Avere del

(ep. 1187) – scarica audio

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di una locuzione tanto curiosa quanto affascinante: “avere del”.
Alla fine dell’episodio scoprirete che è qualcosa che non ha dell’incredibile, ma vi sarà sicuramente utile nelle vostre conversazioni quotidiane, soprattutto se volete enfatizzare un concetto.

Un altro esempio, anzi più di uno:

Questo tuo comportamento ha del ridicolo!

La tua teoria ha del geniale.

Cosa significa questo “avere del”?

In questi esempi, “avere del” è un modo un po’ teatrale, quasi drammatico, di esprimere che qualcosa sfiora, si avvicina, ha i tratti caratteristici di qualcosa di straordinario.

Non si afferma direttamente che lo sia, ma ci va molto vicino.

Vediamo:

“Ha dell’incredibile” = È quasi incredibile. Può sembrare incredibile, sembra avere le caratteristiche di qualcosa di incredibile.

“Ha del clamoroso” = È piuttosto clamoroso.

“Ha del ridicolo” = È sul limite del ridicolo.

È un’espressione molto usata nel linguaggio giornalistico e nel parlato più enfatico, quello che si usa per sorprendere o scandalizzare un po’ l’ascoltatore.

Una partita ha dell’epico,
una reazione ha del folle, una vittoria ha del clamoroso.

Ma attenzione! Questo “avere del” non è lo stesso che troviamo in espressioni come:

Ho del vino in cantina

Hai del tempo domani?

Lui ha del potenziale inespresso

In questi casi, “del” indica una quantità indefinita di qualcosa:

del vino = un po’ di vino
del tempo = un po’ di tempo

Niente a che vedere col significato quasi metaforico e qualitativo dell’uso di prima.

Confrontiamo:

“Questo artista ha del talento” può voler dire che ha un po’ di talento, ma se detto in tono enfatico: “Ha del geniale!”, allora è chiaro che stiamo usando la locuzione metaforica:
non diciamo che ha un po’ di genialità, ma che sfiora il genio. Al limite potrei dire che “ha qualcosa di geniale”.

Per chi ama la grammatica: in quest’ultimo caso, “del” introduce un sostantivo astratto (clamoroso, ridicolo, ecc.), usato senza articolo (c’è già la preposizione articolata) e funziona quasi da aggettivo per descrivere in modo valutativo una situazione o un comportamento.

Notate come solamente “del” Si può usare, e non della, degli, delle, eccetera. La struttura è fissa. Si comporta quasi come una formula.

Ad esempio, si può dire:

Ha del romantico.
Ma non: Ha della romantica, né Ha dei romantici.

Perché proprio il maschile singolare? È una questione di grammatica storica e stilistica: il maschile singolare è percepito come più generico, più astratto. Lo so, la lingua italiana è decisamente maschilista da questo punto di vista.

Quando diciamo che qualcosa “ha del magico”, non stiamo parlando di “una cosa magica” in particolare, ma di una qualità indefinita, evocativa. C’è qualcosa che mi fa pensare alla magia.

Invece notate come nell’altro uso di “avere del” possiamo usare anche altre preposizioni.

Es:

Hai delle scarpe da prestarmi?

Ho della marmellata in frigo

Eccetera.

Un membro dell’associazione (parlo di Ulrike) ha osservato che la locuzione “sapere di” è simile a “avere del” e ha chiesto se in effetti le due locuzioni siano vicine o addirittura intercambiabili.

Grazie per l’osservazione Ulrike. Io direi che possono sembrare vicine e un po’ lo sono anche, ma differiscono per natura espressiva e registro linguistico, e raramente sono del tutto intercambiabili.

Vediamo: “Sapere di” è una locuzione usata in senso figurato, non letterale, si riferisce a impressioni soggettive, spesso con un tono più suggestivo o allusivo. Non a caso “sapere di” richiama il sapore (es: questa caramella sa di arancia).

In senso figurato il sapore diventa una sensazione in generale. Quindi può trasmettere anche un leggero giudizio o sospetto.

Esempi:

Il suo gesto sa di vendetta.

Questa decisione sa di disperazione.

Il suo silenzio sa di complicità.

Il tono è più intuitivo, percettivo, psicologico. Si usa sia scritto che parlato, ma più comune nel linguaggio letterario, giornalistico, o riflessivo. Spesso si aggiunge “mi”, (se parlo della mia sensazione) soprattutto nel linguaggio informale e parlato. Es:

Il suo silenzio mi sa tanto di complicità.

