasso espressioni precedenti:
Oggi Giovanni è in vacanza in montagna, pertanto si è vistocostretto a chiedere il nostro aiuto nuovamente. Un altro episodio per interposta persona. Ma la cosa importante è che un’altra tappa del percorso verso l’apprendimento dell’italiano sia stata superata. Spero che ci sia bel tempo dove è andato Giovanni, ma le previsioni danno rovesci tutta la settimana.
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Domande Esercizio Nº 72
1. TENDERE LA _ _ _ _ è esattamente uguale a DARE _ _ A MANO. a) Vero b) Falso
2. DARE UNA MANO significa dare un aiuto, fornire aiuto, prestare soccorso a qualcuno. a)Vero b) Falso.
3. TENDERE LA MANO indica un movimento della mano verso una direzione. a) Vero b)F also
4. TENDERE LA MANO è un gesto che si mostra ad una persona in segno di aiuto. a) Verob b) Falso
5. Se una persona ha bisogno di aiuto, in senso figurato se può TENDER_ _ LA MANO a) Vero b) Falso
6. Quando si TENDE UNA Mano, che questa venga afferrata o meno, è un gesto di grande amicizia, di umanità, o di semplice generosità, a) Vero b) Falso c) Dipende dal contesto.
Risposte Domande Esercizio Nº 72
1. TENDERE LA MANO è esattamente uguale a DARE UNA MANO. b) Falso
2. DARE UNA MANO significa dare un aiuto, fornire aiuto, prestare soccorso a qualcuno. a)Vero.
3. TENDERE LA MANO indica un movimento della mano verso una direzione. a) Vero
4. TENDERE LA MANO è un GESTO che si mostra ad una persona in segno di aiuto. a)Vero
5. Se una persona ha bisogno di aiuto, in senso figurato se può TENDERLE LA MANO. a)Vero
Sapete cos’è la lena? Una parola che gli italiani usano solo in una frase. La frase è “di buona lena“.
Più raramente potreste ascoltare o leggere anche “riprenderlena“.
Allora, la lena è il respiro, ma non si usa mai al posto della parola “respiro” e nessun italiano sa che significa respiro, fiato, vale a dire l’aria che esce dalla bocca quando si respira appunto: il fiato.
La lena indica un respiro particolare che ha a che fare soprattutto con lo sport. Riprendere la lena, o riprenderlena, quindi indica la ripresa del respiro, ma si usa per indicare l’energia e la volontà di andare avanti.
Ad esempio quando un atleta riprende lena allora riprende le energie, riparte, ricomincia con vigore a correre, a pedalare, a nuotare eccetera.
La parola allenamento, cioè l’esercizio fisico di un atleta, contiene la parola lena non a caso.
Ma la frase di oggi è “di buona lena“, un’espressione che si usa quando un’attività (una qualsiasi, non solo sportiva) viene fatta ad un ritmo elevato, oppure con costanza, forza o volontà.
Dopo le ferie estive ho ripreso a lavorare di buona lena.
Possiamo anche dire “di gran lena”, o “di ottima lena”.
Vuol dire che lavoro molto, che produco, che vado ad un ritmo elevato.
Questa è la frase più utilizzata che contiene la parola lena, ma potete usarla anche in altri modi:
La speranza dà spesso nuova lena per andare avanti
Un allenare sportivo deve darelena ai giocatori
Devi andar avanti con maggior lena
Ti è mancata la giusta lena per vincere
Anche un fiume può avere poca o tanta lena, nel senso che le correnti posso essere forti o deboli.
Ripasso espressioni precedenti
Questo è l’episodio n. 71 della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente”. Occorre mettersi di buonalena a ascoltare gli episodi passati. Altrimenti sarete presi alla sprovvista dagli esercizi di ripasso che si trovano alla fine di ogni episodio. È un percorso a tappe ma bon ci vorrà molto, appena un paio d’ore. Una volta rotti gli indugiraggiungerete l’obiettivo in men che non si dica.
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Domande Esercizio Nº 71
1. La parola LE_A indica il respiro, il fiato, l’aria che esce dalla bocca. a) Vero b) Falso.
2. La LENA indica un respiro particolare che ha a che fare con l’amore . a) Vero b) Falso
3. RIPRENDERE LENA si usa per indicare la fernata del respiro o la volontà di andare indietro . a) Vero b) Falso
4. La parola _ _ _ ENAMENTO contiene la parola LENA
5. Quando una qualsiasi attività viene svolta a un ritmo elevato, con costanza, forza o volontà, si dice che viene fatta DI _ _ _ _ _ L _ _ _ _
6. Se dico che lavoro molto, o produco ad un rito elevato, posso dire anche : a) DI GRAN Lena b) DI OTTIMA LENA c) Entrambe
7. In senso generale, avere tanta LENA, ha a che fare con a) più forza b) più energia c) vigore
Risposte Domande Esercizio Nº 71
1. La LENA indica un respiro particolare che ha a che fare con lo sport. a) Vero
2. a) Falso
3.b) falso
4. La parola ALLENAMENTO contiene la parola LENA .
Quando fate un viaggio, se non vi fermate mai ed arrivate direttamente a destinazione possiamo dire che avete fatto un viaggio senza fare tappe.
Non avete fatto neanche una tappa, cioè neanche una sosta.
Non vi siete mai fermati in poche parole.
Andremo in Italia e faremo due tappe, una a Venezia, l’altra a Roma.
Giungeremo a Roma in due tappe.
Attenzione però non sempre potete usare tappa al posto di sosta o fermata.
La sosta si fa per riposarsi, mentre la tappa si fa per raggiungere un obiettivo finale, oppure le tappe sono i punti di un percorso.
Nel viaggi turistici si fanno solitamente più tappe per visitare diversi luoghi, oppure anche solo per riposarsi ma al fine di raggiungere un obiettivo, una meta finale, una destinazione finale, che rappresenta l’ultima tappa del percorso. La tappa finale.
Un percorso è quindi composto da tappe. Qualsiasi percorso è fatto di tappe, anche non solo in senso fisico, materiale.
Ad esempio se mi sto laureando, le varie tappe del percorso che ha la laurea come obiettivo finale, sono rappresentate dai singoli esami da sostenere: ogni esame è una tappa del percorso.
Anche la nostra vita è un percorso a tappe, momenti importanti, decisivi, e se decidiamo un obiettivo da raggiungere allora queste tappe possono anche essere bruciate (ma senza l’uso del fuoco).
Questa espressione si usa quando si sta percorrendo un percorso molto velocemente.
Ovviamente è un’espressione idiomatica questa, molto usata nello sport o nel lavoro quando una persona molto giovane ha già raggiunto risultati importanti, ha quindi “bruciato le tappe”, nel senso che le ha raggiunte prima del solito, prima degli altri, prima del previsto.
Bruciare le tappe: è anche quello che state facendo voi, pensateci bene, se avete seguito tutti gli episodi della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente”.
Rauno (Finlandia 🇫🇮 ) e Carmen (Germania 🇩🇪): mi sembra anche questo un episodio come si devesenza dubbio, e stavolta la spiegazione non è avvenuta per interposta persona come nell’episodio scorso. Andiamo avanti allora, giorno per giorno, senza mancare neanche una tappa, perché finalmente sento che sto ingranando con l’italiano! Eccome!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!
Domande Esercizio Nº 70
1. Quando fai un viaggio e non ti fermi mai ed arrivi direttamente a destinazione, hai fatto un viaggio: a) Senza tappe b) Senza soste c) Entrambe
2. Posso usare sempre TAPPA al posto di SOSTA o FERMATA. a) Vero b) Falso
3. Durante un viaggio, una SOSTA o FERMATA si fa per riposare. a) Vero b) Falso
4. Se faccio un viaggio turistico visitando diversi luoghi, per raggiungere una meta o destinazione finale, ognuna di queste fermate si chiama T _ _ _ _
5. La destinazione finale di un percorso si chiama LA _ _ _ _ _ FINALE.
6. La nostra vita professionale è un percorso a tappe, e se facciamo carriera molto velocemente, si può usare l’espressione B_ _ __ I _ _ LE _ _ _ _ _.
7. L’espressione della domanda 6, si può usare nello sport o al lavoro quando una persona raggiuge risultati importanti, ma dopo il previsto o dopo gli altri. a) Vero b) Falso.
8. Le tappe si possono a) fare b) disfare c) carbonizzare d) congelare e) bruciare
Giuseppina: Per interposta persona. Avete mai sentito questa espressione?
È un’espressione che si usa quasi esclusivamente nel mondo degli affari e del lavoro.
Infatti “per interposta persona” indica che c’è una persona che si interpone, cioè che si mette in mezzo.
Interporre è un verbo che gli stranieri non usano mai: porre è un sinonimo di mettere, mentre “inter” significa “inmezzo” quindi posso dire ad esempio:
Quando si usa il ghiaccio per combattere le infiammazioni ai muscoli, bisogna interporre un tessuto, un pezzo di stoffa, di cotone tra il ghiaccio e il corpo umano, per evitare lesioni alla pelle.