È la sensazione che si prova. Secondo me c’è complicità. È la mia sensazione.

Avere del”, d’altro canto, come detto, esprime qualcosa che sfiora una qualità o si avvicina a una caratteristica evidente, ma senza affermarla pienamente.
Ha spesso una connotazione enfatica, drammatica, e più oggettivante.

Esempi:

Il suo comportamento ha del ridicolo.

Questa mossa politica ha del geniale.

Il suo atteggiamento ha del provocatorio.

È più teatrale, intellettuale, giornalistico e si usa soprattutto nello scritto enfatico, o nel parlato abbastanza colto.

Vi propongo un altro esempio per confrontare le due locuzioni:

Recentemente il suo comportamento sa di vanitosità

Recentemente il suo comportamento ha del vanitoso

Entrambe le frasi sono corrette, ma con sfumature diverse:

“Sa di vanitosità”, suggerisce un’impressione soggettiva, un sentore. È come dire: “Mi dà l’impressione di essere vanitoso”.

“Ha del vanitoso”, afferma con più decisione una somiglianza alla vanità, quasi la sfiora, e ha un tono più critico o analitico.

Concludendo, in certi casi si possono usare entrambe, ma il tono cambia.

“Sapere di…” è più subdolo, percezionale.

“Avere del…” è più scenografico, quasi oggettivo.

Chiudiamo l’episodio con una frase ad effetto:

Il modo in cui alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente parlano italiano…
ha del fenomenale! Questa mia frase comunque potrebbe sapere di ruffianeria!

Ripasso episodi precedenti:

Christophe: tra i luoghi sperduti d’Italia, a me vanno a genio i borghi dell’Umbria. Ci sono panorami con la P maiuscola.

Marcelo: Io l’estate scorsa ho scoperto un paesino in Basilicata che non c’azzecca niente con il turismo di massa, ed è stato come entrare in un’altra epoca.

Anne Marie: Io ci sono finita per sbaglio, ma non si direbbe quanto sia affascinante la costa del Molise: zitta zitta, ti entra nel cuore.

Julien: E vuoi mettere i monti della Carnia sulle Alpi orientali? Laggiù la natura, a suo modo ti parla, anche se una volta ho corso il rischio di perdermi.

Angela: La sai lunga tu! Beato chi ci capita in certi posti.

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Spiegazione del ripasso:

Luoghi sperduti: si riferisce a posti lontani, isolati, poco conosciuti o difficili da raggiungere. Spesso sono piccoli paesi fuori dalle rotte turistiche principali.

Mi vanno a genio: è un modo di dire per dire che qualcosa piace molto, che è proprio nelle proprie corde.

Panorami con la P maiuscola: significa che i paesaggi sono talmente belli da meritare rispetto, quasi come se la parola “panorama” dovesse essere scritta con la maiuscola per sottolinearne l’importanza.

Non c’azzecca niente: è un’espressione informale che significa “non ha nulla a che fare con” o “è completamente diverso da”. In questo caso, il paese non ha nulla a che fare con i luoghi affollati e commerciali tipici del turismo di massa.

Non si direbbe: significa “non lo si immagina”, “non ci si aspetterebbe”.

Zitta zitta: è un modo di dire per indicare qualcosa che agisce in modo silenzioso, discreto, senza farsi notare subito, ma che poi sorprende.

Vuoi mettere…?: è una domanda retorica, usata per dire “secondo me non c’è paragone”, come a dire che quello che sta per nominare è meglio di tutto il resto.

La natura, a suo modo, ti parla: è una frase che esprime l’idea che in certi luoghi la natura comunica emozioni, sensazioni, anche senza parole.

Ho corso il rischio di perdermi: significa che ha rischiato davvero di non ritrovare la strada, probabilmente perché la zona era selvaggia o poco segnalata.

La sai lunga: è un’espressione che si usa per dire che qualcuno ne sa tante, che ha molta esperienza o conosce cose che gli altri magari ignorano. A volte si dice anche con un tono un po’ scherzoso.

Beato chi ci capita: significa “fortunato chi riesce a passare o a visitare posti del genere”. “Beato” qui vuol dire “fortunato”, “invidiabile”

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Uso di “Ce ne” per esprimere quantità con enfasi

Uso di “ce ne” e “ne” (ep. 1185)(scarica audio)

Trascrizione

Ciao a tutti e benvenuti!