Quindi il tessuto, interposto, cioè messo in mezzo tra il ghiaccio e la pelle impedisce la lesione della pelle.
Allo stesso modo posso interporre una persona tra altre due persone: In tutto ci sono tre persone, di cui una è interposta tra le altre due. Questa interposizione non è fisica però, ma solo mediatica: questa persona interposta è un mediatore, serve a far comunicare le altre due.
Possiamo quindi dire ad esempio:
L’affare sarà concluso non direttamente, ma perinterpostapersona
Vuol dire che c’è un mediatore che aiuta due parti, cioè due persone, due aziende eccetera a comunicare.
In realtà possiamo usarla anche fuori dagli affari:
Abbiamo acquistato un cane per interposta persona, grazie ad un sito internet
Moglie e marito avevano litigato e si parlavano solamente per interposta persona, grazie al loro amico Andrea.
Giovanni: bene, spero vi sia piaciuto questo episodio realizzato per interposta persona, quindi grazie mamma. Adesso Ripassiamo le espressioni passate:
Bogusia (Polonia 🇵🇱): Ho litigato con mio marito. Con gli anni sono venuti a galla tutti i suoi difetti. Quindi mi sono vista costretta a chiedere il divorzio. Che vuoi, anche la pazienza ha un limite. Lui non è d’accordo però e adesso sembra un’anima in pena, poveraccio. Ma lamisura era colma da un pezzo, così, dopo aver valutato tutti gli annessi e connessi (abbiamo anche due figli) ho rotto gli indugi e adesso mi sento molto meglio.
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Khaled (Egitto): Oggi facciamo un episodio come si deve? Che ne dite?
Ottima idea, un episodio come si deve è quello che ci vuole nel giorno di ferragosto.
Comunque forse bisogna spiegare questa espressione: “come si deve”
Ed allora facciamolo!
Come si deve è un’espressione molto usata dagli italiani, un po’ meno dagli stranieri. Ma da oggi sicuramente un po’ di più anche da parte loro.
E’ molto usata al lavoro, ma solamente all’orale.
Ma quando si usa?
Si usa quando c’è da fare un lavoro, quando c’è da realizzare qualcosa, e questo lavoro deve essere fatto bene. La qualità è essenziale al lavoro, quindi i lavori devono essere fatti come si deve.
Il che significa “come si deve fare”. é stata omessa l’ultima parola. Il lavoro va fatto bene, va fatto in modo ineccepibile. Quest’ultima però è una modalità adatta anche allo scritto e molto più professionale. Spiegheremo il verbo eccepire tra qualche giorno.
Torniamo alla nostra frase: un lavoro fatto come si deve è semplicemente fatto bene. Ci sono molti modi equivalenti per dire la stessa cosa, ognuno ha delle caratteristiche proprie. Quella di oggi esprime semplicemente in modo informale la buona fattura di un lavoro o di un servizio. Ma anche fuori dal lavoro possiamo usare questa frase.
Adesso vado a sgridare mio figlio, lo sgrido come si deve così gli passa la voglia di fare capricci!
Ecco, in questo caso sgridare come si deve il figlio garantisce al genitore che il figlio si comporterà bene in futuro. Tutto ciò che si fa come si deve è pertanto ben fatto.
Al lavoro posso usare frasi alternative più valide e professionali:
Bisogna pulire le apparecchiature a regola d’arte (molto professionale)
Occorre pulire tutto adeguatamente (abbastanza usato ma più all’orale)
Il servizio fa fatto a dovere (usato più all’orale ma professionalmente valido)
Si tratta di un lavoro fatto veramente ammodo (tutto attaccato: significa in un modo positivo. Discorsivo ma professionale.
Il cliente va accontentato, quindi fate tutto nel giusto modo (discorsivo ma valido)
Queste modalità potete usarle maggiormente al lavoro, ma nella vita di tutti i giorni potete dire anche:
Un pranzo cucinato come Dio comanda (da usare anche al lavoro, ma solo all’orale)
Ho organizzato una festa con tutti i crismi (molto usata ma solo all’orale: significa perfettamente, non deve mancare nulla)
Ma fare una cosa “per bene” è probabilmente la forma più usata, insieme a “come si deve” all’orale e nella vita di tutti i giorni.
Anche una cosa fatta “a puntino” (divertente vero?) sono ben fatte. Esprime precisione.
Si usa molto anche “ben bene” o “ben benino”:
Prima di venire a tavola lavati le mani ben bene ok?
Ripassiamo le espressioni passate?
Guy (Camerun): veramente una spiegazione come si deve. Complimenti! Ma d’altronde dopo la domanda iniziale, che non era per niente retorica, ti sei visto costretto a non fare una spiegazione pro forma.
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Guy (Camerun):Vuoi con un significato, vuoi con un altro, questo verbo “volere” ha un sacco di utilizzi nelle espressioni italiane. Che vuoi, la lingua italiana è bella e sempre ricca di sorprese. Volete che non lo sappia? Sono anch’io membro dell’associazione!
Ecco, questa frase che avete appena ascoltato da Guy, dal Camerun, contiene tre utilizzi diversi del verbo volere, nel linguaggio scritto e parlato, tre modalità molto molto comuni tra gli italiani.
Abbiamo già parlato di “che vuoi“, nell’episodio n. 52 dei due minuti con Italiano Semplicemente, che si utilizza per frasi in cui si ha una conseguenza logica, e anche dell’uso del verbo volere quando si usa per indicare due ragioni o più possibilità, quando spesso volere si ripete due volte (vuoi per un motivo, vuoi per un altro, vuoi con me, vuoi con te, vuoi per una ragione o per un’altra, eccetera).
Oggi invece spieghiamo velocemente “vuoi che non” e “volete che non“, un modo particolare anche questo di usare volere. In pratica sto invertendo le due parole “che vuoi” con “vuoi che”. Cosa cambia se cambio l’ordine delle parole? Inoltre ho una parola in più adesso: NON. A cosa serve questa parola in più?
“Vuoi che” o “volete che” in questo ordine, hanno sempre un senso di semplice domanda:
Vuoi che vada a Roma stasera?
Volete che vi spieghi qualcosa oggi?
Vuoi che andiamo a ballare?
A volte però si usa in un modo diverso, e l’obiettivo, fate attenzione è quello di dire qualcosa di scontato, di ovvio, ma in modo ironico. Allora dovete aggiungere “NON” altrimenti non ci riuscirete. Il risultato potrebbe essere ambiguo, potrebbe non risultare chiarissimo se state facendo una battuta oppure no, quindi state attenti perché se non è facile da capire dovere usare un tono ironico, dovete sorridere magari.
Vediamo qualche esempio:
Professore, sai riconoscere un abitante di napoli da uno di genova quando parlano italiano?
Io potrei rispondere:
Vuoi che non sappia come riconoscere un napoletano da un genovese?
Il che significa:
Certo che so riconoscerli, sono un italiano!
Altre frasi equivalenti sono:
Ovviamente sì, li so riconoscere
Naturalmente, sono italiano!
Ma in queste frasi equivalenti, che sono frasi affermative, non c’è ironia. Se voglio essere ironico devo negare, devo dire l’esatto contrario sotto forma di domanda.
Vuoi che non li sappia riconoscere?
Il che non è una domanda da leggere normalmente. In realtà non sto chiedendo se è tua volontà (se tu vuoi) che io non sappia fare questa cosa. La frase è ironica, è come dire:
Vorresti forse pensare che io non lo sappia fare?
Pensi forse che io non ne sia capace?
Credi veramente che io non abbia questa capacità?
Queste ultime tre frasi sono tutte domande in cui l’obiettivo è sempre quello: evidenziare che non è possibile avere un simile pensiero. La risposta è quindi scontata, ovvia. Ma anche in queste tre frasi, sebbene costruite tutte nello stesso modo, nella forma negativa e interrogativa, manca l’ironia.
Per aggiungere questa componente essenziale occorre usare il verbo volere:
Vuoi che non non lo sappia?
Fate attenzione perché potreste anche risultare offensivi, dipende da come lo dite, dal tono che usate, infatti state insinuando che una cosa banale e scontata non sia stata compresa. Infatti si usa spesso come frase in un litigio. Non sempre però è così; a volte sono semplicemente ironico.
Posso dire ad esempio che tutti i politici italiani sono potenzialmente a rischio di essere intercettati telefonicamente. Tutti i politici italiani quindi sono controllati, almeno in teoria; il loro telefono potrebbe essere sotto controllo dalla polizia:
Volete che ci siano politici che non hanno un telefono cellulare?
In questo caso c’è solo ironia, ma se volete far arrabbiare un italiano, a qualsiasi domanda ti faccia, si può rispondere usando questa espressione. Provate e vedrete la sua faccia stupita!
Ciao hai bisogno di indicazioni stradali?
Risposta: vuoi che non sappia usare Google Maps?
Lei come si chiama? Mi capisce quando parlo?
Vuole che non la capisca? Mi ha fatto una domanda abbastanza facile.
L’italiano si offenderà o si arrabbierà, poi basta sorridere un po’ e tutto passerà.
Ripassiamo le espressioni passate. C’è nessuno che mi aiuta?
Cristine (Brasile): Certo, vuoi che non siam pronti a farlo?
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Vedersi costretti a fare qualcosa. Considerando che qualcuno potrebbe avere difficoltà a capire questa frase, mi vedo costretto a fare chiarezza.
“Mi vedo costretto“: Questo è un modo alternativo per esprimere una particolare sensazione. Quella sensazione che si prova quando c’è un senso di obbligo.
“Vedersi costretto a” fare qualcosa, cioè vedere costretto se stesso a fare qualcosa, qualunque cosa sia, significa sentirsi obbligati, sentirsi legati ad un obbligo verso qualcuno o qualcosa. Equivale ad essere costretti – stesso significato – ma c’è qualcosa in più.
Infatti, “essere costretto” e “vedersi costretto” possono entrambe usarsi quando non c’è più scelta sul da farsi, indica quindi che c’è un’azione obbligatoria. Ma se usiamo, “vedersi costretto”, c’è qualcosa in più, c’è una sensazione in più, un sentimento, come un dispiacere legato all’azione obbligatoria, che è anche sofferta. Questo è quel qualcosa in più.
Vediamo: cosa ci può obbligare a fare questa azione? Beh, potrebbero essere le circostanze, la situazione difficile che si è creata, potrebbe essere il nostro senso del dovere a imporci questo comportamento. Facciamo degli esempi per capire meglio:
Un ragazzo non obbedisce ai genitori, allora il padre e la madre potrebbero dirgli:
Ci vediamo costretti a darti una punizione
Il che equivale a dire:
Non abbiamo altra scelta, ti dobbiamo punire.
A questo punto sentiamo il dovere di darti una punizione
Ci sentiamo obbligati a punirti
Oppure – altro esempio – se un calciatore professionista, di 40 anni, ha un grave infortunio, potrebbe dire:
Considerata la mia età, mi vedo costretto a smettere di giocare per sempre
Che equivale a dire:
Inutile che speri di tornare a giocare quando avrò superato l’infortunio. Quindi sono costretto a smettere di giocare come giocatore, mi sento obbligato, mio malgrado, a prendere questa decisione, perché sarò troppo anziano per giocare.
“Mi vedo costretto a smettere“, è quindi un’espressione che chiama in causa il proprio senso di responsabilità, o il proprio realismo: c’è una riflessione che spinge a prendere una decisione obbligata, dopo una attenta riflessione, nonostante questo abbia delle conseguenze negative.
Si può usare in ogni possibile contesto, sia per iscritto che all’orale. Volendo possiamo rendere questa espressione persino più forte, aggiungendo qualche parola chiave:
Mio malgrado, mi vedo costretto a questa scelta;
A malincuore ci vediamo costretti a punirti
A questo punto, mi vedo costretto a prendere provvedimenti
Ancora una volta, mi vedo costretto a sgridarti
Purtroppo mi vedo costretto ad intervenire sulla questione
Potrei aggiungere che è un’espressione che esprime sicuramente autorità, quindi molto adatta a chi riveste un ruolo importante: un direttore, un genitore, eccetera.
Il verbo vedere con questo significato si può usare solo con costretto oppure obbligato. Ovviamente poi possiamo cambiare i tempi: “mi sono visto costretto”, “mi vedrò costretto”, “potrei vedermi costretto”. eccetera.
Ora ripassiamo alcune espressioni precedenti (vedi elenco) con l’aiuto di Ulrike, membro dell’associazione:
Ulrike (Germania): Non vi dico che rabbia: vorrei andare al centro commerciale ma ho la macchina rotta. Chi mi può accompagnare? Quando sono sguarnita di automobile è sempre un problema. Se lo chiedo a mio figlio, senz’altro troverà una scusa, Spero di essere prevenuta nei suoi confronti ma credo che anche stavolta sarà indisposto. Lui preferisce andare a sballarsi in discoteca con gli amici. Non so ancora per quanto tempo sono disposta ad abbozzare.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
Lia (Brasile): Oddio! Se viene a galla che non sono preparata sarò bocciata in due minuti!
Giovanni:
Venire a galla. Oggi ho in mente di parlarvi di questa espressione, spesso usata in modo figurato (come ha fatto Lia)
Tutti gli italiani la utilizzano infatti sia in senso proprio che in senso figurato.
“A Galla”. Cosa vuol dire? C’è un verbo all’origine, il verbo galleggiare.
Se osservare una palla in acqua, la palla affonda? Va sotto l’acqua? Oppure no? No, la palla non scende sotto la Superficie dell’acqua. Ed allora cosa fa la palla? Galleggia. Sta a galla, si tiene a galla. La palla in acqua sta a galla. Affonda la palla in acqua? No, non affonda ma galleggia. La palla sta a galla.
Bene, se la palla sta a galla è perché c’è dell’aria dentro la palla. Ma anche il legno galleggia, anche la plastica sta a galla. Potrei continuare all’infinito per esprimere il senso proprio dell’espressione “stare a galla“.
E cosa succede se spingiamo la palla sotto l’acqua? Cosa succede se con la mano portiamo la palla sotto la superficie dell’acqua?
Semplice, la palla viene a galla, la palla viene, cioè torna a stare a galla, torna su, in superficie, come prima.
Venire a galla, stare a galla, tornare a galla sono tutte espressioni che si usano anche in modo figurato come vi avevo anticipato.
L’immagine che si prende a prestito è proprio quella di un corpo che ritorna a mostrarsi in superficie: qualcosa che torna a vedersi, che viene a mostrarsi, mentre prima era nascosta, era celata e non si vedeva, ma c’è una forza che l’ha fatta tornare in superficie, ed ora è sotto gli occhi di tutti.
Si usa coi verbi stare, restare, venire e tenere.
Venire a galla quindi vuol dire, in senso figurato, manifestarsi in tutta evidenza, svelarsi, rivelarsi. Ad esempio potremmo dire che:
La verità viene sempre a galla
Vedete che stavolta c’è la forza della verità, che spinge un’informazione a manifestarsi, come la forza della pressione che spinge la palla fuori dell’acqua.
Una paperella a galla – Photo by Andre Moura on Pexels.com
Non puoi tenere a galla una bugia, perché prima o poi la verità verrà a galla, perché le bugie non stanno a galla, le menzogne non si tengono a galla, non restano per molto tempo a galla, a differenza della verità, che viene sempre a galla.
Liliana (Moldavia): È difficilissimo che, nei giorni da bollino nero, sulle autostrade italiane siano rispettate tutte le regole per la sicurezza. In queste occasioni, vengono a galla tutti i difetti degli automobilisti italiani.
Sheila (USA):Non ce la faccio ad andare all’università a dare l’esame di italiano. Quando sarò a tu per tu con la mia professoressa Flora, verrà sicuramente a galla che non sono preparata! Mi ha già bocciato una volta e sarà anche prevenuta nei miei confronti. Devo studiare di più, non vorrei risultare sguarnita di risposte. Dovrò anche vestirmi bene per l’esame; che vuoi, la forma è sostanza in certi casi.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
Domande Esercizio Nº 65
1. Nell’espressione “venire a galla”, la parola galla viene del verbo G _ _ _ _ _ _ _ E.
2. Se metti una palla in acqua, questa cosa fa? a) affonda b) galleggia c) sopravvive
3. Il senso proprio di “stare a galla” significa stare a fior d’acqua, sulla superficie dell’acqua, cioè galleggiare? a) Vero b) Falso
4. In modo figurato le espressioni “venire a galla, “stare a galla”, tornare a galla”, si usano quando qualcosa che prima era evidente, era scoperta e si vedeva chiaramente, poi torna a nascondersi. a) Vero b) Falso
5. Quando una cosa si svela, si evidenza, si rivela, in senso figurato vuol dire che V _ _ _E a G _ _ _ _
6. Posso dire che la verita _ _ _ _ _ sempre a _ _ _ _ _ _ _ prima o poi!
7. La galla è la femmina del gallo?
8. Il verbo emergere, in senso figurato, fa pensare a: a) nascondere la verità b) la chiarezza e la trasparenza c) le palle in acqua
Risposte Esercizio Nº 65
1. Nell’espressione “venire a galla”, la parola galla viene dal verbo GALLEGGIARE.
2. b)
3 a) Vero
4. Falso. È il contrario.
5. Quando una cosa si svela, si evidenza, si rivela, in senso figurato vuol dire che vien a GALLA
6. Posso dire che la verità VIENE sempre A GALLA prima o poi!
Giovanni: Buongiorno, oggi parliamo della festa musulmana del sacrificio, grazie ad un’idea di Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.Grazie anche a Zahid, insegnante di italiano in Marocco ed a Mona, egiziana. Entrambi mi hanno aiutato per parlarvi di questa importante festa musulmana, che non conoscevo. Le voci che ascolterete adesso sono proprio quelle di Zahid e Mona, ragazza egiziana.Il testo è stato realizzato da Khaled ed è un’occasione per rivedere le espressioni dedicate alla rubrica dei due minuti con italiano semplicemente.Zahid: Buongiorno, mi chiamo Zahid, insegnante della lingua italiana in Marocco. Oggi facciamo una forma di ripasso degli episodi della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”.Oggi esordisco parlandovi, come forma di ripasso, della festa musulmana del sacrificio, che i musulmani si dà il caso che festeggino in tutto il mondo. Questa festa ci ricorda che Abramo si era prefisso di far uccidere il figlio Ismaele per obbedire a un ordine di Allah, il quale poi, bontà sua, gli disse di sostituirlo con un montone. Apriamo una breve parentesi sulle feste musulmane.