Oggi vediamo insieme un’espressione molto usata dagli italiani, specialmente quando vogliono sottolineare una quantità rilevante, o un livello elevato di qualcosa. In generale si può usare per evidenziare qualsiasi cosa di esagerato.
Parliamo dell’uso di “ce ne”.

Ne abbiamo parlato altre volte, ad esempio nell’episodio dedicato a “ce ne vuole” e anche in quello dedicato a “ce ne fossero“. Riguardo alla singola particella “ce”, non dimentichiamo poi l’episodio dedicato, che risale al 2017.

L’episodio di oggi è vicino al primo di questi tre episodi.

Vediamo cosa intendo per utilizzo nel caso di esagerazione e quantità:
Es:
Ce ne manca ancora di tempo alla riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente!

Qui l’idea è che “ce ne” anticipa una quantità non specificata ma rilevante, grande. In questo caso parliamo di tempo che manca alla riunione dei membri, che sarà a settembre e si terrà in Umbria.

Ce ne manca di tempo! = manca ancora tanto tempo!
Versione neutra o meno enfatizzata:
Manca ancora molto tempo.
Altro esempio:

Ce ne sono di ragazze da queste parti!

Qui “ce ne sono” mette l’accento sulla quantità. È come dire: “altroché se ce ne sono!”.
Versione meno enfatica:

Ci sono molte ragazze qui.

Quella con “ce ne” spesso può assumere la forma di una domanda retorica quasi a chiedere una conferma a qualcuno.

Es:
Certo che ce ne vuole di pazienza per sopportarti! No?

Cioè: ne serve davvero tanta!
Versioni neutra:
Serve molta pazienza.

Ce n’è di gente al mare oggi!

Cioè: c’è tantissima gente!

Versione neutra: c’è tanta gente al mare!

Insieme, “ce ne” si usa quindi per introdurre con forza la quantità di qualcosa, prima del verbo.

Ce ne sono di problemi in quella famiglia!

Sottintende: molti e seri!

Versione neutra: Ci sono molti problemi in quella famiglia.

Ce ne vuole di coraggio per fare una cosa del genere!

Cioè: ci vuole tantissimo coraggio.

Versione neutra: Serve molto coraggio per fare una cosa del genere.

Ce n’è di traffico oggi!

Cioè: ce n’è tantissimo, troppo!

Versione neutra: C’è molto traffico oggi.

Ce ne metti di tempo a rispondere ai messaggi, eh!

Allude ironicamente al fatto che ci metti tanto tempo.

Versione neutra: Impieghi molto tempo a rispondere ai messaggi.

Vediamo adesso:
Eh sì, ne hai di fantasia!
Ne hai tanta, magari anche troppa!

Non vi sarà sfuggito che stavolta manca la particella “ce”.

“Ne” a volte da sola può bastare, dipende dal verbo che segue e se si parla in modo impersonale o meno. Ci sono casi in cui si usano entrambe le forme, anche se non ci sarebbe bisogno di “ce”.

Es:
Ce ne metti di tempo a rispondere ai messaggi, eh!
Ne impieghi di tempo a rispondere ai messaggi, eh!

Ce ne vuole di tempo!
Ne serve di tempo!
Ne occorre di tempo!

Ce ne manca di tempo ancora!

Ne manca di tempo ancora!

Ne hai di coraggio, eh!
(ce) ne metti di parmigiano sulla pasta tu! Non ti farà male?

Certo che ne mangi di carne tu!

Avrete notato anche che spesso la frase inizia con “certo che…“.

Questo serve a rafforzare ulteriormente il tono, dando un tocco di sorpresa, ammirazione, incredulità o anche rimprovero.
Oppure serve per far suonare l’esclamazione più viva.

Certo che ce ne vuole di pazienza con te!

Certo che ne hai di fantasia!

Certo che ce ne sono di persone strane al mondo!

“Certo che…” qui non significa davvero “è sicuro che…”, ma è più un modo per introdurre un commento colpito, ironico, a volte anche un po’ critico.

Quindi, la prossima volta che vuoi dire che qualcosa abbonda o che scarseggia, puoi farlo usando questa forma, con “ne” o “ce ne” , a seconda del caso. Provateci, fa molto italiano!