I musulmani hanno due feste all’anno che devono rispettare e festeggiare. È un questione di religione, non certo un pro forma per chi ama il proprio credo e si comporta conformemente a quanto prescritto dai testi sacri.
La prima é quella per la fine del Ramadan. Il mese di Ramadan è il momento in cui tutti i musulmani digiunano dall’alba fino al tramonto del sole.Non vi dico che sofferenza!Ci si astiene dal cibo, dal bere e dalle relazioni sessuali. Il tutto, si potrebbe dire, per non uscire dalla retta via, o, detto diversamente, per non prendere una brutta piega.Sebbene il digiuno faccia bene alla salute, esso é infatti considerato principalmente una purificazione spirituale.Fede e rispetto del digiuno pertanto sono un binomioindissolubile per chi sta bene in salute.Distaccandosi dalle comodità del mondo, anche se per un periodo di tempo limitato, una persona si avvicina alle sofferenze di chi soffre veramente la fame e la sete e in questo modo aumenta la crescita spirituale dell’individuo.Non si può decidere di rispettare il ramadan ogni due per tre. La fede è una cosa seria, quindi o così, o pomì. Non ci sono alternative.La seconda festa, quella del sacrificio si svolge in occasione del pellegrinaggio alla mecca.Quello del pellegrinaggio alla mecca é un obbligo: almeno una volta nella vita per tutti i musulmani. Poi chi vuole può tornarci altre volte. Non c’è pericolo di sforare.Infatti per chi é fisicamente e finanziariamente in grado di farlo invece (circa due milioni di persone da ogni parte del mondo), ci si reca alla mecca ogni anno, durante il dodicesimo mese del calendario musulmano.Gli uomini indossano semplici vestiti, in modo che siano eliminate le distinzioni sociali e culturali, affinché tutti siano uguali davanti ad Allah. Balzerebbesenz’altro all’occhio un vestito osé, o anche un abito troppo costoso.Meglio rispettare le traduzioni.Per i pellegrini che pregano nella moschea di al _Haram, alla mecca, c’é la cosiddetta “costruzione nera” , verso la quale si volgono i musulmani, durante la preghiera.Si tratta del luogo di venerazione che Allah ordinò di costruire al profeta Abramo e a suo figlio Ismaele.Uno dei riti è girare sette volte intorno alla kà aba e percorrere per sette volte (andata e ritorno) la distanza compresa tra la collina di saga a quella di marwa, come fece Aagar, moglie di Abramo, mentre era alla ricerca di acqua per suo figlio Ismaele.Facendolo quindi non si rischia certo di essere visti come anime in pena. Nessun musulmano considera questi riti come qualcosa di obbligatorio, qualcosa che tocca fare per forza. Piuttosto apparirebbe strano ed insolito se qualcuno lo facesse con un fare di superficialità e stanchezza.I pellegrini si riuniscono a circa 15 miglia dalla mecca, dove trascorrono l’ntera giornata in intense invocazioni; un raduno che spesso é pensato come un’anticipazione del Giorno del Giudizio.Al decimo giorno. i musulmani celebrano la festa del sacrificio.Questa ricorrenza , assieme alla cosiddetta “festa piccola” cioè la festa del fine del mese Ramadan, che cade nel nono mese del calendario islamico, sono le due feste annuali del calendario musulmano.Grazie a Zahid e Mona che ringrazio. Adesso rileggo anche io la storia così avrete modo di verificare qualche differenza della pronuncia.Mi riferisco soprattutto alle parole: rubrica, osé, Abramo.Zahid: Spero di essere stato chiaro, auguro una buona festa a tutti i musulmani e un grande saluto a tutti i membri del gruppo di italiano semplicemente. Ciao ciao.Giovanni: Sei stato chiarissimo ed anche Mona. Grazie ancora per l’aiuto e grazie a Khaled per l’idea dell’episodio.
Io e quattro amici italiani, quando avevamo 18 anni, abbiamo chiamato un camping sulla costa azzurra, in Francia, per passare qualche giorno insieme. Appena hanno sentito l’accento italiano hanno detto che il camping era tutto pieno.
Insospettito, ho fatto chiamare da un mio amico belga e… sorpresa!! Il campeggio stavolta era libero.
mmmmm… credo che i proprietari del campeggio fossero prevenuti nei confronti degli italiani, soprattutto se molto giovani.
Essere prevenuti è la frase di oggi. Attenzione parliamo di essere prevenuti e non del verbo prevenire, che significa anticipare, fare o dire qualcosa prima di altri.
Quindi in questa storia che vi ho raccontato, realmente accaduta, i proprietari del camping erano prevenuti, ed hanno pensato che un gruppo di italiani diciottenni potesse creare problemi.
Che significa che erano prevenuti? Se ti dicono che sei prevenuto, è un’offesa?
Vi dico subito che non è una cosa positiva. Questo si è capito bene credo, dalla storia.
Non si tratta di una grossa offesa e neanche di un insulto. Piuttosto direi che si tratta di una brutta idea, una brutta opinione.
Una persona prevenuta ha già un pensiero, un’opinione negativa riguardo un’altra persona. Si dice essere prevenuti contro qualcosa o qualcuno o essere prevenuti nei confronti di qualcuno/qualcosa.
Si tratta di un’idea che questa persona si è fatta in passato. PRE -VENUTA quindi l’idea è venuta prima, in precedenza rispetto ad un certo avvenimento, e quest’idea è negativa. Si tratta quasi sempre di giudizi che riguardano le persone, o al limite situazioni o anche oggetti.
Questa idea negativa dipende non dall’osservazione della realtà, ma da altre cose che in passato hanno influito negativamente sull’immagine che si ha in testa, oppure dipende dall’opinione diffusa, da quello che pensa la maggioranza delle persone. Si dice anche che questa persona è mal disposta.
Vi faccio un altro esempio:
Vedo un uomo vestito molto male che mi si avvicina e penso: ecco, questo adesso mi chiede dei soldi! Poi invece mi dice: scusi, mi sa dire dov’è la stazione del treno?
Ma come sono stato prevenuto! Mi vergogno di me!
Ci sono sinonimi, termini equivalenti? Vediamo: oltre a mal disposta, una persona prevenuta può essere definita diffidente, ostile, ma questi termini non ci dicono nulla sul motivo della diffidenza e ostilità. Oppure una persona “maliziosa“, perché i maliziosi vedono il male dove non c’è. sono sospettosi verso ciò che si dice in giro e dove c’è un’opinione diffusa negativa. Si parla anche di stereotipi o di luoghi comuni quando si è prevenuti nei confronti di gruppi sociali. Potete leggere l’episodio dedicato ai luoghi comuni per saperne di più.
Ripasso espressioni precedenti:
Mariana (Brasile 🇧🇷): Durante un esame universitario bisogna non solo conoscere gli argomenti, ma anche saperli presentare nel modo giusto. La forma è sostanza in questi casi. Poi bisogna sempre sperare che il professore, bontà sua, sia di buon umore quel giorno. Non basta essere preparati, ma, che vuoi, un po’ di fortuna conta sempre.
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
E’ un abito semplice, senza nessuna guarnizione, ornamento, senza nessun tipo di accessorio? Allora puoi dire che indossi un abito sguarnito.
Sguarnito però non si usa solo per questi tipi di vestiti, vestiti molto semplici e senza accessori. Infatti sguarnito vuol dire che manca qualcosa, qualcosa che ci potrebbe essere ed invece non c’è. Qualcosa che ci si aspetta di trovare ed invece non si trova.
Beh, questo rende l’aggettivo sguarnito utilizzabile in molti contesti diversi no?
Vediamo qualche esempio? Non sono mai sguarnito di esempi io, infatti prima di registrare un episodio mi preparo adeguatamente, ma se non fosse così potrebbe capitare di risultarne sguarnito.
Primo esempio:
Una casa sguarnita
Si tratta di una casa con pochissimi mobili e quindi mancano molte cose che servono per vivere in questa casa.
State al ristorante e ordinate un secondo piatto, ad esempio un pollo arrosto.
Povero pollo, vi arriva in un piatto senza niente accanto: neanche una piccola insalatina. Non so… una verdura grigliata, delle patate lesse, un po’ di spinaci, insomma arriva questo pollo solo soletto, senza nessun “contorno” (si chiama così la verdura che accompagna un secondo piatto).