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Sapete che tra due giorni inizia il conclave per eleggere il nuovo pontefice? Speriamo che esca presto la fumata bianca! Comunque io so chi vincerà!

Estelle: Meglio non iniziare a far nomi già da adesso perché quando si comincia a pontificare senza cognizione di causa si rischia di passare il segno.

Anne Marie: Facciamoci il segno della croce comunque, perché ci manca poco. I politici cominciano già a esprimere preferenze e questo non è un buon segno per niente.

Julien: infatti, non dico che da qualche parte vorrebbero eleggere un papa guerrafondaio ma poco ci manca!

Ulrike: Io, intanto, smanetto con Twitter per capire cosa bolle in pentola, ma questa elezione è tutto un programma!

Khaled: Sfido io! Con questi chiari di luna in tutto il mondo! Con tutto che Papa Francesco si è speso profusamente in appelli alla pace.

Angela: Vedremo. Poi noi a bocce ferme potremo commentare.

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Il verbo combinare

Il verbo combinare – (ep. 1184) (scarica audio)

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Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di un verbo che si usa moltissimo: il verbo combinare!

Già dal suono capiamo che c’entra qualcosa con l’unione, con il mettere insieme. E infatti, “combinare” significa proprio “mettere insieme”.

Ma attenti, perché questo verbo è come un attore: ha tanti ruoli diversi. Vediamoli uno per uno, con esempi, ovviamente.


1. Combinare = mettere insieme

Questo è l’uso più “innocente” del verbo.

  • Giovanni e Marcelo hanno dovuto combinare bene tutti gli appuntamenti, altrimenti rischiavano di accavallarli.

Qui “combinare” è usato nel suo senso organizzativo e armonizzante: mettere insieme le cose in modo ordinato, senza creare confusione o sovrapposizioni. Il verbo “accavallare” è perfetto come controparte: vuol dire mettere una cosa sopra un’altra, in questo caso appuntamenti sovrapposti, un classico da agenda impazzita! Esempio alternativo:

Se non avesse combinato bene gli orari, Giovanni si sarebbe trovato a parlare con due persone contemporaneamente… e magari in due lingue diverse!

Altro esempio:

La combinazione dei colori usata non è di mio gradimento.

Qui invece “combinazione” è un sostantivo e si riferisce all’accostamento, cioè come i colori sono stati messi insieme.
È un uso molto comune in ambito estetico, nel design, nella moda. E sì, anche quando ti fanno indossare quella camicia a fiori gialla su pantaloni verdi…

In questi casi si usa anche abbinare.

Possibile alternativa:

Chi ha scelto questa combinazione cromatica? Era bendato forse?

Insomma, quando unisci cose diverse in modo possibilmente armonico, stai combinando.

2. Combinare = organizzare

Quando gli italiani organizzano qualcosa, “combinano”

Hai combinato tu l’incontro tra Angela e Albéric? Che bel colpo!

Frase perfetta e molto naturale! Qui “combinare” è usato nel senso di organizzare un incontro (in modo quasi strategico), ed è anche leggermente ammiccante, come se tra Angela e Albéric potesse esserci qualcosa di più… magari un interesse comune… magari qualcosa di romantico?

Il finale “Che bel colpo!” rafforza l’idea che l’incontro sia stato ben riuscito o addirittura astuto, come se fosse stato un colpo da maestro.

Insomma, sembra quasi che tu abbia fatto da cupido diplomatico!

3. Combinare = fare un guaio
Combinare si usa anche per dire che hai fatto un pasticcio, un disastro, un errore!

Cosa hai combinato stavolta?

Frase classica da mamma, insegnante o collega esasperato.

Giovanni ha combinato un disastro con il muretto del giardino! Ora l’inferriata è legata con la corda…

Abbiamo combinato un bel casino con le foto del calendario di marzo. Abbiamo messo la bandiera sbagliata!

4. Combinare = ottenere un risultato (o no)

In questo senso, spesso in frasi negative:

Non ho combinato nulla oggi!

Giornata Improduttiva.

Alla fine, con quel progetto non si è combinato niente.

Un modo più elegante ma sempre informale per dire: tutto inutile, un buco nell’acqua!

Ci sono poi alcune espressioni tipiche. Es:

Ne ha combinata un’altra delle sue!

Cioè: l’ha fatta grossa di nuovo. Evidentemente questa persona è solita combinare guai.

Questa è un’altra frase tipica:

Non combinare guai!

Cioè: stai buono! Non fare pasticci.

C’è anche:

Combinare un matrimonio

Cioè organizzare un’unione, alla vecchia maniera!

Spessissimo si può usare anche il verbo fare. Non cambia il significato:

Combinare/fare guai

Combinarne/farne di tutti i colori

Combinarne/farne di cotte e di crude.

Hai combinato/fatto un casino.

Ho combinato/fatto un affare.

A volte il verbo si usa anche con l’ausiliare essere e ha un significato del tutto particolare, molto colloquiale e spesso ironico. In questo caso, “essere combinato” è uno stato, non un’azione, e funziona come un aggettivo, proprio come dire “sei messo male” o “sei conciato così così”.

Es:

Come sei combinato oggi! Hai i capelli da tutte le parti e due calzini spaiati!

Cioè: Sembri uscito da un uragano!

Dopo la festa eri proprio combinato male…

Avevi un aspetto distrutto, disordinato, magari anche un po’ ubriaco!

Sei combinato proprio bene: tutto elegante e profumato! Dove vai, a un matrimonio?

Qui usato ironicamente al contrario, per sorprendersi di un aspetto curato.

Infine fate attenzione al genere nel participio passato!

  • Ne ho combinata una grossa!
  • Maria ne ha combinata una delle sue!

Si usa “combinata” perché si sottintende “una cosa” (femminile).

Qualche esempio per chiudere:

  • Il collega Paravati ha combinato un incontro con l’ambasciatrice. Poi ha dimenticato di andarci. Classico!
  • Angela ha combinato un guaio col foglio Excel: adesso i conti tornano… ma in lire, non in euro.
  • Ulrike ha combinato un bel casino per la cena dell’associazione: nessuno ha capito dove fosse il ristorante!
  • Giovanni voleva solo sistemare la casa, ma ha combinato un pasticcio che non vi dico.

Facciamo un piccolo quiz finale (per ripassare giocando!)
Completa le frasi con la forma giusta di “combinare”:

  1. Stamattina ho _______ un disastro in cucina: il caffè è finito nel cassetto delle posate!
  2. Che cosa hai _______ ieri con quei file audio?
  3. Speriamo di _______ qualcosa di buono per l’incontro di settembre.
  4. Ne abbiamo già _______ abbastanza, adesso stiamo buoni!

Soluzioni:

  1. ho combinato
  2. combinato
  3. combinare
  4. combinate

Adesso un bel ripasso di qualche episodio passato. Senza combinare casini, mi raccomando!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut: mi metto subito all’opera senza aspettare nessun altro associato, col timore di camminare su un crinale pericoloso se venissi criticato.

Marcelo: quando il capo chiama, nessuno può fare a meno di darsi da fare. C’è una rosa di amici che fa parte della nostra associazione pronta a dare il proprio contributo. Poi Gianni dovrà combinarli nel modo giusto.

Karin: a me sembra che qualcuno abbia oltrepassato il segno pensando di fare tutto il ripasso da solo. Alludo a Hartmut se non si fosse capito.

Christophe: io sono disposto a correre il rischio di combinare un guaio, ma non posso farne a meno di partecipare. Per me si tratta di un imperativo categorico.

Julien: anch’io devo dire la mia! Questo dei ripassi è un modo per spronarci a non dimenticare ciò che abbiamo imparato e a ricordare le sette regole d’oro che i più sicuramente ricordano.

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Accadde il 9 aprile: e quindi uscimmo a riveder le stelle

E quindi uscimmo a riveder le stelle (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente della rubrica “accadde il”. Oggi però dovrei togliere una “d” perché l’episodio si riferisce alla giornata Odierna: 9 aprile 2025.

Oggi, 9 aprile 2025, Re Carlo d’Inghilterra entra nel parlamento italiano (è la prima volta per un re/regina d’Inghilterra). Ha fatto anche un bel discorso, in parte proprio in lingua italiana, e ha pronunciato, in chiusura, questa frase: E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Com’è da interpretare? Perché l’ha pronunciata? Per fare bella figura? Per omaggiare l’Italia? Vediamo.

La frase “E quindi uscimmo a riveder le stelle” è uno dei versi più celebri della Divina Commedia di Dante Alighieri, esattamente l’ultimo verso dell’Inferno (Canto XXXIV, verso 139).

È un momento di grande potenza simbolica: dopo un lungo e oscuro viaggio attraverso l’inferno (ricordate la selva oscura?), Dante e Virgilio risalgono faticosamente fino a tornare alla luce del cielo stellato.