A questo punto possiamo lamentarci col cameriere:
Scusi cameriere ma questo piatto mi sembra un po’ sguarnito non le pare?
Prendete carta e penna perché la prossima volta che andate in un ristorante italiano potreste trovare l’occasione giusta per usarlo.
Cambiamo ambiente. Siamo in guerra e il nemico sta attaccando la nostra fortezza:
La nostra fortezza però non è affatto sguarnita.
Cosa manca in una fortezza sguarnita? Essendo la funzione della fortezza quella di difendere, allora ciò che manca è ciò che serve per difendersi. Ci si aspetta che una fortezza sia dotata di mezzi di difesa no? Quindi se questa fortezza è sguarnita – non c’è neanche bisogno di specificare di cosa è sguarnita – allora manca ciò che ci dovrebbe stare: fucili, armi, un muro di protezione adeguato, un esercito. Insomma tutto ciò che serve per fare una fortezza.
Anche un negozio può essere sguarnito. Cosa ci si aspetta di trovare in un negozio? In un negozio di scarpe ci si aspetta di trovare delle scarpe. Se queste non ci sono, il negozio è sguarnito.
Scusi mi dà un paio di scarpe numero 47?
Mi spiace ma in questo momento siamo un po’ sguarniti dei numeri grandi.
Sguarnito è molto simile a “sprovvisto“, che però è più commerciale, più adatto ai negozi. Sguarnito è meno professionale come verbo.
Adesso Andrè, dal Brasile, ci aiuta a rispolverarequalche espressione precedente.
Andrè (Brasile): Cosa posso fare stasera? Andare in discoteca a sballarmicon qualche caipirinha? Oppure ascolto qualche episodio di Italiano Semplicemente? Un problema semplice, non c’è bisogno di scervellarsi. Vado a sballarmi!!!! Scherzo, scherzo! Mia moglie direbbe che ho preso una brutta piega! Comunque me le bevo a casa!! Non ne sono mai sguarnito!
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
Natalia (Colombia): Perché continuate a scervellarvi sul migliore sistema per imparare l’italiano? Perché continuate a spremere le meningi e ad affaticarvi la mente in studi grammaticali e lezioni davanti al PC, alla ricerca di una soluzione al problema dell’apprendimento di una lingua? Perché lambiccarsi ancora il cervello ora che avete trovato trovato Semplicemente?
Brava, perché? Scervellarsi è la parola da spiegare oggi.
Cosa abbiamo nella testa? Abbiamo il cervello, l’organo che ci permette di pensare. Quindi ci permette anche di pensare a come risolvere un problema.
Scervellarsi infatti non significa togliersi il cervello, ma bisogna ancora una volta leggere il senso figurato. Quando si pensa troppo ad una soluzione di un problema, si rischia di scervellarsi, cioè di far lavorare troppo il cervello tanto da “uscire di testa”, tanto da impazzire.
Perché quindi continuare a scervellarsi (attenti alla pronuncia, che inizia con sc- come scemo, scimmia, sciame): scervellarsi. Perché continuare a affaticare la mente? Questo è il senso in effetti. Potete usare questo verbo ogni qualvolta vogliate esprimere uno sforzo mentale eccessivo alla ricerca della soluzione di un problema.
Si dice anche lambiccare, anzi lambiccarsi, ancora in senso riflessivo, perché si parla sempre di persone che si lambiccano per risolvere un problema.
Vi faccio alcuni esempi:
Puoi lambiccarti quanto vuoi, tanto non c’è niente da fare.
Inutile scervellarsi, non c’è una soluzione.
Mi sono scervellato per capire come risolvere questo problema
I due verbi scervellarsi e lambiccarsi si usano praticamente sempre quando i problemi sono impossibili o difficili da risolvere, quindi in senso negativo, per dire che gli sforzi sono inutili. Ma nessuno vi vieta di dire ad esempio:
Dopo essermi scervellato per due ore, alla fine ho trovato la soluzione!
Liliana (Moldavia): questo verbo lambiccarsi mi ha colto alla sprovvista, perché non sapevo come pronunciarlo. Allora adesso finalmente posso smettere di scervellarmi, perché ora lo so! Se ci pensavo ancora un po’ rischiavo seriamente di sembrare un’anima in pena, Bravo Gianni, bella spiegazione. Adesso basta sennò mi danno della ruffiana!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
Domande esercizio
1. Quando si pensa troppo ad una soluzione di un problema, si rischia di ________!
2. Quando fai lavorare troppo il cervello, perché hai fatto uno sforzo mentale, che tia A_ _ _ _ _ _ _ la mente, si dice che ti sei scervellato.
3. Il verbo SCERVELLARSI ha a che fare con quale organo che hai nella testa?
4. Se ti sei SCERVELLATO vuole dire che si sente come se il cervello esce dalla TESTA (si fa per dire) tanto da impazzire. Vero o Falso?
5. Se ti sei sforzato molto per risolvere un problema oltre a scervellarti si può dire che ti sei Lamb _ _ _ _ _ _ il cervello!
6. Quando, per trovare la soluzione ad un problema devi impegnarti tanto da impazzire puoi dire che a) Ti sei SCERVELLATO b) ti sei LAMBICCATO il cervello.
Risposte
1. Quando si pensa troppo ad una soluzione di un problema, si rischia diSCERVELLARSI!
2. Quando fai lavorare troppo il cervello, perché hai fatto uno sforzo mentale, che ti AFFATICA la mente, si dice che ti sei scervellato.
3. CERVELLO
4. VERO
5. Se ti sei sforzato molto per risolvere un problema oltre a scervellarti si può dire che ti sei LAMBICCATO il cervello!
Francesco Bergoglio(Roma): …la libertà non arriva stando chiusi in stanza col telefonino e nemmeno sballandosi un po’ per evadere dalla realtà.
Giovanni: Sballare, lo avete sentito utilizzare da Francesco Bergoglio in un recente discorso pubblico, e lo ha utilizzato in modo riflessivo: sballarsi.
Il papa è dispiaciuto per i ragazzi che si sballano per evadere dalla realtà. Allora si intuisce che sballarsi significa essere in uno stato di eccitazione per effetto della droga, o perdere l’autocontrollo per aver bevuto troppo, ovviamente quando uso il verbo “bere” in questo caso mi riferisco a sostanza alcoliche.
Nel gergo giovanile sballarsi significa in generale eccitarsi, esaltarsi.
Questa polverina mi fa sballare!
Questa musica mi fa sballare
Molti ragazzi amano sballarsi in discoteca
Che sballo!
“Che sballo”è un’esclamazione che si può usare ogni volta che ci si diverte molto, anche senza droghe voglio dire.
Nonostante questo, il verbo sballare si usa in molte altre occasioni. Non solo droga o divertimento esagerato.
Avete mai sballato un pacco ricevuto per posta? Sono sicuro che lo fate almeno una volta al mese!
Quest’uso non è riflessivo: sballare un pacco è togliere l’imballo, cioè togliere la merce che è stata chiusa in un imballo, che è la confezione protettiva usata per l’imballaggio e la spedizione.
Se fate dei conti invece (usando la matematica) potreste sballare i conti. Allora avete sbagliato clamorosamente un calcolo, una misurazione, ecc.. Si tratta di un grosso sbaglio commesso con i numeri: avete sballato i conti.
Se andiamo a cena al ristorante:
Guarda questo conto del ristorante, ma è tutto sballato!
Notate che c’è lo stesso senso di esagerazione che trovate nello sballo da discoteca, quello che ha usato il Papa. Sballare i conti si dice, ma si usa anche “sballare i calcoli”, “sballare una misura”, “sballare il conteggio” e cose di questo tipo. Sono sempre grossi errori di calcolo.
Infine può anche capitare di sballare la moto, o la macchina. Se riferito a un dispositivo, uno strumento, ecc., il verbo sballare significa danneggiare, guastare. Si usa sballare quando qualcosa di rompe, e spesso c’è un motore: che ad un certo punto… puf! Si rompe, si sballa! Un linguaggio familiare questo, informale sicuramente, e quindi molto usato, soprattutto dai giovani: anche a quelli che non si sballano in discoteca può capitare di sballare la moto. E adesso ripassiamo alcune espressioni precedenti con Bogusia.
Giovanni: eccoci qua, ancora oggi, che è domenica e pascio la parola a Flora, che vi spiegherà la seconda espressione che riguarda le due parole forma e sostanza. L’espressione è la forma è sostanza, oppure la forma fa la sostanza.
Flora: In italiano però si dice anche un’altra cosa che sembra essere in contrasto con questa frase proverbiale.
La frase a cui sto pensando, è: laformafa la sostanza.
Quindi in italiano abbiamo due frasi sulla stessa questione che si contraddicono sia nell’aspetto più letterale che sia proprio in quello che vogliono dire.