Quel “riveder le stelle” è il segno della speranza, della rinascita, della salvezza dopo le tenebre. L’aggettivo “oscuro“, è importante dirlo, viene spesso usato per descrivere un periodo storico negativo, ed oggi ne stiamo vivendo uno direi abbastanza oscuro.

Allora oggi, re Carlo III d’Inghilterra, durante il suo storico discorso al Parlamento italiano, quando ha citato questo verso, lo ha fatto anche per sottolineare la speranza e la forza del legame tra Regno Unito e Italia, e soprattutto direi per dare un messaggio di fiducia verso il futuro, evocando l’immagine di un’uscita comune dalle difficoltà, da questo periodo oscuro, verso una nuova luce.

È stato anche un richiamo colto e potente alla cultura italiana; anche un omaggio naturalmente, ma anche un modo elegante per connettere passato e presente, letteratura e politica, emozione e diplomazia.

Quel “quindi” è molto adatto a dare una linea di separazione più netta tra passato e futuro, tra prima e dopo, tra l’oscurità e la luce. Molto di più rispetto alla sola “e” (e uscimmo a riveder le stelle) oppure a “e così uscimmo a riveder le stelle” (ci sarebbe il senso di qualcosa di ovvio, di normale) e anche rispetto a “e poi uscimmo a riveder le stelle”. In quest’ultimo caso si trasmette un senso di continuità, cioè l’esatto opposto rispetto a “quindi“, che porta con sé un senso di conclusione inevitabile di quanto è accaduto prima, e di passaggio quasi solenne alla fase successiva.

Il verbo “rivedere” è molto interessante, soprattutto in questo contesto poetico.
Non significa semplicemente “vedere di nuovo”, (es: quando ci rivediamo? Ci rivediamo domani), in senso meccanico, ma può avere, come in questo caso, una sfumatura più profonda: è il tornare a godere della vista di qualcosa che ci era mancato.

Nel caso di Dante, “riveder le stelle” non è solo un’azione visiva: è un’esperienza emotiva, un ritrovare la speranza dopo l’oscurità.

La scelta di non scrivere “vedere” ma “rivedere“, per Dante, è importantissima, perché sottolinea la separazione temporanea dalla luce e il gioioso ritorno.

Allo stesso modo, re Carlo III ha citato questa frase proprio per evocare questa idea: non solo vedere la luce, ma rivederla, tornare a vederla dopo un periodo difficile, di incertezze o di distanza, e farlo insieme (noi uscimmo).

È un invito alla speranza condivisa, a una nuova fase luminosa nelle relazioni fra i popoli.

Inoltre, vi faccio notare anche la costruzione “a riveder le stelle” — con la e finale mancante (tipico della poesia), che rende il ritmo più fluido e immediato. Anche questo contribuisce alla musicalità e alla forza evocativa del verso.

Poi Dante usa il passato remoto: uscimmo. “Uscimmo” è la forma del verbo “uscire” al passato remoto, coniugato alla prima persona plurale (noi). Significa, come detto, “noi uscimmo”, cioè “noi siamo usciti” o “noi fummo fuori”.

Il passato remoto, usato nella letteratura italiana classica, è spesso impiegato per eventi che si riferiscono a un passato che è remoto, appunto, cioè passato da molto tempo, o per dare un tono più solenne al racconto, come nel caso della “Divina Commedia”.

Infine, l’uso della preposizione “a” come lo vedete?

Dante avrebbe anche potuto usare “per” (per riveder le stelle) ma indubbiamente con “a” la frase suona meglio, e inoltre, potrei aggiungere che l’uso di “per” avrebbe enfatizzato troppo l’idea di scopo o finalità (ossia, l’uscita dall’Inferno sarebbe stata motivata dal desiderio di vedere di nuovo le stelle, con una connotazione di scopo un po’ troppo pratico e diretto). Allora meglio usare “a”, che in questo caso conferisce una dinamicità e un senso di movimento verso un luogo che è tanto fisico quanto metafisico, come se l’uscita dall’Inferno fosse anche un viaggio verso una rivelazione o una meta più alta.

Insomma, considerando la brutta situazione che il mondo sta vivendo in questo momento, speriamo che un giorno, parlando di questo periodo oscuro che stiamo vivendo, potremmo anche noi dire “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.