È vero che bisogna guardare la sostanza eccetera eccetera, però questa stessa sostanza, i comportamenti, il carattere, la formazione di una persona viene fuori alla fine anche nella forma, nel modo in cui si presenta, in cui si relaziona con gli altri eccetera eccetera.
È quindi se noi abbiamo a che fare con una persona che ha una certa sensibilità, un certo modo di essere, un certo modo di comportarsi, possiamo desumere, benché dobbiamo sempre conoscerla bene, che alla base abbia una buona o cattiva sostanza.
Esempio pratico: se io devo andare dal presidente della Repubblica so che mi devo vestire in un certo modo e che mi devo comportare in un certo modo.
Se non mi vesto così, io posso essere la persona più buona di questo mondo però non so, non ho l’educazione, non so l’educazione di come mi debba presentare di fronte a un personaggio così importante.
Invece se avessi avuto l’educazione, la personalità, la formazione ed anche la sensibilità… . Attenzione che in italiano sensibilità significa due cose: significa sia l’emozione propria rispetto al mondo ma significa anche avere naso, sapere come comportarsi in determinate situazioni.
Se io vado a trovare una persona che è stata operata avrò la sensibilità di non parlare di viaggi … Se so che questa persona deve avere una lunga convalescenza.
Quindi le due frasi, fate attenzione, sono in contrapposizione.
Questa seconda frase proverbiale significa appunto dire che la forma, cioè come una persona si muove all’esterno, in determinate situazioni eccetera eccetera, fa anche la sua stessa sostanza perché alla fine ti dimostra che ha “il naso”, ha la formazione, ha la sensibilità in tutti contesti della vita.
Giovanni: grazie Flora, una spiegazione di sostanza, la tua, indubbiamente fatta con la giusta forma.
Adesso invece Natalia ci aiuta a ripassare le espressioni passate insieme alla sua amica Anna.
– NATALIA:
Pronto, Ciao Anna, sono Natalia! E allora, che aria tira a Barcellona?
– ANNA:
Ciao Natalia, alla grande! sono felicissima in questa città perché mi permette di conoscere tante culture diverse, tutto l’opposto alla solita solfa della mia piccola città.
E tu, cosa mi racconti? Come va il tuo livello d’italiano?
– NATALIA: Non ti dico! dopo aver fatto diversi corsi tradizionali senza troppi risultati, mi sono trovata a tu per tucon un metodo d’apprendimento di Italiano senza l’uso delle regole grammaticali con cui devo dire che sussistono gli estremi per adoperare un linguaggio quotidiano ed allo stesso tempo sviluppare la capacità di comunicare come un italiano nativo.
– ANNA: Macché, davvero?
– NATALIA: Eccome!, guarda un po’, mi sono iscritta ad una associazione che si chiama Italiano Semplicemente dove mi trovo benissimo, ci sono circa 70 membri di tutto il mondo e la maggioranza di loro hanno raggiunto risultati eccezionali seguendo questa metodologia.
Ora anch’io appartengo a questo gruppo di allievi dove abbiamo molte soddisfazioni con questa meravigliosa lingua.
Anna, dovresti valutare anche tu tutti gli annessi e connessidi non utilizzare la grammatica.
– ANNA:
Ma dai!, non ci credo, come si può imparare una lingua senza studiare la grammatica? Secondo me è una roba impossibile!
– NATALIA:
All’inizio anch’io la pensavo cosi, poi, sono andata a controllare le informazioni che si trovano sul sito ea stretto giro ho verificato la potenza del metodo in questione.
Anzi, mi sono subito affezionata alle diverse rubriche giornaliere, e ce ne sono un sacco.
Addirittura devo andare a ritroso per rispolverare la valanga di argomenti, qualora fosse necessario affrontare una situazione particolare.
– ANNA:
Sei stata fortunata a trovare questa tecnica Natalia, ne vadel tuo futuro in Italia!
– NATALIA:
Hai ragione Anna, è stato uno strappoallaregola che mi ha permesso, bontà sua, di ingranare con la lingua.
Senti, È stato bello parlare con te, adesso devo andare, ci sentiamo dopo, ti mando un forte abbraccio, saluta tutti, ciao, ciao!
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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
Giovanni: oggi e domani lascio la parola a Flora, una vera professoressa di italiano, che ci spiegherà il significato di due parole, la forma e la sostanza. Iniziamo con la frase di oggi che è “guardare la sostanza e non la forma“. Vai Flora!
Flora: Buona sera a tutti, ciao Giovanni, ciao Ulrike, ciao Natalia, ciao a tutti!
Guardare la sostanza e non la forma in italiano significa che quando si analizza qualcosa, quando si bisogna giudicarla, quando bisogna esprimere un parere, un pensiero, quello che volete, bisogna rendersi conto, studiare, riflettere, non sull’involucro esterno, cioè sulla forma.
La forma può essere anche fisica. Io ti posso dire che la mia forma fisica è un po’ rotondetta perché non faccio palestra da tanto tempo.
Bisogna guardare invece la sostanza, la sostanza ha sia il valore proprio tecnico del termine e sia il valore metaforico.
Per quanto riguarda il valore tecnico la sostanza è ciò che contiene, è cioè la natura di qualcosa.
Che ti devo dire, la sostanza della crema pasticcera sono il latte, le uova, lo zucchero eccetera eccetera.
La sostanza della pizza è la farina, il lievito, il sale, l’olio, i pomodori, la mozzarella eccetera eccetera.
Sostanza in italiano però riferito alle persone, alle situazioni, eccetera, indica come sono formate, come sono fatte eccetera eccetera.
Quando si conosce una persona bisogna “guardare la sostanza”, cioè come si comporta realmente, come parla, come agisce nei momenti di difficoltà, nelle situazioni difficili, quando non deve fare bella figura eccetera eccetera.
Non la forma, cioè come invece si muove nei contesti ufficiali.
Questo significa guardare la sostanza è non la forma.
La forma è la prima parte di una persona.
Una persona può avere un viso d’angelo e invece essere una persona cattiva e viceversa.
Una persona può sembrare tanto buona per i modi che ha, perché parla sempre a voce bassa, perché non risponde mai a nessuno, eccetera, può invece essere una persona cattiva di animo.
Nel caso di altre situazioni significa anche che bisogna guardare oltre la superficialità. Due minuti e 54.vi dovete sorbire 54 secondi in più!
Spero di essere stata chiara.
Giovanni: grazie Flora, adesso Bernadette, dall’Australia, ci aiuta a ripassare un po’ espressioni passate.
Ripasso espressioni precedenti:
Bernadette (Australia):a me piace andare in giro a fare compere, ad acquistare vestiti, anche un po’ oséqualche volta, e soprattutto quando è periodo di saldi.Non vi dico quanto mi piace girare alla ricerca di vestitini particolari. A me non piacciono quelli che vanno per la maggiore. Ed a volte passo l’intera giornata girando di negozio in negozio cercando come un’anima in pena l’offerta più conveniente. Che volete… sono una donna!
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Domande Esercizio No 59
1. Guardare la sostanza e non la forma significa prestare attenzione: a) alle sostanze presenti
in un farmaco b) ai diversi ingredienti di una torta c) nel giudicare una persona o
cosa, pensando non a come appare esternamente bensì al suo modo di essere-.
2. Se ti devi presentare ad una festa di gala all’ambasciata, in questo caso, cos’è
necessario curare: a) l’apparenza esterna, cioè la forma, cioè la qualità dei tuoi vestiti; b) la tua qualità personale, la tua sostanza.
3. La sostanza di una persona riguarda la sua educazione, il suo modo di essere, la sua attitudine di
fronte alle altre persone, i suoi valori morali. Vero o falso?
4. Per le figure pubbliche, artistiche e politiche, per far colpo sull’opinione pubblica, generalmente è più importante la forma. Vero o falso?
5. Guardare oltre la superficialità significa che si deve valutare qualcosa o qualcuno non per come appare, ma per la sostanza. Vero o falso?
Bogusia (Polonia): Gianni, bontà sua, riesce a costruire i testi di questi brevi episodi di due minuti di punto in bianco. Non vi dico il mio stupore ogni volta! E’ difficile capacitarsidi come faccia. Il nostro compito si riduce solamente nel rispolverarele frasi di tanto in tanto.
Giovanni: Grazie Bogusia di questa frase di ripasso. La frase di oggi invece è “un’anima in pena”.
Forse è il caso di iniziare a spiegare la parola “pena”, perché ha tre significati importanti, simili ma non più di tanto.
Il primo è un sentimento, quel sentimento che si prova quando vediamo qualcuno che soffre, magari un poveraccio che chiede l’elemosina, che chiede soldi o una persona in forti difficoltà di salute o economiche.
Si usa anche come una particolare forma di insulto (secondo utilizzo):
Che pena che mi fai!
Mi fai proprio pena!
Che equivale a: mi fai schifo, sei una persona pessima. Questa modalità si usa quando una persona ha un comportamento immorale, un pessimo comportamento.
Il terzo significato di “pena” invece è nel senso di preoccupazione. In questo caso però si dice “essere in pena“. È una forte preoccupazione, uno stato d’ansia. È un sentimento che provano i genitori quando i figli non rientrano la sera a casa, o quando non hanno notizie di loro.
Siamo tutti in pena per Giovanni. Sono due giorni che non si fa sentire. Dove sarà? Gli sarà successo qualcosa? Che pena!
Quindi “essere in pena” esprime una forte preoccupazione.
Questo è il senso che ci interessa nella frase di oggi.
Infatti quando è un’anima ad essere in pena le cose sono leggermente diverse.
Un’anima è ciò che resta di noi quando non ci saremo più: la nostra essenza, almeno secondo alcune religioni. Si chiama “soul” in inglese.
Quando un’anima si preoccupa le cose dovrebbero essere più gravi ancora vero?
Ma sembrare un’anima in pena, o essere un’anima in pena sono espressioni che si usano verso persone spessissimo in modo ironico ma non sempre.
Quando una persona sembra un’anima in pena si trova in un forte stato di preoccupazione, fa avanti e indietro per i corridoi con la testa bassa ad esempio, e non pensa ad altro che alla sua preoccupazione. E’ quasi fuori dal mondo tanto è assorto nei suoi pensieri, ma mostra ansia evidente.
Guarda Giovanni, da quando ha perso il suo cane sembra un’anima in pena, poveraccio.
Dovevi vederli quegli studenti, non sapevano più come fare per migliorare l’italiano. Da quando italiano semplicemente ha terminato gli episodi dei due minuti sembrano anime in pena!
Vi lascio a Rauno, membro finlandese, con la consueta frase finale di ripasso. Vai Rauno
Ripasso espressioni precedenti:
Rauno (Finlandia):Grazie Gianni, è stato un piacere ascoltare questo episodio. Secondo me ascoltare un italiano nativo e imparare la lingua sono un binomio inscindibile. Mi raccomando: usufruisci anche tu di questa possibilità.
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
1. Cos’è la pena? a) un sentimento b) una pietanza c) una bevanda
2. Se dico “che pena mi fai!” a) è una forma di insulto b) una forma di ringraziamento c) entrambi
3. Si dico che sono in pena per te a) lo dico nel senso di preoccupazione b) uno stato di ansia
c) tutte le due
4. L’espressione “essere in pena” si usa per mostrare assenza di preoccupazione?
vero o falso?
5. Cos’è l’anima? a) quello che resta quando non ci saremo più b) quello che dimostra
preoccupazione.
6. Quando cammino con la testa bassa in uno stato di preoccupazione, posso dire
che sembro tutt’altro che “un’anima in pena”? Vero o falso?
Guarda, non ti dico quanto traffico ho trovato oggi per andare al lavoro!
Non ti dico quanto ho dovuto faticare per superare l’esame di italiano!
Meglio che non ti dico cosa mi è successo oggi! Una serie di inconvenienti a catena!
Avete mai sentito frasi di questo tipo?
“Non ti dico” è l’espressione da spiegare oggi in due minuti.
Quando si usa “non ti dico“?
Si usa quando si vuole raccontare un episodio in cui sono accadute cose molto sorprendenti, ma a dire il vero si utilizza anche quando si vuole esporre un episodio accaduto in un modo un po’ teatrale.
Sapete che gli italiani spesso amano esagerare, per attirare l’attenzione di chi ascolta, ed altre volte amano colorire un po’ le frasi, renderle meno banali. La cosa che conta spesso è trasmettere una sensazione ed anche in modo molto veloce.
“Non ti dico“, o “non vi dico“, dipende da quante persone stanno ascoltando, rientra proprio tra queste modalità.
Non è detto che poi si tratti necessariamente di episodi accaduti. Posso anche dire:
Anche oggi devo andare a lavorare. Non ti dico che voglia che ho!
Ecco, vedete che in questo caso l’espressione è anche ironica. L’espressione “non ti dico” ha quindi due caratteristiche.
La prima è che non è vero che “non dico una cosa”. Infatti sto esattamente raccontando un episodio o una sensazione. E’ vero, non sto descrivendo nei dettagli, ma ti sto comunicando qualcosa. Seconda caratteristica è che spesso il senso è ironico.
Non ti dico che voglia che ho di andare al lavoro anche oggi.
Questa è chiaramente una frase ironica, e si vuole esprimere esattamente l’opposto, cioè:
Non ho nessuna voglia di andare al lavoro oggi.
Frase un po’ banale no? Senza particolari emozioni collegate.
Ma se non te lo dico – provo a spiegare – se non te lo dico è perché non ne ho nessuna voglia! Questa potrebbe essere una possibile interpretazione.
E’ un modo molto diffuso per trasmettere emozioni, soprattutto negative, ma non è detto:
Oggi incontro la mia fidanzata. E’ un mese che non la vedo. Non ti dico quanto sono emozionato!
Ecco: se te lo dicessi, se ti dicessi quanto sono emozionato, probabilmente non troverei le parole adatte per farlo, oppure impiegherei troppo tempo. Quindi sicuramente sto omettendo dei particolari noiosi, ma ho reso bene l’idea no?
Quindi capite che è una modalità veloce, immediata per trasmettere una forte emozione, un forte sconforto, una quantità elevata di qualcosa. Ciò che si vuole trasmettere.
C’è anche un’esclamazione secca.
Ti è piaciuta la partita?
Eh, non ti dico!
Il che significa: non mi è piaciuta per niente! Il tono è fondamentale per capire se la risposta è ironica oppure no.
Se la domanda è: stai bene Giovanni?
Notate la differenza tra:
Non ti dico guarda, una favola!
e:
Eh, non ti dico guarda. Una favola!
Lia (Brasile) : Se ti è piaciuto questo episodio, e senz’altro sarà così, dai un’occhiata anche a quelli precedenti, altrimenti non è detto che tu riesca a capire questo mio messaggio, che non è affatto pro forma: senza ripasso non ce la fai a ingranare con la lingua. Che vuoi… bisogna ripassare, almeno due minuti al giorno. Se non ti torna, torna a trovarci anche domani e, bontà tua, ti convincerai!
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
1. L’espressione “non ti dico” si usa per per raccontare cose poco sorprendenti. Vero o
Falso?
2. Quando uso l’espressione “non ti dico”: a) voglio esprimermi in un modo
teatrale b) non voglio dire la verità c) sono stato scoperto
3. Si può usare solo per episodi già accaduti, o anche per episodi futuri?
4. Quando uso “non ti dico”, in realtà a) dico delle cose sorprendenti b) non dico quello che voglio esprimere c) dico e non dico
5. È un’espressione che si usa maggiormente in senso ironico? Vero o Falso?
6. Ê più diffusa per trasmettere emozioni negative o positive?
7. È una modalità veloce, immediata per trasmettere forti emozioni? Vero o falso?
Risposte
1. Falso
2. a)
3. Entrambi
4. a)
5. Vero
6. Negative
7. Vero
Giovanni: Oggi mi sono posto una domanda: chissà se esiste una persona non madrelingua italiana, nel mondo, che sappia usare l’espressione “bontà sua“.
Non lo so, probabilmente si, ma nel dubbio, credo possa essere utile usare due minuti del mio tempo per spiegarvelo.
Bontà sua, che può essere anche bontà mia, bontà tua, oppure bontà loro, è una frase che viene usata tra due virgole. Quindi bisogna fare una pausa prima di pronunciarla.
Bontà sua significa “per sua compiacenza” , “per tua cortesia“.
La bontà, lo sapete, è una qualità morale se parliamo di persone, il contrario della cattiveria. La bontà è sensibilità, empatia, benevolenza, ma il termine si può usare anche per indicare cortesia, gentilezza.
In questo caso però bisogna aggiungere una parola: sua, mia, loro, tua o vostra.
Da notare che la maggioranza delle volte si usa in modo ironico.
Ad esempio, se ho un appuntamento con una persona importante, come il preside dell’università, posso dire che:
Dopo un’ora di attesa fuori dal suo ufficio, finalmente, bontà sua, mi ha ricevuto.
E’ un modo per fare ironia, sulla bontà.
Non è esattamente come dire che:
Dopo un’ora di attesa fuori dal suo ufficio, finalmente mi ha concesso gentilmente di essere ricevuto.
In questo modo non c’è nessuna ironia, ed il preside è stato veramente gentile secondo me.
In genere possiamo usarla, e questo si fa normalmente, quando riceviamo una concessione, una cortesia, soprattutto quando questa cortesia in realtà è un dovere, quindi la usiamo ironicamente. L’idea è sottolineare ironicamente l’atto di benevolenza, la buona azione che è stata fatta, spesso nei nostri confronti. Ma spesso si usa anche seriamente ma alleggerendo un po’ la frase.
Ironicamente è il caso del preside della facoltà, che ci concede una appuntamento.
Un altro esempio ironico ma non troppo:
Mio fratello mi ha tradito, ma io, bontà mia, l’ho perdonato.
In questo caso l’ironia potrebbe anche non esserci, ad ogni modo la frase è più colorita e leggera.
Un altro esempio:
Io insegno italiano a molte persone all’interno dell’Associazione Italiano Semplicemente, persone che, bontà loro, apprezzano i mie sforzi e la mia costanza, oltre che il metodo utilizzato.
In questo caso non c’è affatto ironia, “bontà loro” è quasi un intercalare che si potrebbe eliminare ma a me è servito per sottolineare l’apprezzamento e il riconoscimento.
In tutti i casi comunque la frase va messa tra due virgole, e si deve fare una pausa prima e dopo quando si pronuncia.
Adesso, se volete pronunciare due frasi potete, bontà vostra, farlo dopo di me:
Figlio: Speriamo che mamma, bontà sua, stasera mi prepari gli spaghetti.
Mamma: Ed io spero che, bontà tua, arriverai puntuale.
Bogusia (Polonia): Oggi anziché ripassare le frasi passate, facciamo uno strappo alla regola e usiamo anche le frasi future, che non sono state ancora spiegate. Un semplice pretestoper capire l’importanza due minuti. Inutile scervellarsidunque, basta aspettare qualche giorno. Qualcuno sembra un’anima in pena perché asta cercando le spiegazioni sul sito ma non le troverà per il momento. Ve le spiegherà Gianni di buon grado, una alla volta. È un semplice modo per tendere la mano a noi stranieri. Armatevi di pazienza dai, non abbiate fifadi abbandonare il libro di italiano, e vedrete anche i più duri dicomprendonio ce la faranno. Le espressioni verranno sfoderateuna ad una. Spero non siate restiiall’apprendimento graduale e senza l’ausilio della grammatica. Qualora non siate del mio stesso avvisocomunque, spero vogliate raccogliere la mia provocazione mettendovi alla prova. L’idea di non usare la grammatica potrebbe sembrare peregrina, lo so, ma io spero si riuscire a convincervi. Hai visto mai!
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
1.L’espressione “bontà sua”, cambiando persona può diventare: bontà mia, bontà tua, bontà loro.
Vero o Falso.
2. Quando si usa quest’espressione non si deve fare una pausa prima. Vero o falso?
3. Bontà sua significa: “per sua _ _ _ _ _ _cenza”, “per tua cor_ _ _ _ _”
4. La bontà è una qualità delle cose. Vero o falso?
5. L’espressione “bontà sua” si usa maggiormente in modo ironico. Vero o falso?
6. Il nostro direttore di scuola finalmente, bontà sua, ha deciso di ascoltare i nostri
suggerimenti. Questa frase ha senso ironico. Vero o falso?
7. Mio figlio trentenne mi ha chiamato, bontà sua, per sapere come sto! Questa è una risposta
seria o sibillina? Vero o falso?
Risposte
1. Vero.
2. Falso.
3. Bontà sua significa: “per sua COMPIACENZA”, “per tua CORTESIA”
4. Falso.
5. Vero.
6. Vero
7. Sibillina.
Il verbo abbozzare è veramente interessante. Si scrive con due b e due zeta, e queste ultime si pronunciano sorde.
Abbozzare viene da bozza. E che cos’è una bozza?
Diverse cose. La bozza di un quadro è uno schizzo, un disegno accennato, un quadro ancora da finire, un disegno abbozzato. Si chiama anche abbozzo.
Da una bozza si può intuire l’idea dell’artista, l’idea che aveva in mente. Le bozze più famose sono probabilmente quelle di Leonardo da Vinci. Si chiamano anche bozzetti a volte.
Ma una bozza può anche far arrabbiare, non solo sognare ed immaginare. Ad esempio se trovi la tua macchina nuova che è stata abbozzata, ti arrabbi parecchio e in questo caso per ripararla ci vuole il carrozziere che rimette le posto le cose.
Allora la bozza è una deformazione della carrozzeria dell’auto, cioè del metallo esterno. Niente a che fare con la bozza del pittore. In molti casi comunque abbozzare ha il senso di fare qualcosa da terminare, da correggere, non solo nei quadri. Come la bozza di stampa di un qualsiasi giornale, che è come una prova, la versione non definitiva, non quella finale e che quindi è da correggere. Diciamo che una bozza è qualcosa di iniziale, una prima forma che in seguito sarà da sgrossare, da rifinire. In una presentazione pubblica c’è anche la bozza di un discorso. Puoi abbozzare un sorriso se incontri una persona che conosci, come forma di saluto discreto.
Ma abbozzare ha anche un significato alternativo e molto diffuso nel linguaggio informale, quello di pazientare, sopportare.
Ovviamente non sempre possiamo usare abbozzare al posto di sopportare.
Infatti in frasi come “non ti sopporto più” , oppure” non sopporto gli egoisti” e frasi di questo tipo non possiamo usare abbozzare.
La sopportazione è un po’ diversa: a volte è un’esperienza negativa, dolorosa di torti e di avversità subite e qui è simile a abbozzare ma più comunemente la sopportazione è la capacità di esercitare a lungo la tua pazienza. Si parla di spirito di sopportazione per chi è particolarmente portato a sopportare.
Ma non si sopportano solamente offese ed insulti, ed allora la sopportazione è anche quando si ascolta qualcuno anche senza motla voglia, oppure si può sopportare l’assenza di una persona. In questi casi abbozzare non è adatto.
Abbozzare è una reazione che ha una persona quando vorrebbe reagire, arrabbiarsi, sfogarsi, ed invece resiste e sta zitto.
Potremmo dire trattenersi, lasciar correre, insomma reprimere le emozioni spontanee di rabbia o delusione. Solo in questi casi è adatto usare abbozzare.
Il tuo capo ti tratta male? Ti consiglio di abbozzare, almeno all’inizio. Poi bisogna fare qualcosa se i maltrattamenti continuano.
Se vai a scuola e qualcuno ti prende in giro perché sei un po’ sovrappeso, puoi decidere di abbozzare, di far finta di niente, di lasciar correre, di lasciar stare, di fare lo gnorri, ma dentro di te non sei sereno, non stai bene. Abbozzare non fa molto bene alla salute se la cosa si ripete sempre. Si tratta di sopportare frenando il proprio sdegno o il proprio risentimento, o la propria rabbia. Quando qualcuno abbozza, c’è sempre di mezzo un’umiliazione, un insulto, qualcosa che ti ferisce.
A furia di abbozzare però, un bel giorno ti viene voglia di mandare tutti a quel paese, di sfogarti e lasciarti andare liberamente, e quel giorno scoprirai che non puoi più tornare indietro.
Cristine (Brasile): per strada le persone mi guardano un po’ strano e a volte vedo un sorriso abbozzato sui loro volti. Credo perché indosso spesso dei vestitini un po’ osè. Per il momento abbozzo, ma forse, prima che vadano in giro voci false e tendenziose su di me, dovrò rispolverare dall’armadio alcune gonne sotto il ginocchio. certo, senz’altrobalzerà all’occhio che sono un po’ vecchiotte, ma si dà il casoche io non abbia soldi per rifarmi il look. Pazienza.
esempio di gonna sotto il ginocchio (Photo by Godisable Jacob on Pexels.com)
L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.
1. Cos’è una bozza? a) un disegno accennato. b) un frutto b) un serpente
2. Cosa fa un artista prima di iniziare la sua opera? a) un cornice. b) una bozza. c)
mangia uno spuntino.
3. Di chi sono le bozze o bozzetti più famosi che ancora oggi stupiscono?
4. Cosa ti fa arrabbiare se appare sulla carrozzeria della tua macchina dopo aver parcheggiato?
5. Come si chiama la prima prova che si fa prima di stampare i giornali?
6. Tutte le cose che si fanno prima di fare una presentazione, un discorso, o un’idea
che devi sviluppare, come si possono chiamare?
7. Se fai un saluto discreto con un sorriso, si dice che _ _ _ _ _ _ _ un sorriso.
8. Cosa puoi fare quando il tuo capo ti tratta male, se non puoi picchiarlo? a) sfogarti. b) reagire. c) abbozzare.
9. Quando si reprimono le emozioni spontanee di rabbia o delusione, devi: a) trattenerti.
b) lasciar correre. c) abbozzare.
10. Se hai voglia di abbozzare, trova almeno quattro o cinque alternative per esprimere
questo.
11. Se abbozzi con una persona, molto spesso ti viene voglia di _ _ _ _ _ _ _ _ a quel paese.
Risposte
1. a) un disegno accennato.
2. b) una bozza.
3. Leonardo da Vinci.
4. Una bozza (o un bozzo) sulla carrozzeria della macchina
5. Bozza di stampa.
6. Bozze.
7. Se fai un saluto discreto con un sorriso, sI dice che ABBOZZI un sorriso.
8. c) abbozzare.
9. Tutte le risposte sono corrette
10. Far finta di niente, lasciar correre, lasciar stare, fare lo gnorri, ingoiare il rospo
11. Se abbozzi con una persona, molto spesso ti viene voglia di MANDARLA a quel paese.